Storia d'Italia/Libro XV/Capitolo IX

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Libro quindicesimo
Capitolo nono

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I soldati di Cesare prendono Fonterabia; vani tentativi del pontefice di condurre i príncipi alla pace o alla tregua; pretese del re d’Inghilterra al trono di Francia, e ambizione del cardinale eboracense. Accordi di Cesare e del re d’Inghilterra per muovere la guerra in Francia; il pontefice avverso all’impresa. Occupazione di Nizza. Vicende della guerra in Provenza. Deliberazione del re di Francia di portare la guerra in Italia. Ritirata dei soldati di Cesare dalla Provenza. Gli eserciti nemici nel ducato di Milano.


Aveva Cesare, nel principio dell’anno presente, mandato il campo a Fonterabia, terra di brevissimo spazio, posta in sull’estuario che divide il regno di Francia dalla Spagna; e ancora che quel luogo fusse munitissimo d’uomini di artiglierie e di vettovaglie, né mancasse tempo a coloro che lo difendevano di ripararlo, nondimeno, per la imperizia de’ franzesi, i ripari furno fatti tanto inavvertentemente che, rimanendo esposti alle offese degli inimici, la necessità gli costrinse a convenire di uscirsene salvi. Recuperata Fonterabia si distendevano piú oltre i suoi pensieri, rifiutati i conforti e l’autorità del pontefice; il quale, avendo mandato nel principio dell’anno, per trattare o pace o sospensione dell’armi, a Cesare al re di Francia e al re di Inghilterra, aveva trovato gli animi mal disposti: perché il re, acconsentendo alla tregua per due anni, ricusava la pace, non sperando potere ottenere in quella condizioni che gli soddisfacessino; Cesare, dannando la tregua per la quale si dava tempo al re di Francia a riordinarsi a nuova guerra, desiderava la pace; e al re d’Inghilterra era molesta qualunque convenzione si facesse per mezzo del pontefice, per il desiderio che avea che il trattamento della concordia finalmente del tutto si referisse a lui, inducendolo a questo gli ambiziosi consigli del cardinale eboracense. Il quale, veramente esempio a’ nostri dí di immoderata superbia, benché nato di infima condizione e di sangue sordidissimo, era salito appresso a quel re in tanta autorità che era manifestissimo a ciascuno che la volontà del re senza la approvazione di Eboracense fusse di niuno momento, e per contrario fusse validissimo tutto quello che Eboracense solo deliberasse. Ma dissimulavano il re e il cardinale con Cesare questo pensiero, dimostrandosi ardenti a muovere la guerra contro al reame di Francia; il quale il re di Inghilterra pretendeva legittimamente appartenersegli per varie ragioni, pigliandone la prima origine da Adovardo cognominato..., re d’Inghilterra. Il quale essendo, insino nell’anno della salute nostra mille [trecento ventotto], morto senza figliuoli maschi Carlo quarto, cognominato bello, re di Francia, della sorella del quale era nato Adovardo, aveva fatto instanza, come piú prossimo de’ parenti maschi al re morto, essere dichiarato re di quel reame; ma escluso dal parlamento universale di tutto il regno, nel quale fu determinato che per virtú della legge salica, legge antichissima di quel reame, fussino inabili a succedere non solo le femmine ma ciascuno nato per linea femminina, assunto non molto dipoi il titolo di re di Francia, assaltò il regno con esercito potente; dove ottenute molte vittorie, e contro a Filippo di Valois, il quale con consentimento comune era stato dichiarato successore di Carlo bello, e contro a Giovanni suo figliuolo il quale condusse prigione in Inghilterra, contrasse finalmente pace con lui; per la quale, rimanendogli molte provincie e stati del reame di Francia, rinunziò al titolo regio. Ma essendo a questa pace, che non fu lungamente osservata, succedute ora lunghe guerre ora lunghe tregue, ultimamente Enrico quinto re d’Inghilterra, confederatosi con Filippo duca di Borgogna, alienato dalla corona di Francia per la uccisione del duca Giovanni suo padre, ebbe successi tanto prosperi contro a Carlo sesto, re alienato dallo intelletto, che insieme con la città di Parigi occupò quasi tutto il reame di Francia; nella quale città avendo trovato il re insieme con la moglie e con Caterina sua figliuola, si congiunse in matrimonio con quella, facendo al re demente consentire che, nonostante vivesse Carlo suo figliuolo, il regno, morto il padre, si trasferisse in lei e ne’ suoi figliuoli: per virtú del quale titolo, benché invalido e inetto, fu, dopo la morte di Enrico, coronato solennemente in Parigi Enrico sesto suo figliuolo re di Francia e di Inghilterra. Ma ancoraché poi Carlo, dopo la morte del padre nominato Carlo settimo, per l’occasione dell’essere suscitate in Inghilterra tra quegli del sangue regio gravissime guerre, cacciasse gli Inghilesi, eccettuata la terra di Calès, di là dal mare Oceano, nondimeno non omessono per questo i re di Inghilterra di usare il titolo di re di Francia. Queste cagioni potevano muovere Enrico ottavo alla guerra, sicuro piú che fusse stato alcuno degli antecessori nel suo reame: perché essendo stati depressi dai re della famiglia di Iorch (era questo il nome d’una fazione) i re della famiglia di Lancastro, nome dell’altra, i seguaci della casa di Lancastro, non vi essendo superstite piú alcuno di quel sangue, sollevorono al regno Enrico di Richemont, come piú prossimo a loro; il quale, superati ed estinti i re avversari, per regnare con maggiore fermezza e autorità si copulò legittimamente con una figliuola di Adovardo penultimo re della casa di Iorch, donde pareva che in Enrico ottavo, nato di questo matrimonio, fussino trasferite tutte le ragioni dell’una e dell’altra famiglia; le quali, per le insegne portavano, si chiamavano volgarmente la rosa rossa e la rosa bianca. Nondimeno, non incitava principalmente il re di Inghilterra la speranza di conseguire con l’armi il reame di Francia, perché in questo conosceva innumerabili difficoltà, quanto la cupidità di Eboracense che la lunghezza de’ travagli e la necessità delle guerre avesse finalmente a partorire che nel suo re avesse a essere rimesso l’arbitrio della pace, quale sapendo dovere dependere dalla sua autorità, pensava, in uno tempo medesimo, e fare risonare gloriosamente per tutto il mondo il nome suo e stabilirsi la benivolenza del re di Francia, al quale occultamente inclinava. Però non proponeva di obligarsi a quelle condizioni alle quali, se avesse [avuto] l’animo ardente a tanta guerra, era conveniente si obligasse. Questa occasione incitava Cesare alla guerra, e molto piú la speranza che la grazia l’autorità e il seguito grande che il duca di Borbone soleva avere in quel reame avesse a sollevare molto il paese. Perciò, con tutto che molti de’ suoi lo consigliassino che, mancandogli danari e avendo compagni di fede incerta, deposti i pensieri di cominciare una guerra tanto difficile, consentisse che il pontefice trattasse la sospensione dell’armi, convenne col re di Inghilterra e col duca di Borbone: che il duca passasse nel reame di Francia con parte dello esercito che era in Italia; al quale, come avesse passato i monti, pagasse il re di Inghilterra ducati centomila per le spese della guerra del primo mese, restando in arbitrio suo o continuare di mese in mese questa contribuzione o di passare in Francia con esercito potente, per fare guerra dal primo dí di luglio per tutto il mese di dicembre, ricevendo dallo stato di Fiandra tremila cavalli e mille fanti con sufficiente artiglieria e munizione: che ottenendosi la vittoria, si restituisse al duca di Borbone lo stato toltogli dal re di Francia; acquistassesi per lui la Provenza, alla quale pretendeva per la cessione fatta dopo la morte di Carlo ottavo dal duca dell’Oreno ad Anna duchessa di Borbone, la quale tenesse con titolo di re; giurasse, innanzi al pagamento de’ centomila ducati, il re di Inghilterra in re di Francia e prestassegli omaggio, il che non facendo, questa capitolazione fusse nulla; né potesse Borbone trattare, senza consenso di tutti due, col re di Francia: rompesse Cesare la guerra nel tempo medesimo da’ confini di Spagna, e che gli oratori di Cesare e del re di Inghilterra procurassino che i potentati di Italia, per assicurarsi in perpetuo dalla guerra de’ franzesi, concorressino con denari a questa impresa; cosa che riuscí vana, perché il pontefice non solo recusò di contribuire ma dannò espressamente questa impresa, predicendo che non solo non arebbe in Francia prospero successo ma che eziandio sarebbe cagione che la guerra ritornasse in Italia piú potente e piú pericolosa che prima.

La quale confederazione come fu fatta, benché il duca di Borbone, il quale costantemente recusò di riconoscere il re di Inghilterra in re di Francia, confortasse che piú presto si andasse con l’esercito verso Lione per accostarsi al suo stato, nondimeno fu deliberato si passasse in Provenza, per la facilità che arebbe Cesare di mandargli soccorso di Spagna e per servirsi dell’armata che, per comandamento e co’ danari di Cesare, si preparava a Genova. I progressi di questa spedizione furno che Borbone e con lui il marchese di Pescara, dichiarato a quella guerra (perché di ubbidire a Borbone si sdegnava) capitano generale di Cesare, passorno a Nizza; ma con forze molto minori di quelle che erano destinate: perché a cinquecento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri quattromila fanti spagnuoli tremila fanti italiani e cinquemila tedeschi si doveano aggiugnere trecento uomini d’arme dell’esercito di Italia e cinquemila altri fanti tedeschi, ma questi per mancamento di danari non vennono; e il viceré, impotente a soldare nuovi fanti, come era stato deliberato ne’ primi consigli, per opporsi a Michelantonio marchese di Saluzzo (il quale, cacciato del suo stato, era con mille fanti in sulla montagna), riteneva gli uomini d’arme per la guardia del paese. Aggiugnevasi che l’armata di Cesare, una delle principali speranze, guidata da don Ugo di Moncada allievo del Valentino, uomo di pravo ingegno e di pessimi costumi, appariva inferiore alla armata del re di Francia; la quale partita da Marsilia si era fermata nel porto di Villafranca. Entrorno nondimeno nella Provenza; la Palissa la Foglietta Renzo da Ceri e Federigo da Bozzole, capitani del re, perché non aveano forze sufficienti a opporsi si andavano continuamente ritirando. Una parte, camminando allato al mare, spugnò la torre imminente al porto di Tolone, dalla quale furno condotti all’esercito due cannoni. Arrendessi Asais, città, per la sua degnità e perché vi risiede il parlamento, principale della Provenza, e molte altre terre del paese. Desiderava il duca di Borbone che da Asais, discostandosi dal mare, si cercasse di passare il fiume del Rodano, per entrare piú nelle viscere dello stato del re di Francia, mentre che erano deboli le sue provisioni; perché le genti d’arme sue, avendo patito molto e maltrattate ne’ pagamenti dal re, molto esausto di danari e che non aspettava che gli inimici di Lombardia passassino in Francia, erano ridotte in tale disordine che non si potevano cosí presto riordinare; e diffidando, come sempre, della virtú de’ fanti del suo reame era necessitato aspettare, innanzi uscisse in campagna, la venuta di fanti svizzeri e tedeschi: nel quale spazio di tempo pensava Borbone di potere, passando il Rodano, fare qualche progresso importante. Ma altra fu la sentenza del marchese di Pescara e degli altri capitani spagnuoli; i quali per l’opportunità del mare desideravano, come sapevano essere la intenzione di Cesare, che si acquistasse Marsilia, porto opportunissimo a molestare con l’armate marittime la Francia e a passare di Spagna in Italia. Alla volontà de’ quali non potendo repugnare il duca di Borbone, posero il campo a Marsilia; nella quale città era entrato Renzo da Ceri con quegli fanti italiani che da Alessandria e da Lodi erano stati menati in Francia. Intorno a Marsilia dimororno vanamente quaranta dí, perché, benché battessino da piú parti le mura con l’artiglierie e tentassino di fare le mine, nondimeno si opponevano alla spugnazione molte difficoltà: la muraglia assai forte di antica struttura, la virtú de’ soldati, la disposizione del popolo, divotissimo a’ re di Francia e inimicissimo al nome spagnuolo, per la memoria che Alfonso vecchio d’Aragona, ritornando da Napoli con armata marittima in Ispagna, avea all’improviso saccheggiata quella città, la speranza del soccorso cosí dalla parte del mare come perché il re di Francia, venuto in Avignone città del pontefice posta in sul Rodano, raccoglieva continuamente grande esercito. Aggiugnevasi che all’esercito mancavano danari. Mancavano similmente le speranze che il re di Francia, assaltato da altre parti, fusse impedito a volgere a una parte sola tutti i suoi provedimenti: perché il re di Inghilterra, con tutto che appresso a Borbone avesse mandato Riccardo Pacceo, ricusava di pagare i centomila ducati per il secondo mese; meno faceva segni di muovere la guerra nella Piccardia, anzi, avendo ricevuto nell’isola Giovan Giovacchino dalla Spezie mandatogli dal re di Francia, e rispondendo il cardinale sinistramente agli oratori di Cesare, dava dell’animo suo non mediocre sospetto. Né dalla parte di Spagna corrispondeva la potenza alla volontà: perché, avendo le corti di Castiglia (cosí chiamano la congregazione de’ deputati in nome di tutto il regno) negato a Cesare di sovvenirlo di quattrocentomila ducati, come sogliono fare ne’ casi gravi del re, non avea potuto mandare danari all’esercito che era in Provenza, né fare da’ confini suoi contro al re di Francia se non deboli movimenti e di pochissima riputazione. Onde i capitani cesarei, disperati di ottenere Marsiglia e temendo, come il re si accostava, non incorrere in gravissimo pericolo, levorno il campo da Marsilia, il medesimo dí nel quale il re, raccolti seimila svizzeri (la venuta de’ quali aspettando avea tardato), si mosse d’Avignone con tutto l’esercito. Levato il campo da Marsilia, i capitani di Cesare voltorono subito la fronte a Italia, procedendo con grandissima celerità, perché conoscevano in quanto pericolo si ridurrebbono se nel paese inimico si fusse accostato loro o tutto o parte dell’esercito del re di Francia; e da altra parte il re, giudicando d’avere occasione molto opportuna di ricuperare il ducato di Milano per l’esercito potente che avea, perché sapeva essere deboli le cose degli inimici, e perché sperava andando per il cammino diritto dovere essere in Italia innanzi all’esercito che si partiva da Marsilia, deliberò seguitare quel beneficio che la fortuna gli porgeva; la qual cosa manifestò agli uomini suoi con queste parole: - Io ho stabilito di volere, senza indugio, passare in Italia personalmente; qualunque mi conforterà al contrario non solo non sarà udito da me ma mi farà cosa molto molesta. Attenda ciascuno a eseguire sollecitamente quel che gli sarà commesso, o che appartiene all’ufficio suo. Iddio, amatore della giustizia, e la insolenza e temerità degli inimici ci ha finalmente aperta la via di ricuperare quel che indebitamente ci era stato rapito. -

A queste parole corrispose e la costanza nella determinazione e la celerità dell’esecuzione. Mosse subito l’esercito, nel quale erano dumila lancie e ventimila fanti; fuggito il congresso della madre, che da Avignone veniva per confortarlo che non passando i monti amministrasse la guerra per capitani. Commesse a Renzo da Ceri che co’ fanti che erano stati seco a Marsilia salisse in sull’armata e, o per non prestare l’orecchie a’ ragionamenti della concordia o diffidando del pontefice, vietò che l’arcivescovo di Capua, mandato a lui per passare poi a Cesare, procedesse piú oltre, ma che o trattasse seco per lettere, aspettando in Avignone appresso alla madre, o ritornasse al pontefice. E se (come scrisse iattabondo in Italia, presupponendo forse, secondo l’uso di molti, le cose ragionate e disegnate per già fatte o eseguite) avesse col medesimo ardore fatto seguitare gli inimici che si partivano, sarebbe per avventura, con poco sangue e senza pericolo, rimasto vincitore di tutta la guerra. Ma essi disprezzando le molestie date da’ paesani e seguitati da piccole forze del re, procedendo con grandissimo ordine per la riviera del mare si condussono a Monaco; ove rotte in molti pezzi l’artiglierie e caricatele in su’ muli, per condurle piú facilmente, pervennero al Finale: nel qual luogo intesa la mossa del re, raddoppiorno, per essere a tempo a difendere il ducato di Milano, nel quale non erano rimaste forze sufficienti a resistere, quella celerità che prima aveano usata per salvarsi. Cosí, procedendo l’uno e l’altro esercito verso Italia, pervennono, in un dí medesimo, il re di Francia a Vercelli, il marchese di Pescara co’ cavalli e co’ fanti spagnuoli ad Alva; seguitando il duca di Borbone co’ fanti tedeschi per intervallo di una giornata; il quale, non dando spazio di respirare a se stesso, andò il dí seguente da Alva a Voghiera, cammino di quaranta miglia, per andare il prossimo dí a Pavia; ove si congiunse col viceré, venuto da Alessandria, ove avea lasciato alla custodia duemila fanti, con grandissima prestezza, in tempo che già l’esercito del re cominciava a toccare le ripe del Teseno. Quivi consultando tra loro e con Ieronimo Morone delle cose comuni, ebbono il primo pensiero, lasciata sufficiente guardia in Pavia, di fermarsi come l’altre volte aveano fatto in Milano: però ordinorno che subito vi andasse il Morone per provedere alle cose necessarie, e che il duca di Milano, il quale aveano mandato a chiamare, lo seguitasse; essi, lasciato Antonio de Leva a Pavia con trecento uomini d’arme e circa cinquemila fanti, da pochi spagnuoli in fuori, tutti tedeschi, si mossono verso Milano.