Storia della geografia e delle scoperte geografiche (parte seconda)/Capitolo VI/Indie Orientali

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Indie Orientali

../Tebet e Giappone ../Africa orientale IncludiIntestazione 26 maggio 2019 75% Da definire

Capitolo VI - Tebet e Giappone Capitolo VI - Africa orientale

[p. 118 modifica]36. Indie Orientali. — Nell’anno 1285, come egli stesso lasciò scritto, Marco Polo visitò, per ragioni di governo, il paese di Ciamba o Ziamba distante 1500 miglia dal porto di Zaiton, e corrispondente, prima del secolo XIV, a tutta la Cocincina sino al Tong-King. Il nome di Iava o Giava è dato, nel Testo, a due grandi isole dell’arcipelago delle Indie orientali. La prima, situata a 1500 miglia dal paese di Ciamba nella direzione di mezzodì scirocco (Sud-sud-est), è, a detta dei marinari, la più grande isola del globo, imperocchè gira di circuito più di 3000 miglia. La seconda, detta Iava minore si innalza a sud-est dell’isola di Pentam (Bintang, al sud della penisola di Malacca) e alla distanza di 100 miglia: essa è posta tanto verso le parti di mezzogiorno, che la Stella Tramontana non si può vedere nè poco nè assai. La breve distanza della Iava minore da Pentam dimostra che quell’isola del Testo è Sumatra la quale inoltre, tagliata quasi per mezzo dalla linea equinoziale, si avanza a mezzodì sino al di là del 5° parallelo australe, ed esclude l’ipotesi che si tratti della vera Giava. Questa [p. 119 modifica]ultima poi non si potrebbe identificare colla Iava maggiore, perchè, anche prescindendo dalla sua grandezza che è di molto inferiore a quella accennata dal Polo, la menzione che questi fa della posizione meridionale della lava minore ci induce a ritenere che a maggior ragione egli avrebbe detto lo stesso della vera Giava, la quale si innalza tra il 5° ed il 10° parallelo australe. Tuttavia, siccome degli otto regni dell’isola Sumatra, quello di Samara, nel quale Marco Polo dovette, per causa del tempo cattivo, trattenersi per ben cinque mesi, era situato talmente a mezzogiorno, che, come egli stesso ripete, «la Tramontana quivi ancora non si vede, nè si veggono anche le stelle che sono nel carro», così pare che la spedizione, anzichè per lo stretto di Malacca, entrasse dal mare della Cina nell’alto Oceano Indiano mediante lo stretto della Sonda: nel qual caso la Giava maggiore si potrebbe identificare colla vera Giava. La quale ipotesi troverebbe anche valido appoggio nella distanza di 1500 miglia che, secondo il viaggiatore veneziano, separa il paese di Giamba dalla prima delle due Giave. Prima di abbandonare questa parte del Libro non sarà inutile ricordare quanto dice Marco Polo del Rinoceronte e del Sago, trattando dei regni di Basma e di Fanfur nella stessa isola di Sumatra. «Hanno (quelli di Basma), molti elefanti selvatichi e leoncorni (rinoceronti) che sono molto minori degli elefanti, simili ai bufali nel pelo, e li loro piedi sono simili a quelli degli elefanti. Hanno un corno in mezzo del fronte, e nondimeno non offendono alcuno con quello, ma solamente con la lingua e con le ginocchia, perchè hanno sopra la lingua alcune spine lunghe e aguzze, e quando vogliono offendere alcuno lo calpestano con le ginocchia, e lo deprimono, poi lo feriscono con la lingua. Hanno il capo come d’un cinghiale, e portano il capo basso verso la terra, e stanno volentieri nel fango, e sono bruttissime bestie, e non sono tali, quali si dicono essere nelle parti nostre, che si lasciano prendere dalle donzelle, ma è tutt’il contrario». E, intorno al sago, si legge, nel capitolo XVI del Libro 3°, «In questa provincia (di Fanfar) cavano farina d’arbori, poichè hanno una sorte d’arbori grossi [p. 120 modifica]e lunghi, alli quali levatali la prima scorza, che è sottile, si trova poi il suo legno grosso intorno intorno per tre dita, e tutta la midolla di dentro è farina come quella del carvolo. E mettesi questa farina in mastelli pieni d’acqua, e menasi con un bastone entro all’acqua; allora la semola e le altre immondizie vengono di sopra, e la pura farina va al fondo. Fatto questo, si getta via l’acqua, e la farina purgata e mondata che rimane si adopera, e si fanno di quella lasagne e diverse vivande di pasta, delle quali ne ha mangiate più volte il detto M. Marco, e ne portò seco alcune a Venezia, qual’è come il pane d’orzo, e di quel sapore».

Lasciata la Giava minore. Marco Polo toccò a 150 miglia verso settentrione le isole Nocueran (Nicobar) e Angaman (Andamane), l’una e l’altra popolate da famiglie immerse nella più selvaggia barbarie. H viaggiatore parla quindi dell’isola Zeilan (Taprobane degli antichi, Ceylon), alla quale si giunge da Andaman dopo una navigazione di «mille miglia per ponente, e alquanto meno verso garbino». Il circuito di quest’isola è di 2400 miglia, ma, osserva Marco Polo, anticamente era ben maggiore, perchè girava attorno attomo ben 3600 miglia, secondo che si trova nei Mappamondi dei marinari di quei mari. La causa di questa diminuzione, secondo lui, è il vento di tramontana, il quale vi soffia con tanto impeto da corrodere parte di quei monti, i quali però sono caduti e sommersi in mare. Di Zeilan vanta specialmente le pietre preziose, tra cui i rubini, gli zaffiri, i topazi, le ametiste.

Al di là di Zeilan, e alla distanza di 60 miglia verso ponente, è la grande provincia di Màbar. La baia o, come dice Marco Polo, il golfo1 compreso tra l’isola e il continente, non è profondo più di 10 o 12 passi, e in alcuni luoghi anzi non più di due: in esso si fa grande pesca di grosse perle. A tutta [p. 121 modifica]evidenza sì tratta qui della Baia di Manaar, da grandissimo tempo rinomata per i suoi banchi di perle.

A 500 miglia al nord del Mabar è il regno di Murfili o Monsul: nelle montagne di questo paese si trovano molti diamanti, perchè, «quando piove l’acqua discende da quelle montagne con tanto impeto e mina per le rupi e caverne, e poi ch’è scorsa l’acqua, gli uomini vanno cercando i diamanti per i fiumi, e ne trovano molti». Dalla provincia di Lak o Lar, a ponente del Mabar, hanno origine i bramini che il Polo, trattando del Mabar, descrive non solamente come la casta religiosa, ma eziandio come gli uomini savi e negromanti del paese: senza il loro aiuto sarebbe impossibile di aver buon successo nella pesca delle perle, essi soli avendo il potere di comandare ai mostri del mare. La città di Cael (Caver nel testo magliabechiano, donde si sarebbe tratti a porla sulle sponde del Caveri) è importante per commercio, poichè ad essa mettono capo tutte le navi che vengono da ponente, e specialmente da Ormus, Chisi, Adem e dall’Arabia. In questa città di Cael, come in tutta l’India, è uso di masticare la foglia del tambul o tetre (betel) mescolata con canfora, con altre spezie odorifere ed anche con calce viva. H regno di Coulam, a 500 miglia dal Mabar verso garbino, è ricchissimo di verzino, di pepe, dì indaco: molte bestie vi si trovano diverse da tutte le altre del mondo, come leoni tutti neri e pappagalli di più sorta, alcuni bianchì come neve, altri rossi, altri azzurri. La provincia dì Cumari (Kumàrin, onde il nome di capo Comerino, che vale capo del Fanciullo o capo di Cumara, che si dà alla estremità meridionale del Dekhan), è già abbastanza al nord dell’equatore, perchè la stella di tramontana sì trovi un poco al disopra del suo orizzonte. Alla parte sud-ovest del Dekhan corrisponde il regno di Deli, i cui porti erano frequentati da navi di ogni nazione, tra cui quelle stesse del lontanissimo Mangi. Più al nord della provincia di Cumara è il grandissimo regno di Malabar: la stella tramontana vi appare qui alta due braccia sopra la terra, mentre in Cumara l’altezza della medesima stella è appena di un cubito. Il commercio dì [p. 122 modifica]Malabar è attivissimo, dall’una parte col paese di Mangi, dall’altra colle regioni dell’occidente e specialmente con Aden: prodotti peculiari di quella regione sono il pepe, lo zenzero, il cubebe e le noci d’India. Lo stesso paese si estende a settentrione sino al Gussserat, oltre il quale Marco Polo menziona ancora, nell’India, i regni di Canam, di Gambata, di Servenaih e di Chesmacoran, l’ultima provincia dell’India maggiore.


Note

  1. E tale si potrebbe chiamare la baia di Manaar, giacchè alla sia entrata settentrionale è pressochè chiusa da una serie di isolette e di scogli che paiono formare la linea di unione tra Ceylon e la parte sudest della penisola del Dekhan.