Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo V

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Libro diciottesimo
Capitolo quinto

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Sfiducia del pontefice per l’esito della guerra e per gli scarsi aiuti del re di Francia e degli altri collegati; suoi timori per Firenze e per lo stato della Chiesa; suoi accordi con i rappresentanti di Cesare. Incauti provvedimenti del pontefice, troppo fiducioso negli accordi conchiusi; ostinazione dell’esercito imperiale nel volere seguitare la guerra. Inosservanza della tregua da parte dell’esercito imperiale. Il viceré, rassicurato il pontefice, tratta a Firenze con inviati del Borbone.


In questo stato essendo da ogni banda ridotte le cose, il pontefice, invilito per non avere denari (alla quale difficoltà non voleva porre rimedio col creare nuovi cardinali), invilito per non succedere secondo i primi disegni la impresa del regno, perché già le genti sue per mancamento di vettovaglia si erano ritirate a Piperno, invilito perché le provisioni de’ franzesi amplissime di parole riuscivano, ogni dí piú, scarsissime di effetti, come continuamente avevano fatto dal primo dí insino all’ultimo di tutta la guerra. Perché, oltre alla tardità usata per il re in mandare il primo mese della guerra i quarantamila ducati, in espedire le cinquecento lancie e l’armata marittima, oltre al non avere voluto rompere, come era obligato, la guerra di là da’ monti, disegnato per uno de’ fondamenti principali di ottenere la vittoria, mancò eziandio nelle promesse fatte quotidianamente. Aveva promesso di pagare al pontefice, oltre alla contribuzione ordinaria, ventimila ducati ciascuno mese, perché rompesse la guerra al reame di Napoli; ed essendo dipoi succeduta la tregua fatta per lo insulto di don Ugo e de’ Colonnesi, confortandolo a non osservare la tregua, gli aveva riconfermato la medesima promessa, per servirsene o per la guerra di Napoli o per la difesa propria, e mandargli Renzo da Ceri, venuto appresso a lui per la difesa di Marsilia in grande estimazione: le quali cose, benché promesse insino al quinto dí di ottobre, si differirono tanto, per la tardità loro per i pericoli terrestri e per gli impedimenti del mare, che Renzo non prima che ’l quarto dí di gennaio arrivò a Roma senza danari, e dieci dí poi arrivorono ventimila ducati; de’ quali avendone ritenuti Renzo quattromila per le spese fatte da sé e sua pensione, diecimila per la impresa dello Abruzzi, soli seimila ne pervennono nel pontefice: il quale sotto queste promesse aveva, quasi tre mesi innanzi, rotta la tregua. Promesse il re di pagargli per la concessione della decima, fra otto dí, scudi venticinquemila e trentacinquemila altri fra due mesi; ma di questi non ricevé mai il pontefice se non novemila portati da Robadanges. Partí dal re di Francia, il duodecimo dí di febbraio, Pagolo d’Arezzo; al quale, per dare maggiore animo alla guerra, promesse, oltre a tutti i predetti, ducati ventimila: i quali, mandati dietro a Langes non passorono mai Savona. Era obligato il re per i capitoli della confederazione a mandare dodici galee sottili; diceva averne mandate sedici, ma il piú del tempo tanto male provedute e senza uomini da porre in terra che non partivano da Savona: le quali se, nel principio che si roppe la guerra contro al reame di Napoli, si fussino congiunte subito con le galee del pontefice e de’ viniziani, arebbono, secondo il giudicio comune, fatto grandissimi progressi. L’armata de’ grossi navili, certamente molto potente, benché molte volte promettesse mandarla verso il regno, per quale si fusse cagione, non si discostò mai dalla Provenza o da Savona; e dopo avere concorso a dare due paghe a’ fanti del marchese di Saluzzo, concordò co’ viniziani, i quali tenevano minore numero di gente che quelle alle quali erano obligati, che ’l pagamento loro si traesse della contribuzione de’ quarantamila ducati. E i conforti e gli aiuti del re di Inghilterra erano troppo lontani e troppo incerti. Vedeva i viniziani tardi ne’ pagamenti delle genti; per colpa de’ quali i fanti di Saluzzo e i svizzeri, che alloggiavano in Bologna, erano quasi inutili. Spaventavano le variazioni e il modo del procedere del duca d’Urbino, per la quale [cosa] conosceva non si avere a fare ostacolo alcuno che l’esercito imperiale non passasse in Toscana; donde, per la mala disposizione del popolo fiorentino, per lo avere i cesarei aderente la città di Siena, comprendeva cadere in gravissimo pericolo lo stato di Firenze ed eziandio quello della Chiesa. Queste ragioni lo commosseno: benché dopo molte pratiche e fluttazioni di animo, perché conosceva anche quanto fusse pernicioso e pericoloso il separarsi da’ collegati e rimettersi alla discrizione degli inimici. Nondimeno, non essendo aiutato a bastanza da altri né volendo aiutarsi quanto arebbe potuto da se medesimo, e prevalendo in lui il timore piú presente, né sapendo fare con l’animo resistenza alle difficoltà e a’ pericoli, [si risolvé] ad accordare col Fieramosca e con Serone, che erano in Roma per questo effetto in nome del viceré, di sospendere l’armi per otto mesi, pagando allo esercito imperiale sessantamila ducati: restituissensi le cose tolte della Chiesa e del regno di Napoli e de’ Colonnesi, e a Pompeio Colonna la degnità del cardinalato, con l’assoluzione dalle censure (delle quali condizioni niuna fu piú grave al pontefice, e alla quale condiscendesse con maggiore difficoltà): e avessino facoltà il re di Francia e i viniziani a entrarvi fra certo tempo; nel quale entrandovi, uscissino i fanti tedeschi di Italia; non vi entrando, uscissino dello stato della Chiesa ed eziandio di quello di Ferrara: pagassensi quarantamila ducati a’ ventidue del presente, il resto per tutto il mese; e che il viceré venisse a Roma: il che al papa pareva quasi uno assicurarsi della osservanza di Borbone.

Fatto l’accordo, si richiamorono subito da ciascuna delle parti tutte le genti e l’armata del mare, e si restituirono le terre occupate, procedendo il pontefice con buona fede alla osservanza (le condizioni del quale erano molto superiori nel regno di Napoli); ma all’Aquila i figliuoli del conte di Montorio, diffidando potervi stare sicuri altrimenti, liberorono il padre, il quale subito, col favore della fazione imperiale, ne scacciò i figliuoli e la fazione avversa. Arrivò poi il viceré a Roma; per la venuta del quale il pontefice, giudicandosi assicurato del tutto della osservanza della concordia, licenziò con pessimo consiglio tutte le genti che nelle parti di Roma erano agli stipendi suoi, riservandosi solamente cento cavalli leggieri e dumila fanti delle bande nere: dandogli a questo maggiore animo il persuadersi che il duca di Borbone fusse inclinato alla concordia, per le difficoltà che aveva a procedere nella guerra (perché sempre aveva dimostrato a lui desiderarla) e per una sua lettera al viceré, intercetta dal luogotenente, per la quale lo confortava a concordare col pontefice quando si potesse farlo con onore di Cesare. Al quale ritornò, pochi dí dopo la giunta del viceré, a significare le cose fatte e a trattare della pace [il generale di San Francesco].

Ma molto diversamente procedevano le cose intorno a Bologna: perché avendo il pontefice, subito dopo la stipulazione della tregua, espedito Cesare Fieramosca a Borbone perché approvasse la concordia, e ricevuto che avesse i danari levasse l’esercito del territorio della Chiesa, si scopersono, forse in Borbone ma senza dubbio ne’ soldati, infinite difficoltà, dimostrandosi ostinati a volere seguitare la guerra, o perché s’avessino proposto speranza di grandissimo guadagno o perché i danari promessi del pontefice non bastassino a sodisfargli di due paghe; e però molti credettono che se fussino stati centomila ducati arebbono facilmente accettata la tregua. Quel che ne fusse la cagione certo è che, dopo la venuta del Fieramosca, non cessavano di predare il bolognese come prima e fare tutte le dimostrazioni degli inimici; e nondimeno Borbone, il quale faceva fare le spianate verso Bologna, e il Fieramosca davano speranza al luogotenente che non ostante tutte le difficoltà l’esercito accetterebbe la tregua, affermando Borbone essere necessitato a fare le spianate per intrattenere l’esercito con la speranza del procedere innanzi, insino a tanto l’avesse ridotto al desiderio suo, il quale era di conservarsi amico del pontefice. E nondimeno, nel tempo medesimo, venivano, per ordine del duca di Ferrara, allo esercito provisioni di farine guastatori carri polvere e instrumenti simili; il quale si gloriò poi né i danari dati loro né tutti questi aiuti passare il valore di sessantamila ducati. E da altra parte, il duca di Urbino, simulando di temere che quello esercito, accettata la tregua, non si volgesse al Pulesine di Rovigo, ritirò le genti viniziane di là dal Po a Casale Maggiore.

Stettono cosí sospese le cose otto dí. Finalmente, o perché questa fusse stata sempre la intenzione del duca di Borbone o perché non fusse in potestà sua comandare all’esercito, scrisse Borbone al luogotenente che la necessità lo costrigneva, poiché non poteva ridurre alla volontà sua i soldati, di camminare innanzi; e cosí mettendo a esecuzione andò, il dí seguente che fu l’ultimo dí di marzo, ad alloggiare al ponte a Reno, con tanto ardore della fanteria che venendo nel campo uno uomo mandato dal viceré per sollecitare Borbone che accettasse la tregua sarebbe, se non si fusse fuggito, stato ammazzato dagli spagnuoli. Ma maggiore fu la dimostrazione contro al marchese del Guasto; il quale, essendosi partito dallo esercito per andare nel reame di Napoli, mosso o da indisposizione della persona o per non contravenire, secondo che scrisse al luogotenente, alla volontà di Cesare come gli altri, o da altra cagione, fu bandito dallo esercito per rebelle. Per la venuta del duca di Borbone al ponte a Reno, il marchese di Saluzzo e il luogotenente, essendo già certi che gli inimici andavano verso la Romagna, lasciata una parte de’ fanti italiani alla guardia di Bologna, non senza difficoltà di condurre i svizzeri (per il pagamento de’ quali fu necessitato il luogotenente prestare a Giovanni Vitturio diecimila ducati), si indirizzorono, la notte medesima, col resto dello esercito a Furlí, dove entrorono il terzo dí di aprile, lasciato in Imola presidio sufficiente a difenderla. Sotto la quale città passò, il quinto dí, il duca di Borbone per alloggiare piú basso sotto la strada maestra. Ma come a Roma pervenne la certezza che Borbone non aveva accettata la tregua, il viceré, dimostrandone grandissima molestia, e persuadendosi che, secondo aveva ricevuto gli avvisi primi, procedesse perché fusse necessaria maggiore somma di danari, mandò uno suo uomo a offerire, di piú, ventimila ducati, quali pagava delle entrate di Napoli; ma dipoi, inteso essere stato in pericolo, partí il terzo dí d’aprile da Roma per abboccarsi con Borbone, avendo promesso al pontefice che costrignerebbe Borbone ad accettare la tregua, se non con altro modo, col separare da lui le genti d’arme e la maggiore parte de’ fanti spagnuoli. Ma arrivato a sei dí in Firenze, si fermò quivi per trattare con uomini mandati da Borbone, come in luogo piú opportuno; essendo già certo non si potere fermare lo esercito se non pagandogli molto maggiore somma di denari, e avendo questi a pagarsi da’ fiorentini, sopra i quali il pontefice aveva lasciato tutto il carico di provedervi.