Sui monti, nel cielo e nel mare/Lettere dal mare/A fior d’onda

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A fior d’onda

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A FIOR D’ONDA.

Giugno.


La notte è serena. La luna sorta da poco spande un chiarore grigio sul mare calmo. Il sommergibile italiano «V.L.A.» naviga guardingo alla superfice.

Il comandante, che emerge con tutte le spalle dalla torretta aperta come da un piccolo e bizzarro pulpito di bronzo, avverte di tanto in tanto:

— Vedette, attente!

Seduto sul frangiflutti della torretta, il secondo ufficiale osservava attentamente l’orizzonte. Ad un tratto, indicando un punto con la mano tesa, esclama:

— Oh, una vampa, là, a nord-ovest.

Un lieve bagliore violaceo ha rischiarato per un attimo un lembo basso e remoto di cielo.

Il comandante non risponde. Guarda con occhi chiari, immobile. Dietro a lui, sulla minuscola plancia, s’intravvede un oscuro gruppo di marinai scafandrati di cuoio, la testa coperta da passamontagne, i piedi calzati in grandi stivali di gomma. Sono le vedette ed il nocchiero, che manovra la ruota esterna del [p. 281 modifica]timone. Fermi, fanno massa con la piccola torre nera e panciuta, che prende il profilo animato di quei piedistalli della statuaria moderna popolati di figure umane in altorilievo. Sul gruppo, brillano a intermittenza le scintille azzurre del Marconi che chiama, e mandano uno stridore da insetti, come un canto di grilli.

— Un’altra vampa!... Ancora un’altra!

Lo stridore è cessato, e dall’angusto boccaporto di prua, il cui portello rotondo si solleva come la valva di una enorme conchiglia, sporge una testa. È il telegrafista.

— Signor comandante — egli dice — non posso comunicare. Troppe navi parlano adesso.

— Quante? Sono nostre? A che distanza?

— Sono tre che parlano, nostre, ad una quarantina di miglia.

Sono navi di squadriglia in crociera. Si sono avute notizie che possono far supporre nel nemico l’intenzione di sortire stanotte, ed è aspettato. Sommergibili e siluranti stanno alla posta. I balenii si rinnovano all’orizzonte.

— Che sia il cannone? — chiede come fra sè il secondo ufficiale. — Sono in «quella» direzione.

L’osservazione si fa più intensa. Tutti ascoltano. Non si ode che il fruscìo dell’acqua lungo i bordi e il palpito dei motori che arriva soffocato e remoto dalle profondità del battello.

— No — esclama il comandante dopo una [p. 282 modifica] lunga pausa. — Sono lampi di un temporale lontano. Non esciranno. Non si rischiano più... Che ora è?

La luce pallida della luna permette di decifrare l’orologio.

— Le due e mezza.

— Vedette, attente!

Il gruppo statuario dei marinai addossato alla torretta si scuote, cambia posa, si fissa. Succede un incommensurabile periodo di immobilità e di silenzio. Ogni sguardo ha il suo settore di vigilanza. Tutta la vita è negli occhi. Un sommergibile che naviga alla superfice è sempre in pericolo.

Sorpreso così, se non fa in tempo a sparire affondandosi, è morto. Non ha difesa. A galla è disarmato e fragile; esso è un povero anfibio inerme e vulnerabile sulle onde, terribile sotto.

Ed è condannato a venire su, a scoprirsi, a profittare della notte o della distanza per rinnovare le sue provviste d’aria e di elettricità, per riprendere fiato e vigore.

L’elettricità sola può spingerlo sott’acqua, e l’elettricità si consuma, finisce. Ma la dinamo turbinante che trasforma l’energia elettrica contenuta negli accumulatori in moto, se è costretta a girare in senso contrario da una forza motrice, trasforma il moto in energia elettrica. Ingranata a dei motori a nafta, la dinamo del sommergibile carica di nuovo gli accumulatori. [p. 283 modifica] Essa divora e crea, a volta a volta. E soltanto alla superficie del mare i motori a nafta, possenti bevitori d’aria, possono essere messi in azione. Ad essi si affida il battello nelle traversate notturne, e va, veloce e attento.

Le ore di immersione sono contate, non si può sprecarle.

Più della metà dei sommergibili scomparsi ha incontrato la morte nel delicato periodo della navigazione in superficie. Quando si legge nei bollettini che un sottomarino è stato affondato e il suo equipaggio è prigioniero, vuol dire che il battello fu trovato a galla, impotente. Nell’Adriatico solo, forse, una mezza dozzina di sommergibili, fra nemici e alleati, sono finiti così.

Uno dei francesi, navigando a fior d’acqua, si trovò una notte circondato da torpediniere austriache, sotto una tempesta di cannonate. Una granata danneggiò lo scafo, il battello era perduto. Il comandante segnalò la resa e aiutò i suoi uomini a salvarsi. Ma egli non si mosse. «Venite! Venite via!» — gli gridava l’equipaggio. «Adieu, mes enfants!» — rispose l’ufficiale calmo, e rientrò nel ventre del battello. Discese, aprì le valvole dell’immersione. Il sommergibile invaso dall’acqua sparì col suo comandante. Il valoroso ufficiale si chiamava Morillot. Un nuovo sottomarino francese porta il suo nome....

Un altro sommergibile, in emersione vicino [p. 284 modifica] ad una costa, fu sorpreso da un sottomarino nemico che si era avvicinato sott’acqua. Quando il periscopio fu avvistato, l’equipaggio era in parte sul ponte; poteva salvarsi facilmente gettandosi a nuoto. Non volle cedere. Accettò la lotta disperata. Gli uomini rientrarono nello scafo, chiusero i portelli sulle loro teste e manovrarono per l’affondamento. Troppo tardi. Avevano chiuso il loro sepolcro. Il battello era già una tomba di eroi. Il siluro che stava per colpirlo era scoccato. Così finì il «Nereide».

— Vedette, attente!

Il «V.L.A.» ha delle oscillazioni lente che fanno pensare ai movimenti di un nuoto. Il ponte sottile ed arcuato pare voglia sfuggire di sotto ai piedi, e istintivamente le mani si aggrappano ai bordi del frangiflutti, intorno alla torretta. La prora affusolata, tagliente e nera, si protende sul mare buio con una indicibile espressione di slancio e, piena di una non so quale volontà veemente, di quando in quando si tuffa come il muso di un delfino. L’acqua allora sale spumeggiando sul ponte. Simili a larghe pinne aperte, i timoni orizzontali tagliano i flutti.

Ormeggiato nel porto, il sommergibile ricordava ancora un po’ la nave; pareva una specie di torpediniera, snella, bassa, strana. Ma ora no; navigando nella notte, col suo corpo slanciato da siluro, svelto, snello, nudo, col suo dorso arcuato e lungo, non è più una [p. 285 modifica] nave. È una grande bestia marina, un favoloso cetaceo di acciaio che porta una torre sulla groppa, come l’elefante domato, e che si lascia guidare dal suo cornac.

Una vaga opalescenza d’alba comincia a sbiancare l’oriente, e una fascia di foschìa lontana taglia il chiarore soffuso del cielo e del mare. La calma è divenuta così profonda che dei riflessi di stelle guizzano pallidamente sulla lucida seta delle ondate lente.

Non si vede la terra ma si sente. Si sente l’odore salmastro e amaro di alga e di roccia bagnata che mandano le scogliere nella quiete estiva. La terra è laggiù, dentro quella bruma. Sotto la luce perlata che preannunzia l’aurora, si allarga a poco a poco lo sterminato deserto dell’acqua, livido, desolato, sinistro.

Non un alito di vento. Una melanconia accasciante è in questa calma pesante e funerea. Nessun battello sente come il sommergibile l’assedio della solitudine. Quel gruppo d’uomini intorno ad una sporgenza metallica a fior d’acqua appare disperatamente solo nel primo lividore del giorno, solo e abbandonato come un grappolo di naufraghi sopra un rottame perduto nell’immensità di un oceano.

Il sottomarino è il terribile solitario dei mari.

Deve esser solo. Se avesse dei compagni intorno, sommersi, non potrebbe riconoscerli. Deve esser solo e sentirsi solo. Viene [p. 286 modifica] sguinzagliato come una belva. Gli si addita una zona di agguato, lontana, nelle acque avversarie: esso va e morde. È il pesce-cane delle flotte.

Una volta immerso non ha più nulla che possa farlo distinguere da un sommergibile nemico. È un periscopio, cioè una minaccia. Chi lo incontra lo combatte. Tutti lo temono e deve temere tutti. A galla può ancora fare dei segnali alle navi amiche, dire: Sono dei vostri. Ma se è visto sott’acqua, è inseguito, cannoneggiato, cacciato dalle squadriglie di ogni bandiera. Vi è contro di lui una solidarietà esasperata di navi. Esso è un persecutore perseguitato. È il maledetto. Tutti i cannoni gli abbaiano appresso. Non ha grazia da nessuno. Perciò una gran cura è messa nel combinare le rotte dei sommergibili in modo che nessuna nave amica li incontri. Se l’incontro avviene, e avviene talvolta, sta al sommergibile a sapersi salvare. L’ordine per le navi è perentorio: Addosso! Ogni sommergibile conosce l’angoscia della fuga sotto al fuoco dei suoi.

Le vie del sottomarino sono sempre deserte. Esso parte, sparisce, abbandonato e fuggito. Se al tempo fissato per il ritorno non ricompare, il radiotelegrafo lo chiama. Lo chiama per un giorno, per due giorni, lancia ad intervalli il suo nominativo, qualche lettera dell’alfabeto o qualche numero, e il monotono e angoscioso appello è sentito da tutte le navi lontane, ronza in tutti i microfoni telegrafici, [p. 287 modifica] cerca, cerca, cerca. Passa sul mare la voce disperata: oz.... oz.... oz.... — si udì una volta per tre giorni. Nessuno risponde: il terribile solitario è morto.

— Giù l’antenna! — ordina il comandante del «V.L.A.» e rivolto al suo secondo: — Comincia a far troppo chiaro!

È il primo preparativo per l’immersione. Gli uomini sulla plancia mollano i paranchi dell’antenna telegrafica che si corica verso la poppa.

Il sommergibile fugge il giorno.

Gettato in mare un resto di sigaretta, il comandante incrocia le braccia e aspetta che la manovra sia finita. Non distoglie dall’orizzonte il suo sguardo attento, penetrante, calmo. Nell’alba la sua fisionomia si delinea ed appare piena di una serenità profonda ed eguale, illuminata da una specie di soddisfazione ferma e solenne, da una espressione di forza lieta e fredda, come se avvicinandosi la possibilità dell’azione e del pericolo una gioia grave lo penetri, una gioia senza sorriso, severa e lucida. Egli è uno di quegli ufficiali che adorano la loro missione con un fervore religioso. Sembra che egli dica fra sè: Ecco la bella ora!

Strano: par di sentir parlare sul mare, delle voci vagano intorno, nella solitudine.... Sono le conversazioni dell’equipaggio, nell’interno del sommergibile, che salgono e si spargono [p. 288 modifica] curiosamente dal boccaporto di prua. Un comando le interrompe, gridato al portavoce:

— Regolare l'assetto!

Si ode il brontolìo sordo ed eguale delle turbine elettriche che lanciano l’acqua nei serbatoi di poppa e di prora per dare al battello l’equilibrio della navigazione subacquea. Improvvisamente un urlo.

Una voce alta, selvaggia, breve, inumana, risuona nelle viscere del sottomarino. È il segnale di allarmi: un grido di sirena fatto per essere udito nel reparto delle macchine, pieno di tumulto, una voce imperiosa che significa: Pronti!

Un grave silenzio. I motori si sono quietati di colpo. Il fruscio dell’acqua solcata cessa, la scia si estingue, il «V.L.A.» rallenta la corsa, si ferma. Con un ronzìo canoro un ventilatore scaccia dall’interno l’aria corrotta dalle esalazioni dei motori a nafta.

Gli uomini che erano sul ponte sono scivolati dai boccaporti, giù per le ripide scalette di ferro dai poggiamano untuosi, e gli ultimi hanno avvitato i portelli. Nel reparto di manovra, pieno di una quieta luce di veglia che irradia dalle lampadine elettriche, tutti aspettano il comandante, muti, attenti, le mani sulle leve e sulle ruote. Egli scende dopo gli altri, per la scala della torretta come da una botola, e fa le domande sacramentali. La sua voce risuona stranamente nella cavità metallica: [p. 289 modifica]

— Chiuso a prora?... Chiuso a poppa?... Chiusa la torre?

— Chiuso!... Chiuso!... Chiuso! — rispondono delle voci da un capo all’altro del battello.

Comandi rapidi si seguono. E per tutto un affaccendamento veloce e taciturno. I motori elettrici si mettono in moto e rombano senza scosse, senza vibrazioni, con una possente dolcezza. Dei marinai curvi volgono sul pavimento le chiavarde che aprono le valvole dei doppi fondi. Si ode uno scrosciare cupo di acqua rinchiusa. Poi più niente. Niente altro che il turbinìo musicale della propulsione.

No, un lievissimo fruscio passa ancora in alto. Sollevando lo sguardo nel cavo oscuro della torre, si sorprende per un attimo sui vetri superiori un fuggitivo balenamento di biancori: la superficie del mare che si richiude.

Ed è finito ogni mormorio fluido di onda, ogni rumore marino, ogni esterno sussurro. Ci si sente sepolti subitamente in una quiete sovrumana.

La prua si inclina lieve: affonda. Le oscillazioni cessano, gli ondeggiamenti si sopiscono. Il sommergibile non ha più i moti fluttuanti della navigazione. Sembra che non solchi dell’acqua, che sia afferrato, tenuto, premuto da una massa solida e muta. [p. 290 modifica]

Si ha l’impressione di una immobilità assoluta, pesante, innaturale.

Ad ogni secondo il battello scende di un metro; va giù, va giù, si inabissa, e pure non sì ha la percezione del suo spostamento, della sua libertà, della sua vita. Scende dove nessun movimento di onde si propaga, dove nessuna tempesta mai arriva, dove nulla turba il sonno perpetuo delle acque profonde, e sembra spaventosamente fermo, prigioniero della eterna quiete.

Quello che avviene esula dalla sensibilità umana. Se non fosse circondato da strumenti che indicano che avvertono, che spiegano, l’uomo sarebbe sperduto e perduto.

Sono loro ora i suoi nervi nella corsa tenebrosa. Su innumerevoli quadranti graduati delle lancette scattano, girano, segnando pressioni, densità, inclinazioni, forze, profondità, e fremono sulle cifre con una prontezza fedele e intelligente. Esse sole si muovono, esse sole sentono, vibrano, vivono, capiscono.

Un dialogo grave e muto passa fra loro e l’uomo chiuso è inconsapevole. Sono degli aghi irrequieti e rivelatori che guidano ogni gesto di manovra.

I marinai fermi, attenti, le mani pronte all’azione, seguono uno spostarsi di lancette con la stessa intensità con la quale scrutavano poco prima la sconfinata distesa del mare.

II mondo ora finisce lì, è tutto lì. Nessun [p. 291 modifica]muro di prigione ha mai chiuso così completamente delle esistenze. Al di là, l’inaudibile: un gravame immenso di inerzia, di silenzio, di mistero, di morte.

Il «V.L.A.» incrocia sotto a delle possibili rotte nemiche. Incomincia l’agguato.