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Nella Romagna d’una volta

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Nella Romagna d’una volta
Simpatia Valentino e Lucilio
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NELLA ROMAGNA D’UNA VOLTA

A ricevere la seconda lettera con cui, goffamente, Nino Galastri le chiedeva di sposarla, Livia perdè la pazienza e rispose un semplice no. Inesperta, com’era, del mondo, non riflettè ai diversi gradi di tono e di significato che, sino alla ripulsa oltraggiosa, può assumere un no scritto; castigando una indiscreta vanità, non ebbe il dubbio di offendere l’orgoglio paesano, il quale, ferito, ferisce col morso e il veleno della vipera; e conoscendo la fierezza del nonno, non domo dagli anni, dubitò invece di far male a rivelar la cosa a lui. Nè la vendetta tardò a giungerle: terribile perchè l’armava la pubblica malignità, perchè la sosteneva un’accusa copertamente diffusa e inoppugnabile, perchè disonorava il suo nome.

Già delusa nella felicità quale aveva immaginato trovar fuori del collegio e predisposta alla solitudine, più che dalla sensibilità materna e dalla sventurata condizione di orfana, dal rude costume della razza da cui scendeva, Livia Antoni ricorse col pensiero e con l’anima al luogo dove era cresciuta, in una clausura quasi monacale, e presentì [p. 114 modifica] che in nessun altro luogo e in nessun altro modo avrebbe potuto vivere senza il peso addosso dell’onta o del sospetto dell’onta. E segnò essa stessa il suo destino in un dilemma: o l’accusa che si faceva al nonno non era vera, e valeva meglio scampare da un mondo così tristo; o era vera, e la rinuncia di lei apparirebbe come un sacrificio riparatore, una rinuncia sublime in lei, giovine, bella, ricchissima.

«Se un’idea entra nella testa di un Antoni non c’è più santo che gliela cavi», pensò la più vecchia delle domestiche, quando Livia le disse che aveva intenzione di farsi suora.

Ma quando quella donna, incerta come chi teme di dare un avviso che addolori troppo, ne parlò al padrone, egli la fissò, poi scosse le spalle quasi a udir cosa di nessuna importanza. Solo, die’ ordine di cominciar subito i lavori di sterro sul poggio, ove sorgerebbe la nuova villa. E lo stesso giorno vi condusse la nipote.

— Guarda! — le disse accennando alla vallata stupenda.

La vita brillava nell’aria, serenava nei lontani monti, palpitava nei colli rinverditi, fluiva e rabbrividiva placida fra il greto del fiume.

— Io sarò morto allora — soggiunse il vecchio — . Ma tu vivrai qui sposa e madre felice.

La ragazza tacque. E sentì che il momento di manifestare il suo proposito era quello, e raccolse [p. 115 modifica] tutta la forza pei dissimulare l’affanno e dire dolcemente:

— La ringrazio, nonno. Io però non ho intenzione di maritarmi.

Seguì ancora un attimo di silenzio: insopportabile nell’incerta aspettazione della loro anima. Il vecchio non parlò; dovè parlar di nuovo Livia, per dire, bianca in viso, con le labbra esangui:

— Ho la vocazione di farmi monaca.

Allora il vecchio, che a ottant’anni teneva in soggezione tutti anche quando non usava i modi della sua ferrea volontà e la mitigava con l’espansiva energia del suo gran cuore, tremò a nervo a nervo.

Paventava d’essere debole davanti a una giovinetta esile come un giunco, o d’esser travolto dall’ira come avrebbe fatto davanti a un minacciato assassinio?

Le afferrò un braccio, la costrinse a guardarlo negli occhi, e disse soltanto:

— Bada, bambina!

Quegli occhi, quelle due parole avrebbero piegato chiunque altra, d’altro sangue. La giovinetta che aveva nelle vene il sangue degli Antoni fu invece inanimata alla resistenza e alla difesa.

— Se lei vuol sapermi contenta, deve consentire alla mia volontà.

— Non dire la tua volontà! — gridò il vecchio prorompendo — . Di’ l’idea stupida che ti [p. 116 modifica] han messa in testa là dentro, dove io non ti avrei mai rinchiusa!

Il rimprovero, che toccava la memoria di sua madre, accrebbe ardire in Livia.

Esclamò:

— Le giuro, nonno, che questa idea mi è venuta dopo che sono uscita di collegio.

E soggiunse subito:

— Mi sono convinta che il mondo è brutto e cattivo.

— No! — il vecchio ribattè forte —: il mondo è buono, è bello per chi ci sappia vivere. Che esperienza puoi averne tu?

A fatica Livia compresse in cuore il suo segreto; frenò l’angoscia; trattenne le lagrime. E rispose:

— Basta guardarsi attorno e ascoltare.

Il sospetto si affacciò ora alla mente dell’Antoni. E chiese:

— Ascoltar che cosa?

— Il dolore degli altri — - disse lei. — Chi non ha da lamentarsi del male che riceve?

— E fra quattro mura tu credi di evitar il male e goder il bene della vita?

Nè attese risposta. Quasi per strapparsi a una enormezza egli si allontanò. E Livia gli tenne dietro singhiozzando sommessamente.

Otto giorni dopo era costretta ad accompagnar il nonno in un lungo viaggio. [p. 117 modifica]

***

Meraviglie dì ogni sorta, spettacoli indimenticabili; ma non una notte la giovinetta si addormentò prima d’aver pensato: «Non mi divertirei come il nonno crede che io mi diverta se non fossi ricca; e non sarei ricca se lui...».

Dal viaggio tornò così stordita e stanca da parere intimamente mutata, queta e remissiva, e il vecchio sperò di guarirla del tutto continuando il rimedio.

Anche l’antica casa parve mutar anima: risonò di feste; risplendè di signorile ospitalità.

E alla giovine non mancarono corteggiatori. Li respingeva con ferma freddezza.

Intanto si compivano i lavori della villa, che un giorno avrebbe dovuto vederla sposa e madre felice. Ma lei non andava una volta a Belpoggio che non pensasse: «Ancora due anni, poi sarò padrona della mia volontà».

E quante volte si ripeteva: «Oh, vivere di solo pane, senza dubitare che sia di origine impura!» .

Questo pensiero diventò un’ossessione nella sua mente, tanto più ostinata quanto più caparbio essa giudicava il nonno a non volerla comprendere.

Così non doveva tardar molto il giorno che di quelle due volontà in conflitto l’una si convincerebbe o illuderebbe di aver vinta l’altra. [p. 118 modifica]

***

Cesare Antoni, come soleva, una mattina uscì di casa con lo schioppo a tracolla. Scorgendolo dalla finestra Livia patì, violento, quale non mai, il riscontro delle due imagini. Pensò: «Il Passatore!» .

E per non piangere si morse le labbra, e non pianse.

Ma più tardi, senza un appiglio, senza un pretesto, osò chiedere al vecchio:

— Mia madre cosa ebbe in dote?

Egli la guardò negli occhi; essa ne sostenne lo sguardo.

— Niente ebbe. Perchè?

Niente! Dunque non avrebbe potuto dir suo, non impuro, neanche un tozzo del pane che sino allora aveva ingoiato e che per due anni dovrebbe ingoiare! E al colpo inatteso, Livia abbassò gli occhi, affranta.

— Perchè? — insistette l’altro, ancora forzandola a risollevar gli occhi e a rispondere.

— Son decisa a disubbidirle; e avrei desiderato evitare che lei, fra due anni, m’incolpasse d’ingratitudine.

A ricevere uno schiaffo l’Antoni avrebbe reagito con minor impeto. Infiammato in faccia e nelle pupille, diritto, alto, imponente vegliardo, avanzò come per arrestare nella sciagurata il pensiero [p. 119 modifica] colpevole prima che cadesse nel pentimento. E l’investì:

— Ti sei svelata, una buona volta! L’ho avuta la prova manifesta del tuo cuore, della tua religione, della tua pietà! Tu non vuoi obblighi di gratitudine e di affetto; tu mi odii! Peggio: l’odio vincola, e tu non vuoi vincoli! Hai capito che io ho una volontà di ferro; hai temuto che la mia volontà sia più forte della morte e io possa dominarti sempre, finchè vivrai, e per ribellarti, per essere libera, minacci di farti suora! Ma non t’accorgi, sciagurata, della contraddizione mostruosa; non t’accorgi che sei pazza d’egoismo? Pazza! — le gridò contro.

Ella tacque; tremante; reggendosi a stento in piedi: ma con lo sguardo immoto.

E il nonno, men violento oramai che disperato, aggiunse:

— Già si dice! Nino Gal astri a chi dimandava, al caffè, perchè tu non trovi chi ti sposi, ha detto: — «Non sapete che l’Antoni è matta?».

Lui? Nino Galastri?

— Lui? — fe’ la ragazza, il volto improntato di un sarcasmo che la svisava come una smorfia atroce.

— Sì. Presto o tardi se ne pentirà; ma l’ha detto!

E allora ella corse nella camera attigua, trasse da uno stipo la lettera dell’innamorato respinto, e tornò porgendola. [p. 120 modifica]

Il vecchio l’afferrò. Mentre la leggeva lei si aspettava che cadesse morto di colpo: leggeva: «... sposandola, signorina, io avrei offesa l’opinione pubblica; si sarebbe detto che la sposavo per godere i marenghi del Passatore» .

Invece il nonno gettò il foglio e rise.

— Ah, ah! E tu la conosci tutta, la storia? Non la conosci bene? No? — Essa non rispondeva. — Te la racconterò io! A Belpoggio, proprio dove ho fabbricato la villa per te, per la tua felicità, c’era una casupola mezza in rovina; e io l’avevo affittata a un manutengolo o a un collega del Passatore. Dopo che questo fu ammazzato, colui fu preso e condannato non so a quanti anni di galera. E di là scriveva alla moglie, che non sapeva leggere e veniva da me a farsi leggere le scritture del marito. Ma io, furbo, le leggevo prima per conto mio. E una volta vidi che il ladro raccomandava alla moglie di non abbandonar mai la casa ove stava. Io, zitto!; e diedi subito commiato alla donna. E mi misi a scavare. Scavai una, dieci, cento pentole piene di marenghi rubati dal Passatore, e così... Hai inteso?

— Gl’invidiosi, gli oziosi, gli ignoranti, i maligni, i vigliacchi — - seguitò l’Antoni, di nuovo sopraffatto, nell’ironia, dall’ira — non comprendevano, non comprendono la origine di una ricchezza acquistata con le fatiche, con gli studi, l’ingegno, la forza della volontà e dei nervi, e m’han dato, a me, per collega il demonio, e hanno [p. 121 modifica] inventata l’infamia e ci credono! E tu vuoi farti suora per questo!

Per questo. La storia non era vera? E come negare che era bene uscire da un mondo ove si commettevano coteste infamie, deturpando il nome di una famiglia, affliggendo la vita intera di un uomo, senza castigo?

— Sì, nonno: per questo! — Livia fu sul punto di rispondere. Ma a veder il vecchio divenuto livido, in una attesa di passione mortale, gli si gettò d’impeto nelle braccia piangendo:

— Lo credo! Lo credo, nonno, che lei sia innocente!

***

Cominciò da allora l’equivoco che doveva durar due anni.

Ritennero l’una e l’altra di aver vinto. «Si rassegna alla volontà di Dio», pensava la ragazza. «Si rassegna alla mia volontà», pensava il vecchio. Ed ella non urtata più, cedeva nei modi; s’inteneriva; diceva tra sè: «povero vecchio!».

Nemmeno, nel suo segreto, lo rimproverava d’essere ostinatamente rimasto in mezzo a gente sì perfida, perchè allontanarsi con l’onta addosso sarebbe stata, per uomo di tal fatta, viltà; sarebbe stata la maggiore ignominia.

Alla proposta di passar l’inverno altrove, ella si rifiutò: e il nonno ne fu lieto. [p. 122 modifica]

E come Dio volle, rifiorì la primavera. Il nonno con vigile cuore vedeva rifulgere quegli occhi, splendere quel sorriso di gioventù. Si celava dietro le macchie del giardino a spiar la nipote allorchè andava per il prato a raccogliere fiori umili, e non più dubitando l’udiva cantarellare.

Gli pareva salva. Non comprendeva che ella gioiva quale chi aspetti una prossima gioia, più grande; non capiva perchè l’anima di lei esultava in tal modo.

Passò, similmente, l’estate; passò un altro inverno. Poi andarono ad abitare nella villa nuova.

***

E giunse finalmente quel giorno. Livia era maggiorenne.

Il nonno l’attendeva nella loggia, per dirle:

— Adesso sei arbitra di te, di me, di quanto possiedo. Non mi abbandonare, Livia!

Ma quando ella uscì, anzi che morire di colpo a vederla, il vecchio ebbe uno strano senso di sollievo: gli parve cessare la sua agonia. Livia (e una carrozza da nolo avanzò nella corte), Livia era vestita da viaggio.

Risoluta; padrona di sè, disse:

— Addio, nonno!

Maledetta?

A mani in croce, a scorgere la maledizione nei terribili occhi, ella scongiurò: [p. 123 modifica]

— Mi perdoni!

Egli non parlò. Si volse a guardare i bei luoghi che Livia non rivedrebbe mai più, quasi egli non dovesse rivederli mai più; i monti sereni, i colli verdi e il bianco fiume.

Poi disse:

— Ti perdono.

E le porse il braccio, e tra le serve e i servi € gli operai attoniti, diritto, alto, imponente vecchio, venne con lei nella corte, la condusse fino alla carrozza.

Livia si chinò ad abbracciarlo, a baciarlo. Egli l’abbracciò; la baciò. Sorrise. Disse:

— Addio!

***

Indi, partita. Cesare Antoni tornò in casa; imbracciò, secondo soleva, lo schioppo; diede ordini, al solito; e prese la via del paese: ove, ogni giorno verso le nove. Nino Galastri usciva di casa, traversava la strada, ed entrava nel caffè.

Quando fu alla bottega del tabaccaio, poco distante dal caffè, il vecchione entrò a comperar sigari; e scegliendoli, e di tratto in tratto sogguardando fuori, motteggiava con la tabaccaia.

— Sempre allegro, lei!

Uscì. E si fermò ad accendere un sigaro. Alcuni paesani, che conversavano in gruppo, salutarono. Non buono il primo sigaro, lo gettò via; ne [p. 124 modifica] tolse un altro. Gettò via anche quello: e... (Nino Galastri!): d’un lampo, afferrato lo schioppo, gridando che tutti udissero: — Il Passatore avrebbe fatto così! — Cesare Antoni, puntò, sparò.

Il Passatore mirava dritto.