Trattato de' governi/Libro secondo/IV

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Libro secondo
Capitolo IV:
Della seconda republica di Socrate

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Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro secondo
Capitolo IV:
Della seconda republica di Socrate
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CAPITOLO IV.


della seconda repubblica di socrate.


E quasi simili a questi ordini son quegli, che nelle Leggi sue furono scritti dappoi; onde fia meglio di questi ancor far considerazione: chè nel primo governo, a dir il vero, Socrate determinò molto poche cose; cioè solamente intorno alla comunion delle donne, e dei figliuoli, e, delle facoltà, e dell’ordine del reggimento: qualmente tai cose dovessino stare. Ma tutto il popolo quivi è diviso in due membri; in quello cioè dei contadini e in quello dei difensori. E il terzo membro, che d’amendue questi è composto, è quello, che consiglia, e che è padrone della città. Ma degli artefici e dei contadini se e’ dovessin partecipar d’alcun magistrato, o essere privati di tutti; o se egli avessino avuto arme, e dovessino ire ancor essi alla guerra di ciò niente [p. 57 modifica]determina Socrate: ma bene afferma, che le donne debbono ancor esse combattere, e partecipar della medesima erudizione, che partecipan i custodi. E l’altre materie tutte tratta con discorsi fuor di proposito; e similmente lascia indeterminato, qualmente i custodi debbono essere instrutti. — Ma la più parte delle sue leggi (che così è chiamata questa seconda republica) non è altro, che leggi; e poche cose vi si dicono in quanto al governo: e mentre che questa seconda e’ vuol far comune a più città, a poco a poco e’ la fa riuscir nella prima republica. Conciossiachè fuor della communità delle donne, e delle facoltà in amendue sia il medesimo nel restante degli ordini; essendovi la medesima erudizione, e la vita privata di tutti gli esercizî necessarî: e il medesimo ordine circa i conviti, eccetto che in questa vuole egli, che e’ si faccin ancor fra le donne. E la prima republica vuole e’ che sia di mille, che portin l’arme, e questa di cinquemila. — Hanno pertanto i discorsi socratici tutti del superfluo, del vano, e del nuovo, e del sofistico; e forse, per dire il vero, del difficile. Che e’ non è da ignorare ancora, che questa sua così fatta moltitudine di cittadini avrà bisogno d’una provincia quanto la Babilonia, o d’altra, che per grandezza sia infinita; onde si possa trarre il frutto per cinquemila, che vivino senza far nulla: oltre alle mogli, e i servi, che arriva a una turba in più doppi per numero. E sono io ben contento, che uno faccia le supposizioni come ei vuole, ma non già impossibilmente. — Chè a due cose si dice, che debbe aver l’occhio un dator di legge nel porle, alla regione cioè, e agli uomini. Ma e’ si debbe ancora aggiungere, che e’ s’abbia aver l’occhio ai vicini, se la città ha a vivere civilmente; perchè non pur è di necessità, che ella possa usar l’arme da far guerra nella sua provincia: [p. 58 modifica]ma ancora quelle, che sien buone a far guerra nella provincia d’altrui. E sebben qui fosse, chi non volesse approvar una simil vita nè in privato, nè in publico, egli è pur di necessità nondimanco, che i cittadini stien talmente disposti, che gli appariscano terribili agli inimici: e non solamente a quei, che vengono ad assalirli in casa, ma ancora a quei, che si ritirano. — Bisogna ancor avvertire alla quantità delle facultà, che ella sia determinata più chiaramente; perchè Socrate dice, che ella debbe esser tanta, che mediante lei si possa vivere modestamente: come se egli avesse voluto dir bene. Ma tal detto ha troppo del generale. Ed ancora, perchè e’ può essere che e’ si viva modestamente, ma che e’ si stenti. Onde è meglio dire, acciocchè e’ si viva modestamente, e insieme liberalmente; che l’un membro e l’altro dispersè preso fra questi deliziosi, e quegli miseri; essendo quei due abiti virtuosi detti solamente intorno alle facoltà. Perchè della roba non si può dire, ch’ella s’usi nè con mansuetudine, nè con fortezza; ma sì bene con temperanza e con liberalità: ond’è necessario, che l’uso di tali abiti sia intorno solamente alla roba. — È ancor disconvenevole a chi pareggia le facoltà, non determinar cosa alcuna del numero dei cittadini; e lasciar senza alcun termine la generazione dei figliuoli; come se tal cosa si fosse per pareggiar abbastanza mediante le sterilità, che intervengono; con l’esempio che oggidì si vegga intervenir un simile effetto. Ma nei modi del viver d’oggi non è duopo di saper il numero dei cittadini così appunto, come sarebbe in questo di Socrate. E la ragione è che ogni nessun dubita, ch’egli sia per mancare, per essersi distribuiti i beni nei particolari. E in quel modo essendovi senza divisione, è di necessità, che gli accresciuti non abbino niente; o più, [p. 59 modifica]o meno, che e’ sieno di numero. — Ma io dico contra questo ordine di Socrate, che egli è molto più necessario determinar il numero dei figliuoli da generarsi, che e’ non è a determinar le facoltà; e di maniera si debbe fare, che e’ non si possa trapassar in ciò un termine prescritto: il qual termine si debbe porre con il rispetto avuto ai casi, che intervenir possono delle morti, e delle sterilità. E il lasciarlo interminato (come s’usa in molti luoghi) è cagione di far i cittadini poveri. E la povertà è generatrice di sedizione, e di malizia. E di qui fu mosso Fidone da Corinto, antichissimo dator di legge, a stimar, che’ si dovesse mantener sempre uguali le famiglie private, e tutto il numero dei cittadini; ancorchè da prima l’una, e l’altra cosa avessero avuto sorte disuguale. Ma nelle leggi di Socrate s’usa il contrario della qual materia tratterem più sotto: qualmente noi giudichiamo esser bene d’assettarla. — È in queste leggi ancora stato lasciato di dire circa i magistrati, qualmente e’ dovessino esser differenti dai privati. Perchè Socrate dice, così come d’altra materia si fa il filo della lana, e d’altra il filo del lino, parimente i magistrati dovere esser differente dai privati. Ma perchè e’ permette, che la facoltà si possa accrescere infino in cinque doppi, onde è che e’ non permette, che e’ si faccia il simile del terreno almeno insino a un certo che? È ancor da considerar la sua divisione degli edifizj, se ella è utile al governo di casa; che due ne permette egli a ciascun dispersè. Ma egli è difficile impresa ad abitar due case. — Quanto al modo tutto del governo non vuole egli, che e’ sia nè popolare, nè governo di pochi potenti, ma un misto d’amendue che si chiama republica. E questo si vede, perchè ell’è composta di chi ha l’arme. Ora se egli ha voluto constituir questo modo, come più comune [p. 60 modifica]ad ogni città; egli ha forse ben determinato. Ma se e’ mette tal modo come ottimo di tutti gli altri dopo la republica ottima, e’ non ha detto bene; perchè e’ si può forse lodar più ragionevolmente il modo della republica di Sparta, o se altro se ne ritrovi, che inchini più allo ottimate. — Certi son qui, che afferman l’ottima republica esser un misto di tutti i modi di regimento; e però lodan tali il modo spartano, dicendo lui esser mescolato di stato di pochi, di monarchia, e di popolar governo: mettendo il regno per monarchia, il senato dei vecchi per lo stato dei pochi, e il magistrato degli Efori per il popolare; per esser quel magistrato composto d’uomini popolari. Altri dicono, che tal magistrato è una tirannide; e che lo stato popolare vi si scorge per via del mangiare insieme, e per il modo, che vi si tiene nel resto delle maniere del vivere. — Ma nelle leggi di Socrate è affermato, che l’ottima repubblica debbe esser composta di tirannide, e di popolare stato; le quali due forme di stato o non debbon mettersi per repubbliche, o vero per cattivissime sopra tutte l’altre. Molto meglio adunque fanno quei, che più sorti di stati van mescolando; imperocchè miglior è quello, che di più è composto. Oltre di questo e’ non apparisce in questa di Socrate vestigio alcuno di stato d’un solo; ma ben di pochi, e di popolare: e par che ella voglia inchinar più a quel dei pochi potenti. E ciò è manifesto pel modo di far i magistrati; imperocchè il trar per sorte quei che hanno vinto è comune all’uno, e l’altro modo di governo. Ma che ai più ricchi stia il ragunare il consiglio, e creare i magistrati, e eseguire gli altri ufficj civili, e che gli altri in questi esercizî sien lasciati indietro, tale ordine, dico, ha dello stato dei pochi. E ancora n’ha il fare ogni opera che i più ricchi sieno di [p. 61 modifica]magistrato; e che i principali vi si dien secondo la grandezza del censo. — Falla ancora potenza di pochi l’elezion del senato, perchè tutti l’eleggono per necessità; ma eleggon del primo censo tanti: dipoi del secondo altrettanti ai primi. E così fanno di quei del terzo censo, eccetto che e’ non è necessario, che e’ vi elegghino quei del terzo e quarto censo. Ma del quarto, chi elegge i magistrati, solamente può elegger di quei, che sono del primo, e secondo censo. E dipoi dice, ch’e’ si debbe di tutti i censi metterne ad elegger tanti, che sien pari di numero per ciascuno; onde avviene che più, e più potanti saranno quei, che sieno del censo maggiore; imperocchè della plebe certi non eleggono, perchè e’ non è di necessità. — E di qui è manifesto, che tal repubblica conviene, che sia un misto di stato popolare, e di potenza di pochi. Il che si vedrà per le cose da dirsi, quando ei si farà di tal modo di governo considerazione. Evvi ancora pericoloso l’ordine circa il fare dei magistrati, che e’ sien creati da uomini scelti: imperocchè se alcuni vorranno star saldi, e che non sieno però troppo di numero, sempre avverrà, che l’elezione vi si faccia a lor modo. La repubblica adunque, che è scritta nelle leggi, sta sicome io ho detto. =