Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro III/Capo VI

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Capo VI – Arti liberali

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Capo VI.

Arti liberali.

I. Abbiam già preso nel precedente libro a ribattere l’opinion di coloro i quali ali rmano che ne1 secoli barbari, dei quali ora trattiamo, erano le belle arti interamente dimenticate in Italia; e abbiamo, come ci sembra, chiaramente mostrato che sculture e pitture ea’altri somiglianti lavori non sono mai mancati tra noi, e che senza alcun fondamento si dice da’ sostenitori del contrario parere che tali opere fosser tutte de’ Greci. Or ci conviene innoltrarci, e render sempre più evidente la nostra opinione, col dimostrare che anche ne’ due secoli de’ quali abbiam trattato finora, secoli che furono i più funesti all’Italia, pur le arti liberali non venner meno, benchè per l’infelice condizione de’ tempi, per la perdita degli antichi originali, e per la mancanza di stimoli e di emulazione non avesser che rozzi ei’infelici coltivatori. II. I romani pontefici, come ne’ secoli precedenti, così in questi ancora furono i più splendidi fomentatori e protettori dell’arte co’ lavori magnifici d’ogni maniera, che aggiunsero alle chiese di Roma. Leggansi le loro Vite scritte da Anastasio e da Guglielmo bibliotecarii, e da altri antichi e contemporanei autori, e tutte insieme pubblicate dal ch. Muratori, e ao’ogni passo se ne troveranno pruove in gran numero. Moltissimi musaici e pitture veggiamo rammentarsi di Leone III innalzato alla sede romana l’anno 795 (Script Ber. ital. t.3, pars 1, [p. 390 modifica]3go nano p. ig6, 197, ec.), e degno è fra le altre cose d’osservazione ciò che di lui dicesi da Anastasio, che fece più finestre di vetro ornate di diversi colori, il quale è forse il primo esempio che trovisi di cotai vetri dipinti. Alcune pitture ancora si nominano di Stefano IV, detto da altri V (ib. p. 114, ec.), ch’era pontefice l’anno 816. Veggiam le chiese di santa Sabina e di S. Saturnino a miglior forma ridotte, e ornate in ogni parte di varie pitture, quella da Eugenio II (ib. p. 219), e questa da Gregorio IV (ib. p. 221) successori di Stefano; e più altre sculture ancora e pitture e musaici si annoverano, opere dello stesso Gregorio. Sergio II che salì alla sede romana l’an 844, avendo innalzato un portico a più archi innanzi alla basilica del Salvatore, il fé’abbellir di pitture, e pitture ancora e musaici aggiunse a più altre chiese (ib. p. 229, ec.). Lo stesso dicasi di Leone IV (ib. p. a34, "44 > ec-)> di Niccolò I (ib. p. 256, ec.) e di Adriano II (ib.p.263) nel medesimo secolo, dei quali tutti leggiamo che molte chiese di Roma o fabbricaron di nuovo, o ristorarono ed ornarono di sculture, di pitture e di altri somiglianti ornamenti; di alcuni de’ quali ci parlano gli antichi scrittori che aveanli innanzi agli occhi, come di cose maravigliose; benchè io voglia ben credere eh1 esse non fosser poi tali da farci oggi inarcare per istupore le ciglia. I pontefici del x secolo, come non furon per la più parte di grande ornamento alla Chiesa colle loro virtù, così non curarono comunemente di accrescere ai tempj nuovo decoro. Solo in qualche Cronaca leggiam del papa Formoso che rinnovò le [p. 391 modifica]TERZO 3f)l pitture della basilica di S. Pietro (Ricolmiti. Ferrar, in Compilai. C/ironal. Script. rer. ital. vol. 9, p. 237). 111. Non furon però soli i romani pontefici che in tal modo promovessero e fomentassero, quanto era possibile, le belle arti. Di Paolo vescovo di Napoli verso il fine dell’vin secolo racconta Giovanni Diacono di quella chiesa, che ornò di pitture una torre ch’era innanzi alla chiesa dell’Apostolo S. Pietro (Vit. Episc. Neap. Script. rer. ital. t. 1, pars 2, p. 312). E somigliantemente parlando del vescovo S. Atanasio nel secolo IX da noi già rammentato altre volte, annovera molte pitture di cui avea vagamente ornate più chiese (ib. p. 316). Nella Cronaca del monastero di Farfa si fa menzion di tre monaci che insieme col loro abate Giovanni verso la fine del x secolo , poichè ebbero riedificata una chiesa, la fecero e dentro e fuori abbellir di pitture (Script. Rer. ital. t. 2, pars 2, p. 482). I monaci di Monte Casino ne aveano dato loro l’esempio; perciocchè dopo avere nel IX secolo rifabbricata con singolare magnificenza la loro chiesa (Leo. ostiens. l. 1, c. 17), verso la metà del secol seguente ne ornaron per ogni parte di pitture le mura; e innanzi all’altare di S. Benedetto stesero un pavimento a marmi di varj colori (ib. l. 2, c. 3). E io credo certo che se avessimo scrittori di queste età e maggiori in numero, e più esatti ne’ loro racconti, assai più esempj ancora di cotai lavori si potrebbon recare (2). Ma questi f/) Molle e più distinte notizie intorno alle pitture, alle sculture, e agli edificj delle Due Sicilie, non solo in questo secolo , ma anche nella precedente epoca [p. 392 modifica]392 LIBRO TERZO bastano, s’io non erro, per dimostrarci che le arti, e la pittura singolarmente, coltivavansi in qualche modo anche in questi sì infelici e sì rozzi secoli. Anzi il ch. Muratori oltre più altri esempi di musaici in questi secoli lavorati ha ancor pubblicato (Antiq. Ital. vol. 2, p. 366) un bel monumento della biblioteca capitolare di Lucca scritto circa 900 anni addietro, in cui si contengono diverse maniere per dipingere i musaici, per colorire i metalli e per altri somiglianti lavori, i quali perciò convien credere che anche allora fossero e frequenti e pregiati. Che poi non si possa con alcun fondamento asserire che gli artefici fossero comunemente greci, oltre ciò che già detto ne abbiamo nel precedente libro, farassi ancora più chiaro da ciò che avremo a dirne nel libro seguente. del regno de’ Longobardi ci ha date il eli. sig. Pietro Napoli Signorelli (Vicende delta Coltura nelle Due Sicilie, t. 2, p. 68, ec., 110, ec., 123, ec.), il gitale pure dimostra che non v’ha ragione a provare ch’esse fossero opere di greci artisti. Egli ancora osserva che , benché i primi anni del regno degli Arabi in quelle provincie riuscisse!- loro funesti per le grandi stragi che vi si fecero, poiché essi nondimeno vi ebber tranquillo dominio, diedero splendide pruove della loro magnificenza singolarmente nelle fabbriche; e descrive alcuni grandi edificii che ancor ne sussistono in Sicilia. E certo molti monumenti che ci sono rimasti degli Arabi, e le loro monete coniate in Sicilia, alcune lapide che se ne son trovate in Pozzuoli, le medaglie e i cammei che in alcune gallerie se ne veggono , ci mostrano chiaramente che non eran già essi sì rozzi e sì barbari, come dal volgo ci edesi comunemente. Ma degli studj e delle arti degli Arabi tanto ha già scritto il valoroso sig. abate Andres nel primo tomo della sua opera dell’Origine, ec. di tutte le Scienze, che appena potremmo dir cosa che già da lui non fosse detta.