Tacito abburratato/II. - Discorso quarto

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
II. - Discorso quarto

../I. - Discorso terzo ../III. - Discorso sesto IncludiIntestazione 29 maggio 2021 75% Da definire

I. - Discorso terzo III. - Discorso sesto

[p. 196 modifica]

II

DISCORSO QUARTO

Argomento.

Nerone, acciò che degnamente il nome suo potesse in tutti i secoli essere sinonimo della barbarie, fece uccidere la propria madre. Dopo la cui morte, Tacito di ciò parlando, che fe’ l’empio, dice cosí: Aspexeritne mater exanimem Nero et formam corporis eius laudaverit, sunt qui tradiderint, sunt qui abnuant. (Annalium, lib. XIV).

Essere l’ufficio dello storico il narrar la veritá per fine di affinare la prudenza umana, par cosa certa. Quindi io volentieri alle opre volontarie, contingenti, consultabili, alle quali solamente suole essa prudenza raggirarsi intorno, la veritá storica ristringerei. Leggo ben anch’io nelle piú sagge carte con le azioni umane quelle ancora che produr sa natura fuor dell’usato: prodigiosi vomiti di Mongibelli, inondazioni di fiumane, abissamenti di cittadi, nuovi mostri in terra, nuovi astri in cielo; ma sí fatte cose solamente crederei narrarsi qual presagi od influenze od esercitamento all’opre virtuose o viziose del nostro mondo. Segnal n’è che lo scrittore si contenta di accennarne ciò che appare, senza tanto o quanto mettersi nelle cagioni intrinseche onde son formate. All’incontro negli umani fatti, non sodisfacendosi di stare al quia, le piú alte origini, i motivi piú riposti, non che ne’ piú sigillati gabinetti, ma ne’ piú sepolti cuori de’ tiranni va ripescando. Or, sí come ha per costume prode cacciatore di tracciare fra le belve quelle solamente che son nobili per la ferocia, o ver difficili per la sagacitá, perciò ch’ei sarebbe da schernire, quando dietro a pecore od a mosche, qual novel Domiziano, gittasse l’opra: cosí ancora il buono storico non altro che le imprese riguardevoli dé’ sceglier [p. 197 modifica] per materia generosa della sua penna. Ma cotali fannole due specie di grandezza, delle quali all’una di virtú, di mole all’altra puossi dar nome.

Mole grande ha la balena, che fa nascer isole qualora emerge; gran virtú la remora minuta, che fa terra il mare a quel naviglio cui dá di morso. Le azioni umane parimente rende grandi, o splendido e magnifico apparato di cose estrinseche, o non ordinari sforzi di virtú o di vizi o di destrezza o d’imprudenza, che l’accompagnano.

Son della primiera sorte, per cagion d’esempio, assedi, assalti ed estermini di cittadi, pugne campali, passaggi di nazioni, funerali o nozze di monarchi, e somiglianti. Nell’altro genere s’accolgon le ragioni degl’imperi, i maneggi delle paci, delle triegue e delle collegazioni, le sublimitá ed i precipizi de’ favoriti, le sedizioni e le congiure, le neutralitá, le dipendenze, gli artifizi o del maggiore per istabilir suo posto o del minore per sublimarlo.

Di cotali affari i primi, qual campagna spaziosa variata da colline e valli e boschi, piú lusingati l’immaginativa con la vaga curiositá; i secondi, qual girevol labirinto, apron migliore scuola agli andamenti della prudenza. Somiglianti quelli a tai pasticci, figuranti ne’ banchetti o d’aquile o cittadi o torri, poi dentro vuoti; questi ad altri men superbi piatti, che nascondon le midolle di piú sostanza.

Mostri per esempio Lepanto la sua naval battaglia da una, e Fiandra la sua ricchezza, stabilita dopo tanto sangue, dall’altra parte. Lá vedrassi per gran selve impalcato il mare; gli alberi, del crin nativo in vece, scuoterne un piú prezioso nelle seriche bandiere; s’abbarbaglieranno lietamente gli occhi a’ lampi degli acciari dal sol feriti, e brilleranno su’ cimieri scossi dall’aure; faranno eco i leggitori estatici al rimbombo delle trombe e delle bombarde, ed obliando se medesimi e il proprio secolo, divenuti di azioni antiche novelli attori, col cansar della persona torceranno degli amici e de’ nemici i colpi, e con le brame e con le grida la vittoria ancora pendente a questa o quella parte stimoleranno. [p. 198 modifica]

Qui per lo contrario non si scorge fuor che stanze chiuse, vecchi consiglieri, duci togati. Alle raggrottate ciglia, al machinator silenzio, al riposato favellare, alla segretezza tutto appar mestizia e severitá. Invece degli eserciti trascorrono corrieri per le campagne; alle invitte spade, alle magnanime disfide, a’ nobili trionfi sono succedute le ambasciate, le scritture, le legistiche cavillazioni. Nulla v’è di lusinghiero per chi suole diportarsi fra le nobili avventure de’ Primaleoni o degli Amadigi, ma vi è ben di profittevole per chi ama far la mente sua tesoro di senno grande.

Quindi non per altro a mio giudizio porta pregio il Guicciardino sopra il Giovio, sol che questi, qual pittor gentile, de’ soggetti ch’egli ha per le mani colorisce agli occhi altrui con vivacissimi ritratti, senza inviscerarsi, la superficie; quegli per contrario, qual esperto notomista, trascurando anzi dilacerando la vaghezza della pelle, vien con l’acutezza della sua sagacia fino a mostrarci il cuore ed il cervello de’ famosi personaggi ben penetrato.

Ben è vero, che qualora incontra alcun successo, che per l’uno e l’altro titolo, cosí del giovamento come del piacere, abbia grandezza, sí sí il deve il buon istorico raccogliere con sommo affetto, e porre ogni suo studio per donarlo a luce perfettamente. Or, che per cotal riguardo meriti sovrano luogo presso la memoria d’ogni secolo lo aver Nerone vagheggiato e commendato il corpo della madre, fatto da lui stesso uccidere, chi mai può ritrovarsi che il mi disdica?

E in qual tragedia argiva i teschi esangui, presentati al genitore, giá pasciuto con errore infelicissimo del rimanente de’ figliuoli propri, mai rigarono con orridezza, nel suo aspro cosí dilettevole, e con lagrime si dolci nel loro amaro gli occhi e le vene del teatro; o da qual famosa scuola gran maestro insegnò mai sí altamente le maggiori prove di uno estremo vizio, o l’arti mostruosissime di un re tiranno, come nel racconto di si fatto avvenimento avrebbe avuto largo campo di operare sagace ingegno?

Il poeta in ciò s’avanza sullo storico, che le cose ch’egli [p. 199 modifica] ha per suo proprio oggetto sono quali dovriano esser per esser perfettissime nel loro genere, e in somma, idee. All’incontro questi tal le tratta quali sono, cioè a dire per lo piú congionte a quella imperfezione che con seco porta, quasi per necessitá, il non esser disunite dalla materia: onde fia ventura somma dello storico, qualora il fatto stesso gli presenta alcun soggetto che abbia nel suo genere quella eccellenza dalla veritá reale, che a gran pena nel poema sa alle azioni sue l’artefice prestar fingendo con l’intelletto; cosa che sí come tanto è piú pregiata quanto avviene piú di rado, cosí deve il buono istorico abbracciarla, esaminarla, e non lasciatasi di mano uscire senza averla a parte a parte tutta distinta.

Tal sarebbe, per ragion di esempio, la giornata che fra Annibaile e Scipione combattessi in Africa: poiché in riguardo ai due famosi generali, al numero e valore delle schiere, alla forma non volpina ma leonina del combattere fino al sommo sangue, alle conseguenze di un intiero mondo che si accompagnavano col vincitore, può chiamarsi un esemplare, a cui quanto piú somigliante sará ogni altra pugna, tanto piú ancora sará grande. Tale parimente è il fatto di Nerone nel suo genere di atrocitá, però ch’egli può formar nivello da conoscer quanto ogn’altra azione barbara o ferina estenda la sua misura.

Lascio, che non fu alcun vil plebeo né assassin di strada, a cui si possa come suo mestiere condonar in qualche guisa la crudeltá, ma un imperador del mondo, cui convien pregiarsi sopra ogni altro titolo di esser clemente; lascio, ch’ei non nacque o fu nodrito tra gli antropofagi o sciti, a’ quali l’uso rivoltò in delizia il fare vivande di color ch’eran degni come convitati sedere a mensa, ma lattossi sotto un Seneca, atto con sua scuola a ritornare in uomini le stesse fiere; lascio ch’ei non può allegare impedimento di natura ad esser buono, poiché ne’ primi anni del suo impero tal seppe esser sommamente, e fullo; taccio, che né meno consenti alla misera di terminar con un supplicio di quegli atti piú ad insinuar la morte che a sveller l’anima, ma, qual fassi a bue selvaggio, fu alla mal condotta dato prima di una mazza in capo, poscia a pugnalate [p. 200 modifica] fu macellata. Dico solo, per dir tutto in uno, ch’egli lei uccisa, dentro il proprio sangue involta, ebbe occhi, nonché per vedere, ma per vagheggiare, ed ebbe lingua (oh inferni, e che faceste?) da lodare, da vezzeggiare.

S’egli avesse fatto smozzicare il corpo ucciso, o dare in pasto a’ cani, a’ corbi, pur saria potuto dirsi effetto di una impetuosa rabbia, che, con agitare al crudo l’animo oscurandoli il discorso, avesse alleggerito insieme in qualche parte la sceleraggine. Ma il poter mirare, vagheggiare e porger lodi, fu un servirsi de’ misfatti per trastullo, non per isfogamento; fu un pregiar la propria immanitá per modo, ch’ella, quasi gentil cosa, gli sembrasse degna di adornarsi co’ vivaci fiori uno ingegno concettizzante. Felicissima Agrippina, dopo morte almeno, se a’ tuoi funerali un re del mondo è il panegirista. E chi meglio di colui che concepisti in te, su te poteva concettizzare?

O lodi, gioie che si appendon per cpprobrio, non per fregio, a’ piedi de’ ladroni pendenti in croce! Cappe d’oro, con cui Dante faceva gemer nell’inferno sotto insopportabil peso e sotto fodera di ogni tormento le anime piú maladette. E qual male, e sia pur grande, può patire un nobil animo o commettere uno scellerato, che non sia uno scherzo in paragone degli scherzi dal medesimo uccisore fatti sopra il miserabile cadavero, ch’ei stesso uccise? Furon per congiura, machinata contro il proprio principe, giustiziati in nobile cittá d’Europa, non è ancor gran tempo, cavalieri in ogni cosa, sian ricchezze e stati o sangue, amati sommamente, fuorché nei tener segreto un punto solo, dalla fortuna. Fu tra essi data a morte generosa e titolata donna, ammirabile non meno perché tacque che perché osò. Dopo ch’ella giacque uccisa, il Nerone, — il carnefice dir volli, — fu cosí sfacciato da scoprir, con mano tinta ancor del sangue della misera, sue carni e commendarle, quasi state oggetto prezioso da’ piú innamorati desidèri de’ gran principi, di morbida dilicatezza. Ebbe pena, ma non pari al suo misfatto quell’infame, il quale non provò l’arte sua propria appeso ad un capestro, sol perché in quel tempo, in cui pietá non ritrovavano i piú illustri personaggi, ritrovar doveala per [p. 201 modifica] ragion di buon contrario vii manigoldo. E la misera contessa tal sembrò assai piú per quella mano disarmata che la palpò, che pe ’l pugno pien di ferro che la svenò. Godi dunque pure fino dall’estremo del piú cupo inferno, o mostro del romano imperio, poiché vedi a quanto nobil personaggio sia toccato l’imitar con genio ereditario vivamente le tue azioni. S’ei nasceva ne’ tuoi giorni, certo per compagno dell’impero tu il ti adottavi. Ma tu, misera Agrippina, ben avevi sotto i ferri de’ fierissimi scherani sparso fino a un gocciol minimo tutto il tuo sangue, mentre al tuo da te medesima prodotto mostro le tue vene per orror non ne scoppiarono nel viso un gorgo, a rintuzzar nelle sacrileghe sue labbra gli orpellati vitupèri, che avventavansi a trafiggerti piú crudelmente assai che fatto non avevano le pugnalate.

Or di azione per la immanitade sua sí illustre non richiedea egli il debito di buono istorico, che rimanesse alla posteritá distinta la notizia piú che potevasi? E pure il nostro Tacito in due parole sole, dicendo: Aspexeritne etc., se ne disbriga quando gli s’apriva largo campo di apportare le ragioni che pe ’l si o pe ’l no parevangli piú verisimili. Forse dirá egli che qualor lo storico, arrivare non potendo al vero, mettesi in sua vece dietro al verisimile, passa con sua nota, qual soldato fuggitivo, dagli alloggiamenti della storia a quei de la poesia? Io, di ciò in risposta, di due generi di verisimile distinguerò. Altro è quel di cose che potrebbono esser succedute anche secondo l’ordinario corso degli avvenimenti umani, ma nol sono, e del non essere v’è la certezza. Tale è, che Rolando, in legger i caratteri intagliati nelle piante da Medoro, per aver perduto il cuore perdesse il senno; o che Rodomonte nell’uccidere Isabella per aver perduto il senno perdesse il cuore. L’altro è un verisimile di cose che per avventura sono state, ma sicuramente non può sapersi. Di tal guisa si è, che il principe di Spagna Carlo non di tossico morisse né di ferro, ma di sottrazion di cibo, a poco a poco fattagli, per fino al termine di mortal fame. Il primiero verisimile anch’io il permetto solamente alla poesia: ma il secondo, giá non veggo perché coglierlo non possa senza furto [p. 202 modifica] il buon isterico e fregiarne le sue scritture. Esser può che sieda in esso, benché alquanto annuvolata, la veritá: e narrandolo lo storico, non qual cosa certa, come dal poeta si farebbe, ma qual probabile, potrá mai dirsi ch’egli di altro che di veritade sia narratore, mentr’egli è verissimo che sia probabilmente vera sí fatta cosa? Non pertanto, su, consentasi che tutti i verisimili sian solamente arredi di poesia. È egli per ciò che da costei, sí come da amorevole sirocchia, per render col diletto l’utile piú saporito non sia lecito allo storico di toglier tratto tratto gli adornamenti, sol che ne usi per tal modo ch’ella venga ad abbellirsene, non travisarsene?

Ma quando anche non potesse senza errare metter piè lo storico oltre i suoi confini: or chi non sa che ogni mestiere ha certi suoi errori cosí nobili e cosí gentili, che il commetterli e l’amarli è sommo pregio dell’artefice piú assai che s’egli andasse dietro a’ soliti precetti dell’arte sua? Campanili e torri, in buona architettura, vogliono poggiar senza piegare, non è alcun dubbio. Non pertanto sopra ogni obelisco ovver piramide s’ammira quel di Pisa e quella di Bologna, sol perché piegando sempre, senza mai piegarsi, promettono ruine, né mai le attendono. Chi erra in cotal guisa va del pari del gran Scevola, quadrando all’un non men che all’altro quel leggiadro detto: Si non errasset fecerat ille minus.

Cosí errò felicemente a mio giudicio il Tasso, ed io volentieri ne addurrò l’esempio, che sará al mio dire prova non men forte che dilettosa. Esce dal piacevole e violento carcere del suo giardino il buon Rinaldo, dopo aversi al lume consigliero di virile specchio rivestita la primiera virilitá. Muove frettolosamente insieme co’ due fidi amici; e quando egli giá giá mette il piede sulla prora che lontano dovea trarlo da’ suoi rischi, ecco che a un lagrimoso

               — O tu che porte
parte teco di me, parte ne lasci, —

subito s’arresta, e all’insidiosa Armida dá grande agio di venir a riprovar contro di lui le angeliche sue forze, unite con le [p. 203 modifica] diaboliche. Io cosí discorro. Vuole, non v’ha dubbio, il buon Torquato far il suo Rinaldo eroica idea, non della fortezza solamente, ma eziandio della temperanza. Quindi allor che Armida con un volto solo andò ne’ propri alloggiamenti ad assalire un intiero esercito, tutti, chi piú rapido chi meno, col ricever le ferite in petto al militare onore dieder le spalle: sol Goffredo ed egli, non come Tancredi, che non fu ferito perché giá lo era, ma come ripieni di virtú si rimaser salvi; e allor che la medesima nell’incantato bosco, armata piú che mai di sue lusinghe, di sue lagrime, di sue bellezze, gli si fece inanti, egli niente piú s’astenne per suoi prieghi dal recidere le altere quercie, che si astenga il cielo per le suppliche delle amadriadi dal fulminarle. E s’ei pur fu vinto e cadde, non fu vinta in esso l’onestade, ma la natura: né divenne molle, che nol divenisser prima i piú aspri monti, perciocché chi vinse fu un inferno, non fu una femmina. Segnal n’è, che non sí tosto i fidi amici col possente scudo disser gl’incanti, ed egli nel momento stesso squarciò i lussi, prese l’armi, fu Rinaldo, fu pudico, aborrí, partí. E alla primiera voce poi della nemica amante, questi, per sí cauto serbator dell’onestade a noi pur dianzi dal poeta effigiato, trattiene il passo? Che fai Rinaldo? or ora a te medesimo restituito, cerchi in cotal guisa a te medesimo di conservarti? qual pur mo’ spaziato augello si riman trescando e saltando pe’ vicini rami, dove forse covasi altro rischio, solo per udir l’insidioso fischio del cacciatore. Non odi, che gli stessi detti, ond’ella cerca di fermarti, debbon tutti servir di sproni?

               — O tu che porte
parte teco di me, parte ne lasci,
o prendi l’uno, —

(dunque vuol che teco tu la conduca)

               — o rendi l’altro, —

(dunque vuol che seco tu rimanga)

 — o morte
dá insieme ad ambi: —

[p. 204 modifica]

(dunque vuol che a colpe antiche di lascivia nuove tu ne aggiunga di feritá). Pensi tu di lasciarti persuader a niuna di sí fatte cose, ch’ella ti chiede? — Certamente no, — mi risponderai. Dunque a che non proseguir tua fuga velocemente? Il sí e ’l no di fatti, piú che di parole, rende piú giocondi i benefizi, le ripulse piú sopportabili. Ohimè, sento che di baci ella favella. Chi da lunge prende a dirli, certamente da vicino prenderá a darli. Giá sai tu che forza s’abbian soli, quai saranno uniti col piccante delle lagrime, delle preghiere, de’ svenimenti? Pur siasi, che sii possente di star saldo contro le robuste machine degli entimemi, dall’ingegno sí, ma molto piú vibrati e avvivati dai bel pianto, dalla flebile pietade e dalle lusinghe. Concedasi che tu debba esser verso le sue possentissime armi, tutte unite contro te, lo stesso che tu fosti in campo con Goffredo quando fur da lei divise contro di mille. Chi però ti fa sicuro da Armida maga, quando pur t’affidi di salvarti da Armida bella? Non può aver, s’ella ti giunge, alcuno incanto piú possente per respingerti nel labirinto, che non hanno avuto Ubaldo e Carlo per istralciartene? È ella ancor venuta teco alle furie? No: dunque una gran parte dell’Inferno le rimane ancor da adoperare contro di te. Fuggi dunque, fuggi; né piú volger faccia ad altra femmina che alla bellissima Fortuna, che al governo del naviglio fortunato siede e con la chioma inquieta e sventolante sembra che ti sgridi di non fermarti. — Oh, cavalleresca gentilezza non sostien partirmi senza attender regal donna che mi chiama, e che mi offese solamente perché mi amò. — Sciocco, se per ogni modo vuoi lasciarla, anzi se hai fermato di non esserle piú amante col compiacerla, siile almeno grato col rispettarla. Il fuggirla prima ch’ella giunga sará segno che la temesti, il fuggirla dopo sará segno che la sprezzasti. Non ti potrá imponer titolo di duro, di crudele, d’inesorabile, mentre che partisti senza udirla per timor di non potere udirla senza esaudirla. Possa almen l’addolorata dir seco stessa: — Certamente, s’egli mi aspettava, avrebbon ben saputo i miei sospiri, i miei pianti, il dimandar mercede, fare in guisa ch’egli denegata non me l’avrebbe. — Non sará picciol conforto ne’ suoi mali il rimaner almeno sodisfatta di se medesima. [p. 205 modifica]

Questo fallo di Rinaldo, dal mio ingegno, ch’è di talpa al sole, discoperto, molto piú fia stato chiaro a quel del Tasso, ch’è tutto di aquila. Perché dunque non ischivarlo? Perciò che senz’esso rimaneano le sue carte prive di quegli ammirabili colloqui, di quegli odii, di que’ vezzi, di quei congedi, di quelle furie, che passaron tra la donna e ’l cavaliere e che saran materia imitabile delle piú rinomate scene, delle musiche piú armoniose, degli amori piú gentili fin che duri il nostro mondo, e saranno, fin che duri l’altro, sdegni della misera Didone, che vedrassi dopo di un Virgilio ricondotta da un Torquato sotto l’altrui nome ad infamar con adultèri nuovi la sua onestá.

Taccia dunque chi col dire, non poter l’istoria trattenersi lungamente nelle cose dubbie, crede di scusare Tacito abbastanza dello aver sí lievemente attinta una sí nobile sorgente di precetti, di riflessioni, d’imitazioni, di commovimenti in ogni affetto, o vogliasi odio o amore o pietade o rabbia. Deesi lode al viandante s’ei per coglier ricca perla sviasi dalla strada pochi passi per la campagna. Chi pretende pregio di ammirabile, non deve esser seguace eterno degli altrui precetti per non errare; deve errar talvolta, acciocché servan di precetti agli altri gli errori suoi. Ma che vaneggio io folle? Era in questo fatto di Nerone Tacito tenuto ad allargarsi, s’egli pur voleva esser osservatore sí religioso degl’imperii della storia ben regolata. Non comanda questa che non si tralasci narrar la veritá? Non è egli vero, che di aver Neron mirata e commendata la sua madre morta, sunt qui tradiderint, sunt qui abituant? Tu medesimo, o Cornelio, con cotai parole appunto ce ’l riferisci. Or non sará vero ancora, che ciascun di suo affermare e suo negare le ragioni doveva addurre? Come non sai l’uno, o Tacito, se tu sai l’altro? E se ’l sai, perché, dicendo l’uno, non dici i’altro? — Oh, non so se, benché si dicessero, fossero vere. — Che monta ciò? Basta a te, per esser veritiere, lo esser veritá che si diceva ciò, come che veritá non fosse ciò che dicevasi. Forse ti era noto quel che conchiudeva il volgo intorno al fatto, ma non ti eran note le ragioni ch’egli produceva del suo conchiudere? Dirle tutte, quante potean [p. 206 modifica] essere: e in cotal guisa non avresti trapassato con silenzio le cagioni ch’erano in fatti, mentre tutte le possibili narrato avessi. Massime che tu sei pur fornito di quel fiuto sí sagace e scaltro, che da ogni orma beh leggiera vanti di condurti a penetrare ne’ covili di qualunque sia segreto piú rinselvato. Onde il non aver ciò fatto in cosí nobile occasione non può a meno di non apportarli nota di una trascuraggine, purtroppo grande. Ed a chiarirla maggiormente, mira quanto facil era ritrovar dall’una e l’altra parte le probabili cagioni a te cosí ingegnoso, mentre a me, che son di cosí basso intendimento, non si nascondono.