Sui monti, nel cielo e nel mare/Problemi inattesi della guerra/La crisi dell’offensiva

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La crisi dell’offensiva

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LA CRISI DELL’OFFENSIVA

Novembre 1915.

Furono necessarie le stragi di assalitori tedeschi nella battaglia di Fiandra per accorgersi che nuove condizioni si richiedevano all’attacco di moderne fronti trincerate.

La preparazione, quel bombardamento che precede l’assalto e che deve fiaccare l’energia della difesa, si dimostrava mal calcolata; così come era, essa non bastava più a ridurre sufficientemente il fuoco avversario e a renderlo affrontabile; i vantaggi della difensiva con le nuove armi rimanevano esorbitanti sotto al più vivo cannoneggiamento di vecchio stile. S’imponeva la necessità di bombardamenti infinitamente più vasti e più intensi, eseguiti da masse enormi di bocche da fuoco con un favoloso consumo di munizioni. Non potendo aumentare l’efficienza dell’assalto bisognava diminuire o annientare l’efficienza della difesa.

Su questa via si lavorò ad una febbrile trasformazione degli organismi combattivi. Il [p. 34 modifica] problema nella sua enormità pareva ancora semplice. Si trattava di poter battere con tiri demolenti una regione come si batte un forte. La battaglia di movimento aveva già imposto un consumo di munizioni infinitamente più grande del previsto; la battaglia di posizione moltiplicava ancora il consumo in proporzioni immense. La immobilità delle fronti, sopprimendo le difficoltà di trasporto che misurano i mezzi degli eserciti in marcia, permetteva un accumulamento senza limiti di armamenti sulle linee difensive, per paralizzare i quali si richiedevano eguali e più vasti accumulamenti.

Dopo le dure esperienze della lotta di trincee in Francia, i tedeschi crearono come organismo di attacco la così detta «falange», cioè una mostruosa batteria di migliaia di cannoni di ogni calibro, servita da magnifiche organizzazioni logistiche, incaricata di aprire il varco alla fanteria, concentrando un fuoco spaventoso sopra un breve settore della difesa. Contro l’esercito russo, male fortificato perchè sorpreso in un periodo di transazione fra l’offensiva e la difensiva, affranto dalla lunga e manovrata lotta in Galizia, ricco di uomini ma povero ancora di mezzi, poco dosato di artiglierie, ridotto ad una disperata miseria di munizioni dopo lo sforzo compiuto sui Carpazi, impreparato a sostenere l’urto, la falange si dimostrò terribilmente efficace all’inizio. Ma col progredire della immensa battaglia l’efficacia scemò. Quando i [p. 35 modifica] russi, arretrando per salvarsi, cedendo fortezze e province pur di sfuggire alla continua minaccia dell’accerchi amento, poterono arrivare ad appoggiarsi a solide linee di difesa e a rinsanguarsi di nuovi munizionamenti, non si sentì più parlare di falange e l’offensiva tedesca marcò il passo.

I francesi dal canto loro, dirigendo la preparazione agli stessi scopi, prepararono qualche cosa di più grande e di più possente ancora della falange. Sì misero in condizione da potere ad un momento dato rovesciare sopra una limitata fronte di attacco, nel giro di poche ore, quantità immense di granate per spianare la via all’assalto. Se i dati arrivati a nostra conoscenza sono esatti, l’offensiva francoinglese di settembre avrebbe consumato sei milioni e mezzo di proiettili di artiglieria grandi e piccoli: cioè la massa di munizioni che, secondo i calcoli precedenti la guerra, avrebbe dovuto servire per le operazioni di tutto l'esercito francese durante un anno intero di ostilità. Con tutto questo, l’offensiva francese dopo avere sfondato su venti chilometri la formidabile prima linea di resistenza tedesca, dopo avere avanzato fulmineamente di due, di tre, di quattro chilometri, è arrivata alla seconda linea e ha dovuto fermarsi. Non bastava lo sforzo immane; sarebbe stato necessario rinnovarlo. E non è possibile rinnovare immediatamente uno sperpero di energie e di ricchezze la cui [p. 36 modifica] preparazione richiede mesi di lavoro all’attività nazionale.

Le difficoltà opposte all’offensiva da una moderna fronte trincerata non sono dunque definitivamente superate nemmeno dalla imponenza prodigiosa e dalla estrema violenza di questi metodi.


Non sono superate perchè non si adattano ad una soluzione radicale e definitiva. Sono difficoltà complesse, varie, e niente può sopprimerle radicalmente di un colpo solo. Bisogna adattare i sistemi ai casi, accoppiare all’energia la perseveranza, limitare l’azione alle possibilità immediate, considerare ad uno ad uno gli obbiettivi più vicini, premere dove non si può colpire, stancare dove non si può ferire, logorare dove non si può abbattere, saper persistere, saper insistere, saper ricominciare. Questa muraglia della difesa moderna che resiste all’impeto delle più grandi masse, come in Fiandra, che non cede che in parte al più spaventoso uragano di esplosivi che l’immaginazione umana possa concepire, come nella Champagne, può essere forse demolita pietra per pietra. Dove la tattica dell’urto immane e poderoso fallisce, riesce spesso la tattica della moltiplicità degli sforzi, la tattica di una continuità di azione vigorosa e paziente, che intacchi, che sgretoli, che scalzi, che penetri. È la tattica italiana. [p. 37 modifica]

Chi giudica la guerra da lontano, chi la vede attraverso le vecchie idee, vecchie di quindici mesi, e calcola ancora una situazione militare calcolando i quantitativi di uomini e di cannoni dei due avversari e le loro risorse e il loro valore, non può rendersi conto delle difficoltà immense, quasi inverosimili, che un esercito forte, bene armato e ardimentoso, deve superare per sloggiare dalle sue trincee un nemico anche meno numeroso e meno audace ma ben preparato.

Si può sconvolgere un trinceramento nemico con un fuoco di tutti i calibri, non lasciarvi un reticolato intatto, un baluardo eretto, un uomo vivo, sopprimervi ogni ostacolo, ogni protezione, ogni vita, e trovare che questo trinceramento sventrato, abbandonato, deserto e muto, non può essere avvicinato, non può essere preso, o non può essere tenuto.

Colpendo una posizione ora non si colpisce più la sua forza maggiore. La sede della sua forza è altrove, ed è introvabile. Quando tutte le difese locali sono annientate, rimane intatta, o quasi, la difesa più poderosa: quella delle artiglierie. Andando all’assalto di posizioni sulle quali non c’è più niente e non c’è più nessuno, la truppa si trova esposta ben spesso a fuochi assai più terribili che se le posizioni fossero gremite di masse enormi e risolute. Dopo aver soppresso o ridotto tutte le opposizioni visibili, bisogna sopprimere quelle [p. 38 modifica]invisibili. Sono le più gravi. Bisogna trovare e colpire, o paralizzare, infinite artiglierie sagacemente mascherate, sepolte e disperse nella immensità di vallate che lo sguardo dell’assalitore non penetra.

Scacciate dai loro vecchi rifugi, dai forti, dalle lunette, dalle batterie trincerate, da tutte quelle opere permanenti o campali che erano apparse finora formidabili, e che hanno offerto un così facile bersaglio alla precisione degli odierni pezzi di assedio, le artiglierie si sono sparpagliate. Fuggendo dai loro baluardi crollanti si sono messe in salvo. I tecnici più sapienti non si sono accorti che all’esperienza delle possibilità nuove che si offrivano all’artiglieria.

Dove prima pareva utile disporre i cannoni, ora non si mette al più che un telefono; il cannone può stare in una buca coperta di frasche, scavata in qualsiasi punto nel raggio di tre, quattro, sei chilometri dagli obbiettivi di tiro; e il comando telefonico permette di non tenere più riuniti nemmeno i pezzi di una stessa batteria, ma di disseminarli, legati da un filo elettrico, sopra ettari di terreno. Non essendovi più appostamenti obbligati per l’artiglieria, nella imminenza di un’azione la difesa può spostare indifferentemente, nel modo meno prevedibile, i suoi cannoni, per rendere vane tutte le cognizioni che il nemico può avere faticosamente acquistato e per disorientarlo. [p. 39 modifica] Nella settimana che ha preceduto la nostra azione di ottobre, l’artiglieria austriaca non ha sparato un colpo: aveva mutato tutte le sue posizioni e non voleva rischiare di rivelarle prima dell’ora decisiva. Per colpire un’artiglieria così disposta bisognerebbe eseguire il bombardamento di intere regioni. E quello che si tenta. Con quali resultati?


I cannoni della difesa hanno un bersaglio preciso, limitato, vulnerabile, sensibile, facile: la fanteria che avanza. Ma i cannoni di chi attacca non possono efficacemente controbatterli, essi hanno per bersaglio la vastità e la profondità di un panorama. Certo le posizioni dell’artiglieria avversaria finiscono per essere indovinate, ma solo quando il loro fuoco ha imperversato, perchè è il loro fuoco che le indica. Si è di fronte a questo dilemma angoscioso: per avanzare bisogna far tacere le batterie avversarie, per farle tacere bisogna vederle, per vederle bisogna avanzare.

Anche quando le posizioni dell’artiglieria nemica sono conosciute, il campo che esse offrono al tiro è troppo esteso per portarvi dei danni irreparabili. Lo spazio è la protezione maggiore e nuova dei cannoni. Una batteria, ai tempi così recenti in cui i suoi quattro pezzi dovevano stare uno vicino all’altro, copriva una superficie di sette od ottocento metri quadrati, al più; era una superficie facile a sconvolgersi, [p. 40 modifica] una volta ben determinata; centocinquanta o duecento colpi giusti bastavano a non lasciarvi un palmo di terreno che non fosse colpito; una esatta concentrazione di fuoco poteva annientare la batteria in cinque minuti. Per ottenere lo stesso effetto adesso, bisognerebbe sconvolgere venti o trentamila metri quadrati di superficie, cioè lanciare otto o diecimila granate contro una sola batteria. Si è arrivati ad una situazione paradossale, per la quale le artiglierie non possono più battersi fra di loro in una maniera veramente efficace. Esse non sono distruttive e massacratrici che impiegate contro le posizioni della fanteria, e tanto più contro la fanteria in movimento.

Come avanzare, dunque, se l’artiglieria nemica è sempre in grado di creare una atroce e insuperabile barriera di fuoco? Si avanza provocando il suo allarme in tre, quattro, dieci punti contemporaneamente; attaccando a fondo in un settore mentre essa para una minaccia altrove; deviandola, stornandola, dividendola con una vastità e una molteplicità di obbiettivi. Il suo tiro si fa indeciso, si concentra ora qua ed ora là lasciando tempi di respiro, e sulle zone momentaneamente scoperte l’assalto balza, progredisce, arriva, si aggrampa. Intanto l’artiglieria dell’assalitore, pur non riuscendo facilmente a infliggere danni materiali all’artiglieria della difesa, ottiene positivi effetti morali circondandola di esplosioni; essa forma [p. 41 modifica] lontane cortine di interdizione, batte i rovesci delle posizioni, cerca le riserve, chiude le strade, ferma i rinforzi, disordina i servizi, si rende terribile per la sua stessa cecità che mette il pericolo per tutto, dissangua, paralizza, scoraggia. Ma l’assalto così diventa una questione di minuti, una questione di calcolo, deve avere una durata fatalmente ristretta, bisogna che nulla lo fermi, nulla lo rallenti, tutto deve esservi previsto, l’istante della impossibilità sta per scoccare.

Che il varco aperto con eroici sacrifici nei reticolati si presenti insufficiente; che la pioggia impedisca alle granate incendiarie di bruciare le armature dei «cavalli di Frisia»; che il fango, come quell’orrendo fango rosso del Carso, viscido al pari d’una poltiglia sanguigna, e il fango saponoso del Podgora sul quale il piede non fa presa, e il fango argilloso di Oslavia che atterra la scarpa come con una mano, che il fango dicevamo faccia scivolare il passo e rallenti lo slancio; e l’assalto manca. La linea d’attacco allora deve fermarsi, sdraiarsi, ripararsi, aspettare spesso fino alla notte, difendersi con i fucili coperti di melma, dei quali l’otturatore non si chiude che a colpi di pietra sulla leva.


Lo spazio da percorrere sarebbe breve se l’assalto potesse partire dalle ultime trincee.

Le trincee avversarie sono vicine fra loro; [p. 42 modifica]nella vicinanza le fanterie trovano una protezione reciproca contro l’artiglieria; quando le linee avversarie si toccano non si possono cannoneggiare le trincee nemiche senza rischiare di cannoneggiare le proprie. Ma per questo, appunto, chi attacca deve cominciare col tirare indietro la sua fanteria, mettendola al sicuro dai colpi corti durante il periodo del bombardamento. Il nemico bombardato ritira le sue. Quando il cannone lavora non c’è più nessuno nelle trincee. Le posizioni sono deserte. Il silenzio improvviso che precede l’assalto è come il segnale di una corsa, da una parte e dall’altra. L’assalitore deve raggiungere la sua antica prima linea, e da lì continuare verso la prima linea nemica. Il tragitto è lungo. Spesso quando l’assalto arriva, la posizione è già rioccupata dall’avversario. Tutto vi è devastato, le vedette sono morte, le mitragliatrici sepolte; ma se non tutte le mitragliatrici sono inutilizzate, se due o tre di esse vivono ancora e si svegliano; oppure se la trincea presa è battuta inopinatamente di infilata da altre trincee inconquistate, disposte con criterii impreveduti; oppure se il sistema difensivo si appoggia a qualcuna di quelle ridotte nascoste, sotterranee, complicate e bizzarre, che i soldati espressivamente chiamano «grovigli», e la ridotta rimane in mano al nemico, l’assalto manca.

Manca anche se le difficoltà non sorgono direttamente sulla sua via, se sorgono altrove, [p. 43 modifica] ai lati, paralizzando qualche azione fiancheggiatrice. Può mancare così soltanto per avere avanzato bene ma senza appoggio. Manca dopo il successo stesso, se l’artiglieria nemica non lascia il tempo di sistemare la difesa della posizione conquistata, se ferma i rincalzi, se l’attacco che deve richiamarla altrove non può più svolgersi....

Una volta la presa di una posizione segnava la fine dello sforzo; ora invece segna l’inizio di una fase infernale. Bisogna resistere al bombardamento, vivere in un sovvolgimento ardente, lavorare nel fumo, sotto le raffiche di piombo, in un grandinare veemente di schegge e di pietre, opporsi ai contrattacchi. Sono poche le posizioni che è possibile espugnare al primo tentativo. Non basta più vincere, bisogna rivincere, spendere le energie di dieci combattimenti per raggiungere il risultato di una scaramuccia. E si rimane talvolta aggrampati, incastrati nella linea nemica, in situazioni che sembrano impossibili, per giorni, per settimane, finchè la conquista non si allarga con altri assalti e non si consolida.

L’attacco richiede ora tesori quasi sovrumani di valore e di abnegazione; le fanterie sono chiamate a compiti inauditi e sacrifici senza precedenti; l’attacco richiede inoltre precisioni assolute di piani, perfezioni estreme di organismi, pienezze di sforzo; e mentre tutte queste condizioni e tutte queste virtù sono [p. 44 modifica] indispensabili perchè l’azione si svolga, basta un incidente di lieve apparenza a fermarla. Essa ha possibilità limitate e infiniti contrasti; procede fra imponderabili incertezze; urta in ostacoli vani, numerosi, imprevedibili, formidabili e vaghi, come sono formidabili e vaghi quei reticolati che si vedono appena e sembrano una molle e innocua nebbia azzurrastra.

Questa relativa impotenza della offensiva contro una fronte di difese moderne, questa crisi dell’attacco di cui soffrono tutti gli eserciti, conduce ad una febbrile ricerca di mezzi nuovi, di nuovi ordigni; crea attrezzature bizzarre per distruggere, sfondare, sbaragliare. Ci si va allontanando dalle forme tradizionali, si introduce nella lotta l’uso di armi strane, sorge a poco a poco una meccanica della guerra. La tecnica industriale è chiamata al soccorso della tecnica militare. Si presentano difficoltà che forse trovano l’ingegnere meno disarmato del generale. Lo strappamento dei reticolati, per esempio, può imporsi allo studio dei fabbricatori di macchine. E così altri ed altri problemi.

Una soluzione allo squilibrio enorme che si e creato fra l’offensiva e la difesa, un colto colonnello del nostro stato maggiore la immaginava in qualche protezione mobile sotto alla quale le truppe potessero avanzare in relativa sicurezza. Era durante l’ultima battaglia; l’ufficiale svolgeva calorosamente la sua tesi, [p. 45 modifica]che pareva vivificata dalle notizie che giungevano dall’azione ogni minuto. «Se i bombardamenti alla francese non sono sufficienti a ridurre l’opposizione fino allo sfondamento completo della fronte nemica, egli diceva, se l’assalto di grandi masse alla tedesca non arriva a causa della sua vulnerabilità, assottigliamo l’assalto ma corazziamolo, e riducendo le sue perdite noi riportiamo l’azione nel campo delle possibilità e nelle proporzioni logiche dei mezzi». Corazzarlo, come? L’idea pare fantastica, ma tutto è possibile oggi, nell’ora degli sforzi giganteschi.

Si sta adottando nella fanteria il casco di acciaio, e dei piccoli scudi quadrati sono già in uso fra le truppe di avanzata; l’idea di riparare in qualche modo alla dolorosa vulnerabilità dell’assalitore comincia a suggerire dei rimedi, ma insufficienti, minuscoli. La ricerca lavora troppo sulle strade battute; segue troppo tradizioni e principii di tecnica militare; per proteggere il soldato essa non trova che dei pezzi di armatura; fruga gli arsenali della storia, passa in rivista tutto quello che nei secoli gli uomini hanno fatto per la guerra, ma poco può rinvenire nel passato che serva ai nuovi bisogni. Questi non hanno confronti, si presentano con caratteristiche che l’esperienza delle guerre ignora, vanno studiati col soccorso di tutte le scienze, con l’ausilio di tutte le cognizioni, come i grandi problemi del lavoro. [p. 46 modifica]

Lo scudo e il casco non bastano. La necessità può far scaturire l’invenzione di vere macchine da guerra che avanzino sopra ogni terreno, può suggerire l’adozione di aeroplani da trasporto, può far trovare risorse prodigiose, per poco che sia secondata l’unione di tutte le capacità nelle ricerche e nelle esperienze.

Non sono molti giorni che i russi si sono impossessati di una strana corazzatura tedesca, fatta di tanti scudi fissati ad uno scheletro di legno munito di ruote. Era un attrezzo in esperimento, imperfetto, rozzo, di difficile manovra, ma era il segno di un lavoro che va meditato. L’esercito che riuscisse a diminuire soltanto della metà i rischi della sua fanteria in avanzata, trionferebbe su tutti. L’offensiva deve uscire da questa sua paralisi, da questa immobilità esasperata e dolorante piena di violenti sussulti.

Dove non arriverebbe il nostro magnifico esercito, che fra tante inaudite difficoltà osa agire con metodica continuità contro una fronte fortificata, e fa dei passi avanti, brevi ma costanti, dove non arriverebbe se per un giorno un solo giorno, i suoi soldati meravigliosi, avanzando come i Romani sotto ad una moderna «testuggine», potessero trovare gli ostacoli e i pericoli ridotti alle proporzioni di quelli di una buona, vecchia battaglia?