Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 6/Capo 4

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Trattato - Libro 6 - Capo 4

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Trattato - Capo 3 Trattato - Prologo

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CAPO IV.

Necessità del sapere disegnare. Modi di fondare in acqua.

Sono per molti tempi stati degnissimi autori, i quali hanno differentemente scritto dell’arte dell’architettura e di molti edifizi e macchine, quelli con caratteri e lettere dimostrando, non per figurato disegno: e in tali modi hanno esplicato i concetti della mente loro. Pure, benchè ad essi compositori li paia avere molto largamente, secondo la mente loro, tali opere illucidate, pure noi vediamo che sono rari quei lettori che, per non avere quei libri alcun disegno, intendere li possano: imperocchè, andando dietro all’imaginativa, ciascuno fa varie composizioni che sono talvolta più differenti dal vero e dalla primitiva intenzione, che non sia la chiara luce dalla tenebrosa notte. E per questo, ai lettori si reca non piccola confusione, perchè, siccome è detto, tanti lettori, tanti varii compositori. Ma quando tali autori concordassero la scrittura col disegno, molto più apertamente si potrebbe giudicare, vedendo il segno col significato: e così ogni oscurità sarebbe tolta via. Ma molti sono speculativi ingegni che per loro solerzia hanno molte cose inventate, e delle altre antiche, come di nuovo ritrovate quelle descrivendo, le quali per non avere il disegno sono difficilissime ad intendere, perchè, siccome noi vediamo, sono molti che hanno la dottrina e non hanno l’ingegno, e molti dotati d’ingegno e non di dottrina, e molti hanno la dottrina e l’ingegno, e non hanno il disegno. Onde a questi conviene se vogliono alcune cose per disegno, oltre le scritture, dimostrare, bisogna, dico, che ad un esperto pittore le diano ad intendere: ma, all’autore, ovvero inventore, è grande e difficilissima penuria (1) l’imprimere nella mente d’altri quello che lui manifesto con l’intelletto ed apertamente vede, e massime per dimostrare ad un medesimo tempo le cose estrinseche ed intrinseche, e anco delle occulte, [p. 320 modifica]come sarebbe il fondare in mare od in alcun’altra profondità di acque: e non per via di prospettiva, e rette linee, o natural disegno, ma per una certa via indiretta: o di alcune nuove ed inusitate invenzioni le quali ingegno umano non potria per alcun modo insegnare; e per questo credo, molte opere si siano perse o ritardate, siccome per manifesta esperienza veggio in questa mia operetta essermi stato forza molte tralasciare. Adunque giudico il disegno essere per questo necessario a qualunque altra scienza si sia.

Ora, siccome richiede l’ordine premesso, dovendo dimostrare alcun modo, oltre ai comuni, da fondare in acqua senza casse o altri modi manifesti a ciascuno, il primo è questo. Facciasi una circonferenza di stillicidi (2) e dentro a questa un’altra della medesima figura distante dalla prima piedi 4: questo spazio fra le due circonferenze incluso e vacuato si empia di terra-creta, forte incalcata, condensata e depressa: dopo questo, sia evacuata l’acqua inclusa in mezzo, e nell’asciutto si fondi a beneplacito dell’architettore.

Quando in mare fusse nel fondo terra e non pietre, in luogo degli stillicidi si può mettere i palanconi per più facilità, nella forma che è detto d’essi stillicidi. Quando il fondo del mare non fusse piano, ma sassoso ed ineguale (la qual cosa a molti architetti ha dato molestia), in questo caso facciasi quattro barconi lunghi secondo la lunghezza dell’edifizio da farsi e alquanto più, e similmente della larghezza s’intenda, ovvero in quella forma che debba essere l’edifizio, in modo che le quattro barche, collegate l’una testa con l’altra, facciano un quadrato, e sopra a ciascuno angolo si ponga un argano, e nel mezzo delle barche collegate si faccia una cassa alta secondo l’altezza del mare in quel luogo, e della medesima figura dell’edifizio: della qual cassa siano i lati di collegati legnami: il fondo di questa sia di canapi a modo di rete intessuto, e sopra a questo fondo (pendente 2, o 4 piedi, e non tirato) si ponga un canevaccio o panno tenace e grosso, acciocchè la calce non esca fuore, confitto nelle estreme ed infime parti della cassa: di poi, [p. 321 modifica]di ghiara e di calce ripiena, giusta alla superficie del mare a poco a poco in basso lasciata sia discendere, mediante gli argani, tanto che al fondo del mare pervenga, dove per la mollezza e la flessibilità della materia che è nel fondo della cassa, tutte le concavità del fondo del mare si riempiono e adeguano, e per conseguente il fondamento stabiliscono: massimamente perchè la detta ghiara in brevissimo tempo sì dura diventa che dal mare non può essere offesa, siccome ancora di tutte le altre muraglie è più durabile quando con ragione è composta. Ed è da sapere che quando il fondo del mare fusse manco piano, tanto maggiore pendenza debba avere la rete che per fondo della cassa si pone. Dopo questo è da sapere che la calcina debba esser fresca e in pietre, e appresso all’edifizio debba essere spenta: e dopo questo, immediate messa in opera con la ghiara e cemento. Ultimatamente è da avere avvertenza che innanzi che di sopra al detto fondamento si debba edificare, debba essere lasciato posare almeno per spazio di un anno, perchè altrimenti non può essere l’edifizio durabile. Altri modi di fondare si potriano addurre in mezzo, ma con questi, essendo utili, voglio esser contento e terminare il libro, supplendo col disegno al mio breve parlare.

  1. Penuria pena: voce antica. Le figure spettanti a questo capo, già dall’autore disegnate nel codice I, non abbisognano di essere esposte, essendo assai facili ad essere intese. Forse egli qui allude ai trattati di Vitruvio e dell’Alberti, mancanti di figure.
  2. Così trovo nel codice: leggasi di steli, e così pure all’articolo seguente, ove è anche scritto palanconi per panconi ossiano assoni.