Storia d'Italia/Libro XVI/Capitolo X

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Libro sedicesimo
Capitolo decimo

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Il Morone fatto prigione dal marchese di Pescara. Il Pescara, occupato il ducato, costringe i milanesi a giurare fedeltà a Cesare, e cinge con trincee il castello di Milano ove trovasi il duca; timori d’Italia tutta per la potenza di Cesare; come fu giudicato l’operato del marchese di Pescara. Risposta dei veneziani all’inviato di Cesare.


Ma mentre che il cardinale trattava le commissioni del pontefice con Cesare, essendogli data continuamente speranza di desiderata espedizione, succederono in Lombardia effetti molto diversi. Perché essendo il duca di Milano alleggierito in modo della infermità che si teneva per certo che almanco fusse liberato dal pericolo di presta morte, deliberò il marchese di Pescara (il quale per il Castaldo medesimo aveva avuto commissione da Cesare di provedere a questi pericoli, secondo che gli paresse piú opportuno) di impadronirsi del ducato di Milano, sotto colore che il duca, per le pratiche tenute per il mezzo del Morone, era caduto dalle ragioni della investitura, e che il feudo era ricaduto a Cesare supremo signore. Però, essendo il marchese a Novara, benché oppresso da non piccola infermità, e avendo una parte dello esercito in Pavia, i tedeschi alloggiati appresso a Lodi (le quali due città aveva fatte fortificare), chiamò inaspettatamente a Novara il resto delle genti che alloggiavano nel Piemonte e nel marchesato di Saluzzo, il quale quasi subito dopo la vittoria avevano occupato; e sotto specie di volere compartire gli alloggiamenti per tutto lo stato di Milano, chiamò a Novara il Morone, nella persona del quale si può dire che consistesse la importanza d’ogni cosa; perché era certo che, come egli fusse fatto prigione, il duca di Milano, spogliato d’uomini e di consiglio, non farebbe resistenza alcuna; dove, se fusse libero, poteva dubitare che, con lo ingegno con l’esperienza con la riputazione, difficultasse molto i suoi disegni. Era ancora necessario che Cesare avesse in potestà sua la persona del Morone, stato autore e instrumento di tutte le pratiche, per potere col suo processo giustificare le imputazioni che si davano al duca di Milano. Non è cosa alcuna piú difficile a schifare che il fato, nessuno rimedio è contro a’ mali determinati. Poteva già conoscere il Morone che la pratica tenuta col marchese di Pescara era vana; sapeva di essere in grandissimo odio appresso a tutti i soldati spagnuoli, tra i quali già molte cose della sua infedeltà si dicevano; e che Antonio de Leva publicamente minacciava di farlo ammazzare; non è credibile non considerasse la importanza della sua persona, che non vedesse in che grado si trovava il duca di Milano, inutile allora e quasi come morto; tra loro, già molti dí innanzi, era ogni cosa sospesa e piena di sospizione: ognuno lo confortava a non andare, egli medesimo ne stette ambiguo. Nondimeno, o avendo ancora occupato l’animo dalle simulazioni e dalle arti del marchese o facendo fondamento nella amicizia grande che gli pareva avere contratta con lui, o confidandosi della fede la quale disse poi avere avuta per una sua lettera, o per dire meglio tirato da quella necessità, che trascina gli uomini che non vogliono lasciarsi menare, si risolvé di andare quasi a una carcere manifesta: cosa a me tanto piú maravigliosa quanto mi restava in memoria avermi il Morone detto piú volte nello esercito, al tempo di Leone, non essere uomo in Italia né di maggiore malignità né di minore fede del marchese di Pescara. Fu ricevuto da lui benignamente; e soli, in camera, parlorono delle prime pratiche e di ammazzare gli spagnuoli e Antonio de Leva, ma in luogo che Antonio, che dal marchese era stato occultato dietro a uno panno d’arazzo, udiva tutti i ragionamenti; dal quale, partito che fu dal marchese, che fu il quartodecimo dí di ottobre, fu fatto prigione e mandato nel castello di Pavia. Nel quale luogo andò il marchese proprio a esaminarlo sopra quelle cose che insieme avevano trattate; messe in processo tutto l’ordine della congiurazione, accusando il duca di Milano come conscio di ogni cosa; che era quello che principalmente si cercava.

Incarcerato il Morone, il marchese, in mano del quale erano prima Lodi e Pavia, ricercò il duca che per sicurtà dello stato dello imperadore gli facesse consegnare Cremona e le fortezze di Trezzo, Lecco e Pizzichitone, che per essere in su il passo di Adda sono tenute le chiavi del ducato di Milano; promettendo, avute queste, di non innovare piú altro: le quali il duca, trovandosi ignudo di ogni cosa, abbandonato di consiglio e di speranza, gli fece subito consegnare. Avute queste, ricercò piú oltre di essere ammesso in Milano (diceva) per parlare seco; che gli fu consentito con la medesima facilità: ed entrato che fu in Milano, gli mandò a fare instanza che gli facesse consegnare il castello di Cremona; e che non ricercava il medesimo di quello di Milano per non essere dimanda conveniente, poi che vi era dentro la sua persona, ma che dimandava bene che, per sicurtà dello esercito di Cesare, il duca consentisse che il castello fusse serrato con le trincee. Dimandò ancora che gli desse in mano Gian Angelo Riccio suo segretario e Poliziano segretario del Morone, acciò che si potessino esaminare sopra le imputazioni che erano date a lui di avere macchinato contro a Cesare. Alle quali dimande rispose il duca che teneva le castella di Milano e di Cremona in nome e a instanza di Cesare, al quale era stato sempre fedelissimo vassallo, e che non le voleva consegnare ad alcuno se prima non intendeva la sua volontà; la quale per intendere chiaramente gli manderebbe subito uno uomo proprio, pure che il marchese gli concedesse sicurtà di passare; e che non gli pareva onesto consentire di essere, in questo mezzo, serrato in castello; dalla quale violenza si difenderebbe in qualunque modo potesse. Avere bisogno per sé di Gian Angelo, per essere egli instrutto di tutte le cose sue importanti, né essere per allora appresso a sé altro ministro; e avere anche maggiore necessità di quello del Morone per poterlo presentare innanzi a Cesare, e giustificare con questo mezzo che, nella infermità sua, il padrone aveva fatto in suo nome, senza saputa sua, molte espedizioni che gli potrebbono essere di carico, se con questo mezzo non giustificasse la innocenza sua; e che le pratiche del Morone erano diverse e separate dalle pratiche sue. Lo effetto fu che, dopo molte repliche e protesti fatti da l’uno a l’altro per scrittura, il marchese costrinse il popolo di Milano a giurare fedeltà allo imperadore contro alla volontà sua, e con incredibile dispiacere di tutti messe per tutto lo stato officiali in nome di Cesare, e cominciò con le trincee a serrare il castello di Cremona e quello di Milano; nel quale il duca, con grandissimi conforti e speranze di soccorso dategli dal pontefice e da’ viniziani, era risoluto di fermarsi, avendovi seco ottocento fanti eletti, e messevi quelle vettovaglie che comportò la brevità del tempo. Né mancò di impedire, quanto potette, con l’artiglierie che e’ non si lavorasse alle trincee; le quali si lavoravano dalla parte di fuora, col fosso piú lontano dal castello che non aveva fatto Prospero Colonna. Spaventò, e ragionevolmente, l’occupazione del ducato di Milano Italia tutta; la quale conosceva andarne in manifesta servitú ogni volta che Cesare fusse padrone di Milano e di Napoli; e sopra tutti afflisse il pontefice, vedendo scoperte quelle pratiche con le quali aveva trattato non solo di assicurare Milano ma ancora di distruggere l’esercito di Cesare e torgli il regno di Napoli. Al marchese di Pescara conciliò forse grazia appresso a Cesare, ma nel cospetto di tutti gli altri eterna infamia; non solo perché restò nella opinione della maggiore parte che da principio avesse avuto intenzione di mancare a Cesare, ma ancora perché, quando gli fusse stato sempre fedele, parve cosa di grande infamia che avesse dato animo agli uomini, e allettatigli con tanta arte e con tante fraudi a fare pratiche seco, per avere occasione di manifestargli, e farsi grande de’ peccati d’altri procurati con le lusinghe e con l’arti sue.

Difficultò questa innovazione la speranza della concordia la quale si trattava per il protonotario Caracciolo col senato viniziano, ridotta già in termini che pareva propinqua alla conclusione, di rinnovare la prima confederazione con le medesime condizioni e di pagare a Cesare, per ricompensazione della omissione del passato, ottantamila ducati; escluse in tutto le dimande di contribuire in futuro con danari, e di restituire i fuorusciti di Padova e dell’altre terre che avevano seguitato Massimiliano. Ma il caso sopravenuto di Milano empié quello senato di grandissima perplessità, essendo da una parte molestissimo restare soli in Italia contro a Cesare, con pericolo che, come minacciava il marchese di Pescara di volere fare, la guerra non si trasferisse nel loro dominio (e già ne appariva qualche preparazione), da altra, non manco, di accrescere col loro accordo la facilità a Cesare di insignorirsi totalmente di quel ducato; il quale, aggiuntogli a tanti stati e a tante altre opportunità, era la scala di soggiogare loro con tutto il resto d’Italia. Né cessava di confortargli al medesimo efficacemente il vescovo di Baiosa, mandato da madama la reggente per trattare la unione sua con gli italiani contro a Cesare; nel quale frangente le consulte loro erano spesse ma dubbie, e piene di varie opinioni; e se bene lo accettare l’accordo fusse piú conforme alla consuetudine loro, perché rimoveva i pericoli presenti, donde potevano sperare nella lunghezza del tempo e nelle occasioni che possono aspettare le republiche, le quali a comparazione de’ príncipi sono immortali, pure pareva anche loro troppo importante che Cesare si confermasse nello stato di Milano, e che i franzesi restassino esclusi di ogni speranza di avere alcuna congiunzione in Italia. Però, determinati finalmente di non si obligare a cosa alcuna, risposono al protonotario Caracciolo che i progressi loro passati facevano fede a tutto il mondo (ed egli ancora, che si era trovato a conchiudere la confederazione, ne era buono testimonio) quanto avessino sempre desiderato la amicizia di Cesare, col quale si erano collegati in tempo che lo accostarsi loro a’ franzesi sarebbe stato, come sapeva ciascuno, di grandissimo momento; e che sempre avevano perseverato e ora piú che mai perseveravano nella medesima disposizione; ma che di necessità gli teneva sospesi il vedere che in Lombardia si fusse fatta innovazione di tanta importanza, e massime ricordandosi che e la confederazione loro con Cesare e tanti altri movimenti, che si erano fatti a questi anni in Italia, non avevano avuto altro fine che il volere che il ducato di Milano fusse di Francesco Sforza, come fondamento necessario alla libertà d’Italia e alla sicurtà universale: e però pregare Sua Maestà che, imitando in questo caso se medesima e la sua bontà, volesse rimuovere questa innovazione e stabilire la quiete d’Italia come era in potestà sua di fare, perché gli troverebbe sempre dispostissimi, e con l’autorità e con le forze, a seguitare questa santa inclinazione; né gli darebbono mai causa che da loro avesse a desiderare uffizio alcuno cosí al proposito del bene universale come degli interessi suoi particolari. La quale risposta essendo senza speranza alcuna di conclusione non partorí però rottura di guerra, perché e lo aggravare tutto dí la infermità del marchese di Pescara e il desiderio di insignorirsi prima di tutto lo stato di Milano e di stabilire bene quello acquisto, e il volere prima Cesare risolvere tante altre cose che aveva in mano, non lasciava dare principio a impresa di tanto momento.