Storia della rivoluzione di Roma (vol. I)/Capitolo X

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Capitolo X

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CAPITOLO X.

[Anno 1846]


Stato delle finanze del governo pontificio nell’anno 1846. — Prestiti all’estero degli anni già scorsi. — Debito pubblico. — Prosperità del paese.


Poco avremo a dire delle finanze perchè poco o nulla potè farsi in quel tempo per migliorarle, e ne furon cagione le condizioni dei tempi.

Nel secondo semestre dell’anno 1846 difatti, passatosi tutto in feste e tripudi, potevansi preparare per l’epoca futura alcuni miglioramenti sia in aumento di redditi sia in diminuzione di spese, ma non era quello il momento di poterne risentire gli effetti.

Pur tuttavia dobbiam dire che i resultati riuscirono piuttosto soddisfacenti in quanto che si ebbe un aumento di reddito di
Sc. 236,720,30 ⅟₁₀
Dal quale togliendo l’aumento di spese che vi fu fra quelle presunte e quelle realizzate, di » 176,624,65 1/10
Rimase quindi sempre un aumento di rendita di » 60,095,65 1/10
E siccome erasi preveduto un deficit di Sc. 595,928, 17 1/10
Stante il detto aumento di rendita di » 60,095,65
Si ridusse il deficit a Sc. 535,832, 52 1/10


Prendiamo argomento da ciò per dire qualche cosa sull’amministrazione delle finanze del governo pontificio [p. 159 modifica]a rettificazione d’idee inesatte o esagerate sulla medesima.

Il governo pontificio fin dai primi anni dopo la sua restaurazione presentò quasi annualmente un qualche sopravanzo dalla rendita alla spesa, in guisa che fino dai 1826 potè la santa memoria di Leone XII diminuire di un quarto la dativa reale e imposta prediale, stabilire una modica tassa pel registro, e varie altre abolirne.1

Dalla restaurazione pontificia a tutto l’anno 1828 eransi esperimentati dei sopravanzi per scudi 5,132,626,37,2 i quali avrebber continuato se negli anni 1828 e 1829 non si fossero risentiti gli effetti della diminuzione della dativa ordinata da Leone XII, e che portò in quei due anni una diminuzione d’incasso o diciam meglio uno sbilancio di sc. 171,726,80 ½; nel 1830 se n’ebbe altro di 168,401, 88, 6, ma è da riflettersi che nel 1830 s’incominciarono a provare le conseguenze della rivoluzione di Francia. Comunque si voglia egli è indubitato che sotto il governo dei preti, prima che scoppiasse la sommossa delle Romagne nel 1831, che fu conseguenza di quella di Francia, si erano avuti non deficit, ma sopravanzi per circa cinque milioni di scudi, cosicchè non vi è dubbio veruno che proseguendo gradatamente sullo stesso sistema, e prescindendo ancora da altre migliorie che nell’amministrazione si fossero introdotte, poteva trovarsi in grado di portare ulteriori alleggerimenti ai pubblici balzelli negli anni successivi.

Ma disgraziatamente il nemico della società umana, la rivoluzione, venne a visitare lo stato pontificio nell’incominciare dell’anno 1831, e distruggere così non solo le liete speranze, ma aggravarlo di spese straordinarie, e costringerlo a contrarre dei prestiti i quali non potevano non riuscire rovinosi, viste le condizioni soprattutto nelle quali si era costretti di contrattarli.

[p. 160 modifica]I prestiti pertanto che dall’anno 1831 all’anno 1846 vennero contrattati all’estero, e che costituirono un nuovo debito del governo pontificio, furono i seguenti:


Prestito del 15 dicembre 1831 colla casa Rothschild di Parigi sc. 3,000,000 a 65 meno spese sc. 1,818,091
Altro come sopra del 10 agosto 1832 » 3,000,000 a 72 ½ idem » 1.990,362
Altro come sopra del 18 settembre 1833 » 3,000,000 a 82 idem » 2,874,000
Altro come sopra del 25 marzo 1837 » 1,000,000 a 92 ½ idem » 925,000
Altro come sopra del 30 agosto 1837 » 2,000.000 a 92 ½ idem » 1,850,000
Altro come sopra del 4 aprile 1845 sui beni dell'Appannaggio » 3,750,000 alla pari » 8,750,000
Altro con la casa Torlonia di Roma e Parodi di Genova del 20 gennaio 1846. » 2,000.000 a 95 meno spese » 1,860,000
Totale sc. 80.17,750,000 sc. 14,567,453 2

Di tutti questi prestiti i più rovinosi furono i primi due, ma sparirà la sorpresa ove si consideri che furon trattati per necessità, e mentre appunto lo stato pontificio era in isconvolgimento perchè la rivoluzione scoppiò nel febbraio 1831, fu soffocata dagli Austriaci nel mese di marzo, e poi si riaccese nella state del 1832; cosicchè può dirsi fondatamente che gli stati della Chiesa in detti due anni si trovassero in rivoluzione. Perciò i sovventori, i quali poi, come ebrei, non eran tenuti a credere alle divine promesse fatte da Gesù Cristo a san Pietro sulla stabilità della Chiesa cattolica, imposero quelle condizioni più onerore che venivano giustificate dalla natura dei tempi [p. 161 modifica]Aggiungi che nel 1831 la stessa Francia era in fiamme; la guardia nazionale aveva ancora un milione di baionette sotto il comando del generale Lafayette, nel quale la rivoluzione era personificata, e quindi la incertezza dell’avvenire permetter non poteva condizioni migliori, tanto più che nè i Rothschild nè altri in quel momento sentivan tenerezza alcuna per venire co’ loro tesori a puntellare il pontificio governo. Altri banchieri d’altra parte non vi furono da tanto, e fu quindi necessità il subire la legge.

Ma quantunque fossero rovinosi i due primi prestiti (dei quali il secondo fu già a condizioni migliori del primo), è d’uopo considerare, che presenta una gran differenza quella stato che ha già un credito pubblico formato e stabilito, da quello che deve formarselo, ed il governo pontificio non trovavasi in questa condizione, perocchè in quei tempi, all’estero, non aveva credito alcuno nè buono nè cattivo.

I primi prestiti dunque per un governo che non ne aveva ancor fatto alcuno (del genere s’intende dei prestiti ammodernati, con certificati al portatore, cuponi d’interessi, e ammortizzazione del capitale) dovevano riuscire più gravosi, quasichè chi li contraeva per la prima volta e sotto l’impero della necessità dovesse pagare il noviziato.

Pur non ostante non si creda che il nostro governo sottostesse ad altri governi potentissimi che pagarono il loro noviziato ancor essi, ed a più dure condizioni. In prova di che diremo che il primo prestito negoziato da Lafitte in Parigi per pagare la occupazione delle potenze coalizzate, fu contrattato al rovinosissimo prezzo del cinquantacinque per cento, e con dir ciò siamo certi di arrecare sorpresa a chi, ignaro di simili faccende, leggerà le presenti carte.

Stabilito poi una volta il credito, e dato prova di regolarità e buona fede col pagamento dei frutti e delle pattuite ammortizzazioni, è allora da lusingarsi di potere ottenere sui successivi, condizioni migliori. E difatti [p. 162 modifica]risulta dalla ispezione della tabella che precede, essere migliorati grande niente tutti quelli che in progresso di tempo si contrattarono, gli ultimi due dei quali, l’uno al 95, l’altro alla pari, fanno onore al governo pontificio ed al ministro che li negoziò, il quale fu monsignor Antonelli oggi cardinale ed insignito del carico di segretario di stato.

Ciò prova il nostro assunto che credito assicurato e tempi più tranquilli migliorar dovevano le condizioni di contratti di tale natura.

Nel tributare lode, come è debito di giustizia, all’eminentissimo cardinale Antonelli allora tesoriere generale, non possiamo a meno di non riprendere la poca sollecitudine del tesorierato che lo precedette, il quale tollerò che per dieci anni non si compilasse bilancio di sorta alcuna. Venuto di ciò in cognizione il tesoriere Antonelli, e desideroso di regolarizzare alla meglio questa faccenda, ordinò al computista camerale Angelo Galli il 12 luglio 1845 di compilare il bilancio dei dieci anni anzidetti. Questo bilancio comprende quel periodo di tempo che trascorse dall’ anno 1835 all’anno 1844 e venne ultimato in due anni e mezzo, ossia il 31 decembre 1847 come può vedersi stampato pei tipi camerali nell’anno 1848.3

Ci permettemmo di riprendere la poca sollecitudine del tesorierato antecedente perchè qualunque ragione o pretesto si fosse addotto da chi doveva compilare i bilanci, non era ammissibile di lasciare invecchiare questo sconcerto, in quanto che, so pure sia vero che male o bene e affrettatamente si facesse in due anni e mezzo quello dei dieci anni, tanto meglio e con ordine maggiore avrebber potuto compilarsi dicci bilanci anno per anno.

Se non che a sgravio del tesoriere su cui pesa la responsabilità di questo disordine amministrativo, è pur necessario e giusto di rammentare che non fu tutta sua la colpa o la negligenza, poichè alcune innovazioni di metodi si prescrissero o dalla Congregazione di revisione o da altri, [p. 163 modifica]e queste innovazioni per la loro ineseguibilità furono in gran parte la causa di cosiffatto sconcerto.

Ritornando ai prestiti però diremo che i frutti relativi ai medesimi, che pagavansi sulla somma nominale e non su quella incassata, e le relative ammortizzazioni, furono la causa esclusiva dello sbilancio nell’amministrazione delle rendite dello stato pontificio dal 1831 in poi, in guisa da produrre un deficit annuale, perchè fra i frutti e l’ammortizzazione dovendo pagare ogni anno il 6 %, nell’epoca di cui parliamo si pagavano per questo titolo, presi per base i 17 milioni e 750 mila scudi dei prestiti, scudi 1,065,000 all’anno.

Non si creda quindi essere un paradosso ma una verità suscettibile di matematica dimostrazione che se non fossimo stati costretti di contrarre i prestiti anzidetti, non solo non vi sarebbe stato questo deficit, ma invece avremmo avuto un sopravanzo annuale, da potere a quando a quando introdurre un alleggerimento d’imposte.

Vedan dunque i popoli quante obbligazioni debbano alle rivoluzioni, ed il nostro soprattutto innalzi pure un inno di lode alla Francia che co’ suoi eccitamenti lo spinse ai moti del 1831, unica causa di questi sconcerti finanziari.

Nell’esaminare pertanto le tabelle annuali delle spese, quella che ti si para innanzi, e che ti presenta una cifra spaventosa ed un annuale accrescimento dal 1831 in poi, è quella del debito pubblico. Si comprendono in esso, oltre le passività diverse permanenti, gli assegni di giubilazione e di pensione civile, i frutti del consolidato inscritto e di quello al portatore, i frutti dei prestiti all’estero, non che le relative ammortizzazioni della sorte.

È d’uopo per altro riflettere che quantunque una porzione della detta cifra figuri fra le spese, pure non è così, essendo invece la restituzione del capitale improntato: ciò che meglio chiariremo in seguito.

Nel contrattare il primo prestito dei tre milioni e così pei successivi, fu stabilito per base che si dovesse pagare [p. 164 modifica]ogni anno la somma di sc. 180,000 cioè 150,000 per frutti al 5 per cento all’anno, e sc. 30,000 per 1 per cento di ammortizzazione, ossia il 6 per cento in tutto, cosicchè, pagando ogni anno la somma stessa, siccome stante l’ammortizzazione di uno per cento annuale il capitale, ossia la sorte, veniva diminuendo, ne risultava per conseguenza che i frutti ancora avrebber dovuto diminuire. Ha invece dovendo per patto pagare sempre gli scudi 180 mila, è chiaro che il di più ceder doveva in diminuzione della sorte, in guisa che, progredendo su questo sistema e a calcolo fatto, dopo 37 o 38 anni circa il governo pontificio si sarebbe trovato nel caso di aver pagato i frutti, ed estinto la sorte per intiero.

Da ciò risulta non essere una spesa quella che appirisce, sibbene una restituzione di sorte, e questa circostanza è ben meritevole di attrarre l’attenzione dei nostri lettori.

Una simile combinazione poi, agendo in senso inverso, fa sì, che come il primo anno quasi tutto, cioè cinque sesti di ciò che si paga, è per titolo di frutti, nell’ultimo anno di questo conto a scalare quasi tutto ciò che si corrisponde è per conto di sorte. Ed affinchè i nostri lettori possano formarsene una idea più chiara e distinta sottoponiamo la figura di un parallelogramma rettangolare.


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parallelogramma è la somma intiera che per sorte e per frutti doveva pagarsi dal governo pontificio in 37 anni. ogni divisione rappresenta la somma annuale ohe per un titolo e per l’altro doveva pagarsi.


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[p. 166 modifica]In seguito di ciò mentre scriviamo (anno 1858, 1859) la più gran parte del detto debito che si riferisce al prestito del 1831 trovasi estinta. E pure la estinzione ha figurato nei consuntivi fra le partite di spesa annua. Ciò sia detto proporzionatamente anche degli altri prestiti, cosicché in tutto possiam calcolare all’epoca in cui scriviamo, che un cinque o sei milioni di scudi siansi pagati in estinzione di sorte.

Quanto dunque vanno errati tutti coloro, e non son pochi, i quali ignari delle cose nostre, van gridando contro la mala amministrazione del governo pontificio e lo sperpero delle sostanze dei sudditi, quasi che né regola né ordine vi esista, e che sia un piglia piglia universale. I primi poi a gridare son quei medesimi che colle loro improntitudini, avendo originato i moti quasi generali del 1831, e i tentativi parziali del 1843 nel Bolognese, e la insurrezione di Rimini nel 1845, sono stati la causa della cessazione dei sopravanzi, della necessità dei prestiti, dell’annuo deficit, delle sovraimposte che pesaron su tutti, anche sugl’innocenti, e che in fine furono la causa di tutte le nostre sciagure.

In questo errore poi i diari inglesi, e francesi, e belgi, e piemontesi, cadono tutto giorno. Gl’inglesi però primeggiano, e sotto colore di simpatia e compassione pel misero stato dei sudditi pontifici, si abbandonano a vituperare e rampognare i loro reggitori. Avidi poi di riempire i vuoti delle colonne dei loro giornali, senza critica alcuna e sulla fede sempre dei loro corrispondenti, ti snocciolano le più assurde falsità, e su quelle fabbricano ragionamenti e commenti insensati. E così, mercè il dono della libera stampa che tutto permette, leggon tutti e si componetrano di queste falsità, ed uno appena ogni diecimila troverassi il quale legga i rendiconti che pubblicansi ogni anno sulla nostra amministrazione, e che osiam dire non hanno invidia a quelli che si pubblicano nella stessa Inghilterra.

[p. 167 modifica]Diciamo ciò perchè moltissimi credono che tutto a Roma si faccia nell’ombra e nel mistero senza revisione, senza controllo, senza discussione preventiva né rendiconto successivo.

Vanno errati: perchè l’amministrazione in Roma è impiantata alla francese. Si hanno e preventivi e consuntivi, e tabelle di merci che si estraggono e s’introducono. Vi è revisione, vi è controllo, ed una delle prime cure di Pio IX fu quella di ingiungervi i consultori per le finanze come diremo fra poco. Ma quest’amministrazione alla francese introdotta dal barone Janet sotto l’impero, e rispettata dal cardinal Consalvi sotto Pio VII, è anzi una delle piaghe dello stato, perchè ha reso gigantesca presso di noi la Burocrazia, ch’è una delle malattie insanabili di tutti gli stati ammodernati.

Circa poi ai debiti che gravano lo stato pontificio, hanno ragione di gridare gl’Inglesi, i Francesi ed i rigenerati Piemontesi. Quest’ultimi sopratutto, che andando in cerca di un governo a buon mercato, sonosi invece trovati costretti di contrarre in pochi anni, imitando gl’Inglesi lor protettori, dei debiti per oltre un cinquecento milioni di franchi; ed 1 Francesi il cui debito pubblico presenta una cifra spaventosa.

Gl’Inglesi poi che gridan più forte di tutti, in fatto di debito pubblico sono maestri, e quindi hanno ragione di parlarne ex cathedra.

Abbiamo sott’occhio lo stato dell’amministrazione inglese dell’anno 1833 dal quale rileviamo che pel debito pubblico pagaronsi Lire 28,351,352, 18 ½ sterline, sulle quali i soli interessi del debito permanente ammontano alla cifra spaventosa di L. 23,982,044, 9, 7 ½, sterline che al tre per cento rappresentano un capitale di lire sterline settecentonovantanove milioni quattrocentomila, L. 799,400,000, ossiano tre miliardi settecento venti mihoni di scudi romani (3,720,000,000). E detti 23 milioni e 982 mila lire sterline, che il governo inglese paga annualmente, son tutti [p. 168 modifica]frutti, mentre nel nostro specchio estinzione di sorte e pagamento di frutti trovansi amalgamati nella cifra annuale degli scudi 180 mila.

Ci asteniamo dal far menzione dell’Austria, la quale ha ancor essa il suo debito pubblico importante, ma ella almeno soffre in pace, e non ci viene ad assordare le orecchie con importune dicerie. Quanto al regno di Napoli poi facciamo riflettere che nell’anno 1846 presentava già tali elementi di prosperità da poter dimettere agiatamente il suo debito pubblico, il quale riteniamo che in quell’epoca fosse di 80 milioni di ducati circa, una quarta parte dei quali originata dal movimento del 1820. Non sembrerà esagerata una tale cifra ove si consideri che si riferisce ad uno stato di otto o nove milioni d’abitanti.

Gl’inglesi giornalisti, scimmiottando tutti i detrattori del governo pontificio, ne vorrebbero far credere che sia un governo poco men che fallito, e tale in somma da non inspirare fiducia veruna, dimenticando che esso solo fra tutti gli stati del mondo, se pure non possiede come stato, potrebbe disporre o semplicemente ipotecare, ove la necessità ve lo spingesse, dei beni del clero, i quali eguagliano non solo ma superano di molto tutto il debito dello stato pontificio tanto quello addossatogli dalle potenze alla restaurazione, quanto quello o quelli contratti posteriormente, e che abbiam ragione di credere, stante le somme già ammortizzate, non giungere alla somma di cinquanta milioni di scudi circa.

Dimenticano che Roma presenta tale un emporio di rarità e oggetti d’arte, che non havvi tesoro al mondo che possa ripagarli?

Dimenticano o ignorano gl’Inglesi, che se per loro sventura il britannico impero andasse ad affievolirsi, e scadere dalla sua attuale incommensurabile potenza, i governi ed i popoli del mondo, lungi dal rimpiangere il caso acerbo, forse se ne allieterebbero o per lo meno non ne avrebber gran pena, mentre i tempi a noi ben vicini, vedemmo [p. 169 modifica]quattro potenze collegarsi per rialzare la sede del cattolicismo e la pontificia dizione?

E se diciam quattro potenze si è perchè di quattro potenze soltanto si credette accettare le offerte, ma v’eran pur quelle del re dei Belgi e del re di Portogallo, delle quali non si credette di profittare come sovrabbondanti. Il generale belga Olivier disse a noi di essere stato eletto a capitanare la spedizione, ove l’offerta del suo re fosse stata accettata.

Queste due potenze pertanto avevano in animo di concorrere ancor esse alla difesa della sede di Pietro, e in detta occasione S. M. fedelissima il re di Portogallo volle addimostrare co’ fatti ciò ch’era di nome.

Né gli stati cattolici solamente, ma eziandio gli acattolici furon larghi di offerte, e fra questi tennero un posto distinto l’impero dei Czar, e il regno di Prussia. Ciò per verità occorse due anni dopo dell’epoca della quale trattiamo , ed a suo luogo e tempo torneremo a farne menzione.

Ci dicano ora i detrattori delle cose nostre se verificandosi il caso che il suolo inglese venisse assalito, correrebbero quattro o più potentati per difenderlo?

Fra gli uomini di retto pensare è radicata la convinzione del dovere assicurare la indipendenza del pontefice colla incolumità e integrità de’ suoi stati i quali costituiscono il suo tanto avversato dominio temporale, di che si fecer forti propugnatori alla tribuna francese nell’anno 1849 e i Thiers, e i Montalembert, e i Falloux, e i Thuriot de la Rozière, e i Tocqueville, i discorsi magnifici dei quali e di altri valenti oratori furono pronunziati nell’ottobre 1849, allorquando venne esaminata da cima a fondo questa questione mondiale e sottoposta al giudizio della francese assemblea.4

E tutto ciò perchè prescindendo dalla ragione politica, dal sentimento religioso, dall’interesse di corporazione e [p. 170 modifica]dal rispetto ai trattati esistenti, il diritto al dominio dei papi sullo stato pontificio, oltre all’essere dei più antichi e radicati, è fondato sulla base incrollabile della spontanea e libera dedizione dei popoli, e sulle largizioni dei sovrani, mentre gli altri stati non possono vantar per base del loro ingrandimento, che l’astuzia nei negoziati o la prepotenza nelle armi.

Eppure, a vergogna dei nostri tempi, mentre e popoli e governi e oratori illustri facevano a gara per conservare la integrità e indipendenza dello stato pontificio, ci cadde sott’occhio un opera a bella posta stampata nell’anno 1846, di dugentottanta pagine, e con carta geografica, nella quale si propone una nuova circoscrizione territoriale d’Italia e si lasciano, marcandoli col colore giallo, pochi iugeri di terra da Roma al mare pel sommo pontefice e aggiungendovi, pel tempo di villeggiatura, l’isola dell’Elba, marcata ancor essa col colore giallo.5

Detta opera porta il titolo di Pensieri sull’Italia di un anonimo lombardo, e chi scrivevala era un Italiano ed un cattolico. Ne passiamo il nome sotto silenzio, ma il Montanelli ne parla nelle sue memorie. Se ne parla pure nell’opuscolo Delle eventualità italiane.6

Una simile circoscrizione territoriale poi fu anche seguita da un tale Corona in un opuscolo che dette alle stampe intitolato Dei destini d’Italia.7

Riflettano infine gl’Inglesi, e qualsivoglia altro dei nostri avversatori, dei quali ve ne ha non pochi nel mondo, che la potenza del papato essendo così costituita come dicemmo, è inutile il tornarvi sopra, ponendo nuovamente in campo una questione abbastanza discussa e provala perchè il principio fondamentale della necessità e [p. 171 modifica]legalità del potere temporale dei papi ha ricevuto, avanti il tribunale di tutte le potenze cattoliche, e dei cattolici di tutto il mondo, la sua suprema sanzione, ed è passata, come legalmente si dice, il re-giudicata.

Ritornando ora, dopo esserci divagati alquanto in una questione estranea, allo stato delle finanze del governo pontificio nell’anno 1846, deve porsi mente che il deficit, oltre allo essere stato minore di quanto si era preveduto, il movimento straordinario prodotto dai lieti eventi (perchè fino al 1846 non si vider che rose) aumentò di molto la circolazione fra gl’indigeni, attrasse a Roma un numero insolito di persone, in guisa che, essendosi accresciuto il consumo di tatti i generi, si dette un nuovo impulso alla circolazione del danaro.

Nè si creda a quelle voci maligne che si sollevano per dipingerci coi più foschi colori il pauperismo del popolo romano, quasi che fosse un accozzaglia di vili accattoni, imperocchè, sebbene poveri vi sian dappertutto, e niuno ce ne somministra più largo esempio della superba Londra, pure non ostante Roma non è stata, non è, e non sarà, lo speriamo, in quella condizione infelice nella quale si vorrebbe rappresentare.

In Roma niuno si muore di fame come in Londra, e grazie alle istituzioni moltiplici di beneficenza, e alla carità cittadina, e non filantropia cosmopolitica, che vi domina, non mancano mai mani soccorrevoli per alleviar lo stato dei miseri.

In Roma vengono, dalla restaurazione del 1815 in poi, un tre milioni di scudi romani all’anno, che vi arrecano gli esteri di tutte le nazioni del mondo. E prima dell’ultima rivoluzione Roma non aveva conosciuto che forastieri i quali portavano, mentre, sotto l’impero della medesima, conobbe quelli soltanto che portavano via.

Le case dei privati presentano traccie di proprietà, e di quello che gl’Inglesi chiamano il confortable, che prima era conosciuto soltanto dai grandi. Il danaro vi abbonda [p. 172 modifica]al punto, che, non ostante i disastri delle passate vicende, da molti e molti anni non si fa che fabbricare, quantunque non si rinvesta il danaro che al due o al tre per cento ed in guisa tale che, proseguendo su questa proporzione, il caseggiato di Roma verrà rinnovato del tutto. E come prova addizionale dello stato prosperevole degli abitanti, osserveremo, che ad onta che si gridi contro il caro delle pigioni, e che tutto giorno, e col fabbricare case nuove e coll’aumentare l’altezza delle vecchie, si venga aumentando il numero delle camere, le case si affittano non solo con facilità ma con furore, e la proprietà fondiaria aia in beni rustici sia in urbani, ha in quaranta anni raddoppiato di valore e di reddito, e quindi raddoppiata la ricchezza pubblica.

Infine popolazione in aumento progressivo, teatri frequentatissimi, villeggiature e viaggi moltiplicati, che prima poco o nulla conoscevansi, spese di lusso incommensurabilmente più forti e più generalizzate, ci sembrano indizi evidenti, se non di una prosperità di prim’ordine, di uno stato tale di sociale ben essere, che, seppure non voglia invidiarsi, non merita il compianto esagerato dei falsi amici di Roma.

E con ciò poniam termine a questo capitolo, il quale, quantunque destinato a far conoscere lo stato delle finanze del governo pontificio nel primo anno del regno del munificentissimo Pio IX, ci ha obbligato a toccare lo stato degli anni posteriori fino al punto in cui scrivevamo ch’era l’anno 1858 in 1859. Con questa dilucidazione preverremo l’accusa di anacronismo che si sarebbe potuto farci.





Note

  1. Vedi Farini, vol. I, pag. 28. Vedi Sommario, n. 11. Vedi Gualterio, Documenti, alla pog. 90.
  2. Estratto il tutto dal rapporto dell’avv. Delfini, presidente della commissione di finanze del Consiglio dei deputati del 1848. Vedilo nel volume Studi Amministrativi ec. pag. 11.
  3. Vedi il detto Bilancio stampato in foglio, alla pag. 4.
  4. Vedi Miscellanee, vol. II, n. 3, e vol. XVIII, n. 15, 16 e 17.
  5. Vedi il volume intitolato Conforti sull’Italia, legati col quale sono i Pensieri sull’Italia di un anonimo lombardo.
  6. Vedi l’opera intitolata Delle eventualità italiane, considerazioni politiche. Bastia, 1856 in-8.
  7. Vedilo nel vol. LX, delle Miscellanee, n. 4.