Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo III/Europa

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[p. 70 modifica]22. Europa — Astrazione fatta da alcune parti della regione italiana e dalla penisola spagnuola, che gli Arabi conobbero per le loro conquiste, dalla Francia e dalla Gran Bretagna, di cui potevano avere alcuna notizia sia dagli scritti dei geografi greci e romani e da quelli latini del Medio Evo, sia dalle relazioni di viaggiatori loro connazionali, tra cui Edrisi, convien dire che la geografia degli Arabi è estremamente povera di nozioni precise sulla nostra parte del mondo. Che il loro commercio si estendesse dal Turchestan e dalla Persia sino alle rive del Baltico ed alla Scandinavia, è provato dalle molte [p. 71 modifica]monete arabe trovate dai distretti inferiori del Volga sino alla città norvegese di Christiansand. Con ciò si spiega il cenno che il geografo Jaqut (primi anni del secolo XIII) fa delle città di Schleswig e di Bergen. Edrisi, al quale sono famigliari i nomi attuali della Danimarca, della Norvegia, della Svezia e del Finnmark, aveva attinte le notizie relative a questi diversi paesi dalle fonti nord-europee che egli aveva potuto consultare alla Corte del re Ruggero in Palermo. Del che abbiamo una prova nella sua Carta mondiale, nella quale il paese dei Kveni nella Lapponia è designato come un’isola delle Amazzoni, ricordo dell’isola delle Donne (insula foeminarum) di cui in Adamo di Brema. Ignorando la natura peninsulare della Scandinavia, i geografi arabi facevano del Baltico un mare dipendente dall’Oceano glaciale artico: il nome più usato per indicare quel mediterraneo è Warank o mare dei Vareghi. Nell’interno del Finnmark, il paese detto da Edrisi Tebest corrisponde al Tavast (depressione, avallamento) degli Svedesi, dal che possiamo dedurre che le cognizioni geografiche degli Arabi si estendevano sino a quelle lontane regioni dell’alto Nord Europeo. Il popolo più settentrionale nell’Europa orientale è designato dagli stessi geografi col nome di Wisu, ed in generale questa denominazione comprendeva tutte le numerose tribù finniche stanziate nella Russia settentrionale, dagli Urali al Baltico ed all’istmo di Lapponia. Con queste famiglie gli Arabi mantenevano pure estese relazioni di commercio, come lo dimostrano le molte monete trovate nella regione della Pesciora: ché anzi, persino là ove si uniscono le acque dell’Ob e dell’Irtisce (Siberia occidentale), e così nel paese degli Ostiachi, fu trovato uno specchio metallico con iscrizioni arabe che datano dal X o dall’XI secolo.

Nelle relazioni commerciali tra il Turchestan (bacino dell’Amudaria) ed i paesi del Baltico, servivano quali mediatori i Bulgari o Wolgari, popolo linguisticamente finnico, stabilito nel bacino del Volga. A valle della confluenza della Kama era situata la loro città capitale, Bulgar, che Jaqut descrive come costrutta di legno di abete, tranne le sole mura esterne che [p. 72 modifica]erano di quercia. E Kaswini (secolo XIV) dice che la contrada dei Bulgari si inoltra molto verso settentrione; che nell’inverno il giorno non vi dura più di cinque ore, talchè non rimane tempo sufficiente per le quattro preghiere regolari e le cerimonie che le accompagnano. Nel che concorda anche Ibn Batuta, il quale racconta, che, trovandosi a Bulgar nel cuore della state, le notti vi erano tanto brevi che, prima di aver finita la preghiera del tramontar del sole, giungeva il tempo di quella della sera che egli era costretto a recitare frettolosamente; a questa succedeva la preghiera della mezzanotte e quella detta El Vitr, ma, prima che questa finisse, già spuntava la luce dell’aurora.

La contrada intorno al Volga inferiore era chiamata dagli Arabi Khazaria, dal popolo dei Khazari, affine ai Bulgari, che dimorava nelle vaste pianure a settentrione del Caucaso e del Mar Caspio, ed aveva toccato il sommo della sua potenza nel nono secolo. La capitale del regno dei Khazari era posta sul Volga e portava, come questo fiume, il nome di Itil. La sua posizione non venne ancora determinata con precisione, e lo stesso è a dire della città di Sarai, pure sul Volga, la quale, dopo la distruzione del regno dei Khazari, divenne la residenza principale degli Usbechi del Kipciak, e, secondo quanto dice Ibn Batuta, era situata al disopra di Astracan (Hadsch-Terscian) e alla distanza di tre giornate di viaggio da questo luogo.

Del resto, quanto poco noto fosse l’interno della Russia si deduce da che i geografi arabi ammettevano che il mare dei Vareghi (Baltico) fosse unito col Ponto per mezzo di un fiume o canale, e davano all’Itil o Volga due imboccature, l’una nel Mar Caspio, l’altra nel mare di Azov, nel quale errore essi furono probabilmente condotti dal racconto di una spedizione di 50 mila Russi nell’anno 913, la quale, con 500 imbarcazioni risalendo il Don, giunse al Volga dopo avere attraversato l’istmo di Zarizin nello stesso modo usato ancora in oggi nell’America settentrionale dai commercianti di pelliccie, i quali passano da un fiume ad un altro vicino, trasportando le loro barche a dorso [p. 73 modifica]d’uomo attraverso le piccole ondulazioni di terreno conosciute col nome di portages1.


Note

  1. Si legge nella relazione del viaggio di Luca Tarigo, genovese:«Era l’anno 1374, quando egli armò una fusta sottile e bassa, e, attraversata la palude Meotide, entrò nel Tanai spingendosi contro corrente fino a quel punto ove il terreno che separa quel fiume dal Volga o Edil non è più largo di 50 in 60 miglia. Quivi, aiutato dai sui rematori come lui arditi, tirò a terra la fusta, e, caricatala sopra le spalle a guisa d’un cassone, dopo alquante posate la rimise in acqua all’opposta riva del Volga».