Sull'antichità del genovino d'oro

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Giuseppe Ruggero

1895 S Indice:Rivista italiana di numismatica 1895.djvu Rivista italiana di numismatica 1895/Annotazioni numismatiche genovesi Sull'antichità del genovino d'oro Intestazione 8 aprile 2018 25% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della serie Annotazioni numismatiche genovesi

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XXVII.


SULL'ANTICHITÀ DEL GENOVINO D'ORO.


Il Chiar. Desimoni, nella sua dotta prefazione alle nostre Tavole Genovesi, dimostrò come la coniazione dell’oro debba farsi risalire alla fine del XII, o per lo meno al principio del XIII secolo. In seguito a quella pubblicazione, era da sperarsi che i Numismatici ne avrebbero accettate le conclusioni; tuttavia non mi pare che questo risultato sia stato ottenuto. Nel seno stesso della nostra Società Numismatica, ho avuto occasione di constatare più volte, l’esistenza di convinzioni contrarie alle nostre su questo argomento. Allora pensai, se non fosse conveniente di riprendere a trattare la questione in uno dei soliti articoli; non perchè mi reputassi più valente degli egregi che mi avevano preceduto, e massime del Desimoni che amo e venero come maestro e duce; ma perchè non ritenevo l’opera mia del tutto inutile, nel senso del pulsate et aperietur. In altri termini, era questione materiale di numero, perchè essendo in più si picchierebbe meglio; e cambiando l’ordine nelle cose da ripetersi, insistendo sull’una più che sull’altra, aggiungendo qualche considerazione e specialmente una nuova prova tratta da documenti noti ma poco studiati, non mi pareva che fosse vana presunzione la mia speranza di raggiungere l’intento.

Studiando le cause, che possono aver maggiormente inceppato il cammino a quella opinione, che in noi Liguri è convinzione profonda, ho dovuto persuadermi che sono più estrinseche che intrinseche. [p. 184 modifica]Rimovendo queste cause, rimarrà la questione in sè stessa, risolvibile con buone ragioni.

Prima d’ogni altra per ordine cronologico, quantunque non possa vantare una origine molto antica come vedremo in ultimo, è quel pregiudizio, secondo cui il fiorino d’oro Toscano deve ritenersi come la prima moneta d’oro dopo i Longobardi, e tutte le altre come imitazioni di questa. E un pregiudizio, e come tale, procede allo stesso modo della calunnia. Sotto parvenze oneste, strisciando inoltra; sfuggendo all’analisi, avanza sempre: è dapprima tollerato, quindi s’impone alla generalità, e finisce ad inquinare perfino l’ambiente intorno allo scienziato. Dunque, non ci vorremo fermare troppo a lungo su questo primo fatto, per non far torto al lettore imparziale. Forse, che i Normanni e gli Svevi non coniavano l’oro nella Italia meridionale, prima che i Fiorentini emettessero il loro fiorino? Perchè dunque avrebbe dovuto indugiare la Repubblica Genovese, che aveva maggiori contatti commerciali col sud d’Italia, che non con Firenze? Infatti, la facoltà di coniare in oro nell’appalto di zecca del 1140, ed il noto documento del II 49 circa la vendita di varie entrate, e fra l’altre usumfructum et redditum de moneta auri1 ci apprendono l’intenzione dei Genovesi di valersi senza ritardo, del diritto di battere l’oro. E questa intenzione così chiaramente espressa, stabilisce già virtualmente una vera precedenza, per cui rimane sfatato il famoso pregiudizio. Le imitazioni del fiorino non potevano sorgere per incanto, prima che questo non si fosse circondato di quella considerazione che tutti son d’accordo a concedergli. Ma per questo ci vollero [p. 185 modifica]alcuni anni per lo meno, e la prima imitazione nel fino e nel peso non compare che nel 1284 col ducato Veneto, al quale tennero dietro altre che ricopiarono anche il tipo Fiorentino in Italia e fuori, ma non prima degli ultimi anni del secolo stesso2. I nostri contradditori, vorrebbero annoverare nella serie di queste imitazioni anche il genovino, senza pensare che volendogli negare una maggiore antichità, non si potrebbe a meno che fermarci al 1252. Questa data non è discutibile, per la menzione di nummus aureus del continuatore del Caffaro all’anno su indicato, secondo la lezione del codice della nazionale di Parigi3. In queste condizioni, sarebbe già un arduo compito per loro il voler sostenere, che di due monete coniate nello stesso anno, l’una sia imitazione dell’altra; ma vi ha di meglio. Essendo noto che l’anno Fiorentino cominciava all’Incarnazione cioè al 25 Marzo, ne viene di conseguenza che il Gennaio del 1252, data di coniazione del fiorino secondo il Villani4 corrisponda al Gennaio del 1253 nell’uso Genovese. Dunque il fiorino sarebbe coniato nell’anno seguente a quello in cui apparisce la prima prova scritta sul genovino. Il Gandolfi ed il Desimoni5 avvertirono il fatto della precedenza assoluta provata cogli annalisti, ed a me pare che ormai debba cadere questa erronea credenza della precedenza del fiorino sul genovino, a meno di non voler sostenere bianco per nero.

[p. 186 modifica]La seconda delle cause da prendersi in esame, e quella che ha la sua origine nelle esagerazioni di alcuni autori. Il Carli6 vuole che esistesse una zecca Genovese fin dal 796. Il Serra7 non vorrebbe rinunziare a questa credenza. Il Gandolfi si dimostra più discreto, e senza pretendere di far risalire la zecca patria ai Romani oppure all’ottavo secolo, la ritiene provata per un’epoca di poco anteriore alla fine dell’XI secolo. Queste esagerazioni provocarono una reazione, che al solito trasmodò. Certamente, il Gandolfi coll’aver voluto una zecca patria anteriore al diploma Corradino del 1139, ha favorito il giuoco degli avversari. Egli era in buona fede, per cui dobbiamo assolverlo di questo suo peccato, in compenso di quanto ha fatto per la nostra numismatica Genovese, specie per quella dei Dogi; nè ho trascurato di rendergli nei precedenti miei scritti, la giustizia che gli spetta. Ma quell’errore fu tale, che gli attirò i colpi avversari anche là dove egli aveva ragione da vendere, compresa la questione della moneta aurea.

La terza, e secondo me, la più importante delle cause accennate, è l’opinione del Promis, la quale ha potuto imporsi alla generalità dei Numismatici, più per il prestigio di tanto nome, che non per forza di argomentazioni. Questi, non pago di confutare il Gandolfi circa la maggiore antichità della zecca, tenta di provare l’assoluta precedenza del fiorino; e con certi suoi argomenti, innalza un’edificio che a primo aspetto pare indistruttibile, ma che io confido di demolire facilmente, senza mancare perciò al rispetto anzi alla venerazione dovuta a si gran maestro. [p. 187 modifica]Amicus Plato sed magis amica veritas; d’altronde la sua gloria è tale e tanta, che non basta ad offuscarla la confutazione di qualche sua asserzione di importanza secondaria.

Il nostro A. dimostra errata l’opinione del Gandolfi circa una zecca in Genova anteriore al 11398 ed alterato nella data il documento riportato da quello, colla scorta della indizione e dei Consoli corrispondenti al 1179, invece del 1109. E qui per dare a Cesare ciò che gli spetta, converrà osservare che i Genovesi erano pienamente edotti dell’alterazione del documento in parola. Il Desimoni ci avverte9, che l’Ab. Raggio e poi l’Olivieri l’avevano rilevata prima del Promis; e non solo per mezzo dell’indizione e dei Consoli, ma anche per la dignità arcivescovile, che non venne concessa al Vescovo Genovese prima del 1133. L’A, ammette che subito dopo il diploma di Corrado, siansi coniati denari, medaglie e poi grossi, ma dichiara di ignorarne la legge di battitura, ed il rapporto fra denari e grossi. Indica il peso del denaro antico al terzo di fino, in gr. 1,280, e quello dei grossi di argento in gr. 1.380; ma noi sappiamo, che il peso teorico secondo l’ordine di battitura dei primi denari, risulta di gr. 1,099, quantunque siano rari quelli delle collezioni che raggiungano il grammo, e pochi quelli di 0,900, nè si conoscano medaglie superiori a 0,48. Circa il peso dei primi grossi, sappiamo che supera di certo 1,42 che è il peso effettivo di quelli più conservati, ed il Desimoni ha dottamente dimostrato che il loro peso teorico doveva eguagliare quello dello sterlino in gr. 1,4610.

[p. 188 modifica]Onde, tenuto conto del titolo, abbiamo il rapporto del denaro antico al primo grosso in 1 : 4.

Continuando l’esame della Memoria, troviamo che l’A. a pag. 13, nega che i Genovesi coniassero l’oro prima dei Fiorentini, adducendo a sostegno della sua tesi le tre prove che partitamcnte analizzeremo.

1. Non si trova menzione di moneta d’oro Genovese, in nessun documento patrio prima della metà del secolo XIII, ma solo di monete estere.

Non dobbiamo stupirci, che in questi documenti patrii ma non Genovesi, si ritardi a parlare di moneta d’oro Genovese, se nei nostri stessi documenti se ne tace ancora per tutto quel secolo. Il Desimoni, a cui non si può negare di certo la miglior competenza per la più ampia conoscenza dei nostri Archivi, ci assicura11, che tolto un solo caso per il XIII, la nostra moneta d’oro non apparisce nelle carte che dal 1303 in poi. Eppure, nè il Promis nè altri tra i nostri contradditori, vogliono ritardata di tanto la coniazione del Genovino; perchè non si dissimulano la difficoltà, di restringere nei soli 36 anni che ci rimangono per giungere ai Dogi, 3 tipi di Genovini che coi loro caratteri stanno a provare ben altro periodo di tempo trascorsi tra l’uno e l’altro. Dunque, il silenzio delle carte a proposito del genovino, se può confermare la tenacità delle consuetudini Liguri, non può esser invocato in favore dell’opinione contraria all’antichità del genovino.

2. Fra i tanti nummi aurei colla IANVA che egli vide, nessuno gli offrì caratteri tali da ritenerlo anteriore alla seconda metà del secolo XIII.

Non son ben persuaso che il nostro A. abbia fatta la dovuta distinzione tra i diversi genovini che [p. 189 modifica]gli capitarono tra le mani. Ricordo benissimo che egli amava di ripetermi sovente, non essere conveniente di tener conto soverchio delle varianti di un solo tipo, per non ingombrare inutilmente le collezioni. Tuttavia, egli fece molte eccezioni a questa sua massima in varii suoi scritti; e ritengo che l’avrebbe fatta anche per il primo tipo Genovese, almeno per riguardo alla sua durata, se tra gli esemplari veduti avesse incontrato varianti ben distinte. Nei disegni illustrativi delle Tavole Genovesi, ho compreso due genovini ai nn. 10 e 11 della Tavola I, che per i loro caratteri segnano i limiti di non breve intervallo di tempo. Senza perderci in una minuta analisi che ci porterebbe troppo per le lunghe, rimando semplicemente il lettore a quei disegni, perchè si possa convincere, che se l’asserzione del Promis può convenire al secondo, non può dirsi lo stesso per il primo. Questo ha tali caratteri di maggiore semplicità che non sconvengono affatto alla prima metà del XIII secolo. Ma è necessario aver presente, che nello studio dei caratteri delle monete, e specialmente di quelli delle lettere in relazione alle epoche, si devono instituire i confronti con i monumenti regionali corrispondenti, e non tra monete di regioni diverse. A chi volesse poi muovermi qualche dubbio anche per il primo dei disegni citati, supponendo che il Promis possa averlo conosciuto, studiato e su quello aver sentenziato; e che il parere di un Promis debba prevalere: risponderei, che egli ha parlato di genovini e non di frazioni. La quartarola riportata da lui alla pag. 15 e n. 1 Tav. I, lo ha evidentemente colpito per alcuni caratteri, che egli confessa eguali a quelli degli antichi denari; non ne differisce infatti, nè per la mancanza della crocetta nella leggenda del rovescio, nè per la desinenza del nome del Re al genitivo. Quella disegnata nelle Tavole G. al n. 7 [p. 190 modifica]ed esistente nella mia collezione, ha caratteri ancor più semplici di quella edita dal Promis. Avrebbe potuto il nostro A. ripetere coscienziosamente, per queste frazioni, la sentenza emessa per gli interi?

Non posso ammettere una simile ipotesi; ond’è, che se alcuno volesse pure tener buono questo secondo argomento circa gli interi, non potrebbe imparzialmente concederlo per gli spezzati, ciò che t(jrna lo stesso.

3. Il fiorino Toscano sta in un rapporto intero colle monete d’argento e col peso locale, mentre il genovino, eguale di peso e fino al fiorino, non ha rapporto alcuno colle altre monete d’argento Genovesi.

Questa, secondo l’A. è la prova più concludente; noi invece diremo, che sotto un’apparenza speciosa che può ingannare i profani, dissimula la sua debolezza, anzi si presta benissimo a venir ritorta contro al suo autore.

Che il fiorino emesso per una lira Fiorentina si trovasse in relazione esatta al grosso che valeva un soldo, nulla di più naturale e conveniente. Ma quanto avrà potuto durare questo rapporto? E cosa troppo nota, l’aumento graduale e continuo dei valori, per cui le monete non possono mantenere a lungo invariata la loro valutazione; ed è parimente noto, che queste varianti non sono mai proporzionali nei due metalli. Dato dunque un rapporto esatto in una data epoca, è inevitabile l’alterazione nello stesso dopo un certo tempo. Il fiorino coniato per una lira nel 1253, era salito ad una lira e mezza nel 1275 e 1277, a 2 nel 129012 e via di seguito. Il variare del rapporto tra i due metalli nobili, faceva sì che l’aumento [p. 191 modifica]di valutazione nelle monete d’argento, non fosse proporzionale a quella del fiorino. Infatti questo rapporto tra i due metalli, era di 1 : 8 1[2 circa nel 1253, mentre alla fine del secolo era salito ad 1 : 1313. Ecco che la relazione semplice ed esatta tra fiorino e grosso nel 1253, in breve tempo si trova variata e frazionaria: cosa che si può verificare collo studio delle monete d’argento Fiorentine, che surrogarono il primo grosso o fiorino d’argento, come il fiorino argenteo del 1296, il popolino del 1305 ed altre14. Premesse queste considerazioni, chiaramente apparirà che il ragionamento del nostro A. si risolve in un vero sofisma. Se egli ha considerato il rapporto tra grosso e fiorino all’atto dell’emissione, avrebbe pur dovuto usare la stessa regola per il genovino, cioè studiarne il rapporto al grosso all’epoca della prima coniazione e non al 1253. In quest’anno il genovino era salito oltre i 10 soldi15 mentre il grosso era quello di 6 denari, ma diminuito dal peso di 1.70 che aveva al 1220 circa16. Il fatto stesso di trovare un rapporto intero a Firenze, ed uno frazionario a Genova, avrebbe dovuto farlo accorto, come si trovasse già di molto lontano dall’epoca della prima coniazione del genovino.

Quanto al rapporto coi pesi locali, essendo il fiorino l’ottavo d’oncia, è un puro caso indipendente dall’intenzione. In qualunque epoca, eccettuate [p. 192 modifica]le monete di necessità, tutte le altre non hanno potuto rappresentare valori a capriccio, ma bensì in corrispondenza coi prezzi commerciali del metallo.

Se i Fiorentini avessero anticipato o posticipato di alcuni anni l’emissione del loro fiorino, questo avrebbe dovuto necessariamente presentare ben diverse relazioni col grosso o col peso locale, e l’eguaglianza tra il fiorino ed il genovino non avrebbe avuto luogo.

A proposito di questa coincidenza di peso tra le due monete, non voglio mancare di accennare all’arguta osservazione del Desimoni, il quale vi contrappone l’eguaglianza di peso, tra la quartarola Genovese ed il tareno Napoletano17.

Ecco sgombrata la via, e ricondotta la questione alle condizioni anteriori alla pubblicazione, della quale ci siamo intrattenuti. Nello addurre gli argomenti in favore del nostro assunto, non si potrà evitare la ripetizione di alcuni, già implicitamente contenuti nella confutazione di quelli del Promis.

Il tipo ed i caratteri della quartarola della prima maniera non possono convenire che al XII secolo, od ai primi anni del XIII. Queste monete non differiscono dagli antichi denari, che nelle sole C ed E chiuse. Il Promis non si è avveduto di questa piccola differenza, e nota che i denari del 1139 hanno queste lettere lunate e chiuse18; invece le hanno lunate, ma aperte. Non credo che si voglia invocare questo fatto a prova contro l’antichità delle monete stesse; ma per ogni caso, ripetendo che i confronti vanno fatti coi monumenti regionali corrispondenti, accennerò alle iscrizioni lapidarie Genovesi del 1165, II 74, 1179, 1188, ecc., che hanno queste lettere [p. 193 modifica]lunate e chiuse19. Per ultimo, rimanderò il lettore a quanto ho detto nel mio studio paleografico sulle monete Genovesi20; cioè, che la differenza di alcuni caratteri in monete contemporanee tra loro, son tutt’altro che rare nella nostra zecca, e sembrano usate con tutta probabilità a distinguere la specie nei vari metalli.

Guidati dal principio così opportunamente suggerito dal Promis, che le prime monete d’oro, quando non sono imitazioni, non devono stare in rapporto intero con quelle d’argento, vediamo se questo rapporto esisterebbe alla fine del XII secolo. Mancando per quest’epoca i documenti circa i valori delle monete locali, il Desimoni ha dovuto ricorrere a quelli che si riferiscono ai valori dell’oro; e si è precisamente negli ultimi anni di quel secolo e nei primi del successivo, che numerose testimonianze negli archivi, concordano a fissare l’oncia di tareni al valore di soldi 40 Genovesi21. Ma il genovino, equivalendo nel fino al quinto dell’oncia di tareni, torna alla valutazione di otto soldi; e perciò sta al grosso di quell’epoca, : : 24 : 1.

Una controprova dell’assegnazione del genovino a questi anni, unica epoca nella quale sia possibile la valutazione di soldi otto, l’abbiamo nella esistenza di una sua frazione, l’ottavino22. Una monetina d’oro del peso di 40 cent. circa, non ha ragione di essere per gli inconvenienti inevitabili derivanti dalla [p. 194 modifica]sua piccolezza. Perche i Genovesi, soli in quei tempi si ansi indotti a coniarla, bisogna che avessero un tale motivo da compensare in parte quegli inconvenienti; e quale sarà mai stato questo motivo, se non quello di una valuta intera, semplice ed acconcia per le contrattazioni? Ma questa valuta intera, semplice ed acconcia, non può essere che quella del soldo primitivo, e perciò il valore del soldo all’ottavo, conferma quello di due alla quartarola e di otto al genovino. Questa minuscola frazione, non avrebbe dunque avuto ragione di esistere a Firenze, dove avrebbe dovuto correre per soldi due e mezzo. D’altronde, il fiorino Toscano non aveva che la quartarola, la quale non menzionata dall’Orsini, venne tuttavia scoperta più tardi ed illustrata dal Promis e dal Caucich23.

Nato il genovino o intero o nelle sue frazioni sul finire del XII o sul principio del XIII, e perciò almeno 50 anni prima del fiorino, non poteva ancora venir designato col nome della moneta fiorentina. I documenti che ne parlano, usano infatti le espressioni di ianuinus aureus oppure ianuenses de auro24; e non è che molto più tardi cioè alla fine del secolo che si trova il nome di Florenus. Ora, se la nostra moneta fosse stata coniata solamente nel 1253 ad imitazione del fiorino, ne avrebbe assunto anche il nome: ma poichè questa moneta esisteva da tempo con proprio nome, si capisce che la denominazione antica dovesse continuare, sino a che l’uso generale [p. 195 modifica]non consigliasse ad usare promiscuamente l’uno e l’altro.

Ho già fatto osservare, che il noto pregiudizio sulla precedenza del fiorino non doveva risalire molto addietro nel passato. Che nel XVI secolo si conservasse ancora memoria, o per tradizione o per documenti, dell’antichità del genovino, ce ne offrono una bellissima prova le locazioni della zecca pontificia, per cui si ha la più grande conferma alla nostra dimostrazione. Il Vettori, nel suo anonimo fiorino d’oro illustrato, riporta l’intero testo di tre contratti di locazione della detta zecca per gli anni 1540 e 1549, e l’intestazione di altri due del 1551 e 1554, che egli dichiara eguali nel testo ai precedenti25. Chi richiamò l’attenzione dello scrivente su questi importanti documenti, fu il chiar. Cav. Umberto Rossi, al quale mi professo singolarmente obbligato. Gli impegni relativi alla coniazione dell’oro, sono ivi enunciati nei termini seguenti: " item promisit.... quod zeccherij praefati cudent, seu cudi facient Florenos de auro de Camera juxta ligam auri Ducatorum Papalium, videlicet XXIV caractorum, secundum virgam conflandam ex auro Ducatorum auri Portugallen. et Ianuen. omnium antiquiorum, ecc. „ È da osservarsi che in altre locazioni della stessa zecca, nelle quali si prescrive di formar la verga con Ducati Veneti ed altri, manca assolutamente la qualifica di omnium antiquiorum, che è riservata unicamente a quelli di Portogallo e di Genova, e non manca mai quando si tratti di questi. Il Vettori alla nota 10 a pag. 485, a proposito di questa asserzione, ingenuamente rileva: " errore molto notabile è questo, e si dovrà correggere colla scorta di ciò che si è [p. 196 modifica]detto nella Parte prima del discorso sul Fiorino, essendochè i ducati più antichi furono battuti in Roma e non altrimenti in Portogallo ed in Genova. „ Ho detto ingenuamente, perchè dopo aver riportato quei documenti dei quali per ciò non può negar l’esattezza, s’avvede tuttavia che non uno solo ma tutti e cinque, quantunque di date diverse, sono errati in quelle due parole; e la prova dell’errore? Nientemeno che il suo ragionamento, dal quale deve risultare una verità che vale più d’ogni documento.

Se il Vettori rivivesse tra di noi, conoscerebbe un po’ meglio la storia numismatica del Portogallo, e sarebbe obbligato a confessare che quei documenti non sono altrimenti errati, per ciò che riguarda la moneta d’oro Portoghese. I primi marabottini di quel regno, portano il nome di Alfonso I (1123-1185), sono al massimo fino che era possibile allora di ottenere, ed al peso di grani 74; ed a questi seguono quelli del successore Sancio I26. Sono dunque più antichi di molto, dei Veneti, dei Romani e dei Fiorentini, hi queste condizioni, vedendosi confermata l’esattezza dei documenti in parola circa il Portugallensium, non saprei se alcuno volesse sostenere l’errore solamente per l’Ianuensium.

Che dopo il XVI secolo, a poco a poco si perdesse la memoria dell’antichità del genovino, non è da stupire come non ci deve stupire se fra gli scrittori dello scorso secolo, nessuno abbia pensato alla nostra prima moneta d’oro. Il genovino antico [p. 197 modifica]di tipo IANVA, non venne conosciuto ed illustrato che nel presente secolo, e le sue frazioni furono le ultime a comparire. E questa considerazione può far sperare nella scoperta di qualche nuovo esemplare che riproduca nella loro integrità, il tipo ed i caratteri della quartarola della prima maniera; quantunque questa scoperta non sia indispensabile al nostro assunto.

Noi Liguri, abbiamo sempre avuta la convinzione della antichità del genovino; non perchè ci consigliasse un malinteso amor proprio regionale, ma perche sentivamo profondamente l’importanza degli indizi storici e numismatici, per assegnare l’origine di tale moneta, almeno all’inizio del XIII secolo. Mi sia concesso di protestare, che non son mai giunto a comprendere quel falso sentimento, che induce alcuni scrittori a sostenere a spada tratta la precedenza cronologica di una instituzione qualunque di casa propria. Comprendo invece benissimo, un’ambizione regionale ben più nobile e degna; quella cioè, di poter annoverare tra i propri scrittori, il maggior numero di coloro che abbiano amato e ricercato la verità in ogni cosa, qualunque si fosse, favorevole o contraria al proprio campanile.

Firenze, 27 maggio 1895.

Giuseppe Ruggero.               


Note

  1. Mon. Hist. Pal. Liber Iurium, I, 141, all’anno 1140. — Gandolfi, Della moneta di Genova. 1841, I, pag. 235.
  2. Vettori, Il fiorino d’oro illustrato. Firenze, 1738. — Orsini, Monete della Rep. Fiorentina. Firenze, 1759, ed altri.
  3. Cafari, Annales Ianuenses, Ediz. Pertz in Mon. Hist. Germ., al 1252, pag. 231.
  4. Giov. Villani, Croniche. Libro VI, Cap. LIV.
  5. Gandolfi, cit. II, pag. 129. — Desimoni, Prefazione alle Tavole descrittive Genovesi, p. xxxvi.
  6. Carli, Istituzione delle zecche d’Italia. Tomo II, pag. 294.
  7. Serra, Discorso sulla moneta di Genova, in Atti dell’Accademia di Genova. Vol. III, e Storia della Rep. di Genova, libro III, Capo IV.
  8. Promis, Dell’origine della zecca di Genova, ecc. Torino, da pag. 5 a pag. 11.
  9. Prefazione cit., pag. xxxiii
  10. Le prime monete d’argento, ecc., in Atti della Soc. Lig., di S. P. Vol. XIX.
  11. Pref. cit., p. xxxvii.
  12. Orsini, cit. p. 24. — Gandolfi, cit. II, p. 195, dove riporta la serie delle valutazioni del fiorino dal Targioni Tozzetti.
  13. Ho desunto questi dati dal Desimoni, Delle proporzioni tra i valori fra l’oro e l’argento dal secolo XII a tutto il XIV. Importantissimo studio per ora inedito, ma che sarà pubblicato tra poco nelle Memorie della Acc. dei Lincei.
  14. Orsini, cit.
  15. Desimoni, Tavole dei valori, in appendice al Belgrano. Della vita privata dei Genovesi.
  16. Desimoni, Le prime monete d’arg., cit.
  17. Pref. cit. p. xxxviii, in principio.
  18. Memoria cit. pag. 12, nelle prime linee.
  19. Remondini, Iscrizioni medioevali Liguri, in Atti della Soc. Lig., di S. P., Voi XII.
  20. Tavole descrittive cit., pag. 295, in fine.
  21. Desimoni, Sui più antichi scudi, ecc. in Giornale Ligustico. Anno IV, 1877, nota alla nona pagina, — Lo stesso. Prefazione cit. p. xxxviii.
  22. Tavole cit., nn. 99, 100, 101 e n. 9 dei disegni.
  23. Promis, Monete italiane inedite o corrette, Mem. III, n. 51 delle Tavole. — Caucich, in Bullettino di Num. It. Anno III, p. 19. — Il Kunz, volle mettere in dubbio quella del Caucich (Periodico Strozzi, Anno III, nota a pag. 28), ma questi si difese nel Bullettino. Anno IV, pag. 49.
  24. Pref. cit., p. xxxvii.
  25. Ivi, pag. 341, 347, 349, 351 e 352.
  26. Teixeira de Aragao, Descripçao geral e historica das Moedas de Portugal. Lisboa, 1874-80, I, p. 142 e tav. II. — Opera che inutilmente ho cercato nelle nostre biblioteche Italiane, per cui ho dovuto importunare l’egregio collega della Società R. del Belgio Alfonso De Witte; e questi, colla consueta cortese premura, mi ha comunicato le notizie domandate.