Un gentiluom di Roma una fiata

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Antonio Pucci

XIV secolo U Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Un gentiluom di Roma una fiata Intestazione 15 ottobre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Antonio Pucci


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     Un gentiluom di Roma una fïata
Si mosse per andar alla ventura.
Su una gran pianura
Trovò un ricco e nobile castello;
5Ma era sera, e fame gli è abbondata.
E come giunse a’ fossi delle mura,
Ei così alla sicura
Dentro alle porte entrò, quel baron bello.
E cavalcando si scontrò un donzello;
10E con gran reverenza il salutava,
E poi il dimandava
D’un buon albergo: ed egli rispondea
Che in quel castello albergo non avea.
     — La cagion è che questo gran signore
15Che signoreggia il castello e ’l paese
(Egli è tanto cortese!)
Chiunque ci arriva vuole a sua magione,
E fa a tutti quanti un grande onore.
Cesto ch’io dico è dhiaro e ver palese.
20A tutti fa le spese,

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Chi si voi sia o di che condizione.
Ma. non vi saprei poi dir la cagione,
Busse e mazzate fa dar infinita
A tutti alla partita. —
25Disse il Roman — Là mi conviene andare,
Se mi dovessi tutto far fiaccare. —
     Al palazzo n’andava quel Romano.
E quel signor, come l’ebbe veduto,
A lui ne fu venuto,
30E disse — O gentiluomo, scavalcate; —
E la staffa gli prese con sua mano.
Lassollo fare il Roman, nè fu muto
Rendergli un bel saluto.
Disse il signore al Roman — Ben vegnate:
35Siete voi troppo lasso, o come state? —
E fello a’ suoi famigli disarmare
E ’l caval governare.
Per man lo prese, e ’n sala l’ha menato
Dov’era riccamente apparecchiato.
40     Venuta l’acqua, e quel signor dicea
— O gentiluom, andatevi a lavare. —
Ed ei senza tardare
Presto faceva il suo comandamento.
Lavossi quel Roman come volea,
45E po’ in capo di mensa lo fe stare;
E senza dimorare
A fare i suoi comandi non fu lento.
Mangiato ch’ebbon con suo piacimento,
Vennono al tempo poi a un ricco letto.
50Disse il signor perfetto
— O gentiluomo, entrate in questa sponda
Ch’era dall’altra sua sposa gioconda.
     Ed ei v’entrò, nè fe al dir diviso:
Ma quel signor da poi nel mezzo entrava,
55E così si posava.
Al giorno chiaro ciascun s’è levato.
Lavossi quel Roman le mani e ’l viso,
E quel signor dell’acqua gli donava:
Ei non gliel contrastava.
60Armossi tosto, e poi prese commiato.

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Ma poco fu dal castel dilungato,
Che tornò in drieto con chiaro visaggio,
E disse — O signor saggio,
Perchè non mi hai tu fatto bastonare,
65Siccome agli altri sei uso di fare? —
     Disse il signor — Perchè non l’hai servito;
Chè il mio comandamento hai tutto fatto.
Ma egli c’è alcun matto
Che vuol esser signor di casa mia:
70S’i’ dico — Togli, — i’ son mal ubbidito,
Ma che io tolga ei mi risponde ratto;
E par che sia di patto
Che a ciò ch’io dico tengan questa via,
E voglion pur del mio far cortesìa:
75Ond’io per questo gli fo gastigare.
Tu hai saputo fare,
Ch’a’ miei comandi non hai contradiato;
E però non se’ stato bastonato. —
     Canzon mia, di’ — Chi non vuol bastonate;
80Chi arriva a casa altrui, ed egli piaccia;
Quel che gli è detto, faccia,
E faccial tosto senza far contese:
Ch’egli è buono imparare all’altrui spese. —


(Da L’Etruria, Studi di filologia; anno secondo, Firenze, 1852.)