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Trezzo e il suo castello/XIII

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Capitolo XIII

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XII XIV
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Capitolo XIII.°

Biografie di Trezzini.

Uberto da Trezzo. — Questo giurisperito fu tra quelli che consigliarono l’assemblea milanese ad approvare li statuti detti nuovi del 1351.

Giovannolo da Trezzo. — Viveva nella seconda metà del secolo XIV ed era medico. È notabile per altro che non se ne trovi cenno nelle Memorie storiche intorno ai medici milanesi raccolte da Bartolomeo Corti1. Da una lettera che Barnabò [p. 124 modifica]Visconti indirizzava il 22 di marzo, 1383, a Francesco Gonzaga, rilevasi che Giovando insieme con Giovanni da Roma altro medico, fu spedito a Mantova per la cura di Agnese figlia di esso Barnabò e moglie al Gonzaga2.

Antonio da Trezzo. — Cancelliere del duca Francesco Sforza fin dal 1451, ebbe dal medesimo l’onoranza della medaglia, che consisteva nel personale diritto alla riscossione d’una piccola moneta. Ma informato in appresso il principe che tale onoranza fin dal tempo di Filippo Maria era scaduta d’onore ed ora divenuta inutile anzi perniciosa, e molto invisa a tutti gli abitanti della città e del ducato, con decreto del 1 di genajo, 1454, dato in Cremona, gliela ritolse ed abolì, ingiungendo ai competenti magistrati di cancellare ed annullare tutte le condanne dipendenti da quell’onoranza, ovunque si trovassero scritte, senza alcun pagamento di denaro3. Antonio fu costituito procuratore dello Sforza a ricevere dal duca di Modena il territorio di Barbiano nel contado di Cotignola (20 di settembre, 1454). Il prossimo 20 novembre lo vediamo ricevere pel suo signore dal medesimo principe anche il possesso di Castelnuovo e Coriago nel Parmigiano. Da autentici suoi dispacci scorgesi che fin dai primi di genajo del 1458 [p. 125 modifica]risiedeva presso il re di Napoli come ambasciatore del duca di Milano.

Due anni dopo (16 di aprile, 1460) riceveva autorità a stipulare in nome del duca qualsivoglia convenzione con quel re. Si conservano ancor oggi presso la sezione storico-diplomatica degli archivi milanesi parecchie centinaja di sue lettere originali. Dieci di esse spettanti al 1465 furono publicate dal Rosmini in appendice alla sua Storia di Milano. Altre ve ne hanno dirette a lui dal duca suo signore e dal re di Napoli4.

Sigismondo da Trezzo. — Abbiamo in data di Napoli (29 d’aprile, 1465) una sua lettera in cui si accenna agli apparecchi navali del re contro d’Ischia, ed alle lusinghiere accoglienze onde quella corte avea onorata un’ambasciata di Fiorentini. Pare che Sigismondo fosse consanguineo del ricordato Antonio.

I fratelli Giovanni e Giacobbe da Trezzo. — Furono nominati castellani del castello di Montebello in Bellinzona dal 30 di marzo, 1450, fino a beneplacito del duca.

Giovanni Biffi. — Naque a Mezzago presso Trezzo nel 1464, studiò in Merate sotto Giovanni de’ Corvi scolare del Filelfo, vestì l’abito sacerdotale, e, consacratosi alle arti liberali, publicò alcuni carmi latini insieme con Dionisio da Ello. Fu [p. 126 modifica]cappellano ducale nel 1493, ma poco dopo si restituì alla sua terra natale dove chiuse i giorni come rettore della chiesa di s. Maria Assunta. L’indice delle numerose sue opere si può leggere nella Bibliotheca Script. Mediol. dell’Argelati.

Bettino da Trezzo. — La peste che nel 1485 flagellò Milano, Pavia, Lodi e Como, tolse al poeta Bettino ben undici figli sopra sedici, e gli somministrò il suggetto ad un poema in quarta rima italiana che intitolò Letilogia, dedicandolo nel 1486 al cardinale Ascanio Maria Sforza. Questa edizione, fra le più rare del secolo XV, spetta all’anno 1488, ed uscì dalla celebre tipografia dello Zarotto, come c’insegna l’autore stesso negli ultimi versi. Chiudono il volume la salutazione angelica, l’orazione domenicale, e la salveregina vulgarizate dal medesimo.

Paolo da Trezzo. — L’Argelati cercò indarno da chi nascesse, quali fossero i suoi studj, e l’età in cui viveva. Dall’ispezione però di un suo lavoro manoscritto arguì che egli fiorisse sul cader del secolo XV. Ora il manoscritto serbasi nella Biblioteca Ambrosiana ed eccone il titolo: — De constructione Astrolabii; de inscriptione circulorum, scilicet Capricorni æquinoctialis et cancri; de inscriptione Almichancharat, seu de circuii progressionibus solis; de compositione Azimut; de lineis horarum naturalium inæqualium; de præparatione retis continentis Zodiacum cum stellis fixis; de positione stellarum fixarum; de [p. 127 modifica]crepusculo: de horis inæqualibus et quatuor cardinibus cœli in canones 47.

Giacomo da Trezzo. — Abbandonò quasi affatto il penello per fare mosaici di pietre dure, arte ch’egli apprese a Milano. Esercitatosi di preferenza nel coniare medaglie, riuscì uno de’ migliori. Fra i molti suoi lavori si citano due medaglie rappresentanti Maria d’Inghilterra prima moglie del re Filippo II di Spagna: sul rovescio d’una figurò Filippo stesso, e su quella dell’altra la Pace che getta al fuoco le armi colle parole: Cæcis visus, timidis quies. Chiamato per ciò dal re alla corte, lavorò, insieme col suo allievo milanese Clemente Biraghi, il magnifico tabernacolo dell’Escuriale che va tra i più ricchi del mondo. Più che le belle copie da lui eseguite di antiche medaglie, lo mostrano uomo straordinario quelle che intagliò su modelli proprj. Una di queste porta il suo nome con la data del 1578, e rappresenta Giovanni d’Herrera architetto di Filippo II, che succedette a Giovanni Battista da Toledo nella direzione della fabrica dell’Escuriale. Ottenne che la via di Madrid nella quale abitava si chiamasse, come tuttora si chiama, Calle de Jacomo de Trezzo. Morì nel 1595. Un diamante che credesi inciso da lui e posseduto dal nostro concittadino nob. Carlo Ghirlanda-Silva, dietro ricerca della R. Commissione, fu spedito a Parigi, perchè vi facesse bella mostra di sè all’Universale Esposizione. Presenta una testa velata, che il famoso artista di carnei, Berini, [p. 128 modifica]giudico esser quella di Numa Pompilio. L’arte mirabile d’incidere quella durissima gemma è dovuta al nostro Giacomo, ch’ebbe in essa a scolari il mentovato C. Biraghi e Gian Ambrogio Misseroni pur saliti in alto grido5.

Fabricio Parravicini. — Questo celebre medico nato a Traona in Valtellina, onorò il nostro borgo (dove morì nel 1695) facendolo sua dimora per ben 40 anni. Le larghe proposte dei Comaschi, che lo desideravano loro protomedico, non valsero a distaccarlo da questo suo ritiro di elezione. Tra le molte operette di medico argumento nelle quali depose il frutto de’ suoi studi, va distinto l’opuscolo Sulle aque del Masino apparso nel 1694.

Giuseppe Pozzone. — Ebbe i natali in Trezzo il 13 di febrajo del 1792 da Giuseppe Antonio, e da Anna Maria Brambilla; fu sacerdote coadjutore in Milano, indi professore di retorica per 22 anni nel ginnasio di Brera, e finalmente moriva il 5 di ottobre del 1841 in Appiano. Ebbe il compianto di tutti che lo conobbero, amici e discepoli (fra i quali ultimi è pure l’autore di questi cenni). Gli si eresse un monumento con onorevole iscrizione nel loggiato di Brera. Non è facile il decidere se sia stato più valente come poeta, overo come oratore; certo in entrambe le facultà uscì dalla schiera vulgare. Sempre nobile, chiara e fresca è la forma de’ suoi [p. 129 modifica]scritti, come spontaneo e delicato il pensiero. Continuò quel genere di lirica concisa, filosofica, efficace di cui Parini aveva dato primo l’esempio. Scrisse altresì magistralmente di epigrafia, discusse con criterio e solidità di dottrina intorno alle belle arti, fu molto innanzi nelle lingue antiche e moderne, dettando in quella del Lazio squisiti versi sui più scabrosi argumenti. Nel muovere li ultimi passi verso il sepolcro riunì e dedicò a’ suoi scolari Alcune poesie (Milano, tip. Guglielmini e Redaelli, 1841) che bastano a provare come egli era degno di più alto grado, e fosse vittima del dovere e dell’avversa fortuna. Sono quasi tutte effusioni intime e spiranti molto affetto6. Si ha pure di lui un [p. 130 modifica]volume postumo di Sermoni sacri e morali (Milano, 1844).

I cultori delle lettere lamentano lo scarso numero delle sue prose che avrebbero potuto formare [p. 131 modifica]ampia raccolta, se varie non fossero apparse sotto altro nome; alcune da lui concesse a leggere agli amici senza più farne ricerca, e altre in fine dall’autore stesso per incuria non conservate, o [p. 132 modifica]smarrite. Il professore collega Clemente Baroni scrisse uno storico ritratto della vita di lui; ed a questo rimandiamo il lettore che fosse vago di conoscerne da vicino il carattere morale. La via del borgo, dove sorge la sua casa natale, fu a’ nostri giorni denominata Professor Pozzone.

Pietro Marocco. — Naque in Trezzo nel 1807, e fu rapito dalla morte nel suo ventisettesimo anno. Il molto che fece in sì breve corso di vita, applicando a solidi studj, prova qual perdita fosse questa per l’Italia. Entrato a sette anni nel collegio di Desenzano, passò di poi all’università di Padova, e finalmente a quella di Pavia. Qui anzi tutto mise in luce alcune poesie d’occasione, arra sicura di quel ch’era per divenire. A ventun’anno publicò una versione della Poetica di Orazio ed alcuni sermoni che sono la cosa più finita di lui rimasta. Proseguiva col romanzo Clarice Visconti, e con la novella in versi Beatrice Tenda. In fatto di lingua, consentiva pienamente colle opinioni del Cesari, e lo provano in modo speciale il Vulgarizzamento del libro dei costumi e degli offici dei nobili sopra il giuoco degli scacchi di frate Jacopo da [p. 133 modifica]Cessole e la traduzione da lui continuata delle Epistole di Cicerone, rimasta imperfetta per la morte di quel celebre abbate. Nel 1830 vide la Toscana, Roma e Napoli; ritornato dal viaggio, s’ammogliò. Sempre indefesso negli studi scrisse nei successivi quattro anni sei tragedie, una comedia, alcune novelle, un poema in quattro canti sulla morte, cinquanta favole, dialoghi e traduzioni varie. Pose mano altresì ad un poema che intitolava: Milano riedificato, ad un’opera filosofica sulle fisionomie, della quale apparve un solo capitolo nel Raccoglitore italiano e straniero (luglio 1834); e a molte note al Vocabolario della Crusca. Cultivò altresì le lingue greca, tedesca e inglese7.


Note

  1. Milano, Malatesta, 1618.
  2. V. Documenti diplomatici tratti dagli archivj milanesi e coordinati dal cav. Luigi Osio. Vol. I.°, parte I.ª, al N.° 179.
  3. V. Regist. del Panigarola. E. fol. 65 verso.
  4. Tre di queste apparvero di recente nel Codice Aragonese (Napoli, 1866), del cav. prof. Francesco Trinchera, direttore degli archivi nelle provincie napoletane.
  5. Vedi Belle Arti — Questioni e notizie di Fr. Cusani. (Articolo in appendice alla Lombardia del 15 di maggio, 1867.)
  6. Noi riferiremo qui l’ode indirizzata a suo zio, proposto di Trezzo (a. 1828), come la sola che ricorda il nostro borgo:

    Se ove stipate più le turbe ondeggiano,
         Cui par che terra e cielo ancor sia poco,
         Modesta sì, ma di non basso augurio
                             Libera voce ha loco;
    Odi, o Pastor, cui per fallace indizio
         Il cor tenzona tra securo e incerto:
         Non è, non è l’ovil, che or prendi a pascere,
                             Qual si mentia, diserto.
    Chi fu l’ingrato, che di capri indocili
         Aperto ad ogni vento il finse nido?
         A tutte genti che menzogne aborrono,
                             Io menzogner lo grido.
    Vegliò ricinto il cor di bronzo triplice
         Altri che insidia non temea ribelle,
         E ad ogni occaso ripeteva il novero
                             Delle giurate agnelle.

    Altri vegliò, che al predator famelico
         Incustodita non lasciò sentiero,
         Ond’ei deluso per obliqui covoli
                             Lontan l’uggia più fiero.
    Altri vegliò, che d’ogni cor con l’arbitra
         Parola in mano si tenea le chiavi,
         Fosco di nube paurosa o rorido
                             Di lagrime soavi.
    Chè ben gli valse all’opra accorto eloquio,
         Gentil costume, onor di culto ingegno,
         E il pio saver, ch’alle produtte veglie
                             Raro tra suoi fea segno.
    Ed ei la buffa delle notti e l’improbo
         Pondo del giorno sostenea sol uno . . .
         Eppur non taque, che non tace invidia
                             Giammai di lodo alcuno:
    E l’acri punte de’ minuti bruscoli
         Converse in cerri delle vette alpine,
         E tinse i fiori del matin più limpido
                             Di bave serpentine.
    Ma poi che morte infaticato e prodigo
         Dell’alma grande innanzi sera il colse
         E mite Iddio del suo perdon nel candido
                             Velo testè l’avvolse;
    Di là, chè d’altro non gli calse, il memore
         Pensiero al casto pecoril ridona,
         De’ guai sudati e delle pugne assidue
                             Già campo ed or corona.
    Di là saluta col sorriso e numera
         L’agne che amate il riamar già tanto,
         E meste e prone l’accerchiato tumulo
                             Rigar di sì bel pianto.

    Deh come ardendo, in questo dì festevole
         Poi che le vede al tuo saper fidate,
         Di te ragiona, e del novello auspicio
                             Coll’anime beate!
    E in Dio confiso a te più lunghi e nitidi
         Supplica i giorni della speme, e a Quello
         Che di virtudi peregrine ed inclite
                             Fa l’ostro ancor più bello...
    Salve, salve, o aspettato! . . . Ecco per l’aere
         Già vicino ondeggiar l’osanna e il viva,
         E la prona iterarlo Adda girevole
                             Dall’una all’altra riva.
    Salve una volta ancor! Nel grido unanime
         Che plaude fragoroso al ben venuto,
         Ben io vorrei che inascoltato od ultimo
                             Non fosse il mio saluto:
    Ma nella voce, già si pronta, or languida
         Un non so che di flebile risuona;
         S’io mi ritraggo dai comun tripudio,
                             Savio Pastor, perdona.
    Che rediviva una feral memoria
         Mi sorge innanzi, e in cor si fissa e dura!
         Nel gaudio altrui più grave e immedicabile,
                             Sento la mia jattura.
    Deh! tu, quando saluta in suon patetico
         La squilla della prece il di che muore,
         Deh! tu pietoso il lacrimato cenere
                             Spargi di qualche fiore.
    Una corona troverai sul memore
         Sasso le sculte ombrar sincere note;
         Non la toccando, penserai: Qui pòsela
                             Oggi il suo buon nipote.

    Le altre sono intitolate: L’immortalità. — L’Orfano. — La Monaca. — Eva. — Per prima Messa. — Poesia e belle arti. — Per Nozze. — La Poesia. — La Pietà. — A S. E. il conte Cesare di Castelbarco. — La Fantasia. — I versi a mensa. — A S. M. l’Imperatrice Maria Carolina Pia. — Ad egregia suonatrice di cembalo. — Per un mio ritratto. — A mia madre. — Pro impetrandis vaporariis in C. R. Gymnasio Braydensi.
  7. Vedi le citate Vicende della Brianza, Tom. II, pag. 294.