Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro II/Capo X

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Capo X - Arti liberali

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Capo X.

Arti liberali.

I. Abbiamo già altre volte e fin dal principio di quest’opera osservato che le scienze e le arti sembrano darsi vicendevolmente la mano, e che non possono le une o sorgere a più felice stato, o decadere miseramente, senza che la medesima sorte incontrino ancor le altre. Ciò che ora siamo per dire intorno allo stato in cui furono a quest’epoca le arti liberali, confermerà vie maggiormente la nostra, o, a dir meglio, la comune opinione. Le scienze erano in un rovinoso decadimento: pochi ne erano i coltivator tra’ Romani; e. que’ medesimi che pure le coltivavano, parte pel corrompimento della lingua latina, parte pel vizioso gusto da’ sofisti greci introdotto, parte ancora per l’infelice condizione de’ tempi torbidi e sconvolti, nol facevano comunemente che con poco felice successo. Non altrimenti avvenne delle arti. L’erudito Winckelmann saggiamente riflette (Hist. (de l’Art, t. 2, p. 314) che il tempo degli Antonini fu per l’arte ciò che esser suole in una mortal malattia quell’apparente miglioramento che precede la morte, o come la più viva luce istantanea che gitta una candela quando è vicina ae’estinguersi. In fatti a’ tempi di Antonino e di Marco Aurelio molte grandiose fabbriche sorsero in Roma e altrove; e alcune statue ed altri lavori di quel tempo, che sono assai da pregiarsi, ancor ci rimangono, de’ quali si può i. Sotto il regnu degl„ Antonini le arti fiori“cono felicemente. [p. 516 modifica]n. Ma poscia romincianoa decadere. 516 LIBRO veder la descrizione presso il lodato Winckelmann (ib. et seq.). Il celebre Erode Attico, di cui abbiam ragionato a suo luogo, uomo ricco e splendido sopra ogni altro de’ tempi suoi , moltissimi monumenti di non ordinario pregio fece innalzare in Roma e in Atene. Filostrato ce ne ha lasciata la descrizione (Vit. Soph. l.2)} seppur non l’ ha egli, come vi ha luogo a sospettare, esagerata di troppo. Lo stesso Marco Aurelio avea appresa l’arte della pittura sotto un cotal Diogneto (Jul. Capit, in M. Aur. c. 4)? di cui egli però loda bensì ne’ suoi libri (De reb. suis l. 1) i morali insegnamenti che n’avea ricevuti, ma non accenna alcuna istruzione avuta nell’arte di pingere, il che ha fatto sospettare al Salmasio (in Not. ad. Jul. Capit.) che due Diogneti vi fossero al tempo stesso, pittore l’uno, l’altro filosofo; di che non vale la pena di disputar lungamente. II. Ma questi famosi artefici, continua F erudito Winck cimami, erano que’ medesimi che sotto il regno di Traiano e di Adriano si eran formati alla scuola degli altri ancor migliori che gli aveano preceduti. Il regno degli Antonini non era molto opportuno a produrne de’ nuovi. I filosofi e i sofisti, de’ quali Roma era inondata, aveansi unicamente in pregio; ed essi disprezzatori superbi di ogni altra scienza e di ogni altra arte, non permettevano che il merito de’ valorosi artefici fosse, come conveniva , pregiato e ricompensato. Egli osserva in fatti (ib. p. 322) che una testa di Commodo, fatta mentre egli era ancor giovane, è assai bella; ma che quelle degl’imperadori seguenti [p. 517 modifica]SECONDO 5l7 non possono venir con essa al confronto. Molti monumenti di questi tempi viene egli esaminando coll’usata sua diligenza; e così nell’Arco di Settimio Severo, come in altre statue e in altri bassi rilievi che ci sono rimasti, mostra quanto precipitosamente decadessero allora le arti. Alessandro Severo però sembra che usasse di ogni sforzo per far rifiorire le belle arti, il che dal Winckelmann non si è avvertito; poichè egli solo rammenta (p. 327) le statue degli uomini illustri, che da ogni parte ei fè raccogliere e collocare nel Foro di Traiano. Ma oltre di ciò, non solo Lampridio dice (in Alex, c. 27) ch’egli dipingea mirabilmente, ma ancora che molte rinnovò delle fabbriche de’ precedenti imperadori, molte nuove ne fece innalzare egli stesso, e fra le altre le Terme a cui diede il suo proprio nome; che molti colossi fece ergere in Roma, chiamando perciò da ogni parte artefici valorosi; anzi a lui attribuisce l’invenzione di unire e di intarsiare insieme marmi di diversi generi (ib c. 25); nel che però se egli intende che Alessandro fosse l’inventore de’ lavori che diciamo a mosaico, essi erano più antichi di assai, come dall’erudita opera del Cardinal Alessandro Furietti su questo argomento raccogliesi chiaramente. III. Se dopo Alessandro Severo fossero stati tranquilli e lieti i tempi della repubblica, e se i seguenti imperadori ne avessero imitato l’esempio, forse sarebbono le arti ritornate all’antico onore; ma le guerre, le sedizioni e i tumulti che d’allora in poi furono sì frequenti, le condussero a mi’ estrema rovina. Una Hi. E quindi veugono a imi estremi rovina. [p. 518 modifica]5l8 LIBRO SECONDO statua di Pupieno, che regnò per breve tempo alcuni anni dopo la morte di Alessandro, si rammenta dal Winckelmann (p. 328); statua che benchè abbia non pochi difetti, è nondimeno forse la sola di qualche pregio; ed ella fu opera probabilmente di alcun degli artefici che da Alessandro erano stati chiamati a Roma. Ma sotto f impero di Gallieno singolarmente, e ne’ torbidi tempi che venner dopo, le arti soffrirono grandissimo danno. Nè è già che statue ed altri lavori non si facessero allora. Una statua d’oro alta dieci piedi troviam innalzata dal popol romano in onore di Claudio II, e un’altra d’argento di mille cinquecento libbre di peso innalzata a lui pure nel Foro (Trebell. Poll, in Claud. c. 3), e tre statue d’argento dall’imperador Tacito innalzate in onore di Aureliano suo predecessore (Vop. in Tac. c. 9); e statue ancora dello stesso Tacito e del suo fratello Floriano (id. in Floriano c. 2). Nuovi edificj ancora e nuovi palazzi di grandissimo lusso si aggiunsero a Roma; e la pittura parimenti vi fu coltivata; poichè fra gli altri monumenti che ne abbiamo, veggiamo nominati da Vopisco i solenni giuochi che Carino avea dati al popolo romano, e che egli avea fatto dipingere in un portico del suo palazzo (in Carino c. 19). Ma tutti quasi i lavori dell’arte si risentivano di quella barbarie che la condizione de’ tempi cominciava a spargere in Roma. Basta osservar le medaglie degl imperadori da Gallieno fino a Costantino, per conoscer la rozzezza degli artefici di questa età, tanto lontana dall’antica finezza, quanto i tempi di Gallieno e de’ successori eran diversi da que’ d’Augusto.