Storia della rivoluzione di Roma (vol. II)/Capitolo X

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo X

../Capitolo IX ../Capitolo XI IncludiIntestazione 11 giugno 2020 75% Da definire

Capitolo IX Capitolo XI

[p. 233 modifica]


CAPITOLO X.

[Anno 1848]


Avvenimenti della seconda quindicina di aprile. — Prime notizie in Roma dei fatti di Carlo Alberto in Lombardia. — Falso annunzio che il civico romano Caffi era stato in Treviso appeso ad un albero dagli Austriaci. — Deputazioni napolitane e siciliane in Roma per avere il papa a capo della Dieta italiana. — Emissione dei boni del tesoro ipotecati sui beni ecclesiastici. — Tolte le porte dal Ghetto. — Comitato dei circoli per la elezione dei deputati. — Il conte Mamiani scelto a compilare un programma elettorale. — Comitato di guerra formatosi in Roma in sul finire di aprile. — Programma del medesimo nel quale nè punto nè poco parlasi di Pio IX. — Resse al papa, cui associossi lo stesso ministero, per ispingerlo alla guerra contro l’Austria. — Il pontefice emette invece la famosa allocuzione del 29 aprile. — Riflessioni sul detto atto.


Incominciammo le nostre storie co’ fiori, gli evviva, le benedizioni; gl’inni festosi echeggiavano allora in ogni parte.

Ma ohimè che questi fiori vennero a poco a poco non che a languire, a morire del tutto; i festosi evviva di gioia convertironsi ben presto in minacciose grida di morte; e quei sacri bronzi stessi che coi loro armoniosi rintocchi invitavano il popolo nel 1846 a cantare gli osanna al Dio di pace, nel 1848, cangiata in lutto l’allegrezza, furon sonati a stormo per chiamare sui cittadini d’Italia la discordia, le rapine, le stragi, il pianto e la morte.

Arrise fino a tutto il 1847 qualche larva di festa. Ma l’anno 1848, come abbiamo narrato, s’incominciò in Roma coll’anarchia, e ooll’anarchia e cogli universali commovimenti si finì.

[p. 234 modifica]Nel gennaio si aveva la insurrezione di Palermo; Napoli mostravasi pronta a seguirne l’esempio; e fu appunto per arrestare lo scoppio di movimenti incomposti, che si volle dal re Ferdinando II iniziare l’era delle costituzioni che da Napoli preser la mossa. Quindi le richieste di armi e di armati anche in Roma. Poi surse la rivoluzione francese che fu il segnale di tutte le altre rivoluzioni di Europa. In somma al punto in cui siamo squillano già le trombe guerriere, balenan le spade sul campo, e già i moschetti e i cannoni fan rosseggiare di umano sangue le pianure lombarde.

Chi seguì con lento passo la narrazione delle nostre storie fin dai primordi, chi amò d’internarsi con noi nello studio delle più minute e recondite fasi della rivoluzione dovrà convenire non esservi cosa che non fosse a prevedersi, non disastro che non fosse ad attendersi, non pianti o lugubri strida che non si fosser fatte sentire da lungi.

Ciò che ora si scorge non è altro che lo svolgimento di quello che macchinavasi da principio. Le frutta amare che ora si colgono sono il giusto prodotto del mal seme che fu gittato in grembo alla terra.

Il mese di aprile del 1848, specialmente negli ultimi quindici giorni, segnò il punto culminante della esaltazione degli animi per la indipendenza italiana.

In sui primi del mese si conobbe finalmente il tanto desiderato sconfinamento di Carlo Alberto; ma quanto alle fazioni militari poco o nulla si seppe in Roma: e quantunque i primi fatti d’armi fossero stati favorevoli agl’Italiani, pure non se n’ebbe notizia che nel periodo dal 15 al 30. Siccome poi fino allora Indipendenza, e Pio IX parean congiunti, anche i papalini eran caldi per la prima, e i non papalini facevan mostra di essere tuttavia infocati pel secondo. Ma quando si conobbe la, famosa allocuzione del 29 aprile, di cui avremo a parlare lungamente, allora si scisse immantinente l’opinione in due contrari partiti, gli uni tenendosela colla [p. 235 modifica]rivoluzione senza il papa, gli altri col papa senza la rivoluzione.

E questa caldezza degli animi pel papa e per l’indipendenza era fondata non tanto sugli avvenimenti certi, quanto sugli esagerati e sui falsi che in gran copia si divulgavano in quel tempo, il rappresentare i quali sentirebbe più del comico che dello storico.

Comechè in Roma allora non si combattesse, pure era grandissimo l’interesse che prendeva la città per conoscer l’esito di questa guerra; poiché oltre all’essere ancor essa dominata dallo spirito di nazionalità e d’indipendenza, divenuto allora comune a tutti i popoli italiani, aveva spedito altresì non pochi suoi figli sul campo a pugnare per l’indipendenza. E poi come non doveva essere sommo l’interesse, mentre da Roma si eran prese le mosse?

Aggiungi che quantunque l’impresa di discacciare gli Austriaci si dovesse affidare alle armi di Carlo Alberto, pure il prestigio del nome di Pio IX vi si vedeva sempre consociato e connesso; cosicché pareva che Pio IX fosse l’anima, Carlo Alberto il corpo, o meglio il pontefice la forza morale, i Piemontesi la forza fisica.

Difatti il governo provvisorio di Milano confessava che al nome di Pio IX era insorta la Lombardia; in nome di Pio IX il generai Durando emetteva il suo ordine del giorno il 5 di aprile; Carlo Alberto invocando Pio IX si accingeva alla occupazione dellè terre lombarde: quasi che la rivoluzione sentisse che senza il sostegno di Pio IX non si sarebbe potuto innalzare quell’edificio del quale già aveva gittato le prime fondamenta.

Talmente significative poi sono le espressioni del proclama di Carlo Alberto datato da Lodi il 31 di marzo, che crediamo doverne riportare il brano seguente:

«In quest’ora solenne vi muovano sopra tutto la carità della patria e l’abbonimento delle antiche divisioni, delle antiche discordie, le quali apersero le porte d’Italia [p. 236 modifica]allo straniero: invocate dall’alto le celesti ispirazioni; e che l’angelico spirito di Pio IX scorra sopra di voi: Italia sarà1

S’immagini dunque tolto il prestigio del nome del venerato pontefice (che alla fine di aprile stante l’allocuzione sparì), e ci si dica poi se le cose non dovevano, come accadde, andare in rovina.

Messo in chiaro questo punto importante, diremo come sul finire di marzo Carlo Alberto entrasse in Lombardia col suo esercito, e come gli apparecchi militari non trovassersi pronti al suo arrivo.

Il primo fatto che onorò le armi italiane fu la espugnazione della terra di Groito avvenuta nel dì 8 di aprile.

Per quattro ore continue venne loro contrastato il terreno dagli Austriaci; ma prevalendo alla fine il valore piemontese, gli Austriaci furono costretti a ritirarsi in Verona; e quantunque, ritirandosi, rompessero il ponte sul Mincio, pure i valorosi campioni di Carlo Alberto non si perderon di animo, ma racconciatolo alla meglio, lo passarono e si spinsero avanti.2

Al fatto di Goito successe quello di Mozambano e quindi l’altro di Borghetto vicino a Valeggio, il quale venne occupato il giorno 11, ed ove ancora l’esercito piemontese valicò il ponte e spinse in avanti le artiglierie.3

L’esercito di Carlo Alberto sul Mincio ascendeva a 42,600 uomini e 120 cannoni. Altrettanti presso a poco ne avea l’oste nemica, ma sparpagliati in varî punti.4

Il 12 aprile fuvvi un combattimento accanito in Castelnuovo che fu preso all’assalto dagli Austriaci. I morti [p. 237 modifica]furono molti, e confessarono gli Austriaci stessi che fra le vittime vi ebbero molti innocenti. Furonvi dei preti passati a fìl di spada perchè eccitavano gli abitanti alla resistenza.5

La diversione nel Tirolo meridionale sotto il colonnello Allemandi non parve operata con giustezza di vedute, perchè ove fosse stata bene eseguita, avrebbe chiuso niente meno che l’unico passaggio e la sola comunicazione che restava all’esercito austriaco colle terre alemanne. Un tentativo per prendere la fortezza di Mantova non ebbe miglior successo.

Queste furono presso a poco le fazioni militari che, esagerate nei vantaggi o attenuate nei danni, conobbersi in Roma nel mese di aprile; poichè dopo il passaggio del Mincio e i fatti di Mozambano, Borghetto e Valeggio, fuvvi piuttosto inazione o esitazione per parte di Carlo Alberto, le quali cessarono il 30 di aprile col fatto di Somma Campagna. Ma di questo, e de’ suoi risultati terremo discorso nel mese di maggio.

Il mese di aprile pertanto si passò lietamente per le notizie di favorevoli successi, le quali, quantunque aggrandite in quella profluvie di bollettini che ad ogni istante pubblicavansi, nondimeno nel complesso eran vere. Tra i bollettini però ve ne aveva dei falsi del tutto, e fra questi se ne distingueva uno che da quando a quando ti annunziava la presa di Verona; cosa che giammai non verificossi.

Ma ad onta dei successi reali, e dei bullettini esagerati per mantener desto lo spirito pubblico, non si era però tranquilli, perchè una esplicita e formale dichiarazione di guerra fatta dal papa non esisteva; e d’altra parte ad essa volevasi spingere risolutamente, quindi venivansi studiando i modi per costringervelo. Ma di ciò meglio in seguito. ’

[p. 238 modifica]Intanto per concitare vie maggiormente gli animi contro gli Austriaci, venne diffuso per Roma il seguente foglietto:


Il comitato provvisorio dipartimentale

di Treviso.


«Ci giunge dal Comitato del Friuli la seguente notizia che noi consegnamo agli annali delle sciagure d’Italia.

» Il valoroso Ippolito Caffi bellunese cadde la sera del 17 corrente nello scontro di Jalmicco presso Visco combattendo contro gli Austriaci.

» Il suo cadavere fu veduto il giorno appresso appeso ad un albero ed indossante l’uniforme della guardia civica di Roma. Un cartello gli pendea dal collo con questa leggenda: così si trattano le guardie civiche di Pio IX.

» Piantate o Italiani un alloro alla memoria di quel grande nell’arte e nell’amore della patria, ed apprestate i ferri alla vendetta.

» Treviso 20 aprile 1848.

» Il Presidente
» G. D. Olivi6



La esasperazione fu somma in Roma per la lettura di quel bullettino, e si disse che molti giovani avrebber voluto essere armati immediatamente e correre al campo per vendicare il Caffi.

Qualche giorno dopo però, come racconteremo al suo tempo, si verificò che il Caffi stava perfettamente bene, e che la notizia recata dal bullettino era stata una spiritosa invenzione.

[p. 239 modifica]Rammenteranno i nostri lettori che nel capitolo VII di questo volume parlammo di lina proposta fatta al pontefice (auspice il circolo romano) di porsi a capo della Dieta italiana. Ed in coerenza di questo progetto giungevano in Roma da Napoli i seguenti individui spediti da quel governo per trattare tanto sulla lega quanto sulla Dieta italiana:

Principe di Colobrano
Principe di Luparano
Colonnello Gamboa
Casimiro di Lieto
Duca di Proto Pallavicino
Ruggero Bonghi   colla qualifica di segretari.
Alfonso Dragonetti

La sera stessa presentaronsi al cardinale Antonelli, e quindi si recarono al circolo romano ove di quello che dissero e fecero ci venne dato ragguaglio dall’Epoca del 20.7

Giunsero pure i deputati siciliani per lo stesso oggetto, ed erano:

Giuseppe La Farina
Il barone Casimiro Pisani
Il conte Michele Amari, autore della storia La guerra del vespro siciliano.

Il padre Ventura poi nominato recentemente pari di Sicilia e rappresentante quell’isola presso la Santa Sede, dovea fare parte ancor esso della medesima deputazione. Egli adunque non ebbe che ad associarvisi trovandosi già in Roma. 8

[p. 240 modifica]A dare un’idea adeguata, per quanto è possibile, della irregolarità di que’ tempi giova designare il fatto, che i detti deputati napoletani, sdebitatisi in prima delle visite di etichetta e di convenienza col cardinale Antonelli, indirizzaronsi subito al circolo romano e coh esso trattarono sui preliminari della formazione della Dieta: ma siccome al circolo non appariva chiaro se i deputati tenessero il mandato dal re, o dal popolo napolitano (come avrebber preferito i membri che di quel circolo avevano la direzione), così i deputati vennero accolti cortesemente sì, ma con qualche riservo è tenendosi in sulle generali; per lo che nulla coi medesimi si concluse. H comitato del circolo però propose anzi tutto che attendendo che tutti gli stati convenissero in una idea, e i popoli fossero pienamente e legalmente rappresentati, potevano intanto i deputati forniti o no di regolare missione, unirsi al comitato ed avvisare in seguito a ciò che dovesse farsi.9 Passiamo ad altro.

Raccontammo nel capitolo precedente alcune particolarità della crisi finanziaria che perturbò Roma in genere e la banca romana in ispecie. Debolmente ritraemmo gli inconvenienti occorsi, i quali assai più grandi furono di quello che comunemente si seppe. Raccontammo pure come la crisi della banca venisse a calmarsi col corso coattivo imposto ai suoi biglietti.

Ora diremo che mentre la detta misura veniva censurata da alcuni, trovava degli apologisti nei giornali della rivoluzione, fra i quali si segnalò il Contemporaneo con un articolo così concepito:10

«Del resto i ministri in questa circostanza si sono comportati saviamente; ma il rimedio alla crisi non sarà valido senza l’emissione sollecita dei boni del tesoro rimborsabili alla pari in ispecie metalliche mobilizzando e vendendo una parte dei beni delle corporazioni religiose.

[p. 241 modifica]«Alla qual misura più presto si arriverà e minore sarà il danno pel nostro stato nell’attuale crisi universale di Europa. Il pubblico aspetta con impazienza che si adempia alla promessa fatta di questa seconda ordinanza ministeriale, e ripone ogni fiducia in quei ministri che, portati al governo dal voto universale, non hanno tradita in alcun modo la fiducia del popolo.»

La seconda ordinanza che tanto era a cuore del Contemporaneo, poichè tendeva a vulnerare i beni del clero, era decisa fin dal 25 aprile, ma stante la rinuncia del ministro delle finanze monsignor Morichini al quale sottentrò in quel carico il principe Annibale Simonetti, non fu fatta di ragion pubblica che il 29 portando la sottoscrizione del laico principe, e non quella di monsignor Morichini arcivescovo di Nisibi. Si disponeva con essa quanto appresso:

«Saranno creati ed emessi, sino all’ammontare di due milioni e mezzo di scudi, tanti boni del tesoro che avranno corso come moneta legale, e saranno accettati in pagamento dell’imposta e di ogni altra obbligazione sì pubblica come privata al loro valore reale e nominale, identico a quello del danaro contante, e non ostante qualsivoglia convenzione in contrario.»11

Detti scudi due milioni e mezzo erano divisibili in 10 serie di 250 mila l’una, dalla lettera A alla lettera L, ed in 5 categorie come segue:

di Scudi 100 Boni 1000 Scudi 100,000
» 50 » 1500 » 75,000
» 20 » 2500 » 50,000
» 10 » 1000 » 10,000
» 5 » 3000 » 15,000
Scudi 250,000

I due milioni e mezzo avrebber dovuto servire, quanto a due milioni, per la banca romana e pei bisogni del [p. 242 modifica]governo, e quanto al resto, per il monte di pietà ed il banco di santo Spirito. Dal momento poi della emissione a quello della estinzione avrebber goduto dell’interesse del 3.60 per %.

Questo temperamento parve in allora non solo necessario ma proficuo, perchè tendente a rialzare il credito del governo e della banca, e far cessare la perturbazione e la diffidenza nel l’animo dei cittadini, pei quali la banca era di grande aiuto nejle loro transazioni commerciali.

Intanto è verissimo che così fatti boni vantaggiavano la situazione momentanea, ma non tanto però quanto credevasi; imperocchè molti di essi lungi dall’aumentare la circolazione, in che consiste la ricchezza degli stati, erano acquistati da capitalisti in esteri paesi, i quali senza nè rischio nè cura veruna li riponevano nei loro scrigni attendendo che se ne maturassero i frutti, ed intanto venivano acquistando la speranza di potersi prendere un giorno un qualche pezzo di terra nel fertilissimo stato pontificio, quantunque ritenessero i boni sotto chiave.

Di cotal guisa, tolti dalla circolazione dello stato cui apppartenevano, non costituirono un vero capitale circolante. Ed era cosa molto comoda e seducente in quei momenti di perturbazione e sfiducia di porre in luogo sicuro delle carte, e senza avventurarle al rischio delle speculazioni, vederne accrescere giornalmente il valore non solo, ma poterne calcolare a capello l’aumento.

Per queste ragioni adunque di poco o nulla avvantaggiarono il commercio essendo boni di una natura totalmente eccezionale, e da costituire piuttosto un’industria o rinvestimento a capo salvo per quelle ragioni che di sopra abbiamo sviluppato.

Non istaremo nulla a ridire della ferita che facevasi al diritto sacrosanto della proprietà, e dell’adito che aprivasi allo spoglio delle comunità religiose, la qual cosa per verità in tutti i paesi ove la rivoluzione stampò le sue orme, [p. 243 modifica]si venne praticando; cosicchè da questo lato ancora Roma veniva suicidandosi ed aprendo la strada a quegl’inconvenienti che più tardi si svolsero. Crediamo su ciò di aver detto abbastanza.

Tra le cose più memorabili che occorsero nella seconda quindicina di aprile dovremo notare che il giorno 17 venner tolte le porte del Ghetto. La nostra Gazzetta, ne dava l’annunzio colle parole seguenti:

«Iersera, per superiore disposizione, fu tolto affatto il recinto che segregava gl’israeliti dagli altri cittadini.»12

Fu pubblicato poi un foglietto dagli uomini della rivoluzione con un disegno rappresentante una porta e al di sotto questa iscrizione:

«Vicino è il dì che del gran Pio la voce
» Trarrà ogni gente ad adorarti, o Croce.
» Viva l’Italia. Viva Pio IX. Viva Carlo Alberto13

Nel medesimo foglietto si raccontava con esultanza l’atterramento delle porte che precludevano il claustro israelitico, e lo separavano dal caseggiato di Roma.

Il giorno 23 sacro alla Pasqua di resurrezione, la civica concorse peT la prima volta ad accrescere il decoro della solennità pasquale al Vaticano.14

L’altra cosa di grave momento, occorsa in quel periodo, fu la riunione del comitato dei circoli ch’ebbe luogo in Roma il giorno 21 di aprile (giorno anniversario del natale di Rotila) per le elezioni dei deputati.

Diremo a questo proposito come passaronsi le cose.

L’idea venne suscitata dal professore Orioli, il quale propose che si stabilisse un comitato preparatorio per influire moralmente sugli elettori. Ad ottenere questo scopo [p. 244 modifica]ciascuno dei casini o circoli di Roma scelse una commissione di venti de’ suoi soci, la quale dovesse rappresentarli.

Le commissioni si riunirono la sera del 21 di aprile nella sala del casino dei commercianti e si costituirono in comitato. Vi si decise che due persone in ciascun circolo o casino fossero nominate in commissione coll’incarico di proporre un modo d’influire sugli elettori, e dar contezza delle persone più meritevoli di essere scelte fra gli eleggibili.

Per influire poi tanto sull’opinione generale, quanto sugli elettori, si avvisò che il comitato pubblicasse un programma o professione di fede politica. Ne fu incaricato il conte Terenzio Mamiani, il quale lo compose, e fu letto la sera del 25 di aprile dal segretario Ottavio Gigli.

Questa fu l’origine del famoso Programma Mamiani, che servì poi di base alla sua politica quando fu ministro, e che cagionò la scissura col pontefice e la caduta del ministero che dal Mamiani prese nome e colore. Ma di ciò dovrem parlare in seguito, ed allora riporteremo per intiero,’ siccome documento importantissimo, il detto programma. 15

I provvedimenti guerreschi intanto con alacrità venivano spinti; e come nel marzo si fece un appello alle borse per ottener danari, in sulla metà di aprile se ne fece uno ai proprietari di cavalli per ottenerne a pro dell’artiglieria civica mobilizzata. L’aristocrazia romana, e alcuni mercanti di campagna ne sopperirono trentasei.

I nomi dei pochi generosi vennero registrati dalla Gazzetta di Roma.16

II papa intanto comandava più in apparenza che in sostanza; il municipio occupavasi ancor esso più di politica che di amministrazione del comune; i circoli facevan rapporti, indirizzi, manifesti, entravano in negoziato [p. 245 modifica]coi deputati de’ governi limitrofi, ed eran sempre i portavoce fra il così detto popolo è l’autorità governativa; e i comitati per l’armamento adoperavansi a tutt’uomo per secondarlo e promoverlo alacremente. Così in luogo di un centro di comando, se ne avean parecchi ad un tempo.

Ed affinchè possiam ritrovarci in questo laberinto di avvenimenti, ed in tanta confusione di poteri, conviene che sopra tutto per ciò che riguarda la guerra, riappicchiamo il filo là dove lo troncammo, quando si disse che il general Durando aveva emesso il 5 aprile un ordine del giorno ed un altro il 10 stando ancora a Bologna. Ambidue questi atti facevan comprendere che voleva oltrepassare i confini, ma questi non erano oltrepassati ancora. Egli il 17 stava a Ferrara.

Intanto il 20 o il 21 di aprile si conobbe positivamente in Roma che il Durando aveva valicato i confini insieme colle truppe che eran sotto i suoi ordini. Ci narra il Montecchi segretario del general Ferrari, le particolarità di quella spedizione e riporta una lettera del Durando del 17 ove dice che l’indomani doveva mettersi in marcia.17

Sentirono allora i circoli, e chi dirigeva la rivoluzione in Roma, quanto irregolare fosse il procedere di chi era a capo delle pontificie milizie, e quanto falsa la posizione in cui andavansi a trovare. Il general Durando agiva, è vero, sotto gli ordini e giusta l’istruzioni di Carlo Alberto; ma i soldati del papa sarebbonsi trovati nelle terre lombarde senza che avesse preceduto se non una dichiarazione di guerra, un atto qualunque del pontefice che a ciò accennasse, affinchè almeno chiaro apparisse che quelle soldatesche, che portavano il suo nome e le insegne pontificie, erano riconosciute per regolari ed appartenenti al governo di cui indossavan le divise. [p. 246 modifica]Da qui sursero le discussioni tempestose che ogni sera in quel tempo facevansi al circolo romano e che si protrassero fino al 26 o 27 di aprile, per costringere il pontefice ad una dichiarazione di guerra; da qui le deputazioni ai ministri Recchi e Minghetti perchè ottenessero o estorcessero dal pontefice un documento di tanta importanza. Eran divenute cotanto celebri quelle discussioni, che parlavasene pubblicamente, e prognosticavasi senza ritegno che qualche gran cosa fosse per accadere.

Questo atto tanto desiderato non rinveniamo nè fra i nostri documenti stampati nè in veruna gazzetta, ma troviamo bensì nel Farini l’atto col quale lo si richiedeva. Quegli ci dice che effettivamente il ministero tutto del 10 marzo (meno il Morichini dimissionario cui era succeduto il principe Simonetti) e non escluso lo stesso cardinale Antonelli, indirizzò una istanza al pontefice affinchè dichiarasse la guerra all’Austria, e la riporta per intiero nelle sue storie.18

Tale istanza, di cui nè ammettiamo nè contestiamo la genuina esistenza, non dee recar meraviglia veruna, perchè il ministero Recchi era ministero di rivoluzione. Se quindi il cardinale Antonelli vi si associò, non fece nè più nè meno di quello che fece il giorno 11 di marzo, quando unito agli altri sottoscriveva il programma ministeriale ove parlavasi d’armamenti e di guerra; cosicchè le idee emesse nel secondo atto non furono se non che la conferma e lo sviluppo delle idee enunciate nel primo: ed il presidente del Consiglio dei ministri cardinale Antonelli, salvo che non avesse voluto provocare una rivoluzione ministeriale ricusandosi a sottoscrivere quell’atto, doveva fare necessariamente ciò che avevan fatto gli altri ministri.19

E se il ministero, che pure era presieduto da un cardinale di santa Chiesa, teneva un simile linguaggio, non è poi meraviglia che si venisse formando un comitato di [p. 247 modifica]guerra il giorno 28 perchè tutto ciò era in conformità delle idee, dei desideri e degli scritti che in quel tempo avevano corso pubblicamente.20

Il detto comitato di guerra venne formato ad istigazione del circolo popolare, e la Pallade, che ne racconta l’origine, si esprime così:

«Ieri sera (27 aprile) alcuni deputati del circolo popolare, tra i quali il bravo Ciceruacchio, presentarono al circolo romano un progetto o indirizzo per costituire un comitato di guerra destinato a cooperare al buon andamento della guerra della indipendenza italiana. Furono accolti con applauso, e altri deputati del circolo romano si unirono a loro per invitare insieme all’adesione gli altri circoli e casini. Lode al circolo popolare il quale anzichè occuparsi di pranzi e cene, prende l’iniziativa in affari nazionali e di somma importanza.»21

Nel giornale l’Epoca difatti del giorno 29 si hanno i nomi dei componenti il comitato di guerra che furon dodici, cioè:

due pel circolo romano,
due pel circolo popolare,
due per la società artistica,
due pel casino dei commercianti,
due pel casino a piazza di Sciarra,
due pel casino al palazzo Costa.22

Istallatosi appena il comitato, emise un atto,23 e questo atto è da notarsi che di tutto parlava fuori che del papa, [p. 248 modifica]del tanto esaltato Pio IX; di lui insomma nè come pontefice nè come sovrano facevasi menzione veruna quasi non esistesse affatto.

Ad onta però degli atti del ministero, delle deliberazioni dei circoli, degli eccitamenti della stampa pubblica, e della diffusione del Programma del comitato di guerra, mancava la cosa essenziale, ed era la risposta e l’adesione del papa.

Questo fu lo scoglio a cui ruppero la rivoluzione e le aspirazioni di tutti coloro che senza essere rivoluzionari, volevan la guerra contro l’Austria. Imperocchè mentre ansiosamente attendevasi la tanto implorata decisione sovrana in senso bellicoso ed alla rivoluzione favorevole, venne fuori tale atto, che sdegno in alcuni, sorpresa e stupore in tutti i cittadini produsse.

Comprende ognuno che intendiamo parlare della famosa allocuzione del 29 aprile detta nel modo seguente al cospetto del sacro collegio:


«Venerabili fratelli,

» Più volte alla presenza vostra, o venerabili fratelli, detestammo l’audacia di alcuni, i quali avevano osato di fare a noi e pur anco a questa Sede Apostolica il grave torto immaginando esserci noi dipartiti dalle santissime norme dei predecessori nostri, e perfino (cosa orribile a dirsi!) dalla stessa dottrina della Chiesa in più di una parte.24 Ma neppure oggi mancano di coloro, il cui linguaggio verso di noi è tale, da farci comparire autori primari dei pubblici sconvolgimenti, che in questi recentissimi tempi suscitaronsi non solo in vari punti di Europa, ma ben anche in Italia. Ci è noto infatti che in più paesi della Germania, e specialmente Austriaci, divulgavasi avere il Romano Pontefice per mezzo di [p. 249 modifica]esploratori e di altre vie, eccitato i popoli d’Italia ad introdurre nuovi cambiamenti nella cosa pubblica. È pure a nostra notizia che alcuni nemici della cattolica religione ne tolgano occasione per accendere alla vendetta gli animi degli Alemanni, ed alienarli così dalla unità di questa Sede Apostolica. Quantunque da noi non si dubiti che i popoli della Germania cattolica, e i rispettabili loro vescovi abboniscano oltremodo da siffatta malvagità, tuttavia sentiamo esserè nostro dovere impedire lo scandalo che potrebbe derivarne agl’incauti e semplici, e ribattere insieme la calunnia che ne conseguita in onta non pure della umile nostra persona, ma eziandio della Santa Sede e dell’alto apostolico ministero che sosteniamo. E poichè quegli stessi maledici, impotenti a produrre verun documento delle macchinazioni che osano addebitarci, si adoperano a renderne sospetto tutto ciò che da noi si operò nell’assumere il governo de’ nostri temporali domini; noi per togliere ad essi ogni pretesto di calunniare, determinammo di mettere oggi in chiaro al vostro Consesso la causa e l’origine delle nostre operazioni.

» Voi ben sapete, venerabili fratelli, che fin dagli ultimi tempi di Pio VII nostro glorioso antecessore diversi potentati di Europa fecero insinuare al governo della Santa Sede, che nell’amministrazione civile s’intraprendesse un sistema più spedito e conforme ai desideri del ceto laicale. In seguito nel 1831 tali consigli ed insinuazioni più chiaramente si manifestarono nel noto memorandum che gl’imperatori di Austria e di Russia, e i re de’ Francesi, della Brettagna e della Prussia vollero mandare a Roma per mezzo dei loro rappresentanti. In quello scritto fra le altre cose trattavasi di convocare in Roma da tutto lo stato pontificio un corpo di Consultori, di riformare e di ampliare i municipi, d’istituire i Consigli provinciali, e d’introdurre queste stesse ed altre istituzioni in tutte le provincie [p. 250 modifica]per comun bene, e di dare ai laici adito a tutte le cariche riguardanti sì la pubblica amministrazione, sì l’ordine giudiziario; e questi due ultimi capi specialmente si proponevano come vitali principi del governare. In altre note poi de’rappresentanti medesimi proponevasi di concedere più ampio perdono a tutti, o quasi a tutti coloro che avevan defezionato dal proprio sovrano negli stati della Chiesa.

» Niuno ignora che alcune di queste cose furon mandate ad esecuzione dal nostro predecessore Gregorio XVI di sa: me: ed alcune furono inoltre promesse negli editti per di lui comando pubblicati nello stesso anno 1831. Ma siffatti benefici di quel pontefice si ravvisarono non corrispondere del tutto ai desideri de’ principi, e non essere bastevoli a consolidare il pubblico vantaggio e la tranquillità in tutto lo stato temporale della Santa Sede.

» Il perchè noi, appena per imperscrutabile decreto della Provvidenza fummo a lui surrogati, mossi al certo non già da alcuna esortazione o consiglio, ma bensì da particolare amore pei nostri sudditi concedemmo più largo perdono a coloro che avevano mancato alla dovuta fedeltà verso il pontificio governo, e quindi fummo solleciti di prendere varie disposizioni che giudicavamo conducenti alla prosperità de’ nostri sudditi. E tutto ciò che operammo ne’ primordi medesimi del nostro pontificato consente appieno a quel che i principi d’Europa avovan pure vivamente desiderato. .

» Ora dappoichè col divino aiuto portammo a fine i concepiti disegni, tanto i nostri, quanto i vicini popoli si videro talmente tripudiare di gioia e porgere a noi tali pubblici segni di congratulazione e di ossequio, che dovemmo durar fatica per richiamare in questa stessa città a giusti limiti i clamori, i plausi, e le popolaci adunanze.

» Di più sono a tutti noti, o venerabili fratelli, le parole della nostra allocuzione a voi pronunciata nel dì 4 [p. 251 modifica]ottobre dello scorso anno, colle quali raccomandammo a’ principi una benignità patema e le maggiori condiscendenze verso i popoli loro soggetti, e di nuovo esortammo i popoli stessi a prestare a’principi la dovuta fedeltà ed obbedienza. ETè ci Fiatammo, per quanto fu in noi, di avvisare ed esortare tutti affinchè fermamente saldi nella cattolica dottrina, fedeli osservatori de’precetti di Pio e della Chiesa, ponessero ogni studio nel mantenere vicendevolmente la concordia, la tranquillità e la carità verso di ognuno. E Dio volesse che queste nostre voci ed esortazioni avessero conseguito l’esito sospirato! Ma tutti ben conoscono i movimenti de’ popoli italiani di sopra rammentati, nonchè gli altri avvenimenti che sì al di fuori d’Italia, come nell’Italia stessa o erano per lo avanti accaduti, o in appresso si succedettero. Che se alcuno volesse mai sostenere, a simili avvenimenti aver dato una qualche causa le benèficenze da noi concedute nel principio del nostro pontificato; egli senza dubbio non potrà ciò ascrivere in verun conto ad opera nostra, dappoichè altro non facemmo che a noi non solo, ma eziandio ai ridetti principi era sembrato opportuno per la prosperità del nostro temporale dominio. Riguardo poi a coloro che in questo appunto abusarono delle nostre beneficenze, noi per fermo imitando l’esempio del Divin Principe e Pastore perdoniamo loro di cuore ed amorevolmente li richiamiamo a più sani consigli, e supplichiamo Iddio padre delle misericordie perchè voglia da essi tener lontani que’flagelli che son riservati agli ingrati.

» Nè potrebbero i popoli alemanni contro noi adirarsi, se ci fu impossibile di frenar l’impeto di que’ nostri sudditi che applaudirono ai fatti avvenuti nell’alta Italia a danno di quella nazione, e che infiammati al pari degli altri dallo spirito di nazionalità han voluto concorrere nella causa comune cogli altri popoli d’Italia, E per verità anche molti altri principi di Europa [p. 252 modifica]forniti di milizie di gran lunga maggiori delle nostre non poterono in questi tempi resistere alla commozione che ne’ loro popoli ugualmente eccitossi. Nella quale condizione di cose da noi altro comando non si diè alle nostre milizie spedite ai confini dello stato pontificio, se non se quello di tutelarne l’integrità e la sicurezza.

» Ora avendo alcuni mostrato desiderio, che da noi pure insieme con altri popoli e principi d’Italia s’imprenda la guerra contro gli Austriaci, riputammo alla perfine essere nostro debito manifestarvi chiaramente e palesemente in questo vostro solenne Consesso, ciò rifuggire del tutto dai nostri disegni, imperocchè noi, sebbene indegnamente, esercitiamo in terra le veci di Colui che è Autor della pace e Principe della carità, e quindi per uffizio del supremo nostro apostolato con ugual sentimento di paterno amore riguardiamo popoli, genti e nazioni, e tutti dei pari al nostro seno stringiamo. Che se pur tuttavia fra i nostri sudditi non manchino alcuni che si lasciano trasportare dall’esempio di altri Italiani, in qual modo potremo noi infrenarne l’ardore? .

» In questo luogo poi non possiamo a meno di ripudiare in faccia al mondo intero i fraudolenti disegni, che nei pubblici giornali ed in vari libelli si fecer palesi, di coloro i quali vorrebbero che il Romano Pontefice presiedesse ad una certa nuova repubblica da formarsi di tutt’i popoli d’Italia. Anzi in questa occasione caldamente ammoniamo ed esortiamo gli stessi popoli italiani, per l’amore che loro portiamo, a guardarsi con ogni studio da siffatti scaltri ed ingannevoli consigli, perniciosi anche alla stessa Italia, e strettamente rimanersi fedeli ai loro principi, che pur ebbero a sperimentare benigni, nè soffrano mai di essere distaccati dall’ossequio ad essi dovuto. Imperocchè, se altrimenti operassero, non solo mancherebbero al proprio dovere, mà si esporrebbero altresì al pericolo che l’Italia [p. 253 modifica]venisse sempre più divisa per discordie ed intestine fazioni. In quanto a noi torniamo a dichiarare che il Romano Pontefice rivolge tutt’i suoi pensieri, cure e sollecitudini, peròhè vie maggiormente si dilati il regno di Cristo, che è la Chiesa, e non già perchè si estendano i confini del principato terreno, di cui la divina Provvidenza volle dotata questa Santa Sede, affine di poter sostenere la dignità sua, ed esercitare liberamente il supremo apostolato. S’ingannano dunque a partito coloro i quali pensano che il nostro animo possa essere sedotto dall’idea di un più esteso temporale dominio, per gittarci così in mezzo ai tumulti della guerra. Oh quanto mai sarebbe di conforto al paterno nostro cuore, se ci fosse dato coll’opera, colle cure e fatiche nostre contribuire in qualche modo ad estinguere i fomiti delle discordie, a conciliar gli animi de’ belligeranti, e ricondurre fra essi la pace!

» Intanto mentre ci fu di non lieve conforto l’apprendere che non solamente in più luoghi d’Italia, ma anche fuori di essa, in sì grande concitazione delle pubbliche cose, i fedeli, nostri figli, non vennero meno al debito rispetto verso la religione ed i sacri ministri, tuttavia profondamente ci duole che tale rispetto non siasi ovunque osservato. Nè possiamo finalmente astenerci dal deplorare innanzi a voi quella funestissima consuetudine, invalsa specialmente ne’nostri tempi, di stampare perniciosi libercoli d’ogni sorta, coi quali o si fa una guerra atrocissima alla nostra augusta religione ed alla sana morale, o si eccitano civili turbolenze e discordie, o si attentano i beni della Chiesa, e se ne oppugnano i più sacri diritti, o con false accuse là fama pur anche si lacera di persone specchiatissime ......

» Tutto questo abbiam creduto oggi di comunicarvi, venerabili fratelli. Resta ora che nella umiltà del nostro cuore porgiamo unanimemente continue e calde preghiere a Dio ottimo massimo, perchè voglia preservare [p. 254 modifica]da ogni calamità la santa sua Chiesa, e dalla celeste Sionne degni riguardarci propizio e difenderci, e richiamare tutt’i principi e popoli all’amor della pace e della concordia tanto da noi desiderata.»

Questa allocuzione fu pubblicata in Roma in-4 nell’anno-1848 in lingua italiana, ed il testo latino riportato nella Gazzetta di Roma.25

Andremo ora esponendo primieramente i sentimenti che eccitò una così solenne e sì inaspettata allocuzione sul popolo, e soprattutto sugli aggregati ai circoli; quindi narreremo nel capitolo seguente i moti di piazza, le illegalità e le enormezze che si commisero.

Riportandoci dunque col pensiero a quei giorni nefasti che susseguirono la promulgata allocuzione, veniam rammemorando le prime impressioni che produsse negli spiriti pacati e riflessivi.

Dissero costoro, che l’allocuzione pontificia era tale atto, quale nè più nè meno al pontefice convenivasi.

Riporre esso con quell’atto le cose nello stato normale, rettificare le idee sconnesse ed esagerate, e ritemprarle coi principi razionali, che unicamente al sovrano ed al pontefice addicevansi. Solo si osservava da alcuni essere un atto forse un po’ tardivo, e simile in qualche modo a quel farmaco che, efficacissimo se adoperato a tempo di niuna efficacia riesce se amministrato quando il male ha messo troppo profonde radici.

Dissero pure che un atto di quella natura era quale lo avrebbero emesso Gregorio XVI o i suoi antecessori, poichè ivi si dichiarava apertissimamente essere stato un inganno il voler far credere che il papa quasi capitanasse l’italico movimento. Di cotal guisa venivasi con quell’atto a dichiarare una guerra aperta alla rivoluzione, ed a gittare un guanto di sfida ai suoi settatori.

[p. 255 modifica]Ma il pubblico romano il quale, quantunque ignaro in gran parte di scienze politiche, giudicava col semplice buon senso le cose dalle loro apparenze, e che per ventidue mesi non interrotti aveva sentito sempre magnificare Pio IX e preconizzarlo quale amico del progresso non solo, ma estirpatore degli abusi e de’ vecchiumi ripudiati dal secolo, e rigeneratore d’Italia e di sentimenti poco all’Austria favorevoli. Questo pubblico che aveva veduto le compassioni di Pio IX pei traviati in genere e le sue longanimità pei liberali in ispecie, le larghezze promosse nel viver civile, parte emananti dal suo cuore ben fatto, parte consigliate dal memorandum del 1831, la libertà della stampa, la guardia cittadina, l’affratellamento delle moltitudini mediante le processioni e i banchetti, le riunioni dei circoli, il fatto se non il diritto di petizione cogl’indirizzi, e quindi per fino la rappresentanza nazionale. Questo pubblico inoltre che si ricordava di aver letto nelle stampe per quasi due anni diatribe violenti e aperte provocazioni contro l’austriaco dominio in Italia; che sentivasi tutt’ora risonare all’orecchio il benedite gran Dio l’Italia; e che per soprassello rammentava pure gli stemmi austriaci abbattuti a furia di popolo, i frantumi scherniti fra le grida di una plebe baccante, gli arrolamenti pel campo, le prediche, gl’inviti alle armi, i pulpiti eretti sulle pubbliche piazze per ricever le oblazioni, i capi favorevoli all’italico risorgimento preposti ai comando delle schiere, le croci sul petto, e per fino i comitati di guerra formati nella città santa; questo pubblico or dunque come poteva non vedere con ammirazione e sorpresa un atto che in fin de’ conti ti diceva essere stato tutto ciò, in gran parte, un inganno ed una usurpazione lenta e continua di potere, per parte della rivoluzione?

Le ragioni poi che nell’allocuzione adducevansi, e che nei momenti di calma si sarebbero trovate giustissime, non eran valevoli a persuadere un pubblico che per due anni interi erasi accostumato a veder cose, e sentire [p. 256 modifica]diacorsi in tutt’altro senso, ed erasi gradatamente connaturato con un sistema d’idee opposte diametralmente a quelle che nell’allocuzione proclamavansi: e quindi poteva esso non provarne sbigottimento e sorpresa prima, dispiacere e corruccio di poi? Poteva esso non essere accessibile invece al sospetto di un repentino cambiamento d’idee, postochè le apparenze coonestavano piuttosto questa che qualunque altra spiegazione?

Molti poi dicevano: «sia pur vero quanto nell’allocuzione si asserisce: e perchè non averlo dichiarato prima, quando il male era in sul nascere, piuttosto che quando era cresciuto in intensità ed in vigore? Allora forse sarebbe stato efficace quel rimedio che ora troppo tardi si appresta all’infermo.»

Dure pur troppo ed acerbe parvero le parole che molti del popolo romano» pronunziarono, e che a noi ancora incresce il dover ripetere siccome quelle che realmente si dissero: perchè siam persuasi e convinti intimamente della rettitudine delle intenzioni primitive del Santo Padre, le quali limitavansi a volere una retta amministrazione dello stato pontificio con qualche larghezza più conforme alle idee del giorno e della umana dignità; e tuttociò per promuover la pace e la concordia fra i cittadini, il rispetto al civile principato, l’incremento della cattolica religione e nulla più.

Un piano preconcetto sulla base di una politica rigenerazione oltre i limiti dello stato papale non crediamo che sia entrato giammai nelle sue viste. Si volle bensì farlo credere: ed il Santo Padre non surse subito per ismentirlo, quantunque non mancassero per parte sua alcuni atti pubblici sotto forma di encicliche colle quali inculcava rispetto alla religione e ai suoi ministri, obbedienza ai regnanti, ed altri sanissimi ammonimenti, dei quali abbiamo parlato nel contesto di queste istorie.

Molto di più potrebbe dirsi in giustificazione del pontefice: poichè se da un lato apparirono le [p. 257 modifica]dimostrazioni popolari, dall’altro è provato che fece di tutto per impedirle. Designò più di una volta le mene dei perturbatori, ed ammonì il popolo a non lasciarsi abbindolare dai loro raggiri. Le allocuzioni, le enciclichè e le circolari di segreteria di stato che abbiam riportate a suo luogo, ne fanno fede non dubbia.

Parlò ai Consultori assai risentitamente il 15 novembre 1847; parlò dalla loggia del Quirinale il giorno 11 di febbraio dell’anno corrente contro alcune dimande, e prima, nello stesso giorno, aveva parlato ai capi di corpo contro i tentativi dei perturbatori dicendo perfino di affidare alla guardia civica la sua sacra persona e quelle dei membri del sacro collegio; parlò parole tristi e commoventi il 14 di marzo, e minacciò di adottare dispiacenti risoluzioni: cosicchè tutte queste cose riunite, ove ben si considerino, non possono non giustificarlo completamente dalla imputazione di aver sempre taciuto. Fu astuzia piuttosto del partito a lui avverso, quel dare risalto alle parole che giovavanlo, e coprire col velo quelle che avrebber potuto illuminare e disingannare le menti. In una parola il papa aveva parlato abbastanza per far comprendere lo stato in cui vèrsavan 1$ cose, e sembra piuttosto che il popolo proclive sempre ad ascoltare chi lo seduce e l’inganna, desse ascolto a questi, e le parole del pontefice o non comprendesse o ponesse in non cale.

Ma la più terribile impressione fu quella che provarono i parenti di tanti e tanti giovani ch’eran volati sul campo, e che a rattenerli non eran bastate nè ragioni, nè preghiere, nè lagrime; i quali per lo meno credettero che il pontefice, se pur noi dicesse apertamente, acconsentisse almeno in cuor suo agli ardimentosi propositi di quegli animosi giovani, molti de’ quali ritenevano in buona fede di andare a combattere per lui.

Questi parenti pertanto, e le màdri sopra tutto, al vedere che il papa disapprovava la guerra, pensaron subito che i figli loro, ove le sorti delle battaglie li avesser fatti [p. 258 modifica]cadere nelle mani nemiche, non come soldati regolari, sì bene come assassini o pirati sarebbero stati trattati. Questi pensieri e i lamenti e i pianti che emanavano in ispecie dal dolor materno, mescevansi alle grida disperate e alle imprecazioni di animi esacerbati. Non mancavan perfino di quelli che ad accrescerne l’acerbo dolore, e a disfogar l’odio loro verso il pontefice, andavano insinuando essere stato tutto ciò un tradimento del papa; quasi che per liberarsi da quei giovani di uri troppo caldo sentire, e di spiriti turbolenti animati, li avesse deliberatamente mandati al macello. Inorridiamo a scrivere di queste iniquità, ma vi ci spinge il dovere di storico. Intanto molti di questi parenti e le madri stesse nello sfogo dei dolore e dell’ira, e per l’amore sviscerato che nutrivano pe’ loro figli, al sovrano, al pontefice, alla Chiesa, alla religione, rabbiosamente imprecavano.

Questo fu forse uno dei più terribili episodi delle nostre comuni vicende: perchè quelle voci, quelle grida e quelle imprecazioni furon vere pur troppo, siccome emananti dal sentimento più forte dell’umana natura, l’amor materno.

Abbiamo voluto premettere queste considerazioni affinchè pennelleggiando dopo, quantunque con tratti inesperti, lo spirito pubblica di que’ giorni tristissimi, meglio possano apprezzarsi le cause dei commovimenti che successero alla promulgazione dell’atto famoso del 29 aprile, e che segnalarono una dell’epoche più terribili e più copiose di avvenimenti per la nostra città.

Ma se tante grida si fecer contro il pontefice, che alla fin fine tenne quel linguaggio che solo doveva tenere, e perchè più giustamente non se ne fecero contro chi colle sue improntitudini ve lo spinse? Perchè non prendersela piuttosto contro coloro che pretendevan dal papa ciò che mai non avrebbe potuto accordare? Il mondo credeva, perchè lo si era indotto in errore, che il papa volesse la guerra contro l’Austria. Questa persuasione, fosse pure insussistente, [p. 259 modifica]giovava ai rivoluzionari. E perchè dunque con esorbitanti richieste provocare un disinganno per loro fatale?

Di poco tatto non solo, ma bamboleggianti in politica si chiarirono così facendo. E di questa guisa, troppo volendo, tutto perderono.

E il papa che tanto aveva fatto per disarmare la rivoluzione, ammansirla e pacificare gli animi di tutti i sudditi suoi, poteva giammai ripromettersi in ricambio una slealtà e un tradimento di questa sorta?

Queste considerazioni devono ponderarsi pacatamente, prima di passare alla lettura dei fatti che occorsero per l’allocuzione del 29 di aprile, e dei quali tratteremo nel capitolo seguente.






Note

  1. Vedi la Gazzetta di Roma del 7 aprile 1848 pag. 231.
  2. Vedi Memorie della guerra d’Italia degli anni 1848-1849 di un Veterano austriaco, I vol. pag. 193. — Vedi Giuseppe Ricciardi, Cenni storici intorno agli ultimi casi d’Italia, pag. 203. — Vedi Augusto Vecchi, La Italia, storia di due anni 1848-1849. Torino 1856, vol. I, pag. 100 e seg.
  3. Vedi la Pallade del 15 aprile 1848.
  4. Vedi Ranalli vol. II, pag. 351
  5. Vedi Memorie ec. di un Veterano austriaco, I volume pagine 200 e 201.
  6. Vedi il V vol. Documenti, n. 63. — Vedi la Pallade, n. 228. — Vedi l’Epoca, n. 35.
  7. Vedi l’Epoca del 19 aprile 1848 n. 29. - Vedi V Epoca del 20 n. 30. — Vedi il Contemporaneo del 20, pag. 186. — Vedi la Gazzetta di Roma del 22. — Vedi la Pallade del 19, n. 222.
  8. Vedi la Pallade n. 222. — Vedi il Labaro del 21, pag. 90.— Vedi l’Epoca del 20.
  9. Vedi l’Epoca del 20 aprile 1818, pag. 115.
  10. Vedi il Contemporaneo del 13 aprile 1848.
  11. Vedi la Gazzetta di Roma del 29 aprile 1848, pag. 294.
  12. Vedi la Gazzetta di Roma del 18 aprile 1848. — Vedi il Contemporaneo del 20. — Vedi il Labaro del 19.
  13. Vedi il V vol. dei Documenti n. 61.
  14. Vedi la Gazzetta di Roma del 24 aprile 1848.
  15. Vedi il V vol. dei Documenti, n. 63 A.
  16. Vedi la Gazzetta di Roma del 20 aprile 1818 n. 67, prima pag.
  17. Vedi Montecchi, Fatti e documenti riguardanti la divisione civica e i volontari mobilizzati sotto gli ordini del generale Ferrari, nel fascicolo XI dei Documenti della guerra santa d’Italia. Capolago, marzo 1850 vol. IV, pag. 53.
  18. Vedi Farini, Lo Stato romano. Vol. II dalla pag. 86 alla pag. 90.
  19. Vedi il cap, VI di questo II vol.
  20. Vedi un foglietto intitolato: Agli Italiani, fra i documenti dei V vol. n. 68. Nel medesimo si fa la proposta del comitato di guerra.
  21. Vedi la Pallade del 28 aprile 1848, n. 230.
  22. Vedi l’Epoca del 29, pàg. 149. — Vedi il V vol. dei Documenti a. 68 e 70.
  23. Vedi il Sommario n. 20 ove si riporta per intiero lo stampato che si diffuse in città.
  24. Nelle allocuzioni concistoriali del 4 ottobre e 17 decembre 1847.
  25. Vedi la Gazzetta di Roma del 29 aprile 1848. — Vedi il V vol. Documenti n. 75. — Vedi il I vol. Motu-propri, n. 43.