Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo XI

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Libro quattordicesimo
Capitolo undicesimo

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Conseguenze della fallita impresa contro Parma; il duca di Urbino riconquista lo stato. Le milizie del duca e dei Baglioni sotto Perugia. Scorrerie delle milizie nemiche nel ducato di Milano. Il conclave per l’elezione del nuovo pontefice rimandato per la prigionia del cardinale d’Ivrea.


Nocé assai la difesa di Parma alle cose de’ franzesi, perché dette maggiore animo al popolo di Milano e agli altri popoli di quello stato a difendersi che non avevano prima, e massime sapendosi esservi stati dentro pochi soldati e non avere avuto soccorso, perché né da Piacenza si mosse alcuno né i svizzeri che erano a Modena, né Guido Rangone né Vitello non vollono mandare gente al soccorso di Parma: Guido allegando che, benché il duca di Ferrara, non avendo potuto spugnare Cento difeso da’ bolognesi, si fusse alla venuta de’ svizzeri ritirato al Finale, nondimeno essere pericolo che spogliandosi Modona di presidio non venisse ad assaltarla; e il vescovo di Pistoia, vacillando e stando implicato e irrisoluto tra le richieste instantissime che gli faceva il Guicciardino e le persuasioni di Vitello (il quale per lo interesse proprio lo stimolava che co’ svizzeri passasse in Romagna per impedire il passo al duca di Urbino), tardò tanto a risolversi che non fece né l’una cosa né l’altra; perché Parma da se medesima si difese e al duca non fu fatto impedimento alcuno in Romagna, perché, in ultimo, i svizzeri non essendo pagati non vollono muoversi. Il quale e insieme Malatesta e Orazio fratelli de’ Baglioni andavano, quello per ricuperare gli stati perduti questi per ritornare in Perugia; avendo raccolto a Ferrara dugento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e tremila fanti i quali, parte per amicizia parte per speranza della preda, volontariamente gli seguitavano: perché né da’ franzesi né da’ viniziani potettono impetrare altro favore che permettere, a qualunque fusse soldato loro, di seguitargli; e i viniziani concederno a Malatesta e Orazio di partirsi dagli stipendi loro. Andati adunque da Ferrara a Lugo per il Po né trovando per lo stato della Chiesa ostacolo alcuno, come furno vicini al ducato di Urbino, il duca chiamato da’ popoli ricuperò, eccetto quello che possedevano i fiorentini, incontinente ogni cosa, e voltatosi dipoi a Pesero ricuperò la terra con la medesima facilità, e in spazio di pochi giorni la rocca: e seguitando la prosperità della fortuna, cacciato da Camerino Giovanmaria da Varano antico signore, che per illustrarsi aveva conseguito da Lione il titolo di duca, vi messe dentro Gismondo, giovanetto della medesima famiglia che pretendeva di avere a quello stato migliore ragione: ritenendosi nondimeno la fortezza per il duca, il quale era rifuggito alla Aquila. Espedite queste cose, si voltò con Malatesta e Orazio Baglioni a Perugia; della quale aveano presa la difesa i fiorentini, non tanto per consiglio proprio quanto per volontà del cardinale de’ Medici, mosso o dall’odio e inimicizia che aveva col duca d’Urbino e co’ Baglioni o per parergli che la vicinità loro potesse mettere in pericolo l’autorità che aveva in Firenze o perché, aspirando al pontificato, volesse guadagnare la riputazione di essere lui solo difensore, nella vacazione della sedia, dello stato della Chiesa. Perché il collegio de’ cardinali era al tutto senza cura di difendere, o in Lombardia o in Toscana o altrove, parte alcuna del dominio ecclesiastico; parte perché i cardinali erano distratti in diverse fazioni e immerso ciascuno di loro ne’ pensieri di ascendere al pontificato, parte perché nello erario pontificale o in Castello Santo Agnolo non si trovava somma alcuna di danari lasciata da Lione: il quale, per la sua prodigalità, non solo aveva consumato i danari di Giulio e incredibile quantità tratti di offici creati nuovamente, con diminuzione di quarantamila ducati di entrata annua della Chiesa, [ma] aveva lasciato debito grande e impegnate tutte le gioie e cose preziose del tesoro pontificale: in modo che argutamente fu detto da qualcuno che gli altri pontificati finivano alla morte de’ pontefici, ma quello di Lione essere per continuarsi piú anni poi. Mandò solamente il collegio a Perugia l’arcivescovo Orsino, perché trattasse di concordare insieme i Baglioni; ma essendo la persona sospetta a Gentile, per il parentado che aveva co’ figliuoli di Giampaolo, e proponendosi condizioni poco sicure per lui, si trattò invano: in modo che, penultimo dí dell’anno, il duca di Urbino, Malatesta e Orazio Baglioni e Cammillo Orsino, il quale seguitato da alcuni volontari si era di nuovo unito con loro, andorono ad alloggiare al Ponte a San Ianni; donde, distesisi quivi alla Bastia e luoghi vicini, infestavano dí e notte la città di Perugia; ove, oltre a cinquecento fanti condotti da Gentile, vi aveano messi i fiorentini (a’ quali l’essersi il duca voltato a Pesero dette spazio di provederla), dumila fanti, cento cavalli leggieri sotto Guido Vaina e centoventi uomini d’arme e cento cavalli leggieri sotto Vitello.

Nel quale tempo, nello stato di Milano si stava con sommo ozio; non si facendo da alcuna delle parti altro che prede e correrie: le quali per fare ancora ne’ luoghi tenuti dalla Chiesa avevano i franzesi, restati in Cremona con dumila fanti, gittato il ponte in sul Po, per il quale passando spesso nel piacentino e nel parmigiano molestavano tutto il paese. E benché Prospero, stimolato dagli altri capitani, publicasse di volere andare a pigliare Trezzo, e già avesse inviato l’artiglierie, nondimeno non lo messe a effetto, allegando non essere a proposito che l’esercito fusse impegnato in luogo alcuno, per potere soccorrere lo stato della Chiesa se i franzesi avessino cominciato a farvi progresso alcuno; cosa nella quale pareva che avesse i pensieri diversi dalle parole, perché significatagli l’andata del campo a Parma, non fatto segno alcuno di volerla soccorrere, disse essere necessario aspettare l’evento. Anzi, essendo rimasta Piacenza abbandonata di ogni presidio, perché i svizzeri zuricani per comandamento de’ loro signori se ne partirono subitamente, Prospero fece grandissima diligenza perché il marchese di Mantova con le sue genti non si partisse da Milano; il quale, fermatosi in Piacenza, sostenne con somma laude, co’ fanti del suo dominio e col prestare qualche volta danari, quella città.

Né si provedeva a tanti pericoli per la elezione del nuovo pontefice; la quale, con tanto pregiudicio dello stato ecclesiastico, si era differita per dare tempo ai cardinali assenti di andare al conclave, e ultimamente perché il cardinale di Ivrea, andando da Turino a Roma, era stato, per ordine di Prospero Colonna, ritenuto nello stato di Milano, perché come favorevole a’ franzesi non si trovasse al conclave: per il che il collegio fece decreto che tanti dí si tardasse a entrare nel conclave quanti dí fusse stato o fusse per essere impedito il cardinale di Ivrea a passare innanzi. Però, essendo stato liberato, si serrò il conclave il vigesimo settimo dí di dicembre, nel quale intervennono trentanove cardinali: tanto aveva moltiplicato il numero la promozione immoderata fatta da Lione, alla creazione del quale non erano stati presenti piú che ventiquattro cardinali.