Sui monti, nel cielo e nel mare/Lettere dal mare/La guerra all’invisibile

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La guerra all’invisibile

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Lettere dal mare Lettere dal mare - Squadriglie in missione

[p. 241 modifica]LA GUERRA ALL’INVISIBILE.

Maggio.


È il battello del silenzio. Nessuno parla a bordo del piccolo vapore che va alla pesca. Ogni uomo sa quello che deve fare e lo fa senza aprir bocca. L’equipaggio è attento, alacre e muto. I comandi sono trasmessi con un fischio.

La nave esce lentamente dal porto andando a zig-zag da un varco all’altro dei varii sbarramenti della difesa, varchi ristretti, che bisogna conoscere, vigilati da guardiani e da cannoni, e che si serrano appena una nave è passata. Tutti i porti, gli ancoraggi, le baie, i canali d Europa si sono chiusi così. Campi di torpedini, campi di gimnoti, veri banchi di esplosivi si succedono sotto alla immutata superficie delle acque e sterminate reti di acciaio si svolgono, e cavi e catene enormi, nei passaggi più angusti, si tendono alla sera con grande frastuono d’argani manovrati alle rive. Fra tanti ostacoli e tanti pericoli, un sentiero segreto. Non basta conoscerlo per passare. Bisogna, avvicinandosi, issare un segnale di bandiera, che varia sempre: la parola d’ordine. È il cannone che la chiede. [p. 242 modifica]

Attraversate le ultime linee di mine, il piccolo vapore che va alla pesca si anima. I sibili brevi e imperiosi di comando si seguono. Ad ogni trillo è uno scalpiccìo molle di piedi nudi che corrono sul ponte, uno strepito metallico di argani, uno strisciare cupo di cavi di acciaio che si svolgono e vanno ad immergersi con uno sciabottìo nelle onde, a poppa: l’apparecchio della pesca scende in mare.

Non differisce molto da quegli apparecchi della pesca a vapore che sorreggono ed aprono le reti dietro ai chalutiers dei pescatori di aringhe e di merluzzi nei mari nordici. Soltanto, qui mancano le reti. Si va alla pesca delle mine nemiche.

Avanti a tutta forza! Il palpito delle macchine, regolare e poderoso, fa fremere i fianchi neri del battello. Il cavo di rimorchio si tende e vibra. Sull’acqua, dietro, emerge il dorso oscuro e affusolato di grossi galleggianti che guizzano a fior d’acqua come delfini inseguenti la nave in una festosità di spruzzi. La pesca comincia.

L’equipaggio è ora immobile sul ponte e il vento del mattino gonfia le sue camiciole di tela. Nella sua cabina vetrata, il timoniere alla ruota, attento, fermo, guarda la rotta con una fissità statuaria. La testa della vedetta spunta dal bordo della coffa sull’albero, che oscilla lentamente al rollìo come l’asta di un grande metronomo che abbia un uomo per [p. 243 modifica] contrappeso. Ogni persona a bordo porta al collo una specie di strana cravatta nera dalla quale pende sul petto un tubo di gomma: è un salvagente pneumatico. Bisogna essere sempre pronti al disastro su quell’umile vapore che esplora i sentieri del mare.

Rasenta spesso la catastrofe. Se incappasse direttamente in una mina, scomparirebbe in una eruzione di rottami e di schegge. In questo caso, anche la cravatta pneumatica sarebbe inutile. Ma avviene talvolta che le torpedini pescate si urtino fra loro ed esplodano, a meno di cento metri dalla poppa. Il battello è preso allora come in una tromba marina. Viene sollevato, la prua in basso, le eliche in aria, dal gonfiarsi repentino del mare. Una montagna d’acqua lo sovrasta. Gli uomini si sentono gettati violentemente al suolo da un soffio irresistibile e ardente. Un istante dopo la poppa affonda sotto al peso di immani e scroscianti cateratte: è la colonna d’acqua che ricade. Per alcuni secondi non si vede più niente; il battello è avvolto da un precipitoso candore di spunte e da turbini di fumo. Ma beccheggiando e rollando esso emerge dalla breve tempesta, e si affretta a cannoneggiare le mine non esplose.

I sottomarini non si avvicinano molto ai dragamine, che sanno armati. Il sottomarino è un animale feroce e prudente. Ma i pescatori di torpedini hanno scorto qualche volta la [p. 244 modifica]dritta e veloce effervescenza di un siluro filare come un razzo nell’acqua e passare a qualche metro dal loro bordo. Orientandosi sulla sua direzione essi arrivavano allora a sorprendere lontano un periscopio che affondava. I sottomarini fuggono inabissandosi. Non è raro avvistarne così, per un istante, qualcuno al largo, presso gli avamporti, intento a spiare la rotta delle navi, a scoprire i passaggi fra gli sbarramenti. Appena le siluranti, chiamate, arrivano ed esplorano, non c’è più niente.


La pesca continua.

Il rimorchio imprime di tanto in tanto delle lievi scosse al battello. Allora tutti gli sguardi si volgono al cavo tesato che si immerge nell’acqua. Esso dà il primo segnale della mina incocciata; incontrandola e svellendola ha degli scatti, dei sobbalzi, si abbassa e si risolleva come per uno sforzo. No, esso vibra ancora regolarmente. L’attenzione degli uomini ritorna al mare.

Un altro battello dragamine passa vicino, diretto al porto. Da bordo a bordo gli equipaggi si salutano con un gesto. Torna dal lavoro, ha ritirato dall’acqua il suo apparecchio di dragaggio e fila libero. Quando uno parte un altro arriva. Il lavoro non può aver soste. Non si sa mai quello che possa essere avvenuto sott’acqua nell’ultimo minuto. Un dragatore passa, e non trova niente; ripassa poco [p. 245 modifica] dopo e sradica dai suoi ancoraggi una fila di torpedini, enormi, verdognole, sinistre, che vengono su, affiorano e lo seguono oscillando. Sono state messe allora. Come? Il mare è deserto, niente è comparso sull’imponente distesa delle onde.

Dopo ogni disastro causato dalle torpedini, si parla di navi minatrici mascherate da battelli da pesca o da piroscafi neutrali. Non possiamo più fingere di ignorare che i nostri nemici, dall’inizio della guerra europea, si servono di sottomarini affondamine. Senza che nulla lo riveli, l’agguato è teso. Il lavoro dei dragatori deve perciò essere senza sosta. Essi percorrono perennemente le strade delle navi, come i carri spazzatori vanno su e giù alla notte lungo le vie addormentate delle grandi città.

Per tre volte un sottomarino nemico nascosto nell’azzurra profondità dell’acqua ha tentato, alla distanza di qualche mese, lo sbarramento dell’entrata al Mar Grande di Taranto. Ma anche noi avevamo disposti i nostri tranelli. Non è il caso di descriverli: basta dirne i resultati. Al terzo viaggio il sottomarino, quando aveva già lanciato tutte le sue mine e navigava quietamente fra due acque, si è distrutto in una esplosione formidabile. Era attesa.

Il dragamine passa in questo momento sul luogo della catastrofe.

Fu lui che pescò le torpedini quel giorno. Due di esse esplosero, e il battello ruscellante [p. 246 modifica] d’acqua, dopo lo scoppio odorava di nafta. Perché tutto il mare lì intorno era coperto di uno strato di nafta, che ha continuato a salire dal fondo per giorni e giorni come sgorgando da una sorgente.

Fu la prima cosa che si vide appena si calmò il sommovimento delle acque e si dissipò il fumo denso e nero dell’esplosivo: una immensa macchia cinerea e bituminosa frangiata da iridescenze. Poi un oggetto venne a galla sul grassume fangoso in mezzo ad una quantità di detriti irriconoscibili e minuti: un rotolo di carta igienica. Feroce dileggio del caso. Il mare non ha reso altro.

I palombari scesero a vedere. Dovettero calarsi a profondità quasi impenetrabili all’uomo, dove la pressione paralizza, e la luce del giorno non arriva che come un pallido crepuscolo lunare. Videro delle masse informi di ferraglie contorte; delle lunghe lamiere stranamente rapprese, come drappeggiate con grandi pieghe da stoffa; dei grovigli di tubi, di macchinari e di corpi umani nelle cavità più buie del sottomarino spezzato. Due volti mostruosi parevano guardare da una angusta squarciatura, con gli occhi sbarrati e la lingua di fuori. Tutto era color del fango, ma s’intravvedeva qua e là la tinta azzurra del dorso e la tinta bianca del ventre del battello distrutto. Cadaveri e macchine erano serrati, come compressi, in una sola cosa inestricabile e orrenda, [p. 247 modifica]

Da una fenditura un palombaro vide oscillare una mano. L’afferrò: essa cedette. Era distaccata. Ed egli venne a galla portando quell’avanzo, una mano larga, rude e pesante, dalle dita rattratte, la mano di un atleta che si afferra, piena della espressione di uno sforzo disperato. I marinai l’hanno sepolta piamente sotto una croce sugli spalti del forte di San Pietro.

La catastrofe era avvenuta alle due e un quarto del pomeriggio. Vuol dire che il sottomarino aveva viaggiato di notte, si era trovato all’alba all’entrata del golfo, e piano piano, immerso, era venuto al nord, fermandosi ed affondandosi quando vedeva delle navi, risalendo a fior d’acqua appena i rumori si estinguevano nel microfono, continuando guardingo. Si disponeva a rifare di notte il tragitto, nascondendosi, fuggendo, con la pavidità dell’assassino.


Il sottomarino da attacco, quello che ferma le navi, lancia siluri, tira cannonate, rischia almeno qualche cosa, deve avvicinarsi alla vittima, non può interporre distanze infinite fra sè stesso e il proprio delitto, e sembra quasi leale paragonato al sottomarino posa-mine che dispone il massacro e sparisce.

La struttura delle due navi deve differire profondamente. Ogni sbarramento che noi abbiamo pescato era composto di dodici [p. 248 modifica] torpedini; e dodici grosse torpedini, con le loro àncore, i loro cavi, gli apparecchi che regolano la caduta e quelli che regolano automaticamente la sistemazione definitiva, costituiscono un tale enorme carico per un sottomarino, che questo deve rinunziare ad ogni altro armamento, deve sacrificare alle mine velocità e difesa. È una nave terribile e vulnerabile; ha di che far saltare una città e deve aver paura di una barca; è come quei flaccidi e sanguinari mostri del mare che un colpo di temperino sfianca ed uccide. Una bestia spaventosa e miserabile.

Nelle tenebre soltanto emerge e naviga, adoperando il motore a nafta che, mentre spinge la nave, carica gli accumulatori e vi condensa le energie per il motore elettrico. Va lungo le coste, attento, pronto a tuffarsi. Di giorno si affonda, scompare, abbassa un’àncora per non essere trascinato dalle correnti, e aspetta immobile, fra due acque, a dieci, a quindici metri dalla superfice, ascoltando al microfono il passaggio dei battelli. Tornata la sera, se tutto è quieto, viene a galla, riprende il viaggio, come un ricercato dalla Giustizia. Può percorrere così sei, settecento miglia, forse più, fino alle vicinanze della mèta prefissa. Qui si immerge e cammina all’elettricità, sfiorando ogni tanto la cresta delle onde col periscopio per guardare, per orizzontarsi fissando alla costa dei punti di riferimento, per sorvegliare la rotta delle navi e calcolarne il sentiero. Quando [p. 249 modifica] crede d’aver capito, va giù tutto sott’acqua, e filando depone le mine, ad una ad una, ad intervalli regolari e calcolati, come un immane anfibio che faccia le uova.

Sono mine gigantesche, potentissime, perfette, munite di delicati congegni per i quali, dopo essere cadute al fondo, facendo blocco con la loro àncora, esse risalgono e vengono a disporsi automaticamente ad una inalterabile distanza dalla superfice dell’acqua. Anche catturate, anche disarmate, incutono una specie di ribrezzo, quelle grandi boe della Morte, un orrore istintivo, hanno qualche cosa di torvo, di subdolo, d’implacabile e di possente.

Debbono essere disposte nel ventre del sottomarino in chi sa quali ovaie mostruose comunicanti col mare, e qualche giuoco di leve le libera successivamente. Bisogna immaginare questa manovra assassina compiuta in silenzio, alla luce di lampade elettriche, nel pieno di una potenza di sterminio. Fuori è una gloria di sole e sul mare penetrato di serenità nulla rivela la truce seminagione di catastrofi.

Dove il mare è troppo profondo per mettervi delle torpedini ancorate, il nemico immerge, forse per i tubi lancia-siluri, delle mine libere, che un apparecchio idrostatico mantiene all’altezza voluta. Le affida alle correnti, dove queste muovono verso le nostre coste e i nostri passaggi. Negli ultimi tempi gli attacchi dei sottomarini alle navi degli Alleati sono [p. 250 modifica] diminuiti, ma di tanto decrescono le inermi vittime del siluro e del cannone, di tanto sembra che aumentino quelle delle mine. Tutto induce a supporre che i massacratori del mare stiano per cambiare sistema.

Troppe responsabilità, troppe note di Wilson, troppo orrore nel mondo. La mina non ha nazionalità. Quando è esplosa si può negare d’averla messa. I neutri hanno così la bocca chiusa. E poi l’aggressione offre qualche pericolo. La buona nave mercantile non vuol sempre lasciarsi ammazzare senza difendersi, alle volte si ribella, s’inferocisce, sperona, o apre il fuoco con un cannoncino impreveduto. È meglio tenersi lontani dai battelli, anche inermi, andare quatti quatti a tentare con prudenza la carneficina anonima. Non è difficile che dei sottomarini come quello che abbiamo distrutto si stiano moltiplicando. Bene, che vengano.


La vedetta sulla coffa del dragamine grida qualche cosa.

Dei fischi trillano dal ponte di comando. Tre uomini si inerpicano sul castelletto di prua, al cannone. Il pezzo è caricato, abbassa la bocca, cerca. Laggiù.... quella striscia chiara.... una scia... Un’ombra passa, la striscia svanisce. Doveva essere soltanto una di quelle plaghe lucide di calma che si formano per pochi istanti fra due ondate. Chi sa? [p. 251 modifica]

Per un minuto tutti guardano immobili. Poi l’attenzione degli uomini diverge nuovamente, intorno. Studia l’aspetto di uno spumeggiamento lontano, cerca il significato di un rottame che affiora, interroga intensamente la solitudine maestosa del mare.

Un rombo di motore e di eliche scende dal cielo: la perlustrazione aerea che passa. Essa pure è continua. Scruta le acque dall’alto. Viene, va, ritorna, il velivolo dalle ali dipinte con i colori d’Italia.

Spira un lieve scirocco, il cielo è brumoso, delle nuvolaglie fosche sorgono dall’orizzonte, e il mare grigio, corso da riflessi metallici, agita onde crestate di spuma. Per scorgere un sottomarino immerso ci vuole la calma o la tempesta, la trasparenza quieta o la grande ondata nel cui cavo il dorso azzurro del pirata si scopre. Oggi la giornata è cattiva per la vigilanza.

Simile ad un gigantesco gabbiano dalle ali tese e immobili l’esploratore aereo si alza, gira, repentinamente scende come per ghermire una preda, pare che sfiori l’acqua, balza di nuovo in alto, volteggia incerto su delle oscurità sospette, fila via. Squadriglie di siluranti in missioni misteriose rigano di fumo la lontananza.

Ma quello che avviene sopra al mare non è strano e non è nuovo. L’immaginazione si sprofonda, segue la draga. E al pensiero di quello che c’è sotto alle onde, alle miriadi di [p. 252 modifica]torpedini che aspettano come palloni frenati in una glauca quiete, ai gimnoti accovacciati sulle sabbie del fondo simili a polipi giganti, alle nuove armi strane disposte contro i sottomarini, ai congegni tesi per ogni dove, alle mine nemiche che da un istante all’altro possono emergere afferrate dalla pesca o esplodere sotto alla prora, a tutta la distruzione che sta in agguato, al nemico stesso che forse è giù, a pochi metri, ed ascolta, si ha improvvisamente la rivelazione affannosa della guerra marinara nella sua fase attuale, spaventosa e senza battaglie.

È come se la forza di tutte le battaglie dormisse sott’acqua: chi la desta è annientato. La più grande delle dreadnoughts non resiste più di un ferry-boat. Un piccolo urto, una ampolla piena di acidi si rompe sulla testa di una torpedine, una debole corrente elettrica si sviluppa che potrebbe appena azionare un campanello elettrico, una sottile laminetta di platino si riscalda, e un istante dopo la immensa fortezza di acciaio, con le sue torri maestose, con i suoi cannoni enormi, cessa di esistere. E niente può rivelare l’insidia. C’è sempre l’alea di un rischio. Si naviga nella cecità. È la guerra contro l’invisibile.

Non si combatte più, forza contro forza, ma la vita del mare ha perennemente la tensione di quell’istante supremo che precede il combattimento. Si è pronti, in un’attesa [p. 253 modifica] continua, raccolta, vigilante. Sulle navi che navigano, e lungo la costa, nelle batterie imboscate sui forti, sui pontoni e alle imboccature dei porti, degli artiglieri stanno dietro ai cannoni carichi. Sono sempre nell’atto di aprire il fuoco, e il mare è deserto.

Che un punto nero si mostri, e i piccoli calibri scrosciano. Quando delle navi nostre s’inoltrano fra gli sbarramenti, tutte le mire convergono sulla loro scia, per colare a picco il sottomarino che volesse seguirle. Non basta difendersi; bisogna prevedere quello che il nemico può tentare, tendere tranelli ai tranelli, agguati agli agguati.

È così che noi manteniamo il dominio del mare.

Se si pensa che un solo sottomarino può infliggere i danni di una battaglia perduta, dobbiamo considerare con fervida ammirazione l'opera della nostra Marina che ha saputo proteggere migliaia e migliaia di traversate in acque insidiate, che ha salvaguardato la vita di decine di migliaia di uomini in viaggio, sventando ogni sorpresa, ogni attacco, in una lotta oscura e logorante, che, assai più del furore dell’azione combattuta, prova il cuore, la mente e i nervi degli uomini.

La pesca continua....