Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo XII

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Libro quattordicesimo
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Mutamento politico in Perugia. Difficoltà nella nomina del pontefice ed ambizione del cardinale de’ Medici. Elezione di Adriano sesto. Il duca d’Urbino e i Baglioni marciano verso Siena. Apprensioni e provvedimenti dei fiorentini; il fallimento dell’impresa. Tacita tregua d’armi in Umbria in Toscana e nel ducato di Milano.


Fu il primo fatto dell’anno mille cinquecento ventidue la mutazione dello stato di Perugia, succeduta, come fu giudicio comune, non meno per la viltà de’ difensori che per la virtú degli assaltatori. I quali, accresciuti di numero di volontari insino alla somma di dugento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e cinquemila fanti, ed entrati nel borgo di San Piero abbandonato da quegli di dentro, dettono, il quarto dí dell’anno nuovo, la battaglia con grandissima quantità di scale, dalla porta di San Piero da porta Sogli e da porta Brogni e da piú altre parti; avendo prima piantati, per levare le difese, in piú luoghi, sette pezzi di artiglieria da campagna commodati loro dal duca di Ferrara. La quale battaglia, cominciata all’alba del dí e rinfrescata piú volte, si può dire che continuasse quasi tutto il giorno; e ancora che da due o tre luoghi entrassino nella terra, difesa solamente da’ soldati perché il popolo non si moveva, furono sempre rimessi fuora con la morte di molti di loro: onde Gentile e il commissario fiorentino, cresciuti di animo, speravano d’avere non meno felicemente a difendersi gli altri dí. Ma la timidità di Vitello fu cagione che le cose avessino esito molto diverso. Perché temendo che il popolo piú inclinato a’ figliuoli di Giampagolo che a Gentile non si movesse in favore loro, né parendogli piccola importanza che avessino preso l’alloggiamento ne’ borghi tra le due porte di San Piero, ma sopratutto mosso dal sospetto d’avere, se le cose succedessino sinistramente, in pericolo la vita propria, per l’odio che sapeva portargli il duca di Urbino e i figliuoli di Giampagolo, significò agli altri capitani, la notte, di volersi partire; allegando il soprasedere suo non fare utilità alcuna, perché essendo stato il dí precedente, quando si dava la battaglia, ferito da uno scoppio nel dito minore del piede destro, era tanto soprafatto dal dolore che la necessità l’aveva costretto a fermarsi nel letto; e benché Gentile e gli altri si sforzassino di rimuoverlo con molti prieghi da questa intenzione, dimostrandogli quanto invilirebbe i soldati e il popolo della città la sua partita, deliberorono, poiché stava pertinace, di seguitarlo. Cosí la notte medesima andorono a Città di Castello, e Perugia ricevette dentro i fratelli Baglioni; con ammirazione incredibile di tutti quegli che avendo avuta notizia, per lettere scritte la notte medesima, del felice successo avuto il giorno precedente contro agli inimici, intesono, poche ore poi, Vitello e gli altri averla vilmente abbandonata.

Non era a questo tempo espedita la elezione del nuovo pontefice, differita per la discordia grande de’ cardinali, causata principalmente perché il cardinale de’ Medici, aspirando al pontificato, e potente per la riputazione della grandezza sua e per le entrate e per la gloria guadagnata nello acquisto di Milano, aveva uniti a sé i voti di quindici altri cardinali, mossi o per interessi propri o per la amicizia che avevano seco o per la memoria de’ benefici ricevuti da Lione, e alcuni per speranza che quando fusse disperato di conseguire per sé il pontificato diventerebbe fautore di quegli che fussino stati pronti a favorirlo. Ma a questo suo desiderio repugnavano molte cose: il parere a molti cosa perniciosa che a uno pontefice morto succedesse uno pontefice della medesima famiglia, come esempio di cominciare a dare il pontificato per successione: opponevansi tutti i cardinali vecchi, i quali pretendevano per sé propri a tanta degnità, né potevano tollerare che e’ fusse eletto uno minore di cinquanta anni: contrari tutti quegli che seguitavano la parte franzese; alcuni di quegli che seguitavano la parte imperiale, perché il cardinale Colonna, ancora che da principio avesse dimostrato di volergli essere favorevole, aveva dipoi molto scopertamente dimostratogli opposizione; inimici accerrimi quegli cardinali che erano stati malcontenti di Lione. E nondimeno, in queste difficoltà, lo sosteneva una speranza efficacissima, perché essendo piú che la terza parte del collegio quegli che gli aderivano, non si poteva, mentre stavano uniti, fare senza consentimento loro l’elezione; donde sperava che per la lunghezza del tempo s’avessino o a straccare o a disunirsi gli avversari, tra’ quali erano molti inabili per l’età a tollerare lungo disagio; e perché concordi tra loro in non creare lui erano discordi in creare altri, pensando ciascuno a eleggere o sé o amici suoi, e ostinatissimi molti di loro a non cedere l’uno all’altro. Ma mollificò alquanto la mutazione dello stato di Perugia la pertinacia del cardinale de’ Medici, per la instanza del cardinale de’ Petrucci, uno de’ cardinali che gli aderivano; il quale, capo dello stato di Siena, temendo che per l’assenza sua le cose di quella città, alla quale si intendeva volere voltarsi il duca di Urbino con quelle genti, non facessino mutazione, sollecitava che si eleggesse il nuovo pontefice: per la instanza del quale, ed eziandio per lo interesse del pericolo nel quale mutandosi il governo di Siena incorrerebbe quello di Firenze, mosso il cardinale de’ Medici, cominciò a inclinarsi al medesimo; ma non risoluto totalmente a chi volesse eleggere. Mentre che, secondo l’uso, una mattina in conclave si fa lo scrutinio, essendo proposto Adriano cardinale di Tortosa, di nazione fiammingo ma che, stato in puerizia di Cesare maestro suo e per opera sua promosso da Lione al cardinalato, rappresentava in Spagna l’autorità sua, fu proposto, senza che alcuno avesse inclinazione di eleggerlo ma per consumare invano quella mattina. Ma cominciandosegli a scoprire qualche voto, il cardinale di San Sisto, quasi con perpetua orazione, amplificò le virtú e la dottrina sua; donde, cominciando alcuni cardinali a cedergli, seguitorono di mano in mano gli altri, piú presto con impeto che con deliberazione: in modo che, co’ voti concordi di tutti, fu creato quella mattina sommo pontefice; non sapendo quegli medesimi che l’avevano eletto rendere ragione per che causa, in tanti travagli e pericoli dello stato della Chiesa, avessino eletto uno pontefice barbaro e assente per sí lungo spazio di paese, e al quale non conciliavano favore né meriti precedenti né conversazione avuta con alcuni altri cardinali, da’ quali appena era conosciuto il suo nome, e che mai non aveva veduto Italia, e senza pensiero o speranza di vederla. Della quale estravaganza, non potendo con ragione alcuna escusarsi, trasferivano la colpa nello Spirito Santo, solito, secondo dicevano, a ispirare nella elezione de’ pontefici i cuori de’ cardinali: come se lo Spirito Santo, amatore precipuamente de’ cuori e degli animi mondissimi, non si sdegnasse di entrare negli animi pieni di ambizione e di incredibile cupidità, e sottoposti quasi tutti a delicatissimi, per non dire inonestissimi, piaceri. Ebbe la novella della elezione a Vittoria, città di biscaia; la quale avuta, non mutando il nome che prima aveva, si fece denominare Adriano sesto.

Mutato lo stato di Perugia, poiché, con detrimento non piccolo degli altri disegni, ebbono tardato le genti a muoversi qualche dí, partirono, per raccorre danari dagli amici di Perugia e di Todi (dove Cammillo Orsino aveva rimesso i fuorusciti), il duca d’Urbino e gli altri, lasciato Malatesta in Perugia; camminando con celerità grande verso Siena, avendo con loro [Lattanzio] Petruccio, che da Lione era stato privato del vescovado di Soana, perché Borghese e Fabio figliuoli di Pandolfo Petrucci erano stati proibiti da’ ministri imperiali partire da Napoli. In Siena quegli che reggevano non aveano altra speranza che nel soccorso de’ fiorentini, per la intelligenza che avevano col cardinale de’ Medici: a instanza del quale, quegli che aderendo a lui governavano in sua assenza lo stato di Firenze, come intesono la partita del duca da Perugia, mandorono subito a Siena Guido Vaina con cento cavalli leggieri, e danari per aggiugnere qualche numero di fanti a quegli che erano stati soldati da’ sanesi. Ma il principale fondamento era nelle forze disegnate molti dí innanzi: perché, come intesono la prima mossa del duca di Urbino e de’ Baglioni, temendo alle cose di Toscana, avevano trattato di soldare i svizzeri del cantone di Berna; i quali, in numero poco piú di mille, si erano fermati col vescovo di Pistoia in Bologna, disprezzati i comandamenti fatti da’ loro signori che ritornassino in Elvezia: la quale pratica, benché per molte difficoltà fatte dal vescovo di Pistoia, desideroso di presentare questa gente al futuro pontefice, fusse andata in lungo piú che non sarebbe stato di bisogno, nondimeno si era pure finalmente con gravisima spesa conchiusa; soldando eziandio quattrocento fanti tedeschi unitisi co’ svizzeri in Bologna. Avevano anche chiamato di Lombardia Giovanni de’ Medici, non dubitando con questo presidio, pure che arrivasse al tempo debito, di assicurare le cose di Siena; le quali erano ridotte in gravissimo pericolo per essere la maggiore parte del popolo inimica al governo presente, e per l’odio antico co’ fiorentini tutti malvolentieri comportavano che le genti loro entrassino in Siena: e accresceva il pericolo l’assenza del cardinale Petruccio, in luogo del quale se bene Francesco suo nipote facesse ogni opera possibile per sostenere le cose, nondimeno non era della medesima autorità che il cardinale. Però, non repugnando i principali, intenti a fuggire o a prolungare in qualunque modo il pericolo presente, avevano già mandato imbasciadori al duca di Urbino, subito che entrò nel territorio di Siena: il quale, benché da principio avesse dimandato la mutazione dello stato e trentamila ducati, aveva dipoi mitigato le dimande, in modo che non mediocremente si dubitava che, o per consentimento di quegli che reggevano o per movimento del popolo contro alla volontà loro, non si facesse tra il duca e i sanesi composizione. Pure, entrando continuamente in Siena gente de’ fiorentini e risonando la fama dello essere già vicino Giovanni de’ Medici e i svizzeri, quegli che erano alieni dall’accordo impedivano con maggiore animo si conchiudesse; in modo che il duca, accostatosi alle mura di Siena, non avendo nell’esercito suo piú di settemila uomini ma di gente collettizia, poiché vi fu dimorato uno giorno, raffreddandosi le speranze dello accordo e già vicini a una giornata i svizzeri, si levò dalle mura di Siena per ritirarsi nel suo stato.

Soccorsa Siena, le medesime genti si voltorno verso Perugia; pigliando i fiorentini occasione a quel che prontamente desideravano dall’esserne stati ricercati dal collegio de’ cardinali, sotto nome del quale si governava, per l’assenza del pontefice, lo stato della Chiesa: però procedeva nell’esercito personalmente il cardinale di Cortona, legato, insino a tempo di Lione, della città di Perugia. Ma nel collegio non era, dopo la creazione del pontefice, maggiore unione o stabilità che fusse stata nel conclave, anzi erano le variazioni piú apparenti, perché avevano statuito che ciascuno mese si governassino le cose per tre cardinali sotto nome di priori: l’ufficio de’ quali era congregare gli altri e dare espedizione alle cose determinate. Tre adunque di questi, entrati nuovamente e oppositi al cardinale de’ Medici, il quale eletto il pontefice era subito ritornato a Firenze, cominciorono a esclamare e protestare che le genti de’ fiorentini non molestassino le terre della Chiesa: le quali, avendo già saccheggiato la terra di Passignano che aveva ricusato alloggiarle, e di poi alloggiate all’Olmo vicino a tre miglia di Perugia, con speranza quasi certa di ottenere, arebbono disprezzati questi comandamenti se non avessino presto conosciuta la vanità di queste speranze; perché i Baglioni avevano chiamati molti soldati in Perugia, ed era molto maggiore col popolo l’autorità loro che quella di Gentile che seguitava l’esercito. Però, disperando della vittoria e avendo tentata invano la composizione, si partirno del perugino sotto colore di non volere opporsi alla volontà del collegio, ed entrorno nel Montefeltro, che tutto, eccetto San Leo e la rocca di Maiuolo, era ritornato alla obbedienza del duca di Urbino; il quale avendo facilmente ricuperato, si posorono l’armi, come per tacita convenzione, da quella parte, perché il duca non era potente a continuare la guerra co’ fiorentini né essi aveano cagione, né per comodo proprio né per sodisfare ad altri, di molestarlo: perché il collegio, nel quale potevano piú gli avversari del cardinale de’ Medici, avea nel tempo medesimo convenuto con lui, per insino a tanto venisse in Italia il pontefice e piú oltre a suo beneplacito, ritenesse lo stato ricuperato, non molestasse né i fiorentini né i sanesi, né andasse agli stipendi né altrimenti in aiuto di principe alcuno.