Sul mare delle perle/Capitolo VII

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VII. I selvaggi di Ceylan

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CAPITOLO VII.

I selvaggi di Ceylan.

Come Amali aveva previsto, della nave naufragata non rimanevano che dei rottami. Lo scafo, spostato dal peso soverchio delle artiglierie e dell’alberatura che doveva essere caduta, si era a poco a poco interamente rovesciato ed ora si scorgeva sott’acqua, alla profondità di parecchi metri.

Non emergeva che un pezzo dell’albero di trinchetto, a cui era appesa ancora una vela. Invece, travolti dalle onde che si frangevano fortemente sui bassifondi, si vedevano pennoni, tavole, cordami, frammenti di murate e anche parecchi cadaveri, quasi divorati dai pesci-cani, e dall’alta marea sospinti sulle sabbie dei banchi.

— Non vi è da far nulla quì, — disse Amali. — La nave si è interamente perduta e non si potrebbe più nemmeno rimettere a galla.

— Credi che l’equipaggio si sia rifugiato in qualche isolotto di Ceylan? — chiese Durga.

— Sarà stato raccolto dai pescatori di perle e condotto nell’India. Lasciamo questi rottami che a noi non servirebbero e allontaniamoci subito. Le [p. 90 modifica]onde possono spingerci sulle sabbie e arenare il Bangalore.

Con una prudente manovra, Amali guidò la nave attraverso a tutti quegli scoglietti coralliferi che mostravano dovunque le punte aguzze come aghi e la lanciò verso levante, dove già si cominciava a scorgere confusamente le alte spiaggie di Ceylan.

Essendo aumentata la brezza, il Bangalore s’avanzava con crescente celerità, superando le otto miglia all’ora, il che gli permetteva di raggiungere le coste dell’isola molto tempo prima che spuntasse l’alba.

Era d’altronde quello che desiderava Amali, premendogli di approdare inosservato, per non farsi scorgere dagli abitanti costieri e non mettere in allarme i guerrieri del marajah.

Prima di agire egli voleva cercarsi un rifugio sicuro per non esporsi al pericolo di farsi assalire e di perdere la sua nave.

Alle due del mattino, il Bangalore si trovava a soli cinquanta passi dalla spiaggia e precisamente dinanzi ad un canale stretto assai e fiancheggiato da immensi alberi che protendevano i loro rami sulle acque.

— Andremo là a nasconderci? — chiese Durga.

— Sì, — rispose Amali. — Quel canale mette in un bacino assai ampio, in una specie di lago che è disabitato e circondato da boschi immensi, frequentati solamente dalle tigri. Vi staremo sicuri come nella nostra caverna.

— Saremo lontani da Jafnapatam? [p. 91 modifica]

— Una diecina di miglia, non di più. Avanziamoci con precauzione, perchè il canale è ingombro di banchi e anche popolato da numerosi coccodrilli d’una ferocia inaudita.

— Per quei rettili abbiamo armi in abbondanza, padrone.

Il Bangalore, dopo essere passato in mezzo a due isolette che formavano una barra, si inoltrò lentamente nel canale, sulle cui acque gli alberi proiettavano un’ombra fittissima.

Un silenzio profondo regnava in quel luogo, rotto solamente da improvvisi tuffi, che indicavano l’immersione di qualche coccodrillo. Dalle acque, quasi stagnanti, si alzava un odore nauseante di vegetali corrotti e di muschio emanato dai numerosissimi rettili, che si celavano fra le piante acquatiche.

Amali, cogli occhi in guardia, scrutava le tenebre mentre Durga misurava la profondità del canale, per evitare che il Bangalore si arenasse. Anche tutti gli altri stavano attenti ai banchi di sabbia, i quali diventavano sempre più numerosi.

Salivano da oltre un’ora e l’alba cominciava ad imbiancare il cielo, quando udirono una scarica di fucili.

— Chi può essere? — chiese Amali, lasciando la barra del timone ad uno dei suoi uomini. — Che io sappia questo canale non è stato mai abitato, essendo le sue rive infestate dalle belve.

— Saranno dei cacciatori. — rispose Durga.

— Chi oserebbe inseguire la selvaggina fra queste jungle? [p. 92 modifica]

Un’altra scarica si fece in quel momento udire.

— Ancora! — esclamò Amali.

— Che sia un segnale di pericolo?

— Fatto da chi?

— Non lo saprei. Odi ora?

— Il cannone!

Una cupa detonazione rimbombò in lontananza e si ripercosse, brontolando lungamente, in mezzo ai boschi che si estendevano a destra e a sinistra dei canali.

— Succede una battaglia — disse Durga.

— Fra chi?

— Fra i guerrieri di Jafnapatam e le popolazioni selvagge dell’interno dell’isola. Tu sai che qualche volta abbandonano i loro inaccessibili boschi per fare scorrerie.

— Sì, lo so, Durga; anzi certe volte si spingono fino al mare per assalire le scialuppe dei pescatori di perle.

— Ritorniamo o andiamo innanzi?

— La polvere mi ubbriaca, Durga.

— Di chi prenderemo le parti. Di quelli di Jafnapatam o dei selvaggi?

— Lo vedremo quando saremo sul posto. Miei prodi, preparate le armi e tenetevi pronti a servirvene. Sono cariche le spingarde?

— Sì, padrone — rispose Durga.

— Allora andiamo a vedere chi sono questi combattenti.

Mentre gl’indiani scendevano nella stiva ad armarsi e Durga puntava le spingarde verso prora, il re dei pescatori di perle manovrava la sua nave [p. 93 modifica]con abilità sorprendente, facendola scivolare fra i banchi.

Ormai le tenebre erano scomparse ed il sole si mostrava al di sopra degli alberi, proiettando sprazzi di luce dorata attraverso le immense foglie dei banani e dei manganilli.

Gli spari intanto si succedevano senza interruzione e sempre più vicini. Ora era il cannone che faceva udire la sua voce rimbombante; ora invece era il crepitìo dei fucili.

— Siamo vicini al teatro della lotta, — disse ad un tratto Amali abbandonando un’altra volta la barra del timone ed impugnando una carabina col calcio incrostato di madreperla e di lamine d’argento.

Urla feroci, che parevano di fiere furibonde, si mescolavano agli spari dei fucili ed ai colpi del cannone. Si sarebbe detto che delle torme di selvaggi si precipitassero all’assalto di qualche villaggio o di qualche posto fortificato.

— Questi sono i candiani che abitano i boschi — disse Amali. — Sono le loro urla di guerra che io ho già udito altre volte, quando con mio fratello respingevamo le loro invasioni.

— Combattenti terribili, padrone? — chiese Durga.

— Ferocissimi e lottano con coraggio sovrumano, sebbene non posseggano armi da fuoco.

— E chi assalgono?

— Ora vedremo.

Il canale in quel luogo descriveva una curva e pareva che fosse al di là di quel gomito che avvenisse la battaglia. [p. 94 modifica]

Ad un comando di Durga, otto uomini si erano collocati dietro le quattro spingarde, mentre gli altri si erano inginocchiati sulla tolda, colle carabine appoggiate alla spalla, pronti a far fuoco.

Il Bangalore sorpassa un isolotto ingombro di piante, che impedisce la vista, e tosto, allo sguardo di Amali e dei suoi compagni si presenta uno spettacolo strano e non meno terribile.

Presso l’entrata del laghetto, che doveva servire di rifugio al Bangalore, una di quelle grosse barche, munita di due vele latine, che gl’indiani chiamano pinazze, se ne sta ferma all’estremità d’un banco di sabbia, immobile come un pontone e avvolta in fitte nuvole di fumo.

Di quando in quando un colpo di cannone rimbomba e la palla o la mitraglia scompiglia un numero immenso di scialuppe, le quali cercano di stringersi intorno al veliero che la bassa marea deve aver arenato. Le barche sono piene d’uomini quasi interamente nudi, dai volti feroci e neri, contratti dalla rabbia, che urlano a squarciagola ad ogni sparo.

Sono almeno duecento e forse anche di più, mentre sulla pinazza non si scorge che un minuscolo gruppo d’indiani i quali fanno un fuoco incessante sugli assalitori, senza accennare ad arrendersi.

— I candiani dei boschi? — chiese Durga.

— Sì, — rispose Amali, che li aveva subito riconosciuti. — Tentano di prendere quella povera pinazza per saccheggiarla e decapitare i marinai che la montano. [p. 95 modifica]

— Perchè non tenta fuggire?

— Non vedi che si è arenata sul banco?

— Ah! padrone, vedo un uomo bianco in mezzo agl’indiani. Guardate, sta scaricando il cannone.

— L’ho veduto.

— Che sia un inglese?

— Inglese, francese, o portoghese noi andremo a soccorrerlo, mio buon Durga. Non lasceremo a quei feroci candiani trucidare l’equipaggio.

Il Bangalore aveva superato la curva e s’avanzava a forza di remi, essendo il vento caduto.

La sua presenza da principio non sembra destare alcun sospetto fra gli assalitori, i quali credono all’arrivo di qualche rinforzo; ma presto si accorgono dell’errore vedendo gl’indiani lasciare i remi ed impugnare le armi, mentre sulla poppa del veliero sventola una bandiera che non conoscono.

I selvaggi mandano un terribile urlo di guerra che somiglia al frastuono prodotto da un migliaio di sciacalli e brandiscono i coltellacci, gli sciaboloni dalla lama a forma di lancia, i giavellotti, le pesanti clave di legno e le treccie, e, spezzata la linea, si slanciano verso il Bangalore, credendo di prenderlo in un batter d’occhio.

La loro illusione ha la durata d’un lampo. Il re dei pescatori di perle si è alzato colla carabina in mano, gridando.

— Fuoco alle spingarde!... Apritemi il passo!...

Il veliero s’incendia come il cratere d’un vulcano in piena eruzione. Le spingarde tuonano una dietro l’altra, fracassando le scialuppe più vicine, [p. 96 modifica]poi succede una furiosa fucilata, la quale continua implacabile, mortale.

Le grida di guerra si cambiano in urla di morte, in rantoli d’agonia, in gemiti strazianti.

Si ode il piombo che fende le carni con cupo rumore e che spezza le ossa e si odono le grosse palle delle quattro spingarde fracassare le tavole delle scialuppe.

Le prime barche calano a fondo coi loro equipaggi. Altre però ne accorrono da tutte le parti per impedire al Bangalore di raggiungere la pinazza.

— Non ne hanno avuto abbastanza? — grida Durga, sorpreso. — Eppure ne abbiamo già ucciso un bel numero.

— Non ci lascieranno così presto — risponde Amali, che conosce il valore e l’ostinazione di quei formidabili selvaggi. — Picchiate colle spingarde.

Le quattro bocche da fuoco fanno una terza scarica e questa volta a mitraglia.

L’effetto è tremendo, cinque scialuppe vanno alla deriva piene di cadaveri e di feriti ed il Bangalore s’avanza verso la pinazza il cui equipaggio intanto non ha cessato di difendersi disperatamente col piccolo cannone che possiede e che è collocato a prora, e colle carabine, senza però riuscire a rompere il cerchio degli assalitori.

— Uomo bianco! — grida Amali.

Un europeo vestito di tela, con un cappello di paglia in testa, si slancia verso la poppa della pinazza. In mano tiene la carabina che fuma ancora.

— Chi siete? — grida.

— Io sono il re dei pescatori di perle, cioè [p. - modifica].... con un colpo potente tagliò.... (pag. 128). [p. - modifica] [p. 97 modifica]un amico. Lasciate la vostra barcaccia che non può muoversi e riparatevi sulla mia.

— Anche il cannone?

— Inchiodatelo; vi servirete delle mie spingarde.

L’europeo getta una corda e si lascia scivolare sulla tolda del Bangalore, subito seguito dai suoi cinque indiani che hanno già inchiodato il pezzo.

È un bel giovane di trent’anni, ben complesso, con capelli e barba bionda, occhi azzurri, lineamenti distinti e fini.

Tende la mano ad Amali dicendogli brevemente, in buon cingalese:

— Chiunque voi siate, grazie del vostro intervento. Ancora pochi minuti e questi selvaggi ci avrebbero massacrato. Fuggiamo perchè ho messo una miccia ad un barile di polvere e la mia pinazza sta per saltare.

— Chi siete? Inglese?

— No, francese.

— Tanto meglio: ora ci apriremo il passo.

L’accostarsi dei selvaggi impedisce loro di scambiarsi altre parole. Le barche si sono riordinate ed ora si stringono attorno al Bangalore, mentre la pinazza viene invasa da una folla di demoni, i quali salutano quella prima vittoria con urla, che nulla hanno di umano.

L’acqua spumeggia tutto intorno sotto i colpi di remo dei selvaggi, e le barche s’accostano sempre.

È il momento di agire.

Amali con voce calma ordina a dieci dei suoi [p. 98 modifica]uomini di prendere i remi, giacchè il vento manca, e di condurre la nave verso il lago, poi dà il comando del fuoco:

— Potremo forzare la linea? — chiese il francese, il quale pareva un po’ impressionato. — Vi sono almeno cento barche intorno a noi e ne vedo giungere altre.

— Le affonderemo — rispose il re dei pescatori di perle.

— Avete munizioni bastanti?

— Mille colpi per le spingarde.

— Verranno egualmente all’abbordaggio.

— Saprò impedirlo.

— In qual modo?

Mentre i suoi indiani e quelli del francese riprendevano il fuoco e allontanavano il Bangalore per non farlo saltare assieme alla pinazza, Amali chiamò Durga.

— Fa’ ritirare le spingarde ed i nostri uomini a poppa e cospargi la tolda prodiera di durion. Ne abbiamo una grossa provvista a bordo.

— Subito, padrone.

— Questi durion non sono delle frutta? — domanda il francese stupito.

— Sì, signore — risponde Amali, facendo fuoco colla carabina.

— Che cosa volete farne?

— Lo vedrete: fuoco, signore. Voi tirate mirabilmente.

— Sono un cacciatore di belve.

— Cacciate per ora questi selvaggi.

Mentre il Bangalore, pur stentatamente, si apre [p. 99 modifica]il passo allontanandosi sempre più dalla pinazza, Durga è montato sulla tolda, seguito da sei uomini che portano enormi cesti, i quali vengono subito rovesciati a prora della nave.

Ecco i durion promessi da Amali al francese.

Questi durion sono frutta, che crescono in abbondanza nelle foreste di Ceylan, così pericolose, che non possono aprirsi impunemente.

Hanno la forma dei nostri poponi o meglio di certe zucche, perchè sono un po’ allungati e coperti di spine lunghe parecchi pollici, aguzze come aghi e dure quanto il ferro. Per aprirle ci vuole molta pazienza e anche un buon coltello ovvero una scure, giacchè le loro spine producono delle ferite pericolose. Nell’interno contengono una polpa bianca, divisa in varii scompartimenti, che manda un insopportabile odore d’aglio marcio, sebbene abbia un gusto squisitissimo e si fonda in bocca come la crema o meglio come un gelato.

Le prime volte è difficile abituarsi a un odore così ingrato, ma in seguito quella polpa riesce tanto deliziosa da far annoverare il durion fra le frutta più prelibate della flora cingalese.

Amali, da quel furbo che era, non contava già sulla loro polpa per arrestare lo slancio dei selvaggi candiani, bensì sulle punte che dovevano produrre delle ferite spaventevoli sui piedi nudi degli assalitori.

— Ora comprendo! — esclamò il francese. — Come sono furbi questi indiani!

— Vedrete che adesso non saliranno più sul mio [p. 100 modifica]legno — rispose Amali. — Quando volete riprendete il fuoco.

Le scialuppe dei candiani, un momento arrestate dal fuoco delle spingarde, non erano lontane più di cento passi.

Durga ed i suoi artiglieri abbassarono le bocche da fuoco, gridando:

— Attenti!

Un uragano di ferro rovina sulle barche, rompe il cerchio e sulle acque del canale si vedono galleggiare pezzi di tavole e corpi umani.

Le carabine a loro volta rientrano in scena. Il fracasso raddoppia, misto a urla di rabbia e di dolore gettate dagli assalitori, i quali non si aspettavano quell’accoglienza così valorosa.

I difensori della nave si moltiplicano. Il loro coraggio, la loro abilità nel maneggio delle armi e soprattutto la presenza del re dei pescatori di perle e dell’europeo, compensano la scarsità del numero.

Potrà il combattimento continuare con simile intensità? Ad onta delle perdite che subiscono, i candiani, sempre più inferociti nei loro propositi e smaniosi di vendicare i compagni, non si arrestano.

Hanno solamente mutato tattica, per evitare di farsi mitragliare dalle spingarde, che tuonano sempre.

Sono discesi dalle barche e le spingono innanzi, tenendovisi nascosti dietro. Di quando in quando vi risalgono per lanciare freccie e giavellotti, poi tornano a scomparire, senza che la loro corsa venga [p. 101 modifica]rallentata e senza che l’ordine del cerchio, che continua a stringersi, venga rotto. Il francese volge uno sguardo verso la pinazza e respira liberamente. Il Bangalore ha già guadagnato trecento passi e sta per cacciarsi in un altro gomito del canale, l’ultimo, perchè dopo comparirà il lago.

Nel momento che le spingarde tuonano di nuovo, uno scoppio terribile rimbomba e si vede una nuvola di fumo salire dietro gli alberi.

— La pinazza è saltata, — dice il francese.

— E con essa gli uomini che la saccheggiavano — risponde Durga, trionfante.

— Non basterà ancora a calmare questi selvaggi — soggiunge Amali, il quale s’accorge che il pericolo invece di scemare aumenta sempre.

— Quale accanimento! — esclama il francese.

— Avete fatto loro qualche torto? — chiese Amali, fra un colpo di fucile e l’altro.

— Nessuno.

— Era puramente la smania di saccheggio che li ha spinti contro di voi?

— Sì.

— Non meritano di venire risparmiati.

— Mi pare che la cosa sia più difficile di quanto credete.

— I miei uomini sono scelti.

— Quattro sono già caduti.

— Ne ho altri ventisei, anzi ventisette col mio luogotenente.

— Tentiamo uno sforzo supremo per giungere al lago. Là forse non oseranno seguirci, perchè è pieno di coccodrilli. [p. 102 modifica]

— Sono pronto ad aiutarvi.

I selvaggi candiani sono però ben lungi da lasciare la preda. Lo scoppio della pinazza non sembra che li abbia spaventati e continuano, con tenacia incredibile, la loro tattica, non ostante le perdite già enormi subite.

Il canale è pieno di pezzi di barche e di corpi umani, eppure quei guerrieri s’avanzano ancora; stringono il Bangalore da tutte le parti, non offrendo ai colpi dei difensori che una linea senza profondità e che appena rotta si riordina subito.

Ogni barca, montata ordinariamente da una diecina d’uomini, forma come una unità combattente. Se una viene calata a fondo dai colpi delle spingarde, la sua perdita è insignificante, tenuto riguardo al numero di quelle che si seguono e prendono subito il posto di quella fracassata.

Il fuoco degli indiani diventa impotente e anche le spingarde non bastano più ad aprire il passo alla nave.

Anche Amali comincia a mostrarsi preoccupato della brutta piega che assume il combattimento.

— È finita, o sta per finire? — chiese il francese, guardando il re dei pescatori di perle.

— Non vi nascondo che corriamo un serio pericolo.

— Avete dei barili di polvere nella stiva?

— Una mezza dozzina.

— Mettiamoci una miccia e saltiamo in aria assieme agli assalitori.

— Avete del coraggio, signore — rispose Amali, guardandolo con viva ammirazione. — Non siamo [p. 103 modifica]però giunti a questi estremi e spero ancora di aver ragione su questi banditi.

— Siamo ormai circondati.

— Conto sull’abbordaggio.

— Verremo massacrati.

— Non così presto: ecco, vedete?...


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