Una vita/XX

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XX

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XIX

Il bilancio era stato chiuso da quindici giorni e alla banca non si sapeva ancora nulla delle rimunerazioni che annualmente in tale occasione venivano ripartite fra gl’impiegati: 

— Che avessero l’intenzione di abolirle? — chiedeva Ballina impensierito. La somma ch’egli poteva sperare era mangiata dai debiti e, come egli diceva, sarebbe stato un vero fallimento per lui se fosse mancata. In quest’occasione il suo spirito diveniva anche più mordente: — Se è per sua mancanza, quel pellirossa meriterebbe la forca. — Sotto la denominazione di pellirossa era inteso Maller. 

Quel buffone di Alchieri, quantunque anch’egli soffrisse nell’attesa troppo lunga di ricevere il denaro sul quale aveva calcolato, si divertiva a beffeggiare Ballina e a stimolargli il desiderio. Incaricò Santo di venir a chiamare uno ad uno tutti gl’impiegati all’infuori di Ballina e si mise d’accordo coi singoli, acciocché facessero credere di aver ricevuto chi cento chi due o trecento franchi. Ballina andava sulle furie, diceva di voler lagnarsi con Maller, enumerava i servigi ch’egli aveva prestati alla banca, le ore in cui aveva dovuto lavorare fuori d’orario. Ad Alfonso che s’era lasciato convincere di dargli ad intendere di aver ricevuto trecento franchi: — Già si sa, — disse, — ella è protetto, va in casa e dà lezioni alla signorina! È una banca scandalosa! 

Alfonso si affrettò a svelare la burla, rosso in volto e ben pentito di aver provocato Ballina. 

Una domenica Santo venne a chiamare Bravicci a nome di Maller. Prima di andarci, Bravicci avvisò Ballina, ma costui continuò calmo a scrivere: 

— Caro mio, una volta si può darmela ad intendere ma non due! — Quando Bravicci ritornato gli fece vedere due note da cento franchi, Ballina cominciò a dubitare e quando venne chiamato anche lui, andò da Maller col suo passo più franco: — Se m’ingannate, tanto peggio per voi. — Ne uscì quasi contento: — È abbastanza e non posso lagnarmi. È destino che del tutto libero di debiti io non possa essere giammai. 

Starringer e Alchieri furono i più lieti; avevano ricevuto più di quanto avessero sperato. 

Miceni venne a congratularsi con gli altri e a raccontare della sua sorte. Non era malcontento; lo si era lodato avvertendolo però che dacché era alla contabilità poco da lui si domandava e che perciò egli non molto sperasse dai suoi superiori. 

— Io sto ancora cercando un impiego e uno di questi giorni spero di potermela battere. 

L’unico che ancora non fosse stato chiamato era Alfonso, e Santo, che quel giorno faceva la parte d’araldo, invece di gridare il suo nome ad alta voce gli si avvicinò e gli disse all’orecchio qualche parola ch’egli neppure bene comprese, ma che suppose fosse l’invito di recarsi da Maller. 

Dal momento in cui venne chiamato Bravicci, Alfonso era stato colto da una grande commozione. Dopo tanto tempo doveva parlare di nuovo con Maller e lo agitava l’idea che Maller avrebbe dovuto contenersi per trattarlo col calmo tono d’ufficio. Era ora ridotto a sperare aumenti di paga e una grande rimunerazione mentre pochi giorni prima aveva temuto di venir retribuito troppo abbondantemente, perché non avrebbe voluto avere l’aria di lasciarsi pagare il silenzio. Ma ora che ne aveva bisogno avrebbe cercato di godere di quanto gli avrebbero dato tenendosi sempre presente che aveva lavorato abbastanza per meritare qualunque rimunerazione. 

Stava per entrare in stanza di Maller già malcontento in anticipazione, allorché Santo con un sorriso ironico lo fermò: 

— Non qui! E il signor Cellani che la chiama! 

Santo credeva che Alfonso non fosse stato chiamato per la rimunerazione. Ad Alfonso s’imporporò il volto, era anche peggio di quanto egli si fosse atteso. Neppure in quell’occasione Maller non voleva vederlo. 

Entrò da Cellani il quale come al solito curvo sul tavolo non lo vide subito. 

— Il signor Maller essendo stato chiamato improvvisamente dall’ufficio ha incaricato me di darle questo! — e pose con abbastanza mala grazia due banconote sul tavolo. Alfonso depresso le prese, mormorò un grazie appena intelligibile e uscì. 

Sul corridoio ebbe un’altra prova dello sprezzo che gli veniva usato. Maller era in ufficio! Con la testa rossa fuori della sua stanza, gridando, chiamava Santo. Sembrava adiratissimo tanto che non vide Alfonso. Nella prima ira, Alfonso non seppe trattenersi; volle farsi vedere. Senza inchino e senza saluto gli chiese: 

— Se vuole Santo lo chiamerò io! 

Maller lo guardò un po’ sorpreso: 

— Va bene! — disse brevemente e gli chiuse la porta in faccia. 

Alfonso ritornò nella sua stanza senza curarsi di cercare Santo. Gli venne chiesto quanto denaro avesse ricevuto e le parole che Maller gli aveva dirette. Alfonso rispose che le parole erano state le solite e fece vedere le due banconote ricevute. Tutti trovarono ch’era poco e Alfonso rammentò a Ballina le sue parole di pochi giorni prima: 

— Sono un protetto io? 

Uscì con passo risoluto dopo aver esitato un istante dinanzi alla porta di Sanneo. Secondo la consuetudine avrebbe dovuto recarsi anche dal capo per ringraziare della rimunerazione ricevuta. Ma no! Sanneo non lo meritava! Doveva averlo raccomandato ben debolmente se la raccomandazione non aveva avuto altro risultato. 

Uscendo all’aperto si rammentò che quando frequentava il liceo, alla chiusura dell’anno, i suoi genitori venivano in città e lo accompagnavano alla scuola a prendere il certificato. Lo attendevano poi nel giardino di faccia al liceo e quando egli sapeva di meritarlo, accorreva trionfante a ricevere le lodi del padre e l’abbraccio commosso della madre. Un anno il certificato venne guastato da una cattiva nota. Il fanciullo esitò lungo tempo ad entrare nel giardino e quando vi si risolse andò al padre e senza dire alcuna parola gli consegnò il certificato. Non rispondeva alle affettuose parole che la signora Carolina gli dirigeva per incoraggiarlo. Il padre serio serio mostrava col dito la nota nera e quando sua moglie per scusare il fanciullo dubitava che non fosse meritata e che si dovesse attribuirla all’antipatia di qualche professore, rispondeva che non ci credeva e che quando si faceva il proprio dovere tutte le cattiverie di questo mondo scomparivano. Come s’ingannava il padre! Giovine come era aveva già fatto l’esperienza che tutti gli sforzi non valevano a diminuire un odio ch’egli si era attirato senza colpa. 

Proprio allora, per la prima volta s’imbatté in Annetta. In una pesante mantiglia nera, la sua figura appariva maestosa; accanto ad essa trotterellava Francesca insignificante come una serva. A lui parve impossibile di aver posseduto quella splendida creatura. Gli parve che fosse stato un sogno. Su quella bella faccia bianca, pura, non era rimasta traccia dei suoi baci. Quanta calma e quale incedere regale come se ella non avesse errato come lui e non fosse in procinto d’ingannare un altro uomo e disonorarlo. 

Salutò umilmente e gli parve di averla guardata quasi a chiederle grazia. Francesca non rispose al saluto come se non lo avesse veduto; Annetta chinò la testa ma esitante come se tardasse a rammentarsi di averlo conosciuto. 

Voltosi a guardarle dietro egli la vide parlare a Francesca; gli sembrò che il suo volto fosse molto pallido. Volle assicurarsene sperando di non ingannarsi perché gli sarebbe stato di grande conforto vederla agitata. La seguì a passo lento ma non rivide più la sua faccia non avendo il coraggio di accelerare il passo. La distanza fra di loro andò aumentando e quando Annetta scomparve tra la folla che a mezzodì invadeva il Corso, egli si sentì più solo e più infelice di prima. Sentiva quanto lontano egli si trovasse da lei. Non v’era più via aperta al ritorno; egli rimaneva povero e abbandonato nella vita quando avrebbe potuto essere ricco e amato. Forse era così per sua colpa. 

Alla sera entrando in tinello si sentì chiamare dalla stanza di Lucia. 

— Mamma se ne dimenticò, — gli disse la fanciulla con voce che a lui sembrò tremasse dall’emozione, — la prego di chiudere lei la mia porta. 

La voce commossa di Lucia gli fece credere che quella porta fosse stata lasciata aperta appositamente. Guardò nella stanzetta oscura e vide luccicarvi le lenzuola per un raggio di luce ch’entrava dalla finestra. Dovette lottare per non entrarci. Non desiderava Lucia, ma un suo bacio, gli sembrava, avrebbe potuto annullare l’effetto che in lui aveva prodotto il contegno di Maller, e poi, in quell’agitazione, che cosa avrebbe fatto solo tutta la notte? Eppure non ebbe bisogno di quel bacio per calmarsi perché era bastato il piccolo sforzo fatto per riuscire vincitore nella lotta. — Ancora una rinunzia! — si disse sorridendo e la parola gli richiamò alla mente lo stato in cui s’era trovato pochi giorni prima. Era bastato tanto poco per farnelo uscire! Maller aveva spiegato l’antipatia di cui del resto aveva dato già prima dei segni non dubbi; non era avvenuto null’altro di nuovo! 

Egli si coricò tutto sorpreso che finalmente gli fosse riuscito di quietarsi da sé con un freddo ragionamento. Dormì profondamente e fece un sogno fantastico come non ne aveva più fatti dalla sua infanzia. Cavalcava per l’aria su travi di legno, camminava a piede asciutto sull’acqua ed era signore di un vasto paese. 

Ma il giorno appresso gli accadde cosa per cui il ragionamento più non bastò a consolarlo; era una vera disgrazia che gli toccava e allora appena poté dirsi perseguitato. 

Alla mattina di buon’ora, come sempre, egli andò da Sanneo a chiedere le istruzioni per le lettere arrivate il giorno innanzi. Sanneo lo accolse con un sorriso imbarazzato, tenne dinanzi a sé il pacco di lettere guardandolo fisso non per vederlo ma per aver il tempo a riflettere. Con tono cortese pregò Alfonso che prima di ricevere le istruzioni andasse da Cellani che voleva parlargli. 

— Non sa che cosa voglia dirmi? — chiese Alfonso desideroso di potersi preparare alle comunicazioni di Cellani le quali egli già aveva indovinato importantissime. 

— Non lo so! — rispose Sanneo, — ma credo che in quelle stanze abbiano perduto la testa. 

Però egli sapeva benissimo di che cosa si trattasse perché, con la sbadataggine che metteva in tutti gli affari che non erano d’ufficio, lo pregò di consegnare a Bravicci il fascio di carte che aveva in mano. Era cortese ma non tanto da perdere tempo e così Alfonso si aspettò al peggio. Veniva congedato. 

Cellani non c’era nella sua stanza ma accorse non appena udì che Alfonso era entrato. Fu serio, molto serio, ma visto che gli dirigeva finalmente delle frasi intiere, ad Alfonso sembrò più cortese del solito. 

— Ho da comunicarle qualche cosa che a lei forse farà piacere. — Ne dubitava e ad onta del suo aspetto serio la sua frase finì coll’apparire ironica. — In contabilità hanno bisogno di un impiegato pratico per il maestro centrale e il signor Maller decise che quest’impiegato sia lei. 

Era un comando, non una proposta, mentre di solito i trasferimenti alla contabilità si facevano solamente col consenso degl’impiegati a cui si proponevano. 

— Così che debbo lasciare la corrispondenza? — chiese Alfonso per prolungare il colloquio. Era irresoluto se protestare, non subire tranquillamente quella ch’egli già aveva riconosciuto essere un’offesa e una punizione, oppure rassegnarsi con buona grazia a cosa ch’era senza rimedio. L’ira però la vinse in lui. Il signor Cellani lo derideva volendo gabellargli per avanzamento quella umiliazione? — Ma che cosa ho fatto io per venir scacciato in tale modo dalla corrispondenza? 

Cellani lo guardò sorpreso. Si avviò al suo posto stringendosi nelle spalle, impaziente, incapace di continuare a fingere: 

— Lo chieda al signor Maller; io non ne so nulla, io! 

Sbuffando gonfiò le guancie e si mise nervosamente a scrivere e a firmare. 

— Sta bene! — disse Alfonso risoluto, — andrò a chiederlo al signor Maller! 

Uscì ma già nel breve intervallo aveva calcolato il pericolo a cui si esponeva andando da Maller. Per fare quel passo aveva sempre tempo, voleva lasciarsi tempo a riflettere. Andò direttamente alla sua stanza e consegnò a Bravicci le lettere come Sanneo gli aveva ordinato. Bravicci gli raccontò che il giorno prima era stato prevenuto che doveva assumere il lavoro di Alfonso. Non ne aveva detto nulla e Alfonso gli consegnò bruscamente gli altri suoi sospesi. Era una persona che per il momento egli odiava. 

— Lei venne destinato alla contabilità? — gli chiese Ballina vedendolo uscire dalla sua stanza col soprabito, il cappello e un fascio di carte in mano. — È il secondo dunque! Questo Sanneo a poco alla volta ci caccia tutti in contabilità! 

Alfonso non scolpò Sanneo e anzi l’osservazione di Ballina gli suggerì la risposta ch’egli doveva dare a tutti coloro che gli avrebbero chiesto la ragione del suo trasferimento. 

Nella nuova stanza ritrovò il suo antico compagno Miceni il quale lo accolse lieto e congratulandosi con lui di essersi finalmente allontanato dalla corrispondenza. Valeva la pena di venir pagati meno, asserì; in contabilità si stava molto meglio e di più si aveva la gioia immensa di non vedere Sanneo. 

Marlucci gli fece un’accoglienza meno buona ma soltanto perché gli dispiaceva che in quella stanza ove fino ad allora erano stati in due si dovesse acconciarsi in tre. La stanza non era molto vasta. Era una stanzuccia d’angolo, non perfettamente quadrangolare perché un angolo, quello del fabbricato, era arrotondato. Il tavolo di Alfonso non era previsto e vi mancava la fiamma a gas. 

Miceni gli spiegò quale sarebbe stato il suo lavoro, rapidamente, in poche parole, così che Alfonso poco o nulla ne comprese. Alfonso non aveva che da tenere il maestro centrale, lavoro che Miceni aveva avuto fino ad allora assieme a molti altri. 

— Io non chiesi giammai un aiutante — disse ridendo perché le sventure altrui stimolavano sempre il suo buon umore, — e se ti mandarono qui è proprio perché Sanneo non ne volle più sapere di te. — Chiese ad Alfonso quale fosse stato il motivo del litigio, ma la forza di fingere in Alfonso non giungeva fino a fargli inventare delle storielle. 

— Non parliamone, — disse e il sangue gl’imporporò il volto come se fosse stato preso da una grande ira. 

Alfonso pensava che avrebbe saputo adattarsi anche alla sua novella situazione e si rammentava che in altra epoca aveva anzi desiderato di passare in quella sezione freddamente calma. Gl’impiegati la chiamavano la Siberia perché di spesso dalle altre sezioni vi erano mandati per punizione, come Miceni, oppure perché si dimostravano non idonei al loro posto, ma anche in contabilità si poteva avanzare ed anzi Cellani stesso era stato capo contabile prima di divenire procuratore della banca. In quella quiete in cui il rumore degli affari non giungeva che fortemente attenuato, egli avrebbe potuto lavorare tranquillamente e felice. La sua paga e i denari che ancora possedeva dovevano farlo vivere per parecchio tempo e non v’era ragione di precipitare le risoluzioni. 

Ragionava così ma sempre agitato; bastò una prima giornata di lavoro lungo, noioso e non riuscito per fargli perdere la calma. Gli era stato spiegato il modo col quale doveva trarre le registrazioni dal giornale e portarle nel maestro, un lavoro di copiatura lungo ma facile. Ogni sera però egli doveva fare la somma delle cifre registrate in quel giorno e doveva pareggiarsi il complesso dell’avere col complesso del dare. Subito il primo giorno la prova non riuscì e tanto Miceni quanto Marlucci, dopo di averlo aiutato per qualche tempo a cercare gli errori, avevano rinunziato a trovare, come essi dicevano, il pareggio, e se ne erano andati. Miceni prima di uscire, dolente di aver perduto tanto tempo, aveva esclamato: 

— Chissà quale specie d’errori sei riuscito ad inventare quest’oggi. 

Ancora per qualche tempo egli continuò a confrontare le partite, ma non scoperse un solo degli errori che dovevano esservi e s’avvide che quel lavoro lo aveva esausto e che non gli riusciva di metterci tanta attenzione quanta era necessaria per confrontare due cifre. Allora si rammentò che aveva detto a Cellani di voler andare da Maller a lagnarsi dell’ingiustizia che gli era stata fatta. Non aveva rinunziato a quello sfogo e si disse che non era andato subito dal principale per non disturbarlo nelle ore di lavoro, ma che non aveva mai pensato di subire senza protestare l’ingiustizia che gli era stata fatta. Le noie ineffabili di quella giornata gli erano state procurate da quella. Anziché portarsi a casa l’inquietudine per il lavoro non definito, preferiva pigliarsi un’agitazione di altra specie. Gli faceva salire il sangue alla testa l’idea che a quell’ora Maller tranquillamente si compiaceva del suo operato e entrò nella sua stanza senza altro scopo che di far sentire la sua ira. Quando vi si trovò ebbe una paura: Maller alle sue lagnanze poteva rispondere chiaramente esponendo i motivi del suo odio! Vinse la propria agitazione. Ciò non poteva accadere e se fosse avvenuto egli avrebbe avuto anche meno riguardi di Maller. Avrebbe parlato di Annetta come se Maller non ne fosse stato il padre e poi dopo avere anche lui offeso, dopo di essersi vendicato, sarebbe uscito dalla banca a testa alta. Una soddisfazione simile non era pagata troppo cara con la vita; la perdita dell’impiego e di un impiego simile non era nulla in confronto. 

Semisdraiato su un’ottomana, Maller leggeva un giornale che gli copriva mezza figura. Sollevò la testa per parlare con Alfonso e durante il colloquio più volte la lasciò ricadere dietro al giornale per stanchezza o per celare l’espressione del suo volto. Ad onta dell’avviso che Alfonso ne aveva dato a Cellani, Maller non doveva essersi preparato a quel colloquio. Si comportò indeciso, dapprima serio e freddo da superiore il quale crede che rispondendo faccia una grazia, poi inquieto e indeciso. 

— Il signor Cellani mi avvisò che per ordine suo venivo trasferito dalla corrispondenza alla contabilità, — incominciò Alfonso balbettando, — vorrei pregarla di dirmi se questa è una punizione per qualche mio trascorso. 

— No! — rispose Maller, — si aveva bisogno di un impiegato alla contabilità e si poteva farne a meno di uno in corrispondenza. 

Ecco tutto! Per la prima volta piegò la testa dietro al giornale, ma certo perché credeva che il colloquio fosse terminato. 

La freddezza di Maller calmò Alfonso. Lo trovava ben lungi dal passare a quel tono di franchezza che aveva temuto. La questione rimaneva rappresentata come se fosse stata puramente d’ufficio, e a mente fredda comprese che gli conveniva di contenersi in modo da non costringere Maller a licenziarlo; almeno se ciò era possibile dicendo tutto quello che aveva sul cuore. Si trovava in piena battaglia, e così immediatamente, conscio di esservi e tanto risoluto di battersi, non si era mai trovato. 

Disse che aveva lavorato molto alla corrispondenza e che gli dispiaceva di perdere senza colpa il posto conquistato con tante fatiche. In corrispondenza sapeva di poter essere utile alla banca e di poter quindi sperare in un rapido avanzamento mentre in contabilità ridiveniva un praticante qualunque. 

— Per il momento però — disse Maller che lo aveva guardato sorpreso di trovarlo tanto ardito, e con una certa curiosità, non comprendendo dove Alfonso volesse arrivare. 

— Per sempre! — confermò Alfonso. 

La frase risoluta gli diede la calma che l’occhiata di Maller per poco non gli aveva tolta; la sua voce non era più incerta. Disse ch’egli non era uomo che potesse vivere in mezzo a sole cifre; il suo cervello aveva bisogno di costruire frasi, periodi, perché era stato guastato da studî di cui il signor Maller pur doveva sapere qualche cosa. Tentò di sorridere perché quest’ultima osservazione doveva essere scherzosa. 

Il volto di Maller aveva il colore della sua pelle punteggiata in rosso; quella doveva essere la sua pallidezza e il sorriso si agghiacciò sulle labbra ad Alfonso perché su quel volto non v’era alcuna traccia di buon umore. Comprese che ad allarmare Maller era bastata quell’allusione agli studî di cui il suo principale non avrebbe potuto sapere nulla se non fossero stati fatti insieme ad Annetta. 

— Insomma ella vuole? 

Maller s’era tranquillato all’aspetto spaventato di Alfonso e non appena tranquillo s’era affrettato ad aggredire. 

La domanda irritò Alfonso; era forse già un rifiuto? 

— Io non voglio, — disse con stizza. — Io desidero, io prego di venir rimandato alla corrispondenza. Ho bisogno di poter avanzare, — e candidamente parlò della sua difficile situazione finanziaria. 

— Insomma anche alla contabilità si può avanzare, — dichiarò Maller. Appariva molto impaziente. 

Nel suo forte proposito di difendersi con energia dando ad ogni botta una pronta risposta, Alfonso si trovava in una grande agitazione prodotta da quel suo sforzo di pensare intensamente per trovarsi sempre preparato. Così era più che mai in balìa della prima impressione. Di solito, quando gli toccava qualche cosa d’inaspettato rimaneva esitante, taceva, abbandonando anche i piani fatti precedentemente, ciò che di spesso finiva col pentimento di non essere stato più risoluto. Questa volta il pentimento doveva essere di tutt’altra natura. Maller fu brusco e volle esserlo anche lui. 

Ripeté che il trasferimento alla contabilità doveva venir considerato quale una punizione; gli impiegati chiamavano la contabilità la Siberia della banca. 

— Non capisco perché mi venga fatto questo torto! 

Se Maller perdendo la pazienza gli dava con franchezza lo schiarimento chiesto, allora la lotta era perduta, altrimenti e precisamente per questa via era vinta. 

Seccamente Maller osservò che non usava derogare dalle misure prese, e che se Alfonso si contentava egli ne sarebbe stato lieto, altrimenti... e completò la frase con un gesto che chiaramente significava che anche se Alfonso avesse abbandonato la banca egli se ne sarebbe consolato. 

— Ebbene! — gridò Alfonso — io lascerò l’impiego! — E si sentì forte al rammentarsi che il peggio che gli potesse accadere era di rimanere senza impiego. Continuò più calmo, ma col desiderio di colpire e di offendere: — Naturalmente non posso rimanere in un impiego ove mi si perseguita senza cagione... almeno che appaia. 

Quest’ultima aggiunta gli diede sollievo; s’era sfogato. Rimase ancora per un istante indeciso non volendo abbandonare quel luogo prima di essere certo d’aver detto tutto, poi s’inchinò e s’avviò verso l’uscio. 

Maller all’ultima aggiunta aveva fatto un lieve movimento che ad Alfonso non era sfuggito. Poi sollevò la testa fuori del giornale: 

— Non prenda delle risoluzioni tanto gravi su due piedi, — disse con suono di voce dolce quasi di preghiera e che sorprese Alfonso perché stonava singolarmente col suono con cui gli erano state date le risposte fino allora. — Sia sicuro che, se potrò, la farò richiamare alla corrispondenza. 

Era evidente! Il grosso uomo era un po’ agitato. 

Per il momento addirittura abbacinato dall’insperata vittoria, ad Alfonso non bastò il risultato ottenuto. 

— E devo continuare a lavorare in contabilità? 

Troppo si risentiva ancora della noia sofferta quel giorno per non sollevare anche questa questione. 

— Darò ordine ch’ella venga aiutato nel suo lavoro, — disse Maller cedendo subito. 

Alfonso uscì senza ringraziare e salutando con un piccolo inchino. 

Questo colloquio lo lasciò in un’agitazione terribile. Uscì dalla stanza di Maller insoddisfatto. Ottenuta la vittoria, sentiva con evidenza che non era quella la desiderata perché non gli era riuscito di togliere la disistima in cui era caduto agli occhi dei capi della banca. Conservava l’impiego — ecco tutto! L’onesto Cellani avrebbe continuato a trattarlo con freddezza e disprezzo! Oh! se avesse potuto parlare liberamente, raccontare quanta parte nella sua avventura avesse avuto la civetteria di Annetta ed il proprio sentimento, un sentimento poco nobile e poco puro ma irresistibile, non lo avrebbero più ritenuto per un individuo che si fosse insinuato in casa Maller per carpirvi una dote con arti poco oneste. 

Riandava pensieroso su ogni particolare di quel colloquio a cercare invano una parola della quale avrebbe potuto rammentarsi con compiacenza. Ogni parola detta da Maller era stata improntata dell’antipatia o della noncuranza quando non aveva tradito paura, ed era lui che aveva sbagliato perché ogni sua parola era stata rivolta a conservarsi e migliorare la posizione, nessuna a rendersi più amichevole Maller. Anzi, e questo lo disperava, se aveva vinto nella lotta, era stato per quell’allusione alle cause recondite per cui egli veniva maltrattato alla banca. Aveva fatto una minaccia che aveva spaventato Maller? 

Ma lo credevano dunque un ricattatore! Per questo lo avevano temuto! Sotto il peso di quell’accusa non voleva rimanere! Se egli non agiva, nessuna voce si sarebbe levata in sua difesa! Maller non lo conosceva abbastanza per non sospettare di lui, ed in Annetta l’odio doveva avere mutato il ricordo di lui in modo che non poteva restarne che la figura di un avventuriere qualunque. 

La dimane egli avrebbe chiesto un altro colloquio a Maller e, liberamente esponendo le ragioni che a quell’atto lo costringevano, avrebbe dato le sue dimissioni! Non voleva conservare neppure per un giorno solo ciò che gli veniva lasciato per timore della sua vendetta. — Lei mi odia, — gli avrebbe detto, — è il padrone, e perché mi conserva presso di sé? Mi offende non licenziandomi! 

Questo proposito avrebbe dovuto dargli calma. Andò a casa e volle coricarsi. Mezzo vestito si gettò sul letto; provava ancora il bisogno di sfogarsi sognando. Era deciso! Egli si trovava senza impiego; che cosa avrebbe fatto della sua vita? Con gli studî, anche se fossero stati molto più perfetti che non erano i suoi, non avrebbe potuto vivere; e gli sarebbe stato ben difficile trovare un altro impiego. Di tutte le relazioni annodate in città quali avrebbero potuto servirgli? Soltanto quelle fatte in casa Maller e di queste su una, la più importante, non poteva contare. E si vedeva abbandonato e povero, affamato forse, ed egli si conosceva, alla fame non avrebbe potuto resistere; avrebbe finito collo stendere la mano anche ai Maller chiedendo loro la carità o forse persino li avrebbe minacciati per indurli ad aiutarlo. Nel lungo soliloquio più volte gli erano venute le lagrime agli occhi. Finché poteva, doveva cercare di conservare la sua posizione in casa Maller. 

E gli parve di aver trovato la via per poter dare le spiegazioni occorrenti senza perciò perdere il suo posto. Le poteva dare ad Annetta stessa! L’aveva conosciuta vana e egoista ma non senza cuore; gli aveva perdonato tante volte e per sola compassione, una compassione dolce che le faceva dimenticare i suoi propositi di contenersi in modo da non compromettersi. A lei si sarebbe rivolto. Egli infine non domandava altro che di esser lasciato tranquillo e lo chiedeva a gente che doveva avere anche maggiore interesse di lui acciocché il silenzio venisse conservato; certo da Annetta gli sarebbe stata accordata la sua domanda. 

La sua prima idea era stata di attendere l’occasione per parlare con Annetta, fermarla magari sulla via, ma poi gli parve di non poter vivere in quell’agitazione e volle levarsela subito. Il giorno appresso avrebbe scritto ad Annetta pregandola di accordargli un colloquio. 

Finì col farlo subito; gli parve che quell’attività gli avrebbe ridato la calma. Saltò dal letto e accese la lampada. Da lungo tempo a quel tavolo non aveva scritto; la penna irrugginita resisteva e dovette diluire l’inchiostro che non fluiva. 

Incominciò con un «Illustrissima signorina» che gli parve dignitoso e umile, e in brevi termini chiese il colloquio dicendo che aveva a comunicarle cosa di somma importanza per lui e, credeva, anche per lei. Se accordava questo colloquio, egli non ne dubitava, la pregava di portarsi fra le otto e le nove ore della sera del giorno appresso sul primo molo, il più vicino alla via dei Forni. Ebbe poi un accento d’ingenuo rammarico: «Non so più come trattarvi, o Annetta, perché voi forse mi odiate,» e poi d’ironia altrettanto ingenua: «Firmo con nome e cognome perché al nome solo forse non mi riconoscereste.» 

Non dormì ma era cessato quell’avvilimento che più volte gli aveva cacciato le lagrime agli occhi. Ora l’agitazione era di tutt’altra specie e facilmente scoperse che gli era derivata da quelle due frasi più dolci, quasi da innamorato imbizzito dirette ad Annetta. Come aggradevolmente lo molceva il pensiero che il giorno appresso l’avrebbe riveduta! Ecco, un’altra volta dimenticava le faccie nemiche che lo circondavano dinanzi a quel viso che per lui aveva arrossito e impallidito d’amore. Per lui solo, non per Macario; lo sapeva da Macario stesso che aveva negato che su quel volto la passione potesse gettare la sua ombra. 

Non gl’importava più neppure dello scopo per cui chiedeva quel colloquio; il suo desiderio principale era di riabilitarsi agli occhi di lei, farle sentire ch’egli non era l’avventuriere ch’ella supponeva. Non sarebbe perciò tramontato il progetto di matrimonio con Macario, ma nel cuore della donna che aveva amata sarebbe rimasto per lui un sentimento affettuoso di riconoscenza e d’amicizia che a lui sarebbe bastato. 

Andò immaginando le parole che le avrebbe dette. Non si sarebbe scusato di averla sedotta perché sarebbe stato poco abile. La sua passione lo aveva trascinato e non sapeva pentirsi di un atto che gli aveva procurato la maggiore felicità di cui in sua vita avesse goduto. Lo sapeva per averlo letto: Le donne perdonavano sempre gli omaggi alla loro bellezza e in qualunque modo venissero fatti, magari anche fossero delitti. Poi non avrebbe speso molte parole per rassicurarla sul suo conto, renderla certa che si sarebbe piuttosto lasciato ammazzare che dire una sola parola del segreto che a lei lo univa. Un tanto ella avrebbe dovuto comprendere dal suo contegno senza ch’egli si abbassasse a dirlo. Non le avrebbe detto parole d’amore quantunque sarebbe stato felice di poterle dire che l’amava. Nella sua miseria non sapeva più disprezzare quell’amore. Se soltanto ripensandoci s’era sentito riconfortato da tanto avvilimento! Lasciarne trapelare qualche cosa ad Annetta sarebbe stato pericoloso perché di un innamorato non si può fidarsi per quanto onesto e benevolo si dimostri e tutta la sua cura doveva essere rivolta a celare il nuovo affetto. Doveva apparire quale un innamorato che non tiene troppo rancore per essere stato abbandonato e al quale anzi del suo amore è rimasta una dolce amicizia fraterna. Si sarebbe informato con affetto se essa allora era felice e avrebbe tentato di dimostrare una grande gioia nel caso molto probabile ch’ella avesse assicurato di amare Macario. Poteva invece avvenire ch’ella gli confessasse di non essere felice e si confidasse a lui con abbandono. In tal caso non v’era più difficoltà e non aveva bisogno di riflettere lungamente al contegno da seguire. 

Santo s’incaricò volontieri di portare il biglietto al suo destino. 

Per la prima volta Alfonso seppe trarre profitto dalle osservazioni fatte su un carattere. Si diede una cert’aria d’importanza e chiese con gran mistero a Santo se la signorina Annetta gli avesse detto che aveva da ricevere quella letterina. Poi lo avvertì che si trattava di fare una sorpresa a un membro della famiglia Maller. 

Santo si mise in tasca il biglietto tutto lieto di venir messo a parte di un segreto che toccava la signorina Annetta. Promise di contenersi cautamente e si offese che Alfonso gli raccomandasse più volte il segreto. Poi volle elevarsi anche più; si lagnò che Alfonso non si facesse più vedere in casa Maller. Era stato offeso forse da qualcuno? Pareva che se Alfonso fosse stato offeso egli lo avrebbe vendicato. 

Alfonso rispose arditamente: 

— Se ci sono stato alla fine dell’altro mese! 

Santo, che nulla ne sapeva, fece un gesto di sorpresa: 

— Ah! così! ma pure non viene più tanto di spesso come prima. 

Il biglietto era inviato. A mezzodì Alfonso, con gioia, osservò come Santo si allontanava dalla banca. Ogni minuto che lo avvicinava all’ora del colloquio con Annetta gli dava gioia. Unico suo timore era che Maller facesse qualche passo prima che questo colloquio avesse avuto luogo. No! Se aveva da accettare dei miglioramenti nella sua posizione non voleva che gli fossero proposti per paura. Anche respingendo i sogni sciocchi fatti la sera innanzi, egli credeva che questo colloquio avrebbe distrutto ogni malinteso. Alla peggio gli doveva riuscire di convincere Annetta che, se si erano amati e non si amavano più, non c’era nessuna ragione di odiarsi. 

Non seppe fare una sola cifra nel suo libro, né lavorare alla ricerca dell’errore che il giorno innanzi gli aveva dato tanto da fare. Alla sera l’impazienza divenne tale che ne venne cacciato dalla sua stanza e andò per la banca in cerca di persone con cui parlare e passare quell’ora che bisognava ancora attendere. 

Andò da Ballina a chiedergli notizie della corrispondenza; pareva ch’egli ne fosse uscito da anni. Ballina, come al solito, cenava alla banca e quella sera stava cuocendo delle uova a una fiamma di spirito; le mangiava poi con pane e burro, inaffiandole con un bicchiere di vino. Spiegò ad Alfonso quanto poco gli costasse quella cena succulenta; circa settanta centesimi. 

Alfonso dovette invidiarlo. Lo vedeva tutto occupato intorno alla sua salute e alla sua forza e con esito magnifico per quanto nelle circostanze più sfavorevoli. Dopo cenato faceva la sua passeggiatina allo scopo di agevolare la digestione e si coricava. Dormiva, a quanto raccontava, quieto come un bambino, stanco di aver copiato quell’infinità di nomi; non l’inquietava che il ricordo di qualche nome con troppe consonanti, ungherese o slavo. 

Quando Ballina se ne andò, per perdere ancora una mezz’ora, Alfonso si recò da Starringer in speditura ove allora ferveva il massimo lavoro. S’imbatté nel vecchio Antonio cui era stato affidato anche l’incarico di portare le lettere alla posta. Il povero vecchio s’incamminava bestemmiando contro la direzione che aveva firmato tardi le lettere. Era la solita canzone che si udiva in speditura. Anche Starringer la intonò ed Alfonso finse di starlo ad udire ma nella febbre della sua impazienza non percepiva una sola parola. 

Non uscì ancora dalla banca. Si pulì con accuratezza i calzoni e le scarpe con le spazzole di Miceni; anche quella era un’occupazione. 

Quando uscì dalla banca, mancava poco più di un quarto d’ora alle otto ed egli si mise a correre, per poco temendo di arrivare in ritardo al convegno. Che cosa avrebbe fatto in questo caso? Forse sarebbe stato un ritardo senza rimedio. 

Il tempo sciroccale persisteva ancora ma non era caduta pioggia durante tutta la giornata. Fino a sera la città era stata coperta da un po’ di nebbia anche quella svanita e il cielo era chiaro, seminato di stelle, senza luna. Una fanghiglia rada ma continua copriva il selciato. 

Passati dieci minuti oltre le otto per la prima volta Alfonso ebbe il dubbio che Annetta non venisse. Era molto probabile! Fino allora, senza confessarlo, egli aveva agito come se fosse stato sicuro ch’ella ancora lo amasse perché altrimenti non poteva sperare che una fidanzata si lasciasse trascinare a tal passo. Comprese di aver composto malamente il suo biglietto. Avrebbe dovuto limitarsi ad esprimere a Annetta il suo desiderio di parlare e attendere da essa l’indicazione del quando e dove. Ma ora non era più in tempo di correggersi. Avrebbe atteso là fino alle nove e si appoggiò ad un paracarro, paziente e rassegnato. 

S’avvide che per la seconda volta gli passava dinanzi un giovanotto fissandolo con curiosità; aveva già visto altrove quel volto oblungo con baffi biondi e sguardo penetrante e quella figura magra e lunga. Gli guardò dietro: Era Federico Maller. Lo aveva riconosciuto ai calzoni attillati. Era una combinazione o Annetta aveva confidato al fratello una missione per lui? Il Maller non gli era stato mai simpatico e gli dispiaceva di aver a trattare con lui, ma bisognava ora facilitargli il compito che s’era assunto per affetto alla sorella . 

Si volse per salutarlo sentendo che s’avvicinava di nuovo ma nello stesso tempo ricevette un urto che quasi lo gettò a terra. 

— Si chiede scusa, mascalzone! — gli urlò nell’orecchio il giovine Maller e alzò la mano che nell’oscurità Alfonso credette armata. 

Lo volevano ammazzare? Si gettò sulla figurina mingherlina, trattenne la mano levata in atto di minaccia e afferrò Maller per il collo. L’altro per svincolarsi retrocedeva verso il mare. Alfonso ansava dalla fatica impiegando molto più forza di quanto occorresse. 

— Vi getto in mare! — minacciò e gli diede una spinta ma non forte abbastanza. 

— Quanta cavalleria in questa città, — disse il Maller con disprezzo mettendosi le mani al collo per raddrizzare il solino. 

— Credevo che mi volesse svaligiare, — rispose Alfonso indignato. 

Ricevette il biglietto di Maller e consegnò il proprio. Promise che i proprî secondi a mezzodì del giorno appresso si sarebbero trovati da Maller. Era sorpreso di essersi contenuto subito tanto correttamente. 

Questo dunque era stato l’appuntamento che Annetta aveva accordato. Ella aveva rapide le decisioni e facili i mezzi. Mandava il fratello con l’incarico di ucciderlo. Anche Annetta lo odiava, questo gli doleva; e lo disprezzava, perché non credeva d’essere sicura di lui. Credeva di dover sopprimerlo per non averne a temere. Non lo conosceva; in tanto tempo in cui egli l’aveva amata, ella non aveva saputo comprendere quanto schietto e onesto fosse il suo carattere. Questo era il doloroso, non che Federico probabilmente lo avrebbe ammazzato! 

Camminava con passo sempre più celere verso casa sua. Sul Corso si fermò un istante; gli era parso che passasse Macario. Non era lui, ma Alfonso andava indagando se forse gli avrebbe dato qualche soddisfazione il vendicarsi andando da Macario a raccontargli tutta la sua avventura con Annetta. No! Unica soddisfazione che potesse avere era di convincere Annetta ch’ella sul suo conto s’ingannava. Le avrebbe scritto una lettera, un addio da moribondo. 

Si trovava con la penna in mano dinanzi al suo tavolo, ma non gli riusciva di vergare una sola parola. Nella sua vita da sognatore il sogno non lo aveva posseduto giammai così interamente. Depose la penna e mise la testa fra le mani. Avrebbe voluto riflettere ma sognava irresistibilmente. Annetta lo voleva morto! Desiderò che le riuscisse e che poi lo rimpiangesse. Sognava che l’amore per lui, senz’altra causa, un giorno le rinascesse nel cuore e che ella andasse alla sua tomba a spargervi fiori e lagrime. Oh! quanta buona calma in quel cimitero ch’egli sognava verde e riscaldato dal sole. 

Quando riaperse gli occhi fu sorpreso di trovarsi dinanzi quel pezzo di carta da lettera. 

Doveva battersi con Federico Maller in una lotta impari nella quale il suo avversario aveva tutti i vantaggi: l’odio e l’abilità. Che cosa poteva sperare? Gli rimaneva soltanto una via per isfuggire a quella lotta in cui avrebbe fatto una parte miserabile e ridicola, il suicidio. Il suicidio gli avrebbe forse ridato l’affetto di Annetta. Come in quell’istante non l’aveva amata giammai. Non si trattava più d’interesse né di sensi. Quanto più egli l’aveva vista allontanarsi da lui tanto più l’aveva amata; ora che definitivamente perdeva ogni speranza di riconquistare quel sorriso, quell’affettuosa parola, la vita gli sembrava incolore, nulla. Una volta scomparso, Annetta non avrebbe più avuto il ribrezzo della paura per lui, per il suo ricordo, ed era tutto quello ch’egli poteva sperare. Non voleva vivere dovendo continuare ad apparirle quale un nemico spregevole sospettato di voler danneggiarla e farle pagare a caro prezzo gli stessi favori da essa accordatigli. 

Non aveva pensato mai al suicidio che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desiderî, il desiderio di vivere. 

Egli invece si sentiva incapace alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più dolorose. L’abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch’egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo. Non avrebbe scritto ad Annetta. Le avrebbe risparmiato persino il disturbo e il pericolo che poteva essere per lei una tal lettera. 

N... 23 Ottobre 18...

Signor Luigi Mascotti, 

In risposta alla pregiata vostra del 21 corr. vi annunciamo che ci sono del tutto ignote le cause che spinsero al suicidio il nostro impiegato signor Alfonso Nitti. Fu trovato morto nel suo letto il 16 corrente, alle quattro della mattina, dal signor Gustavo Lanucci, il quale, rincasato a quell’ora, s’insospettì per l’intenso odore di carbone che trovò diffuso in tutta l’abitazione. Il signor Nitti lasciò una lettera diretta alla signora Lanucci in cui la dichiarava sua erede. La vostra domanda sulla somma trovata presso il signor Nitti deve quindi essere diretta a quella signora. 

I funerali si fecero addì 18 corr. con l’intervento dei colleghi e della direzione. 

Con distinta stima vi riveriamo 

Maller & Co.