Varenna e Monte di Varenna/Secolo XVI

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Secolo XVI

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Secolo XV Secolo XVII

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SECOLO XVI


GIURISDIZIONE FEUDALE


Al principio del secolo XVI la terra di Varenna era infeudata a Chiara Sforza, moglie del conte Fregosino da Campo Fregoso.

Abbiamo visto, svolgendo gli avvenimenti del secolo XV, la riluttanza degli abitanti di Varenna a prestare obbedienza al feudatario; si trattava allora di Gaspare San Severino, ma quell’atteggiamento di ostilità non mutò col mutare del feudatario.

Il duca Massimiliano Sforza, il 17 settembre 1512, è costretto a scrivere una lettera di minaccia agli abitanti di Varenna per indurli a prestare il giuramento di fedeltà al feudatario.

«Dilectissimi nostri. Credevamo che alli di passati havistono iurato la fideltà ad nuy debita per nuy in mane del Conte Fregosino et madona Clara Sforza, nostra sorela carissima, ma ne hano fato intendere vuy non haverlo facto, però volendo ancora questa volta essere con vuy più miti che non ricerca la vostra inobedientia ve comandamo item a pena de ducati mila per caduna de vuy comunitate che infra di sei doppo la presentatione di questa debiate haver prestato intera obedientia et iurato la debita fidelità in nome loro o di suo mezzo, aliter ne sarà forza per iustitia precedere contro di vuy seconda la cominatione ne sarà stata facta per le altre nostre aciò che non ne habiate ad gloriare ne le vostre contumatie et observationi».

Questa lettera fece il suo effetto, e il 12 ottobre 1512 i maggiorenti del paese si riunirono, ed in presenza del reverendo Giovanni Donato de Paravicino delegato del conte Fregosino, compirono l’atto del giuramento che venne rogato dal notaio Carpani Angelino.

Nel 1533 il feudo di Varenna e terre circonvicine passò al Senatore Francesco Sfondrati, della storica famiglia di Cremona che diede alla chiesa Papa Gregorio XIV.

Con dispensa dacale 14 giugno 1533, il conte Paolo Fregosino figlio di Clara Sforza, era stato autorizzato a vendere al senatore Sfondrati le possessioni e terre delle squadre di Mauri e di Nibbiono, della [p. 105 modifica]Valassina, di Mandello, Varenna, Dervio, Corenno e Monte Introzzo. Di questa nuova infeudazione il Duca ne dà notizia al pretore, ai consoli ed agli abitanti di Varenna con lettera in data 25 giugno 1533.1

In data 13 luglio 1533 gli abitanti delle squadre dei Mauri e di Nibbiono, della Valassina, di Mandello, Bellano, Varenna, Dervio, Corenno e Monte Introzzo prestarono il giuramento di fedeltà al feudatario Francesco Sfondrati con rogito del notaio Antonio Vignano di Milano. Lo strumento è conservato nell’archivio di Stato di Milano in un codice pergamenaceo sulla cui copertina è scritto: 1533, die 23 Iunii usque a die 17 Iulii. Produrremo questo atto nel volume documenti.

Anche il feudatario dovette prestare secondo la consuetudine il prescritto giuramento e l’atto venne raccolto dal notaio camerale Mare Antonio Platone il 28 gennaio 1536.

Per maggiore lustro il conte Francesco Sfondrati ottenne da Carlo V il privilegio 23 ottobre 1537, in virtù del quale fu eretta in contea la riviera con le terre di Mandello, Varenna, Bellano, Dervio, Corenno e Monte Introzzo con la prerogativa di due pretori o commissari che il Senato, nella interinazione del diploma prescrisse che risiedessero l’uno in Mandello, e l’altro in Bellano. Asso con la Valassina venne qualificata Baronia, e col predicato di signoria vennero nominate le squadre de’ Mauri e di Nibbiono:

Fu stabilita l’indivisibiltà delle suaccennate giurisdizioni coll’ordine di primogenitura in infinito. Tutti i miglioramenti da farsi nei mentovati territori, tutti i beni immobili e ragioni che potesse acquistare il conte Sfondrati e i di lui successori, dovevano essere incorporati nelle rispettive giurisdizioni, assumere le qualità feudali, e devolversi colle stesse terre e luoghi.

Gli venne inoltre accordata la facoltà di trasferire nelle medesime il reddito di lire 1028: 17: 9: che percepiva sul censo del sale e tasse di cavalli delle comunità di Erigoli e Genivolta nel Cremonese, come si effettuò nel 1538, avendogli la R. Camera ceduta altrettanta somma nelle suddette terre della Riviera.

L’anno successivo, e cioè nel 1538 il conte Francesco Sfondrati acquistava per sè e pei suoi eredi e successori la terra di Bellagio e sue ville, eccetto la torre che doveva rimanere al capitano di Bellagio. Erano uniti al feudo della Riviera il diritto di un mercato libero ed esente e le seguenti convenzioni feudali: Mandello pagava lire 320, Varenna lire 206, Bellano lire 211: 2: 3, Dervio lire 48, Corenno lire 12: 15, Dorio lire 2: 15, Monte Introzzo lire 16: 7: 6, la Valassina uno sparviero e lire 192, le squadre dei Mauri o di Nibbiono lire 277.

Nel 1537 il ducato di Milano era passato all’imperatore Carlo V, che riconobbe i feudi dello Stondrati. Varenna come tutti gli altri [p. 106 modifica]comuni del Ducato dovette prestare un nuovo giuramento di fedeltà, secondo la seguente formola:

«Si havera da giurar che dal giorno di hoggi in ante li prefati Consoli, Communi, università et particolari persone saranno perpetuamente fedeli al sacratissimo Carolo Imperator di Romani suo Signor et suoi Successori sul Sacro Romano Imperio et al Ill.mo et Ex.mo S. Antonio di Leyva suo locotenente et Capitanio generale: et che mai scientemente in consiglio ne in fatto saranno ne presteranno adiuto che pel sacratissimo Imperator o suoi successori o in persona o nel Stato, o nel honore patiscano alcuno danno o Iniuria. Et se saperanno o Intenderanno alcuna delle predette cose esser trattate quanto più presto potranno lo manifesteranno a Sua M.ta ò suoi agenti nel Stato di Milano. Et essendoli ditto alcuna cosa in secretto, non la manifesteranno senza licentia di sua M.ta. Essendo richiesti prestar consiglio lo darannno fidelmente, ne mai faranno cosa che possa portar danno o Iniuria a sua M.ta o suoi successori, et al p.to Ill.mo S.r Locotenente ut supra ò a suoi ufficiali ò al Dominio suo: Et finalmente faranno tutte queste cose che sono tenuti per li fideli subditi verso sua Ces.a M.ta suo Signor et suoi Locotenenti»2.

Al Conte Francesco Sfondrati successe nel feudo della Riviera l’anno 1550 il conte Paolo Sfondrati, al quale successe il figlio conte Ercole che morì nel 1637.


Nei primi anni del secolo XVI le terre della Riviera furono travagliate da scorrerie di truppe francesi e svizzere. Como, Lecco ed altri luoghi erano presidiati da truppe francesi; tutta la Valtellina e l’alto bacino del lago erano in possesso degli Svizzeri.

Nel 1516 il governatore di Como armato un forte naviglio tentò di sottomettere tutte le terre del lago delle quali molte vennero poste a sacco. Gli abitanti dell’alto lago irritati si collegarono e postisi sotto gii ordini di Antonio de Brengio detto il Matto, aiutati da masnade grigionesi, assalirono e rovinarono Corenno, e dispersero le popolazioni di Dervio, Varenna e di alcuni paesi della Valsassina3.

La guerriglia sul lago si protrasse sino al 1522. Da una lettera di un certo capitano francese chiamato Corsino, governatore di Lecco scritta il 24 giugno 1521 al capitano di Crema togliamo quanto segue: «Avviso come el signor Manfredo Pallavisino, insieme con el conte Girardo d’Arco, lo Mato di Brianza, suo fratello et parechi altri banditi fino al numero di 1500 sono venuti per Valtolina ed avendo loro intelligentia da Como, prout, se diceva, passono di notte el laco et forno alle porte de Como mercoridì passato 26 dil presenre et trovarono Como [p. 107 modifica]ben fornito talmente che fu forza che restassero de fora, unde fu scaramuzato tutto quel giorno. Et essendo venuti li advisi di questo a Milano unde era mi o di 25 me partii a hore 24 et zonsi qui a Lecho avanti zorno, et subito armate le mie barche, deti adviso de la venuta mia et de la mia provision al governador di Como, et lui contento de questo me scrisse se trovassimo la matina che fu heri 27, lui da una banda e mi dall’altra per turli de mezzo. — La qual cosa fu fata et li nimici vedendo questo abandonarono le sue barche et pigliorno la montagna. Unde tra le gente del prefato governador de Como et le mie et de’ villani del paese, fessemo de modo che non scampi alguni che non fosse morto o vero presone et fu heri da 13 in 14 hore. Unde turno pigliati vivi el prefato Manfredo et li soprascritti et parechi altri li quali furone condotti a Como4».

Intanto ai Francesi si erano aggiunti gli Spagnuoli provocando cosi nuove discordie e nuove lotte. Gli Spagnuoli erano in Como, mentre Lecco ed altri paesi del Lago erano ancora tenuti dai Francesi. Il lago era corso da una flotta avversa alle armi spagnuole. Governatore di Lecco era quel capitano Corsini autore della lettera ora pubblicata.

Gli Spagnuoli avevano deciso di compiere una spedizione contro Lecco e ne avevano affidato il comando al marchese di Pescara.

Nel porto di Como erano già allestite le navi e già stava per muovere la spedizione, quando giunse la notizia che il Corsini aveva rinunciato a qualsiasi velleità di resistenza e cedeva la piazza. Venne incaricato il conte Alessandro Balbiano figlio di Annibale Conte di Chiavenna, di recarsi a Lecco, Menaggio ed altre località per ricevere il giuramento di fedeltà.

Da una lettera scritta dal podestà di Lecco Ambrosio Cassano il 10 aprile 1524 ai rettori di Venezia, si rileva come i Grigioni fossero scesi sino a Varenna: «Di novo, di la parte di sopra havemo che Grisoni per una parte sono venuti a Varenna sotto Bellano per miglia tre drio al lago, dove gli è sta facile a venire. Se vorian passar più giù per quella via si mettono a grandissimo pericolo per la vostra armata qual gli saria alle coste, essendo ivi la strada sempre contigua al lago»5.

In quel triste periodo nel quale Svizzeri, Francesi e Spagnuoli si avvicendavano nel dominare le terre di Lombardia, a maggior disgrazia di quelle popolazioni, divenne potente un nobile milanese Gian Giacomo de Medici, che impadronitosi della rocca di Musso sparse di là il terrore in tutto il lago di Como.

Nel 1531 avvendo i Grigioni e gli Svizzeri posto l’assedio alla rocca di Musso Gian Giacomo Medici che era chiamato il Medeghino li sconfisse, e quindi corse a Bellagio, a Varenna e a Bellano e pose a sacco quelle terre. [p. 108 modifica]

Il duca di Milano allo scopo di ricondurre all’obbedienza le terre occupate dal ribelle nominò il nobile Giorgio Maggiolino, uno dei maestri delle entrate dello stato, quale commissario, e il colonnello Ludovico Vistarino comandante dell’esercito incaricato di affrontare le forze del Medeghino.

Poichè le vicende di guerra sono narrate in apposita pubblicazione6, noi ci limitiamo qui a ricordare che il Vistarino fece di Varenna la sua stazione principale e che fra gli uomini componenti la guarnigione del Medeghino vi erano i seguenti di Varenna:


Coltrino de Pizotto di Periedo

Giovanni Pietro Calvasina e figliuoli di Varenna

Giorgio Panizzi e figliuoli

Bernardino Mazza

Bartolomeo Scotto

Bernardino Serponti

Giov. Simone Campione.


La guerra contro il Medeghino finì con una pace onorevole per il ribelle. Francesco II Sforza in seguito al trattato del 13 Febbraio 1532, con decreto delli 13 marzo sucessivo offriva la pace e la grazia a tutti i difensori di Musso, concedeva al Medeghino il feudo di Marignano col titolo di marchese, grosse indennità e il comando del suo Esercito.

Fra i graziati vi erano anche quelli che abbiamo ora nominati di Varenna, di uno dei quali, del Campione, ci è rimasta la supplica inoltrata al Duca per avere la grazia:

«E.mo signor Duca. Debe essere informata Vostra Excellentia come el fidelissimo servitore suo Simone de Campione dicto de Varena è oriundo d’epso loco de Varena et li ha suo patrimonio et habitatione, e per tal causa necessariamente essere stato constrecto obedire et servire al castellano de Musso, et in quest’ultimo per paura de la vita et suo ultimo excidio essersi conducto con sua famiglia nel borgo di Leco per comandamento d’esso castellano, et benchè atteso le premisse cose, dicto supplicante non dovesse patire et essendo domandato per cride di Vostra Excellentia a Milano fusseron facte le debite exscusatione in scripto, non di meno pare fusse con li altri domandati condemnato come rebelle di Vostra Excellentia et perchè quello che si possa dire de dicto supplicante che habi segunto le parte d’epso castellano è proceduto per le cause predicte il che se cognosse essere cossì la verità, perchè quanto più presto gli è stato possibile et è usito de dicta terra de Leco et venuto a la città de Bergomi da dove ha obtenuto salvo conducto da [p. 109 modifica]Vostra Excellentia, et perchè desidera vivere como bono sudito de Vostra Excellentia, nè per conditione del mondo volere essere reputato suo ribelle recorre da luy.

Humilmente supplicandoli se digne fare anullare onme condemnatione et banno li sia facta et dato per tal causa e provedere sia restituito in integrum tanto per la persona quanto a la fama et facultà, mandando non sij più oltra molestato, il che spera, obtenere de Vostra Excelentia in bona gratia de la quale humilmente».

Il danno arrecato dal Medeghino alle terre del lago fu così grande che un fratello di lui il cardinale Giovanni Angelo de Medici, assunto al pontificato col nome di Pio IV, fece donazione all’Ospedale Maggiore di Milano di due redditi allora ammontanti all’annua somma di L. 5000 imperiali, con obbligo di convertirli a favore di quelli che erano stati danneggiati dal Medeghino e dagli altri fratelli Giovanni Battista e Gabriele. Per amministrare questa somma l’ospedale nominò un cancelliere nella persona di Giovanni Antonio Calvasina di Varenna al quale venivano pagate lire trenta annuali.

Esaminati i registri dei pagamenti abbiamo trovato fra le comunità e persone indennizzate il comune di Varenna al quale nel 1641 vengono pagate lire 1751,50, Andrea della Cella di Varenna lire 25 nell’anno 1585 il prete Gerolamo Mazza erede di Giov. Antonio Mazza nell’anno 1586 lire 86, Filippo Tenca nel 1584 la somma di lire 157: 15: 3 e nello stesso anno a Francesco Stampa lire 35, a Giovanni Pietro Campioni lire 600 e a Giovanni Battista Benzoni lire 300.

Con atto dell’anno 1562, giugno 26, ind. V. rogato dal Not. Serponti Giorgio di Pietro di Varenna, il sacerdote Stefano Tenca chiede di avere questo indenizzo: il sac. Stefano Tenca figlio ed erede del fu Filippo, di Varenna, costituisce suoi procuratori i magnifici signori Giovanni Antonio Calvasina, Giov. Pietro Campione e maestro Gaspare de Cella per esigere dai Deputati dell’Ospedale Grande di Milano quella somma di denaro, spettante al Costituente, qual erede del detto suo padre, dovuta dal fu illustrissimo Giov. Giacomo de Medici, marchese di Melegnano come appare dai libri di quest’ultimo.

Presenti per protonotaro Giovanni Antonio de Tenchis di Andrea di Varenna e per testimoni Nicola de Campione di Matteo, Giorgio de Scottis di Giuseppe. ambedue di Varenna, e Giorgio Furatino de Veninis, di ser Giovanni, abitante a Pino nel territorio di Varenna7.

Da una supplica mandata dagli abitanti di Varenna a Francesco II Sforza rileviamo come i Varennesi abbiano preso attiva parte coi Milanesi alla guerra contro Gian Giacomo Medici. Poichè nella supplica sono contenute anche altre notizie relative a tempi anteriori, crediamo opportuno riportarla qui tradotta dal latino: [p. 110 modifica]

«Nell’estate prossimo trascorso nella quale Vostra Eccellenza dimorava a Como, i fidelissimi servi di V. E. i Varennesi salutarono umilmente e con sommissione la vostra Alta Eccellenza chiedendo che la vendita fatta loro altra volta dell’invittissimo ed eccellentissimo allora Duca di Milano Ludovico il Moro, padre dell’Eccellenza Vostra di venerata memoria, per la somma di 140 lire e soldi sei imperiali in occasione di una parte dei dazio di pedaggio maggiore della città di Como fosse confermato insieme a qualche altro privilegio.

Dall’insigne Eccellenza Vostra fu risposto benevolmente che quelli di Varenna stessero sicuri e prendessero fedelmente parte alla lotta marittima che allora ferveva contro i seguaci di Gian Giacomo de Medici assicurando di propria bocca quei di Varenna, che a guerra finita non solo sarebbe stata confermata quella vendita e insieme i privilegi, ma che avrebbe concesso anche dell’altro. Da ciò risultò che quei di Varenna non solo assalirono più volte con le loro forze i soldati del predetto Giacomo e uccisero in battaglia alcuni napoletani, ma a proprie spese associarono altri soldati e con tal fervore si batterono che la flotta del Medici, mentre devastò altri castelli non potè mai entrare in Varenna.

Di tutte queste cose fu informato il magnifico capitano di Giustizia di Milano. E tutti questi atti valorosi corrispondono a quelli che già fecero quei di Varenna quando il sudetto invittissimo Padre di V. E partì per la Germania traverso il lago di Como: perchè mentre da alcuni era a tradimento assalito, quei di Varenna respinsero l’assalto, unendo alla sua la loro flotta affinchè si fosse riparata al sicuro. Quand’egli poi tornò dalla Germania, quei di Varenna per primi entrarono in Como, per cui i Francesi tentarono d’incendiare il loro castello ma per le preghiere di comuni amici si venne ad una transazione con grave danno pecuniario. In fine per quello che fecero della venuta dell’Ill.mo ed Ecc.mo Duca Massimiliano, se vivesse ancora il già valoroso capitano Francesco Morone potrebbe riferire molte cose in loro lode: vi sono poi parecchi cortigiani dell’Ecc. V. che evitarono la morte per l’aiuto di quei di Varenna, al tempo in cui il Conte Manfredo Pallavicino fu fatto prigioniero dal Francesi in Como. Per cui, o principe invittissimo affinchè tutto questo serva di esempio agli altri perchè si mostrino fedelissimi sudditi al loro principe, come furono quei di Varenna in tutte le circostanze passate, pregano umilmente la V. E. perchè «con sua lettera voglia dar ordine a chi le parrà convenga, affinchè la vendita sopradetta si osservi ad ogni rigore di diritto e così i privilegi e si mantengano per dieci anni immuni dal pagamento del censo che è della somma di cento Lire per ogni anno come sperano sia intenzione dell’Ill.ma Dominazione vostra umilmente in ginocchio si raccomandano».

A questa supplica il duca di Milano rispondeva in questi termini:

«Considerate tutte queste cose e avendo riferito ai questori della nostra camera ordinaria per le benemerenze loro verso il nostro Ecc.mo [p. 111 modifica]Padre e per la somma fedeltà con cui, quasi unici, rimasero costanti quando i Francesi inseguirono la Ecc.a di Lei e occuparono quasi tutto lo Stato, e per le benemerenze verso di noi sopratutto durante le guerre di Musso e di Lecco, quando dalle nostre milizie veniva assediato il predetto Giacomo Medici nella qual guerra sappiamo non mancarono di adoprarsi in cosa alcuna a vantaggio e ad onore nostro. Parve a noi e anche al nostro Senato, col consiglio del quale abbiamo fatto questo atto che si debba di nuovo concedere l’istrumento della vendita ricordato come di fatto concediamo con questa nostra lettera. Diamo dunque ordine a tutti, ai singoli magistrati e agli ufficiali nostri cui spetta e spetterà perchè osservino e facciano osservare questa concessione8.

Data a Pavia il XXIX luglio MDXXXII.

Firmato Francesco.



FAMIGLIA BALBIANO

Il 20 gennaio 1500 il conte Annibale Balbiano con 500 fantaccini entrò in Chiavenna e si avanzò giù per il lago cercando d’impossessarsene, ma il 28 dello stesso mese tutte le località erano nuovamente in possesso dei Francesi, ed il Balbiano dovette ritirarsi in Chiavenna.

Continuò la guerriglia sul lago con alterna fortuna; il 3 febbraio Ludovico il Moro rientrava nei suoi domini ma per poco tempo, giacchè dopo l’infausta giornata di Novara, il 10 aprile 1500, era fatto prigioniero mandato al castello di Loches. Sul lago continuò ancora l’agitazione mantenuta più che altro dalla tenace fedeltà dei fratelli Balbiano al loro duce. Nella metà d’agosto 1500 Ettore Balbiano e Bartolo Crivelli s’agitavano ancora contro i Francesi, e Gaspare San Severino, l’antico feudatario di Varenna e di altri paesi, che nel marzo 1499 si era allontanato dal Duca per offrirsi a Venezia che rifiutò però i suoi servigi, verso la fine del 1499 noi lo troviamo di nuovo a fianco di Ludovico il Moro, collaboratore fidato nell’esercito sforzesco a Vigevano, a Mortara e fino all’infausta giornata di Novara dell’aprile 15009.

Luigi XII investiva del contado di Chiavenna il maresciallo Trivulzio a condizione che questi desse ai conti Balbiano, in cambio, i comuni di Isola, Ossuccio, Colonno, Lezzeno, Sala e Tremezzo (atto del 10 gennaio 1500). [p. 112 modifica]

Non aveva ancora il Trivulzio stipulato cotesto contratto di cambio, che come abbiamo visto sopra, il conte Annibale Balbiano serbatosi fedele al suo signore, scese con armati dalla Valtellina, e tolse ai Francesi il castello di Ologno, con l’aiuto degli abitanti delle Tre Pievi, che non avevano dimenticato il loro antico signore, sempre aspettando le schiere ducali. Nell’anno successivo tentò ancora la riscossa contro i Francesi, ma morì da prode in battaglia sui monti di Gravedona.

Il fratello Antonio fu consigliere ducale e continuò a vivere a Chiavenna anche dopo la perdita del feudo. Alessandro Balbiano fu cameriere del duca Massimiliano Sforza, che nel 1514 gli dette in feudo il borgo di Lorvignano nell’agro novarese, e di qui comincia il ramo dei Balbiano del Piemonte.

Nel 1528 egli era capitano nell’esercito di S. M. Cesarea, come risulta da un privilegio che trovavasi nell’archivio Crollalanza. Nel 1563 i fratelli Alessandro, Francesco e Lelio ereditarono i beni delle Tre Pievi da Alberico e Ulrico da Balbiano.

Il ramo chiavennasco di questa famiglia si estinse col conte Carlo alla metà del 1700. La parentela Balbiano continuò però in Lierna ed in Bellano, ed il ramo bellanasco dette uno scrittore in Antonio Balbiani, autore di romanzi storici e della breve storia del monastero di Varenna.

Ma un altro ramo di questa famiglia fiorì in Toscana, e sembra che Pietro figlio di Giorgio e nipote del primo conte di Chiavenna Baldassare sia stato il primo a trapiantarsi colà nel 1510. Egli era pretore di Poggibonsi.

Un suo discendente Benedetto Balbiani di Livorno, diresse nel 1758 una supplica all’imperatore d’Austria nella quale si dichiarava discendente in linea retta da Galeotto Balbiano di Varenna, e per conseguenza auspicava ai feudi di Aliate, Carate, Giussano e Sovico che allora erano in possesso del conte Benedetto Balbiano canonico di S. Stefano in Milano.

La cappella della congregrazione di S. Antonio in Livorno era della famiglia Balbiano, e ne conservava le armi. Ma anche questo ramo di Livorno si è estinto. L’ultimo fu il conte Ludovico che nel 1805 dimorava a Pisa, come lo dimostra una fede battesimale del prevosto di Pontedera, nella quale è detto che il 5 giugno fu battezzata una bimba figlia del dott. Giuseppe Balbiano; il padrino fu il conte Ludovico fu Sebastiano Balbiano di Pisa che si dichiarò essere «di casa originaria di Varenna sul lago di Como».

Però alla metà del 18° secolo noi troviamo i fratelli Gian Battista e Giuseppe Balbiano nativi di Lierna presso Vareuna emigrati in Pontedera, e divisi in due famiglie. Una, quella di Giuseppe Balbiano che ebbe un figlio l’avv. Eugenio Balbiano e l’altra proveniente da Giovanni Battista che si è estinta col Dott. Pietro nel 1830.

Il ramo dei Balbiani di Pontedera diede fra gli altri un Giuseppe Pietro, nipote del Giuseppe di Lierna, che fu nel 1812 sottoprefetto [p. 113 modifica]nell’isola d’Elba, dove il 3 maggio 1814 accolse Napoleone che lo nominò tenente generale dell’isola, e durante i cento giorni lo insignì dell’insegna della Legion d’onore10.

Infine troviamo che nel 1848 morì sul campo a Curtatone e Montanara Balbiano Eugenio di Pontedera sergente nelle truppe toscane.

Per quanto non riguardi direttamente Varenna crediamo utile parlare di un cambio di beni avvenuto nel 1500, come si è accennato, tra la famiglia varennate dei Balbiano e il marchese Gio. Giacomo Triulzio.


1500, gennaio 10, venerdì

Il marchese Gio. Giacomo Trivulzio regio luogotenente, abitante in Milano nelle case della curia dell’Arengo, in porta Orientale parrocchia di San Andrea al Muro rotto, da una parte, ed il conte Annibale Balbiano, del fu conte Giovanni, abitante in Milano in porta Nuova parrocchia di S. Eusebio, anche a nome del fratello conte Antonio dottore in utroque jure, dall’altra, fanno tra essi permuta di beni; e cioè:

1) il predetto marchese Trivulzio cede al conte Annibale Balbiano le pievi e le terre di Isola e di Lenno lago e vescovado di Como, vale a dire il luogo e comune di Isola, il comune di Colosino coi nobili e vicini del luogo, il comune e gli uomini di Sala, coi nobili, cittadini e vicini del luogo, il Comune di Lezzeno, il comune di Osuccio, i quali tutti costituiscono la pieve di Isola, il comune di Lenno coi nobili e cittadini di Lenno, i nobili di Mezzegra e il comune di Tremezzo, i quali tutti appartengono alla detta pieve di Lenno, con tutti i diritti, redditi, onoranze, ecc. che ad esso marchese Gio. Giacomo competono, specialmente in forza della donazione fattagli da Francesco Bernardino Visconti regio consigliere, come a rogito Bertolino Pagani notaio milanese; cede inoltre detto marchese Gio. Giacomo a detti conti Balbiano due sedimi in Milano, in parte Comacina parrocchia di San Protaso con edifici, camere solai, corti, giardino, stalle, cantine, e diritti annessi, confinanti da una parte colla strada, dall’altra con maestro Niccolò da Cusano fisico, dall’altra con Scipione e Carlo fratelli Barvara, dei quali sedimi ebbe donazione Catelano Trivulzio dal re di Francia con sue lettere patenti 7 novembre 1499, il quale Catelano li cedette poscia al detto Gio. Giacomo.

2) il predetto conte Annibale, anche a nome come sopra del fratello conte Antonio cede al predetto marchese Gio. Giacomo: 1° la terra e la valle di Chiavenna e la Val di S. Giacomo, con fortezza, dazii, entrata redditi e quanto spettò in passato ad essi conti Balbiano in virtù degli antichi privilegi di concessione feudale; II° il palazzo comitale in Chiavenna con annessi viridario e vigneti, chiamati al Paradiso e al Pino, [p. 114 modifica]III° i monti in Val S. Giacomo con tutte le onoranze e i diritti annessi; IV° l’affittanza, i beni e le migliorie del castel di Mezzola dei quali i detti fratelli hanno investitura dalla mensa vescovile di Como, salvo però per questo ultimo punto, il consenso e l’approvazione del vescovo suddetto.

Per conguaglio dei valori nella permuta presente dichiara il predetto conte Annibale di aver ricevuto dal predetto marchese Trivulzio L. 400 imperiali.

Seguono tutte le clausule ecc. ecc. d’uso.

Fatto in Milano nella casa della curia dell’Arengo. Testi alti dignitari.

Atto espleto da Gio. Giacomo Busca del fu Spett. Sig. Giorgio, notaio milanese, traendolo dalle imbreviature del detto Giorgio.


(Varenna - Archivio parrocchiale).



VICENDE ECCLESIASTICHE E RELIGIOSE

Uno degli avvenimenti più importanti del secolo è stata la visita a Varenna del cardinale Carlo Borromeo.

Dall’atto di visita che si conserva presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Milano, ricaviamo le seguenti notizie:

Terminata la visita alla parrocchiale di San Giorgio che ebbe luogo il 1 novembre 1556, il cardinale Carlo Borromeo ordinò fra l’altro che fosse acquistata una bella pisside d’argento e un sacramento, che fosse venduto il vaso di pietra allora usato per battistero, e dal ricavato di esso, insieme con altre somme fosse costruito un battistero col suo ciborio piramidale, che fossero demoliti tre altari (di S. Giuseppe, di S. Nicola e dell’Annunciata) e fossero ricostruiti in forma più ampia e degna; che la messa in canto ogni giorno celebrata all’altare di Santa Maria Elisabetta fosse in seguito celebrata all’altare di San Pietro martire, che fosse costruito il campanile in quella parte della chiesa o cimitero che l’architetto avesse ritenuto più opportuna, distruggendo i capitelli costruiti alla sommità del frontispizio della chiesa, e la scala di pietra che era nella chiesa stessa. Che il rettore e i cappellani della chiesa dovessero celebrare in ciascun giorno festivo la messa cantata sotto pena di soldi cinque imperiali per ciascuno, da applicarsi alla fabbrica della parrocchia, e da esigersi dai fabbriceri, che nessun cappellano tenuto a celebrare quotidianamente la Messa nella detta chiesa potesse celebrare fuori di essa, tranne quando dovesse andare a qualche funzione, nel qual caso, sempre col permesso del rettore; che il cappellano dell’altare di Santa Maria Elisabetta, prete Battista de Sala, si astenesse da qualsiasi commercio, sotto pena della privazione della [p. 115 modifica]cappellania; che i sindaci della comunità don Lorenzo Serponti, don Giovanni Antonio Tenca, nel termine dei giorni ancora occorrenti per la festa del Natale dovessero riscuotere e ricuperare tutti i crediti legati e beni lasciati alla comunità, agli uomini e ai poveri di Varenna; che le elemosine fossero ogni anno raccolte e distribuite soltanto ai poveri non già a tutti indifferentemente come fino a quel tempo era stato solito usarsi: che, come richiese il rettore della chiesa D. Francesco de Sicis, i possidenti di Olivedo fino al luogo detto la Caravina, fossero obbligati a pagare la decima di sei denari per ogni pertica di terra posseduta, al rettore pro tempore; che Francesco Coronino de Serponte fosse obbligato a pagare al rettore la somma di lire quaranta imperiali per fitto dovuto alla Chiesa e già scaduto, in ragione di lire 10 imperiali all’anno.

Ordinò poi a Maestro Iacopo de Campione e a Benedetta de Mazzi sua concubina di non coabitare più insieme o avere altra conversazione sotto pena di scudi 25 d’oro da applicarsi alla fabbrica della Chiesa parrocchiale11.

Uno degli scopi che si prefisse il cardinale Borromeo fu quello di fare osservare in modo uniforme in tutta la diocesi l’antico rito ambrosiano. Ma la cosa non fu facile, perchè in varie chiese della Lombardia, e particolarmente in quelle già dipendenti dal patriarca di Aquileia, era in uso il rito aquileiese o patriarchino e sia il clero che la popolazione non indendevano di abbandonare la consuetudine12. Il rito patriarchino in fine, salvo in qualche cerimonia poco differiva dal rito romano.

Il rito patriarchino ed il rito romano erano in uso a Como, Monza, Varenna Arona, Treviglio e qualche altro paese. Le ragioni di questi diffenti riti, in paesi della stessa diocesi sono varie. Per Monza pare si debba risalire alla regina Teodolinda, che fondatrice della Chiesa di San Giovanni, si sarebbe accostata al rito romano o per compiacere Gregorio Magno pontefice col quale era in ottime relazioni, o per certa poca intelligenza che passava tra la regina stessa e l’arcivescovo di Milano13.

Riguardo a Varenna gli storici ammettono che il rito patriarchino sia stato importato nel borgo dagli abitanti dell’Isola Comacina, ma potrebbe anche essere che avendo questo paese avuto una certa dipendenza da Monza, come abbiamo già visto, abbia seguito le orme della Chiesa maggiore.

Scrive il Merzario che il rito patriarchino «aveva un proprio simbolo di fede, un rito avvicinantesi al romano antico, breviario e messali speciali, salmodie particolari e un canto corale di cui perdura qualche cantilena in qualche angolo del Friuli e della Carnia», [p. 116 modifica]

Cesare Cantù dà invece queste notizie sul rito patriarchino: «Sotto il vescovato di Filippo Archinto, nobile milanese, fu nel comasco abolito il breviario patriarchino brutto di strane leggende e di apocrife tradizioni e vi si surrogò il rito romano. Quel rito si conservò solo a Varenna ove fu portato dagli Isolani. Abbiamo dagli atti della visita di San Carlo il molto che egli fece per ridurre quei di Varenna al rito ambrosiano,. ma essi si opposero e parve prudente lasciarli all’antica»14.

L’arcivescovo di Milano per ridurre quelli di Varenna all’obbedienza, era persino corso al ripiego di far togliere dalla Chiesa parrocchiale i libri sacri, il che aveva posto in grande subbuglio il paese. I maggiorenti rivolsero subito reclami a Milano, di dove era venuta questa risposta scritta dall’arciprete di Milano a Giorgio Serponti di Varenna.

Mag.co Sig. come fratello. Mi è dispiaciuto grandemente il caso occorso costì dell’interdetto posto per occasione dei libri della Chiesa, però con questa mando alligata la facoltà al vicario foraneo di levarlo e V. S. si contenterà far consegnare i sudetti libri della Chiesa al detto Vicario Foraneo et supra, il sospetto c’hanno che cotesta terra si ponga sotto la prevostura di Perledo, s’assicurino che per la particolare affetione che io le porto le procurerò piutosto ocasione di crescere in dignità et di fare il loco più degno oltre che veramente M.o Ill.o non ha pensato a caso simile, me si è mosso per vigore del breve che ha da N. S. di far officiare per tutta la Diocesi secondo il rito ambrosiano. Con qual fine prego Nostra Santità che difende V. S. et l’honorata sua terra15.

Di Milano li XVIII di maggio 1577.

Fratello. L’arciprete di Milano.


Il rito patriarchino si perse a Varenna poco alla volta. Sulla porta principale della chiesa di S. Giorgio esternamente si legge ancora oggi il superbo motto dello scisma patriarchino:

Ecclesia quae est nullius plebis
Si Deus vobiscum qui contra nos.

Però rinunciando a malincuore al loro antico rito, i Varennesi hanno potuto ottenere di officiare col rito romano, pure facendo parte della diocesi ambrosiana.

Di questo rito patriarchino ricordiamo come curiosità la seguente cerimonia: nelle messe solenni all’offertorio il Diacono e il Suddiacono scendevano in mezzo al popolo a portare la pace, una specie di medaglione che davano a baciare dicendo pax vobis e il popolo rispondeva deo gratia. Questa cerimonia ebbe vita, sino si può dire, ai nostri tempi, [p. 117 modifica]e cioè fino alla fine del secolo scorso, e ancora oggi in sacristia si conserva il medaglione della Pace che serviva alla cerimonia.

Della visita del Cardinale a Varenna ricordiamo ancora quest’episodio:

Il Cardinale Carlo Borromeo nella sua visita nel luogo di Varenna, venuto a conoscenza, per informazione dei sindaci e uomini del detto luogo, che molti legati in favore di poveri non venivano esatti incaricava Lorenzo de Serponte, Bernardo de Serponte e Giov. Antonio de Tenchis di cercare con ogni loro mezzo di esigerli e principalmente quelli estratti da un libro turchino dai detti uomini in presenza dello stesso Cardinale che sono i seguenti:


Eredi di Giacomo Marliano

Eredi di Giov. Ant.o Marliano

Eredi di Giov. Pietre e Giov. Dona de Mariano.

Giorgio Venini di Stefano

Giov. Angelo Venini

Giov. Pietro Venini

Matteo Venini

Bastiano Venini

Eredi di Giov. Tenca.

Bastiano Tenca

Eredi di Polo da Balbiano

Eredi di Bernardino Serponte

Baldassare Maza

Eredi di Andrea Maza

Eredi di Gasparino Mazzi

Eredi del Coronino

Giov. Ambrogio Brenta

Eredi di Pietro Serponte16.


Interessante è la nomina dei parrochi in Varenna, che veniva fatta per elezione dagli abitanti. Il 10 giugno 1549 venne rogato dal notaio Cesare Stoppani, l’atto di elezione del Parroco Giorgio de Andreanis, nei quale si legge: Essendo vuota la rettoria della Chiesa di S. Giorgio di Varenna per la morte del rev. prete Antonio de Invitis ultimo rettore, convocato il consiglio del comune e degli uomini di Varenna, il magnifico spett.le sig. Giovanni Antonio f. q. sig. Giovanni, luogotenente del magnifico Gerolamo Stoppa pretore di Varenna, in casa del signor Filippo de Tenchis, a nome suo e dei figli Nicolò, Francesco, Giov. Pietro, Agostino e Giovanni, il ven. sig. pr. Stefano de Dentis cappellano della cappella dell’annunciazione della Beata Vergine Maria, il sig. [p. 118 modifica]Bernardo Scoto, f. q. sig. Pietro, sindaci e procuratori della Chiesa parrocchiale di Varenna, Lorenzo de Serponti f. q. sig. Bernardino, Matteo de Campioni f. q. sig. Francesco, Filippo de Thenchis t. q. sig Stefano, Andrea de Mazis f. q. Nicolò ecc. Seguono i nomi di altri abitanti fra i quali molti di donne, il che prova che allora si era risolto almeno in parte la questione del voto alle donne. L’atto finisce coll’elezione del nuovo parroco.

È notevole il fatto che la nomina dell’eletto doveva poi essere accettata non solamente dalla Curia, ma anche dall’arciprete di Monza che come si vede conosceva ancora i suoi antichissimi diritti di patronato sulla parrocchiale di Varenna. E difatti vediamo che la nomina di Giorgio de Andreanis di cui il precedente atto, non è accettata e nel gennaio 1550, l’arciprete di Monza convalida invece come parroco di San Giorgio di Varenna Pompeo de Ascanio17.

Quando nel 1561 alli 16 gennaio, avvenne la morte del parroco Pompeo de Ascanio, i Varennati non trovarono alcun prete che volesse accettare la nomina a parroco, per la povertà del beneficio. La parrocchia rimase vacante un anno, e finalmente la popolazione potè eleggere parroco il sacerdote Francecco Secco, in data 2 gennaio 1562. Nello stesso giorno il suddetto curato nomina suoi procuratori speciali Giovanni Mazza di Varenna notaio della curia arcivescovile di Milano, Baldassare Mazza, e Agostino Serponti, con mandato di comparire innanzi al reverendo arciprete di Monza e al reverendo vicario della curia arcivescovile di Milano per domandare loro la conferma e l’approvazione della nomina a parroco.

I redditi della chiesa non erano certamente abbondanti ma sarebbero stati più che sufficienti se non fossero stati in molti a goderne. Da un registro dell’anno 1572 mentre era parroco Don Francesco Secco togliamo in proposito queste notizie:

Il reddito della parrocchia di San Giorgio di Varenna ascende a scudi 60, ma vi sono quattro altri preti in Varenna che godono di redditi, il cappellano di Santa Maria Elisabetta, sacerdote Giov. Battista Sala, con reddito di lire 200 e più, il cappellano di San Rocco, sacerdote Giuseppe Sala, con reddito imprecisato, il rettore della chiesa di San Giovanni Battista, sacerdote Bernardo Serponte, con reddito di scudi 50, e il sacerdote Battista Sala con reddito imprecisato.

Il reddito della prepositura dl San Martino di Perledo era di scudi 50 l’anno. Ma anche il monte di Varenna aveva un considerevole numero di cappellani o canonici, che assorbivano i redditi — e precisamente quattro — in totale dunque 10 preti tra Varenna e il Monte di Varenna. [p. 119 modifica]

I beni delle chiese godevano il beneficio dell’esenzione delle tasse, però qualche piccolo aggravio lo avevano egualmente.

In occasione dell’erezione dei seminari diocesani, ordinata con decreto del 15 luglio 1563, venne imposta una tassa su tutte le rendite beneficiarie e degli altri enti dipendenti dall’autorità ecclesiastica.

Nel ruolo definitivo di queste tasse troviamo la prepositura di Monte di Varenna tassata per lire otto, i quattro canonicati complessivamente per lire nove, la chiesa di San Giorgio di Varenna per lire tre, e la cappella di San Giovanni Battista di Varenna per lire quattro.

Questo grande numero di preti non corrispondente ai bisogni della scarsa popolazione era causa per qualcuno di essi di indisciplina e di sregolatezza. Da una lettera scritta dal coadiutore di Perledo al cardinale Carlo Borromeo togliamo: «Circa l’abito, vita e costumi del canonico nostro qual si chiama Ludovico Hongania da Regolo, mai non fa pubblicazioni di editti, nè altra admonicione, nè sta in habito ne in vita, anzi ogni giorno porta arme offensiva et difensiva, con giuochi pubblici et secreti — pratica con banditi et in questo carnevale fece giorno e notte mascherato, residenza nulla, manco officio»18.

In seguito a questa denuncia il canonico Hongania venne privato del beneficio.

Ma anche gli altri canonici dovevano essere poco ligi al loro dovere, perchè troviamo che nel 1569, in occasione della visita fatta dal preposto di Dervio alla prevostura di San Martino di Perledo, il Sacerdote Antonio Arrigoni, beneficiario della cappella di Santa Maria e Michele, viene privato del beneficio. Anche il sacerdote Battista Sala, beneficiario della cappella di Santa Maria Elisabetta in Varenna, viene privato del beneficio da Monsignor Fontana, e così pure i sacerdoti Giuseppe Scotti, beneficiario della cappella dell’Annunciata, e Giuseppe Sala beneficiario della Cappella di San Rocco in Varenna, vengono privati dei rispettivi benefici.


Il notaio Raffaele de Matti di Tondello ci ha tramandato un memoriale del preposto di Perledo, in data 1570, in cui il Reverendo Giuseppe Isacco descrive a vivi colori lo stato miserevole della sua chiesa, ed invoca soccorsi dalla curia arcivescovile.

Relativamente ai fabbricati destinati al culto, abbiamo il seguente documento che ci dà interessanti particolari sull’ampliamento della Chiesa di Sant’Antonio di Vezio:

«Sia noto et manifesto a chiunque legerà il presente scritto qualmente maestro Tomaso di Tarelli et ser Pietro di Zucaroli tuti doi del loco de Vetio sindici della chiesa di Sant Antonio posta in esso luogo di Vetio per una parte et li maestri Batista di Garimberti del loco di [p. 120 modifica]Germaniedo territorio di Lecco et Dominico suo fratello maestri da muro per l’altra parte si convengono voluntariamente alli infrascritti patti, cioè:

Primo, che li detti maestri Battista e Domenico fratelli siano tenuti et obligati et così promettono obbligare se et suoi beni presenti et che acquisteranno che habbino a discoprire et alargare la chiesa sudetta di S. Antonio cioè dalla cappella nova in giù per brazza doi di muro per ogni banda et levare il muro alla egualità di altezza della detta cappella et destruer il muro vecchio a soe spese et che la grossezza delli detti muri siano di cinque quarte nel fondamento et nella cima di un brazo intendendo sempre del brazo da muro usato nella Valsasna et che habino a fabricar la sacristia a man diritta intrando nella chiesa della grossezza di un muro suficiente et di poi coprire la detta chiesa et sacrestia di legnami, assi et piode a spese di detti maestri et più oltre fabricar il campanile sopra la sacrestia di altezza conveniente et infrancar li detti muri tutti dentro et fuora come sono quelli della cappella.

Secondo che li detti maestri Tomaso e ser Pietro Zucaroli sindici sieno tenuti et obbligati et così promettono obligando sè, come di sopra, di mantenere tutta la materia che bisogna a detti maestri per tal fabrica su la piazza della chiesa sudetta cioè sassi, calcina, sabione et piode et tutti li altri legnami et feramenti che bisogneranno per la fabrica con la comodità di detti sindici.

Terzo che li sudetti Tomaso et ser Pietro siano tenuti et obligati come di sopra, et detti maestri finita che sarà la detta opera, far misurare tutta la detta fabbrica fatta per detti maestri a spesa comune per un maestro sufficiente et confidente de dette parti computando ancora li teccii nella misura del muro et che detti sindici siano obligati come di sopra di dar et pagar per la sua mercede a detti maestri a ragione di soldi tre imperiali per ciascun brazo di muro et teccii come di sopra et in fede di ciò hanno fatto le dette parti far il presente scrito da mi nodar isfrascripto.

Presenti Battista de Pizzotti da Perledo, Giov. Antonio Carità da Vezio et Demetrio Pensa da Tondello testimoni»19.

Nell’anno 1554 erano state fuse le campane per la chiesa di San Martino di Perledo20.


Da una carta del 1500 togliamo quest’annotazione: «La casa parrocchiale di San Giorgio di Varenna è attaccata alla chiesa parrocchiale et vi è una canepa per il vino et sopra la canepa vi è una camera con la cucina e saletta et sopra detti lochi vi è il solaro per riporvi legna». [p. 121 modifica]

Era una povera casa, e difatti nella relazione di una visita pastorale dell’8 agosto 1570 si legge: «Visitato la parrocchial chiesa di San Giorgio di Varenna dal Rev. Prete Pietro Maria Ferra preposto di Dervio, et in questo delegato dal molto Rev. Monsignore Giovanni Battista Castelli, alla presenza del curato et homini del detto luogo è stata fatta la seguente ordinazione: La comunità faccia conciare la casa del Curato che se la possa abitare comodamente et massime li pavimenti»


Da una carta del XVI secolo dell’archìvio parrocchiale di Varenna togliamo questo elenco delle feste religiose:


«Per nota ancora delle feste di rito per antica consuetudine nella terra di Varena così trovata in un libro vecchio di carta, et si servono, et nota delle processioni et dove si fanno:

Li doi giorni dopo l’epifania

S.t Sebastiano a li 20 genaro,

S.t Bernardino e li 20 maggio,

S.t Maria Maddalena a li 22 luglio,

S.t Rocho e li 16 agosto

S.t Nicolao da Tolentino ali 10 setembre

S.t Mauritio et suoi compagni ali 22 settembre

S.t Eustachio con compagni a di 2 ottobre

S.t Luca evangelista a li 18 ottobre.

La processione o litania maggiore di S.t Marco andiamo alla prepositura di Perledo, la mattina, o avanti o dopo la messa. Il secondo giorno andiamo alla Madona di Gitana, prepositura di Perledo.

Il terzo giorno andiamo a Lierna et quel giorno il curato di Varena ha obligo di celebrare al castello di Lierna la santa messa per legato lasciato per antica consuetudine et il medemo curato di Lierna inibisce et non lascia eseguire il portare della stola in occasioni di morti in detto loco al detto curato a Varena quale per antichissima consuetudine sempre ha portata la stola sino a un certo loco determinato per giurisdizione che ha in detto loco, come da ciò consta processo agitato nella visita del B. C. di santa memoria, et sopra di ciò si dimanda agiuto di ogni oportuna previsione et quanto prima per mantenersi il possesso».

Il seguente elenco contiene invece le particolari feste religiose che si facevano nella chiesa del Monte di Varenna nell’anno 1572;

Alcune feste quali si fanno per voto nella prepositurale cura di Perledo.

Nella terra di Bologna subdita di detta prepositura essi homini hano per voto di fare la festa di S.t Pancrazio martire.

La terra di Vetio subdito ad essa prepositura essi homini hanno per voto la festa di San Sebastiano. Tutto il popolo hanno pervoto di santificare et non fanno il giorno di San Defendente et hanno sempre [p. 122 modifica]usato di andare quello medemo giorno ogni anno tutti processionalmente in cima di un monte onde è costruita una capeleta aperta di detto sancto et non si procede con debita veneratione et non voleno seguire la croce ne manco il populo et non si viene uno terzo di detto populo.

Un altro voto a fatto detto populo che vanno processionalmente ogni anno ad una giesia di S. Maria dove si dice sopra Olzio nel territorio di Mandello nella diocesi di Como e vi sono millia X lontano, et riva al detto loco la Domenica seguente al giorno della assunzione del S. e il detto popullo è debitore di venire tutto et non li vene un terzo e con pochissima devotione».


È molto importante per la confraternita del SS. Sacramento di Perledo ii seguente atto del notaio Raffaele De Matti del gennaio 1582.

I Consoli e gli uomini di Perledo, Renio, Vezio, Bologna Gisazio, Regoledo, Gitana e Tondello del monte sopra Varenna, soggetti tutti alla cura prepositurale dalla Chiesa di S. Martino di Perledo, riuniti in consiglio nel quale sono presenti il Rev. Giuseppe de Isachis di Giovanni, preposto e rettore di detta Chiesa, Antonio de Bertarinis di Giovanni e Paolo de Fonio di Pietro, Sindaci della Chiesa stessa stabiliscono di inviare a Roma Odorico Vlcedomino, di Como, abitante in Roma, Giovanni Antonio, Camillo, Alessandro e Giov. Battista... di Gravedona, causidici in Roma e Antonio de Bertarinis di Esino e abitante in Roma, perchè si presentino al Sommo Pontefice o ai Priori e Rettori della Chiesa di S. Maria della Minerva o della Confraternita del Santissimo Corpo di N. S. Gesù Cristo e chiedano che vengano concessi ai detti uomini della Prepositura di Perledo o alla erigenda loro Confraternita del Corpo di N. S. Gesù Cristo la partecipazione agli stessi privilegi e grazie accordate alla Confraternita in S. Maria della Minerva21.

Riguardo alla cura che si poneva per tutelare la moralità e lo spirito religioso degli abitanti di Varenna possiamo avere qualche notizia del seguente curioso documento: «Nota che quello se fatto nella Congregazione a Varena alli 5 marzo 1574».

«Si è ordinato che quelli di Varena che hanno ballato pubblicamente tre giorni contigui et in un giorno de festa vicino alla Chiesa curata et alla Chiesa de Sancto Giovanni Battista meno che cento passi faciano penitenza pubblica vel infrascritto modo:

Che tutti quelli che hanno ballato per tre giorni continui tutti scalzi con il crocifisso cominciano le litanie nella Chiesa Curata et vadono processionalmente sin alla Chiesa altra volta delle monache, nè si admettano alla confessione — di più che siano sospesi per tre anni a venire dal contrahere matrimonio. et questo si sa per non haver loro obedito all’avisi a essi dati sin dall’anno 1572. [p. 123 modifica]

Giorgio forastiero, Giovanna forestiera, Maestro Giacomo Campione e Pedrina de Vitali, Donatto Greppo e Catterina Clusianola tutti di Varena e scoperti concubinarî, il che è manifesto a tutto il popolo di Varena et di grande scandalo. Se ordinato che cinque feste continue faciano penitenza pubblica con una corda grossa al collo et una candela accesa in mano sopra la porta della Chiesa, et che se gli metta una breve in testa ma che detto breve non gli copra la faccia, che dica il suo nome e la causa perchè se gli fa fare tale penitenza et puoi vengano dal mo. Gori a dar sicurtà de non incorrere più per l’avenire di simili orrori».

Nell’anno 1589 alli 14 settembre il parroco di S. Martino di Perledo Giuseppe Isacchi che già da 23 anni era preposto in detta Chiesa, pone la prima pietra per il fondamento della Cappella maggiore della Chiesa stessa, e la pone sull’angolo del fosso dalla parte settentrionale e verso il monte22.

Da un atto di visita ricaviamo che nell’anno 1567 esisteva già l’oratorio di Sant Ambrogio sul culmine di Monte Castello.

Negli atti della visita pastorale diocesana di Feliciano Ninguarda vescovo di Como troviamo che nel descrivere la terra di Varenna le assegna 90 fuochi e la definisce cura immediata sotto l’arcivescovo di Milano.


Per la storia in questi anni del monastero cisterciense di Varenna pubblichiamo il sunto di un atto dell’anno 1560 marzo 17, ind. IV rogato dal Not. Serponti Giorgio di Pietro, di Varenna, e nel quale è contenuto l’elenco di tutte le suore del monastero: Le religiose del monastero di Santa Maria di Varenna dell’Ordine Cisterciense di S. Bernardo: Caterina de Fomagalo, abbadessa, Angelica de Balbiano, prioressa, Angela de Fornagaio, Girolama de Porris, Benedetta de Tenchis, Giulia de Salla, Prudenzia de Casnedo ed Eleonora de Panicis, monache professe di detto Monastero, riunite in capitolo in numero legale nominano D. Felice de Oldrate, loro confessore, Giov. Francesco de Oldrate fratello dello stesso, e Salomone de Retonio, mercante di Como a procuratori speciali, fino a revoca, per l’esazione annuale del fitto di l. 96 imperiali, e del fitto di l. 78. imperiali dovuti il primo dal magnifico Sig. Alessandro Rusca di Como per atto in Not. G. Giacomo Poperelo del... ed il secondo dai magnifici Signori Francesco ed Aurelio de Rippa per atto stipulato presso lo stesso notaro rogante Serponti Giorgio il...

L’atto è redatto nel parlatorio del Monastero di S. Maria di Varenna, alla presenza di Giuseppe de Scottis di Giuseppe e di Galeazzo de Tenchis di Giov. Antonio. [p. 124 modifica]

Testimoni: Francesco de Scottis, di Bartolomeo, Simone de Brentis di Giov. Ambrogio e Giorgio de Vitalis di Giovanni tutti di Varenna.

Questo, con tutta probabilità è uno degli ultimi atti firmati in questo monastero, perchè pur troppo si avvicina il momento in cui queste monache, che vivevano beatamente in questo ameno luogo, posto in una delle più belle posizioni del lago di Como, saranno costrette fra breve ad abbandonarlo per sempre

Infatti il cardinale Carlo Borromeo fu costretto a sopprimere questo monastero per la cattiva condotta delle monache23.

Baldassarre Oltrocchi nel suo volume Vita et rebus gestis Sancti Caroli Borromei dice che quel convento era diventato un alloggio amoroso.

Difatti in una supplica mandata dagli uomini di Varenna al cardinale Borromeo si legge: «.... si provveda che il frate confessore delle monache del monasterio di Varena, nè altri frati non habino andare al detto monasterio che non al tempo di la confessione e comunione et che detti frati habino a stare ne la sua canapa che è fora del monasterio et usare lo uscio di fora e stopare lo uscio che vene per la gesia et provedere che detti frati ne’ altri ne’ religiosi ne’ secolari, ne’ homini, ne’ done habino a intrare in detto monasterio et che dette monache non abbiano andar in alcun loco senza licentia de suoi superiori, et accompagnate secondo il solito.»24

Pio V, con la bolla in data 13 febbraio 1567, decretava la soppressione del monastero di Varenna dietro le istanze del cardinale Carlo Borromeo. In essa non è alcun cenno di disordini nelle monache, e si limita a dire che i «monasteri di monache stabiliti fuori delle mura delle città o castelli, esposte alla preda o ad altro misfatto di uomini cattivi, quando i vescovi superiori o i preposti ai loro ordini, lo riputassero conveniente, potessero essere trasferiti in altri monasteri nell’interno delle città o castelli».

La soppressione avvenne con atto del 29 novembre 1569, e le monache furono disperse nei vari monasteri dello stesso ordine di Santa Maria Maddalena dei borgo di Lecco, di Milano, Pavia e Cremona.

Il monastero venne acquistato da Paolo Mornico di Valsassina e divenne la villa Marnico. Il prezzo fu convenuto in scudi d’oro 700, lire 4, [p. 125 modifica]soldi 9 e denari tre25. Il fabbricato successivamente abbellito ed arricchito di statue e giardini è ora una delle più deliziose ville del lago di Como e porta ancora il nome di Villa Monastero. I Mornico e i loro successori rispettarono sempre la chiesa del monastero che rimase aperta ai fedeli fino al 1894.


I lasciti alle chiese erano in quei tempi molto frequenti. Da un registro dell’archivio parrocchiale di Perledo abbiamo desunto un elenco di lasciti fatti alla chiesa dei monte di Varenna che pubblicheremo nel volume dei documenti.

Fra i donatori accenneremo qui a ser Jacobo de Fumeo che col suo testamento 20 agosto 1523, lascia due staie di frumento in pane cotto da distribuire in perpetuo nel giorno di S. Lorenzo, e lire 13 terzioli all’anno al preposto di Perledo perchè si celebri annualmente una messa nella chiesa di S. Maria di Gitana.

Con testamento a rogito notaio Giorgio Serponti in data 13 febbraio 1549 Giovanni Antonio de Tenchis f. q. Luca, dettò le sue ultime volontà. Tra l’altro lascia alla chiesa di S. Giorgio di Varenna una casa sita nel detto borgo, uno staio di pane ed uno di vino «ai poveri di Cristo di Varenna» per dieci anni dalla sua morte, venticinque soldi imperiali al prete Don Matteo de Tenchis suo fratello germano. Come curiosità dei tempi aggiungiamo che il testatario lascia un paio di maniche di panno di lana a sua sorella donna Caterina de Tenchis vedova q. m. Alesandro de Balbiano, soldi 20 imperiali, a donna Benedetta de Tenchis sua figlia, monaca professa nel monastero di Santa Maria di Varenna, e donna Elisabetta de Serponti figlia dal q. Pietro e sua moglie l’usofrutto dei suoi beni nominandola tutrice e curatrice dei suoi figli naturali e legittimi, con la condizione che essa non sia obbligata ad alcun inventario nè a render alcun conto della sua amministrazione.

Nell’archivio notarile di Milano tra le filze del notaio Giorgio Serponti, in data 15 febbraio 1580, è registrato un atto in forza del quale veniva costituito sopra il fondo denominato Ronco Casarino, posto in Lierna, che era allora nella giurisdizione di Varenna, una prestazione liveilaria annua perpetua di una brenta e mezza di vino pari a litri 126 a favore del beneficio parrocchiale della chiesa di S. Giorgio di Varenna.

Gli antichi possessori dei feudo erano Giuseppe Panizzi fu Tommaso e Carlo Pini fu Antonio del castello di Lierna. Questo canone rimase in vita fino ai giorni nostri.

Il parroco di Varenna Don Giuseppe Mezzera nel 1894 faceva intimare per via giudiziaria di pagare il suddetto canone ai consorti Pirelli, Cereghini, Vizzani e Cattaneo ultimi subentrati nel possesso del feudo. [p. 126 modifica]

Da un testamento della signora Elisabetta De Calvasina vedova di un Giovanni Scotti, si rileva che nel 1521 esisteva già la così detta scuola di S. Marta, poichè la Scotti le lasciava la somma di lire quattro.


Nel 1582 non era ancora ben definita la giurisdizione ecclesiastica territoriale di Varenna. Si riteneva dal curato di Varenna che la cura del luogo di Castello di Lierna dovesse dipendere da esso curato. Si conserva nell’archivio della Curia arcivescovile di Milano. (Pievi Lacuali II) una specie di processo degli interrogatori del quale si può desumere come il curato di Varenna accompagnasse i funerali fino al Castello di Lierna. Gli interrogati rispondono poi tutti che il Castello di Lierna a loro memoria fu sempre sotto la cura di Varenna.

In una lettera che il parroco di Perledo Giuseppe Isacchi scrive il 6 giugno 1570 a Milano si lamenta che il parroco di Esino chiami per le funzioni il parroco di Varenna anzichè lui e dice tra l’altro: «e più che non cosa è del medesimo ufficio, un patriarchino e sottoposto a Monza»26.

Da un fascicolo di carte dell’archivio parrocchiale di Varenna si ricava che la contessa Donna Ludovica de Balbiani, con testamento 31 marzo 1544, introvabile, istituiva eredi universali Giovanni Maria Scotti f. q. Jacobo e Agostino de Serponti f. q. Bernadino di Varenna, col putto che abitassero nella casa della testatrice. In caso d’inadempienza della sua volontà, ogni sua eredità sarebbe pervenuta alla fabbriceria della chiesa di S. Giorgio di Varenna. Ma le intenzioni della testatrice furono in seguito completamente svisate, perchè noi troviamo un atto del 1548, rogato da Giorgio Serponti, in cui li sindaci e gli uomini di Varenna rinunciano ad ogni diritto spettante alla chiesa di Varenna sull’eredità Balbiano, e questo senza darne alcun avviso alle autorità superiori. In data poi 2 gennaio 1561 troviamo che Giovanni Maria Scotti e Agostino Serponti cedono allo spettabile signor Nicola de Giuzzardi nativo di Teglio ma abitante in Varenna tutti i loro diritti sull’eredità.

Questo trapasso di beni dette origine a molte liti che si prolungarono anche nel XVII secolo perchè noi troviamo l’ordine di una visita emanato nel 1619 dal cardinale Federico Borromeo e lo strumento di procura per la causa della chiesa di Varenna, contro gli eredi e successori della contessa Balbiano. Non sappiamo poi se la Chiesa di Varenna abbia ottenuto qualcosa dell’eredità dell’ultima rappresentante in Varenna di questa storica famiglia.


Diamo qui un elenco degli iscritti alla confraternita del Santissimo Sacramento27: [p. 127 modifica]

«Questo sia il libro dove sono descripti tutti quella della scholla della compagnia del sanct.mo sacr.to del Corpus Dm. eretta nella chiesa Parr.le di S.t Georgio di Varena al primo di Maggio 1575 secondo la Regola data alli homini di Varena dall’Ill.mo Rev.mo Carlo Borromeo Card. Arcivescovo di Millano a laude del Onipotente Iddio et gloriosa Vergine Maria e di S.to Giorgio Patrone di d.a Varena et di tutta la Corte Celestiale della quale depende ogni bene et prime se sono depputati li Inf.ti»:


Il Mag.co C. Giorgio Scotto dottor di medicina prior di D.o Compagnia.

M. Nicolò Mazza sotto priore

      M. Giovanni Antonio Campione tutti doi infirmeri
M. Orpheo Mazza

M. Giorgio Serponte Conciliero di d.a Compagnia

et con lor sono descripti li infri cioè

M. Laurentio Serpeonte di Varena

M. Giovanni Bapta suo figlio di Varena

M. Gio: Antonio Greppo

M. Gio: Solo di Campioni

Ser Vincenzo suo figlio

Bertelino et Nicolò so’ figli

Giorgio figlio di d.o Bertolino

Ser Simon Brenta

Matheo et Giovan fr.lli suoi figli

M. Giov. Antonio Tencha et Cesare suo figlio

Paulo e Gio. Pietro f.lli di Serponte

M. Giov. Maria Serponte

M. Galeazzo Tencha

M. Gaspero Cella

M. Alepso del Forno

M. Nicola Campione

Geimentro (?) Scotto

M. Baptista Mazza

M. Thomaso Scotto

M. Giovanni Repetino de Campioni

Gio: Antonio suo figlio

M. Giorgio Graciolo de Mazza

Mathe di fo Fra de Campione

M. Andrea de Venini

Gio: di Venini detto Toston

M. Magdalena Serponte

M. Lucia sua figlia

M. Elisabetta moglie del Co. Mr. Bernardo Scotto

M. Calidonia sua figlia [p. 128 modifica]

M. Orsola moglie del q.e Stefano Serponte

M. Gioanna sua figlia

M. Catherina moglie di Laurentio Serponte

M. Elisabetta et Cassandra sua figlia

M. Elisabetta moglie del q. Giov. Antonio Tencha

M. Ginevera moglie di M. Galeaz Tenca

M. Giovanna del q.m Andrea Bordono

M. Elisabeth sua figlia

M. Violante moglie di M. Giov. Bapta Stampa

M. Lucia moglie del q.m Matheo Campione

Angela moglie di M. Giov. Maria Cella

M. Caterina moglie di ser Orpheo Mazza

M. Giovanna moglie del q. Simon Brenta

M. Virginea moglie di un Giovanni Brenta

M. Elisabehta Brenta figlia di q. Simon Brenta

M. Elisabetta moglie di M. Giorgio Scotto

Jolia sua figlia

M. Elisabet moglie dl M. Giorgio Serponte

Febronia sua figlia

Magdalena et Violante sue nepote

Ludovica et Elisabeta s.le del q. Gio Solo

Camilla f.a di M.ro franc.o Manera

Lucia moglie di fr.o da Balbiano

Catherina Gioannina Elisabeth Margarita sua figlia

Iacobina moglie di Baldassar Venini

Elisabeth et Catherina s.e di M.ro Matheo Venini

Elisabeth moglie di Gio. Ant.o Sala

D.na Gioanna moglie del q. Sebastiano Piscallo di Scotti

D.na Catherina moglie del q. Martorino Brenta

D.na Marta Marsegnia de Panici

Margarita et Brigida sorelle de Quartironi

Lucia del q. Bapta Maslino

Armelina f. di Manera

M.a Ludovica f. di M. Serponte

Gioanna moglie di Donato Greppo

Magdalena moglie di Mr. Gio. Scotto

D.na Bernardina moglie del Franzoso

Pasquina moglie di Giorgio Varano

Angelica moglie di Matheo Brenta

Magdalena moglie di Bernardo Bendino

D.na Lucia moglie di Alexandro Tencha

Isabella sua figlia

D.na Catherina moglie del q. Anhastasio

Lucia e Violante sue figlie [p. 129 modifica]

D.na Martha moglie del q. Venturo Bordono

Caterina moglie del q. Alvizio Campioni

Catherina figlia del Tognala

Catherina figlia del Misono

Madonna Camilla Mazza

M. Leonora moglie del mr. Nicola Campione

Caterina moglie di Andrea Campioni

Clara Gioannina et Giulia et Margarita figlie del ...

Margarita de Scotti del Vedrignano et Catherina sua figlia

M. Elisabetta moglia di .....

Dona Francesca et Catherina sua figlia del ...

Bertolino Tencha et mad. Prudentia sua nora

Lucia de Maslini

Gioannina di Forno

M. Caterina moglie di mr. Giorgio Gratiolo

Antonia figlia del Gratiolo

Elisabeth de Brenta

Caterina de Scotto

Marta de Bertolino della gogia et Caterina sua figlia

Costanta moglie di Nicolo Campione

M. Margarita moglie di un Francesco Campiono

M. Anna figlia di ser Gio. Campiono

M. Iulia nora di ser Gio. Campiono

Margarita figlia del Biolo

Pasquina del Carro

Dona Elisabetta Tencha

D. Lucia moglie di Gio: Giorgio Venino

M. Violante moglie di s. Gio: Ant. Greppo

Angelina Tamburina

D. Maria Melera

M. Martha moglie di Nicolò Bachele

M. Elisabeth moglie di ser Gioanni Campione

M. Gioanna moglie d. Giov. Ant. Maza

Cecilia f. di s. Bonetta

Caterina moglie di Mateo Hongania


CATASTO E TASSE

Dell’antico catasto del ducato di Milano, così detto di Carlo V, dell’anno 1558, e che è il più antico che si conservi, abbiamo una copia del XVIII secolo presso l’archivio di stato di Milano, e ne stralciamo la parte che si riferisce a Varenna. [p. 130 modifica]

Esso è preceduto dalla seguente avvertenza: «Certifico io sottoscritto qualmente tra le scritture e libri appartenenti alla misura generale dello Stato di Milano, seguito circa l’anno 1558 in occasione del censimento generale di quel tempo, presso di me esistente, si ritrova un libro in foglio grande coperto di cartone rustico intitolato al di fuori: 1558 Lecco e sua giurisdizione. Su detto libro sono descritti tutti i beni di Lecco e delle terre giacenti sotto la giurisdizione di Lecco, ducato di Milano con la distinzione della qualità e quantità di essi beni e delli rispettivi possessori, e particolarmente del foglio 93 al foglio 105 resta descritto tutto il territorio di Varenna giurisdizione di Lecco suddetto e la descrizione è in tutto e per tutto del tenore seguente28.


Pertiche Tavole
Francesco Pirovano in Milano n. 392 Avid. 20 — .—
Pellegrino Panniza n. 462 in Bressa. Avid. 6 — .—
M.co Antonio Schenna N. 470 a de. Avid. 28 — .—
M.co Pietro Hongania N. 170. Avid. 8 3.—
Nicolo Hongania N. 470. Avid. 2 — .—
     Ronco in differenza col Comune di Vezio. 2 — .—
Cristoforo Hongania N. 470. Avid. 7 — .—
     Ronco in differenza ut supra 7 — .—
Pietro Martire Hongania n. 470. Selva 5 — .—
     Selva in differenza ut supra 5 — .—
Dionigi da Sundo da Perledo n. 50 trascritto
     Selva pascolina in diferenza ut supra 3 — .—
     Selva 3 — .—
Andrea Nassagio n. 470
     Ronco 6 — .—
Her. di M. Bartolomeo Codino n. ut supra
     Ronco 15 — .—
Selva in differenza co ut s.a. 20 — .—
Gian Antonio detto Carità n. 470 di turello
     Avid. 8 — .—
     Ronco in differenza col comune di Vezio 8 — .—
Her. dell’antescritto Godoino n. soprascritto. Selva 20 — .—
Altobello di Hongania n. 470
     Avid. et selva 12 — .—
     Avid et selva in differenza come ut supra 13 — .—
Her di Girardo Pensa n. 470.
     Avid. 6 — .—

[p. 131 modifica]

Pertiche Tavole
     Ronco in differenza co ut supra 6 — .—
M. Pietro e M. Alessandro fratelli di Scotti a dì 2 aprile n. 473
     Ronco 70 — .—
M. Bernardo Scotto a di suprascritto n. 473 Avid. 38 — .—
Giacomo Scotto n. 473 a dì 2 aprile in Fiorenza
     Ronco 1 — .—
Berthola Scotto a dì 2 aprile n. 473
     Ronco 8 — .—
Madonna Catterina Balbuina n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 38 — .—
Giorgio et fratelli di Scotti n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 5 12.—
M. Andrea da Sala n. 472 a dì soprascritto
     Ronco 5 — .—
Bastiano et fratelli Scotti n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 17 — .—
Gian Angelo Scotti n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 7 — .—
Battista Maslino n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 10 6.—
Gian Pietro Scotto n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Bastiano Muradore ut supra et ut supra
     Ronco 2 — .—
Antonio e fratelli de Scotti in ut supra a dì 2 aprile n. 473
     Ronco 16 12.—
S.r. Bernardo Serponte in ut supra n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 36 — .—
M. Agosto Serponte n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 40 — .—
M. Lorenzo Serponte n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 24 12.—
Francesco Serponte n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 5 — .—
Gian Maria Serponte n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 22 — .—
Gian Antonio Serponte n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 10 — .—
Giorgio Serponte n. 473 a dì 12 aprile
     Ronco 8 — .—
Gian Antonio Mazoleto n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 28 — .—

[p. 132 modifica]

Pertiche Tavole
Stefano Serponte n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 7 — .—
Her. di Santino Rizzo n. 473 a dì soprascritto in Bologna
     Ronco 28 — .—
M. Balthessare Mazza n. ut supra
     Ronco 30 — .—
Nicolò e Francesco fratelli di Mazzini n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 48 — .—
Battista Mazza detto Spagnuolo n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 6 — .—
Maria Mazza n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Lorenzo Mazza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 20 — .—
Hustachino Mazza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 6 3.—
Gian Pietro Graziolo di Mazzi n. soprascrito, a dì soprascritto
     Ronco 2 12.—
Francesco et Giovanna fratelli di Mazza n. soprascritto
     Ronco 12.—
Giovanni Maza da Varenna n. ut supra in Pesaro
     Ronco 4 12.—
Giovanni Mazza da Pesaro n. soprascritto in Pesaro
     Ronco 14 6.—
Gian Pietro et Gian Antonio fratelli de Campioni n. 473 a dì 2 aprile
     Avid 42 — .—
Dona Antonia Campioni n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 4 — .—
Giovanni et Martorino fratelli di Campioni
     Ronco 19 — .—
Nicola et fratelli Campioni n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 10 12.—
Gian Antonio Roveda n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Vincenzo Campioni n. soprascritto
     Ronco 4 — .—
Giovanni Campioni n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 3 — .—
Andrea Tenca n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 40 12.—
Matteo e fratello di Tenca n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 12 — .—

[p. 133 modifica]

Pertiche Tavole
Philippo Tenca n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 2 18.—
Alessandro e nipoti di Tenca n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 8 5.—
Galeazzo Tenca n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 8 — .—
Gian Andrea e Giorgio fratelli Bordoni n. soprascritto
     Ronco 22 — .—
Francesco et nipoti Bordoni n. ut s.a a dì ut s.a
     Ronco 16 12.—
Gian Ambrogio Brenta n. ut s.a a dì ut s.a
     Ronco 1 18.—
Donato Brenta n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 3 18.—
Simone Brenta n. soprascritto da dì soprascritto
     Ronco 1 — .—
Martorino Brenta n. ut s.a, a dì ut s.a
     Ronco 9 — .—
Bastiano Brentano n. ut s.a a dì ut s.a
     Ronco 3 — .—
Veronica Brenta n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 5 20.—
Gian Angelo Andrate n. soprascritto
     Ronco 4 — .—
Andrea Panizza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 10 — .—
Andrea Magiaschino n. soprascritto
     Ronco 5 — .—
Heredi di Giorgio Paniza n. ut supra
     Ronco 13 — .—
Pelegrino Paniza n. soprascritto in Bresa
     Ronco 60 — .—
Giulio Paniza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 20 — .—
Nicolò e fratelli Paniza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 16 — .—
Pedrina Venina n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 10 — .—
Ambrogio Paniza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 10 — .—
M. Giovanni Panniza n. ut s.a a dì sopraccritto
     Ronco 16 — .—

[p. 134 modifica]

Pertiche Tavole
M. Gian Pietro Venino n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 16 — .—
M. Matteo Venino n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 8 — .—
Sebastiano Manera n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 5 — .—
Andrea Clemente di Venino a dì soprascritto n. soprascritto
     Ronco 2 12.—
Lorenzo Venino fratello del soprascritto in Lecco n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Giorgio Venino n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 6 — .—
Gian Agnolo Venino n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 3 — .—
Giorgio Bantegolo n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 5 — .—
Giovanni Venino Furatto n. soprascritto
     Ronco 26 — .—
Giorgi Venino detto Rossino
     Ronco 12 — .—
Lorenzo Venino n. soprascritto
     Ronco 22 — .—
Bastiano Venino n. soprascritto
     Ronco 12 6.—
Nicolò Venino n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 10 — .—
Santino Venino n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 28 — .—
D. Nicolò Guizardi n. soprascritto a dì soprascritto et Balbiano
     Ronco 41 — .—
Gian Antonio Balbiano n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 42 12.—
Battista Balbiano n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 3 — .—
Nicolò Caginno n. soprascritto e Mazzochino in Roma
     Ronco 6 — .—
Gian Antonio Pedono et Fill. Caglianesi
     Ronco 3 12.—
Giovanni et fratelli di soprascritti
     Avid cioè Ronco 2 — .—

[p. 135 modifica]

Pertiche Tavole
Nicola del Carro n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 22 — .—
Domenico del Carro n. 473 a dì 2 aprile
     Ronco 14 12.—
Giov. Antonio del Carro n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 3 — .—
Santino del Carro n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 5 — .—
Bernardino del Carro n. soprascritto
     Ronco 3 — .—
Bastiano del Carro n. soprascritto
     Ronco 1 — .—
Silvestro del Corno n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 40 — .—
Grigola del Corno n. soprascritto
     Ronco 5 — .—
Lorenzo Giussano n. soprascritto
     Ronco 6 — .—
Bernardo del Carro detto Martinolo n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Gian Pietro e fratelli Francesco del Carro detto Marcolli
     Ronco 22 — .—
Paolina della Flore n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 12.—
Antonio da Girico n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Bernardino Landino et suoi nipoti
     Ronco 12 — .—
Andrea Tarusello n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 6 — .—
Gian Antonio Greppo n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 18 — .—
Francesco Greppo n. soprascritto
     Ronco 6 — .—
Battista Greppo n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 1 — .—
Bastiano Massono n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 6 — .—
Antonio Panchiono n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 8 — .—
Franceso Panchiono n. soprascritto a dì soprascitto
     Ronco 4 — .—

[p. 136 modifica]

Pertiche Tavole
Gian Pietro Biolin n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Heredi di Giovanni Ponchiono n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 1 — .—
M. Gaspare Cella n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 6 — .—
Francesco et fratelli da Sala n. soprascritto
     Ronco 13 — .—
Silvio da Sala n. soprascritto a dì soprascritto in Bologna
     Avid 22 — .—
Nicola detto Gero n. 473 a dì soprascritto
     Ronco 3 12.—
Battista Turono n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
Giorgio Vitale n. soprascritto a dì soprascrittto
     Ronco 3 — .—
Gasparino Tognolo n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 1 18.—
Steffano detto Bottale n. 473 a dì 2 aprile in Calvazina
     Ronco 6 — .—
Paolo da Gero in Bologna n. soprascritto
     Ronco 8 — .—
Pietro Zuccarolo da Vezio n. soprascritto in Vezio a dì soprascritto
     Ronco 9 — .—
M. Pedeferro Rusca n. soprascritto a dì soprascritto in Como
     Ronco 40 — .—
Martino Boiano n. soprascritto a dì soprascritto in Roma
     Ronco 3 — .—
Nicolao Marianno a dì 2 gennaio n. soprascritto in Pescalo
     Ronco 1 — .—
Madonna Agnola Pirovano in Milano n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 18 — .—
M. Gian Pietro Andreiano n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 10 12.—
M.co Battista della Paniza n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 3 — .—
M.r Antonio Schenna n. soprascritto a dì soprascritto in Bellano
     Ronco ossia vigna 9 3.—
     Ronco in differenza col Comune di Vezio 28 3.—

[p. 137 modifica]

Pertiche Tavole
Pietro Mongorina n. soprascritto a dì soprascritto
     Avid 2 — .—
     Ronco in differenza ut supra 8 3.—
Gian Ambrogio Carità di fratelli n. 473 a di 2 aprile
     Avid, et selva 6 12.—
     Selva in differenza con comune di Vezio 6 12.—
Andra Massagio n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco in differenza col Comune di Vezio 6 — .—
Bertola Tarello detto Cariola, n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco in differenza col Comune di Vezzio 6 — .—
S. Giorgio di Varenna n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 40 — .12
     Selva 8 — .—
     Ronco in Monte 6 — .—
S.ta Maria di Varenna n. ut supra
     Ronco 49 — .—
Cappella di S. Cattarina di Bellano n. ut supra a dì soprascritto
     Ronco 16 — .—
S. Maria di S. Michele di Perledo n. soprascritto a dì soprascritto
     Avid 28 — .—
S. Giovanni di Varenna n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 2 — .—
S. Maria Elisabetta in la Chiesa di S. Giorgio da Varenna n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 12 — .—
     Selva 4 — .—
     Orto 6.—
Chiesa di S. Rocco in la Chiesa di S. Giorgio n. soprascritto a dì soprascritto
     Ronco 18 11.—
     Orto 6.—
S. Maria dell’Annunziata n. ut supra
     Ronco 7 — .—


Il presente si dà ad istanza delli Sindaci della Comunità Generale del Monte sopra Varenna attesa la protesta fatta di non valersene contro del R. Fisco ed atteso l’ordine magistrale del giorno 19 corrente maggio che resta negli atti in forma valida presso di me sottoscrito ed in fede

Milano lì 29 maggio 1761

Sottoscritto Giuseppe Martignoni archivista

[p. 138 modifica]

Concordat presens antigraphum cum originali mihi exhibito et per me viso et collationato mox ex hibenti restituto et pro fide.

Carulus Joseph Ponitus de Collegio Mediolani notarius et causidicus.


Beni possedutti dalia Chiesa in Perledo secondo il catasto del 1558.

MONTE DI VARENNA

Pertiche Tavole
San Martino
     Aratorio 4 5.—
     Selva 40 7.—
Santa Maria
     Ronco 9 5.—
     Selva 33 12.—
Santa Maria Maddalena
     Ronco 2 20.—
Santi Pietro e Giovanni Ronco
     Ronco 5 3.—
Cappella di S. Maria posta nella Cappella di S. Martino
     Ronco 24 6.—
     Selva 17 9.—
San Vittore di Esino
     Ronco 8 10.—
     Selva 2 23.—
Cappella di S. Maria di Esino
     Ronco 6 4.—
Cappella di S. Rocco di Varenna
     Ronco 2 1.—
     Selve 8 4.—
     Aratorio 1 — .—
Cappella di Santa Maria di Bellano 1 9.—
     Pra asciutto 1 8.—
     Aratorio 25 10.—
Cappella di S. Caterina di Bellano
     Ronco 41 16.—
     Selve 21 — .—
Prepositure di S. Nicola di Bellano
     Ronco 34 22.—
     Selve 22 12.—
     Pra asciutto 12 12.—
Reverendissimo Monsignor Arcivescovo di Milano
     Ronco29 18 18.—

P. 335.21.—
[p. 139 modifica]

Per introdurre i grani in Varenna, ogni anno il console, il comune coi suoi rappresentanti, e gli abitanti del paese, si riunivano nel luogo stabilito per i convocati ed eleggevano un certo numero di mandatari e procuratori, ai quali veniva affidato l’incarico di condurre, ogni qualvolta ve n’era bisogno, da Como a Varenna, con oportune bollette e licenze, il grano spettante al comune. Questi procuratori dovevano promettere, sotto ipoteca dei beni presenti e futuri degli uomini di Varenna, ai commissari regi e ducali deputati ai grani, di non usare alcuna frode nelle note di consegna e nella distribuzione dei grani, i quali dovevano essere esclusivamente consumati nel comune. Questa delegazione veniva sancita in un atto steso dal notaio30.

Varenna pagava quale censo al feudatario la somma di lire 106 e soldi 3. Ogni anno un delegato del comune si recava con regolare mandato dal feudatario per fare consegna del denaro.

Pagava inoltre lire 252 per il sale nella misura di staia 126.

Fra le altre tasse pagava una certa somma per i molini, dei quali, allora, ne esisteva un numero considerevole. E poichè questa era una tassa che i Varennati non trovavano giusta avevano essi fatto una rimostranza unitamente a quelli di Mandello per essere esonerati, allora il Duca di Milano in data 26 agosto 1561 scrisse al referendario di Como in questi termini «Sospenderete di dar molestia alle comunità di Mandello et Varena per l’annata dimandata dei suoi molini per giorni 15 perchè tra tanto se ne vedano le loro ragioni producte che viste se vi darà ordine di quanto haverete a fare». Ma poichè i proprietari dei mulini intendevano di essere esonerati definitivamente dalle tasse, dettero mandato a Gerolamo Airoldi di fare le pratiche del caso.

Il 4 settembre 1561 in Milano Girolamo Airoldi in nome proprio e degli altri perfidenti mulini, folle e reseghe ed altri edifici siti nei territori di Mandello, Varena e Dervio, riviera di Lecco, ai quali dalla R. Camera, a mezzo del referendario di Como don Bernardo Cappello, era stato intimato di pagare l’annata dovutale pei detti mulini, folle ecc. Comparso innanzi al magistrato delle entrate straordinarie oppone a siffatta intimazione: 1° che gli edifici di cui si tratta non usufruiscono di acque di fiumi della R. Camera ma di acque di privati, scaturenti e nascenti in fondi e monti privati.

2° che essi per la maggior parte dell’anno non hanno acqua e quando l’acqua c’è dobbono condurla mediante acquedotti fabricati con grandi spese dei possidenti.

3° che dei detti edifici poco o nulla si giovano i predetti territori poichè non raccolgono grano se non per due mesi dell’anno, sicchè il beneficio che se ne ricava non vale le spese per le riparazioni. [p. 140 modifica]

4° che essi sono catastati nell’estimo dei comuni predetti e pagano ogni anno ciò che loro aspetta.

5° che i comparenti e loro danti causa mai pagarono l’annata ora richiesta ma invece, come appare tra l’altro da un ordine dei commissari ducali all’annata dei feudi e delle acque dello stato di Milano, in data 1 settembre 1518, furono esentati sempre del pagamento di detta annata.

Il magistrato in considerazione di quanto sopra concede ai suddetti possidenti l’esenzione dell’annata dovuta31.

Varenna pagava poi una tassa, come tutti gli altri comuni per la manutenzione delle strade. Nel 1521 essendo giudice alle strade il cav. Giovanni Battista Brivio venne pubblicato un nuovo regolamento sulla ripartizione delle spese per la manutenzione delle strade le quali erano in proporzione dei carichi sul sale.

E così Varenna che nel 1591 pagava per staia 88 di sale ebbe il carico di mantenere braccia 303 di strade.

Per una speciale tassa Varenna dovette nel 1577 concorrere alle spese necessarie per eseguire opere di scavo presso Lecco allo sbocco del lago. La somma attribuita a Varenna fu di lire 182 su un totale di lire 25576 per tutte le comunità.

Su proposta dei maestri delle entrate dello stato di Milano il Governo il 7 marzo 1558 concede agli uomini del Monte di Varenna l’esenzione del pagare la somma di lire trecento, soldi sedici e denari tre imperiali (somma eguale ai due terzi del mensile dai detti uomini pagati all’erario l’anno precedente; e ciò in considerazione dei danni loro arrecati da una tempesta che distrusse la maggior parte delle uve32.


CARICHE PUBBLICHE

Al principio del secolo XVI Varenna aveva in Comune con Dervio e Bellano il pretore; Bellano era sede di pretura, e la carica durava un biennio.

Nel 1504 ha principio una lunga controversia fra Giovanni de Fossato e Battista de Froa di Rugasco ambedue in carica, e che pretendevano di esercitarne la funzione con grave scandolo delle popolazioni e a detrimento della giustizia.

Il dibattito giunse al Senato di Milano, che il 30 gennaio 1505 ordinò al referendario di Como d’intimare a Giovanni di Fossato di presentarsi entro i otto giorni davavanti al Senato per presentare le sue carte di nomina sotto pena di multa di 200 ducati. Avendo il pretore [p. 141 modifica]Battista di Froa dimostrato di essere entrato in carica prima del suo competitore, il senato ordinò ai consoli e agli uomini del comuni di Bellano, Dervio e Varenna di riconoscere il Froa come pretore.

Malgrado questa sentenza Giovanni de Fossato ottenne di poter rimanere al suo posto: difatti un ordine reale e ducale delli 9 settembre 1508 intima agli uomini e alle comunità di Bellano, Dervio e Varenna di immettere e mantenere in possesso della pretura di dette terre Giovanni Fossato, per tutto il tempo che durerà il suo ufficio, secondo le concessioni a lui fatte.

Il pretore come si è visto risiedeva a Bellano, ma teneva in Varenna un suo luogotenente che nominava egli stesso.

Anche nel secolo XVI come nel precedente l’elezione dei sindaci veniva fatta dagli abitanti una volta l’anno. Notevole l’elezione avvenuta il 2 gennaio 1599 che portò alla carica di sindaco di Varenna il Duca Ercole Sfondrati.


GIUSTIZIA CIVILE E CRIMINALE

Su questa materia non abbiamo in questo secolo fatti di notevole importanza.

In una relazione dei consoli di Varenna, Battista Mazza e Giov. Battista Serponti, in data 18 ottobre 1582, è fatto menzione di una rissa scoppiata per futili motivi tra Galeazzo Tenca e Giovanni Antonio Tenca. Come al solito tra i due litiganti il terzo andò di mezzo: in questo caso il paciere sfortunato fu Ercole Serponti, che venne ferito di pugnale da un membro della famiglia Tenca, e precisamente da Cesare Tenca, che ferì pure Madonna Prudentia moglie di Galeazzo Tenca. Pare che nel parapiglia generale che ne seguì rimanesse ferito anche un Andrea Scotti.

Fra le querele presentate al podestà di Varenna ve n’è una del 28 settembre 1585, in cui Vincenzo Scotti si querela «all’ufficio del magnifico signor Podestà di Varenna, contro messer Bernardo Serponti, che per futili motivi lo ha gettato a terra e percosso facendogli battere la testa contro il muro, come lo può attestare il medico Scotto che lo ha visitato». Lo Scotti domanda giustizia, ed invoca il debito castigo, protestando di essere di sangue nobile, e domandando 500 scudi d’indenizzo all’avversario.

Nell’anno 1583 il pretore dovette occuparsi di un curiosissimo pettegolezzo. Erasi recato ad abitare a Regolo, presso Perledo, una nobile dama, certa Anna Rodriquez, moglie del nobile Alvise Brisegni ufficiale spagnolo. A questa dama era stata mossa l’accusa d’intendersela col podestà della Valsassina il Dott. Vincenzo Stefani.

Effettivamente questo signore, ogni qualvolta si recava a Perledo visitava l’elegante dama, presso le quale, egli diceva, doveva recarsi per [p. 142 modifica]leggere le lettere che le scriveva il marito; il che proverebbe che la elegante signora era analfabeta.

Venne fatta una specie d’inchiesta dal Vicario foraneo della Valsassina, e gli abitanti di Perledo interrogati, presero tutti cavallerescamente la difesa della signora Rodriquez.

Interessante è la seguente deposizione di un suo vicino di casa che per la sua attraente ingenuità riferiamo testualmente: Interrogato messer Antonio Signorelli figlio del quondam Bartolomeo, teste giurato risponde: «Per quel che io ho conosciuta la detta signora Anna quale habita qui In Regolo et è mia vicina, cioè che abitamo in una medema casa et tra la sua casa et la mia non vi è se non una tramezadura d’assi et tutto quello che si fa in casa mia si può sentire in la casa dela detta signora Anna et pel contrario quello che si fa in casa sua si sente in casa mia, et come nel conversare et nel praticare che ho avuto con la dita signora, io l’ho sempre conosciuta per gentile donna et persona d’honore, nè mai in questo tempo che ha habitato in questo loco si è sentito da lei dirsi alcuna parolla inhonesta nè si è visto alcun atto brutto nè tal cosa per la quale habbi dato scandolo ad alcuna persona di questi paesi, anzi dico a V. S. che se qualche volta, essendo noi altri homini in piazza dicevamo qualche parolla che non stesse bene, lei ci riprendeva et diceva che eravamo vigliachi in lingua spagnola et altre representioni.

Questa signora è molto amata in questo loco e riverita da tutta la gente et in particolare lei è amorevole de’ poveri et gli fa del bene et per li soi boni deportamenti è sempre accompagnata si da le gentildonne de questo paese come anco da le putte da marito di questa terra.

Quando intesi che li erano stati mandati certi comandamenti da parte de li sopradetti io me ne meravigliai molto sapendo la sua buona e honorata vita come ho detto di sopra perchè per quale indictio io per li soi deportamenti, come giò ho detto, lei, è persona degna d’ogni lode et tale che li dispiaceno le cose mal fatte, per quanto posso giudicar io.

Lei non si diletta neanche d’andare a spassi nè solazzi come fanno delle altre, solo è andata qualche volta a visitare la consorte del signor dottore Bergamo a Regoledo et Giovanna da Gero a Bologna.

Ognuno può dire quello che gli piace ma io vi dico inverità perchè per quello che ho conosciuto io nessuna persona si è scandalizzata della venuta del nostro sig. Podestà in questo loco perchè se li è venuto li è sempre venuto con cancelliere fanti et altri per interesse dell’ufficio suo a esaminare testimoni et ha esaminato quasi tutto questo paese per ricavare la verità da infiniti facti che si facevano in queste parti et ha fatto prendere uno che si chiamava il Tamburino et questi li esaminava qui in casa del sig. Ludovico Hongania ma è ben vero che andava qualche volta con il suo cancelliere e altri a magnar in casa della detta signora, ma però con tanta honestà che non si può dire di più et intesi [p. 143 modifica]anco dire da la detta signora che allì giorni passati lei ebbe certe lettere di Spagna, et che lo mandò a dimandare per farsele leggere perchè erano in lingua spagnola, et nissuno altro che lui li sapeva leggere et così lui venne e poi ritornò a Introbbio»33.

In data 11 Agosto 1531, il già comandante le forze ducali Ludovico Vistarini, denuncia un certo Abondiolo di Fiume Latte, non meglio identificato, ed altri quattro di Bellano, avergli rubato i suoi bagagli per il valore di 50 scudi d’oro nel momento in cui egli con le sue truppe lasciava Varenna durante la guerra contro il Medeghino.

Egli cita i ladri davanti al podestà di Bellano e delega a rappresentarlo Giovanni Antonio Tenca luogotenente del podestà di Varenna34.

Drammatica è la relazione del console di Varenna Giovanni Battista Serponti all’autorità giudiziaria su di un attentato conpiuto verso una donna:

«Io Giovanni Battista Serponte consule di Varenna per mio discarico denuncio che in questa notte passata circa alle tre ore di notte fu fatto certo insulto contro Camilla Bertarina da Iseno, che ora habita in Varena in una casa del signor medico Scotto sopra il forno donde certi giovani il nome de li quali non lo potuto intendere batterono a terra l’uscio della casa dove era dentro detta Camilla quale era serrato et instanhgato et di poi andarono a l’uscio de la camera di detta Camilla qual era pontelato et lo aprirono per forza et dita Camila cridando aiuto aiuto, di subito andorno et miscero la mano a la boca di essa Camila dicendoli tagiete et lei rebatete cridando: chi mi può aiutare mi aiuta, et a questa voce saltò a la finestra di subito Caterina Scotta et Bartolomeo suo fiollo a li quali si può dimandare se hanno conosciuto questi tali et intendo che in questa hora erano in piazza mess. Giov. Battista Forno et mess. Cexero Scotto et Giov. Maria Manera et Alvise Campioni35.

I dintorni di Varenna erano in quel tempo infestati del brigantaggio. In un memoriale del 14 Settembre 1514, direttto al barone Sfondrati, dal podestà di Varenna, Bellano e Mandello, e che sarà pubblicato nel volume dei documenti, è fatto il nome di un bandito certo Giovanni Hongania del Monte di Varenna e dei componenti la sua banda. Curiosa è la consuetudine di allora di concedere la libertà al bandito che ne avesse ucciso un altro.

Giovanni Antonio Rozonus commissairio delegato dal governatore dello stato di Milano, Ferrante Gonzaga, con decreto in data 28 [p. 144 modifica]settembre 1548 proibisce, sotto pena di gravi multe al comune di Varenna di esigere il dazio sulle merci sbarcate alla riva di Olivedo o Molvedro da parte degli uomini del Monte di Varenna, perchè questa spiaggia formante confine era di diritto del Monte di Varenna e cioè della Valsassina.

L’unico ricordo del processo del foro ecclesiastico l’abbiamo nella dichiarazione dei vicini della Pieve di San Martino di Perledo, i quali attestano che Franceschino del q.m Giovanni de Bascheri del luogo di Bologna, detenuto nelle carceri del reverendo padre inquisitore è povero e miserabile e merita godere dei privilegi dei poveri36.

Un accenno agli statuti di Varenna e precisamente al capitolo De questionibus commitentis intentibus intes agnates, l’abbiamo nell’invocazione fatta da maestro Gaspare De Veninis a nome suo e della famiglia davanti a Pietro de Campioni luogotenente del dottore Ambrosio de Giussano podestà di Varenna37.

Nel 1592 Prospero Tenca era stato eletto fiscale della Valsassina e di Lecco per un biennio. Ma non deve avere eseguito molto bene il suo cómpito poichè due anni dopo troviamo una supplica del fisco comitale, relativa alla sua detenzione nelle carceri di Milano per delitti non bene qualificati. Il detto Tenca è nominato come vassallo del Duca di Monte Mariano, e nell’ordinanza successiva del Senato è raccomandato che il capitano di giustizia mandi al più presto ad assumere informazioni sul Tenca, sulla sua vita e sui suoi costumi e che il processo sia tosto portato a termine e che per intanto l’accusato sia tenuto ben segregato, e non sia rilasciato senza parere del Senato38.

Da un atto notarile del 9 luglio 1572 si apprende la condanna data da Don Nicolao Stampa pretore di Valsassina contro Jo: Hongania di Regolo per omicidio premeditato in persona di Paolo Tondelli di Regolo39.

Da un atto notarile di Giorgio Serponti del 29 giugno 1571 ricaviamo che Battista di Balbiano è bandito avendo commesso un omicidio, e la moglie Pietrina Majelis rimasta priva di mezzi è ridotta a vendere un’aia per triturare le biade nel luogo di Musagio di Lierna.


LA PESCA

La pesca costituisce uno dei maggiori cespiti di guadagno per gli abitanti di Varenna e perciò il diritto di esercitarla era avidamente ricercato e spesso dava luogo a controversie. [p. 145 modifica]

Il diritto di pesca era anche fortemente conteso fra lo stato, il Comune e i privati.

La sorveglianza sulla pesca era affidata al capitano del lago di Como, ed era regolata da particolareggiate disposizioni, relative ai periodi in cui la pesca era permessa, ed al modo di pescare. Le reti dovevano avere determinate forme e dimensioni e dovevano essere preventivamente bollate.

Nel 1518 Giuseppe Forno di Varenna ricorre «come buono et obediente subdito suo esponendoli massimamente l’arte sua essere il pescare, et in ciò consisteva ogni suo potere per acquistarsi il vivere per lui et sua famiglia et havendo esso supplicante fatto fabricare una rete della forma e modello incluso non vorria esser molestato da Commissario alcuno o altro ufficiale deputato; perchè tale rete deve essere permessa atteso massime per essere di magior malia della forma et modello stabilito dagli ordini sopra ciò dispensati et la qual rete non si piglia nè si può pigliare pesce minore di cinque o sei oncie».

La domanda è accettata: «L’Illmo Sig. Vicario et dodeci de Provisione della inclita città di Milano concedono licentia a Giuseppe Forno et suoi compagni di poter pescare con una rete chiamata rete de aquedo di magia larga più dell’altra il doppio, senza codda, la qual rete si possi usare d’ogni tempo senza alcun impedimento».

Le frodi in fatto di pescagione erano molto frequenti. L’8 giugno 1568 li deputati ai negozii della città di Como scrivono al Vicario e dodici di Provvisione della città di Milano, che sono stati sorpresi individui di Varenna a pescare abusivamente nelle acque del lago di Lecco: «Et così le avisiamo come venerdì passato alti cinque di questo, la notte il predetto Clerico et il locotenente del detto capitano del loco tolsero a Bartolomeo e Andrea de Campioni de Varena una nave con remi et tenda et una rete spessa con libre sei agoni quali furono trovati pescare nel ramo di Lecco, et fu condotta nave et rete a Bellasio, dove il giorno seguente fu rubata dal detto Bartolomeo. La notte medema tolsero a Donato de Calvasina de Varena ritrovato pescare nel detto ramo una nave con remi et tende con libre sei agoni et una rete spessa, l’istessa notte tolsero a Nicolao del Forno di Varena ritrovato nel predetto loco a pescare libre quattro agoni quali cose sono poi state rubate dal detto Nicolao nel loco de Pescallo, dove erano condutte e consignate. Tolsero ancora la detta notte a Giovanni Pietro e Giorgio Venini de Fiume Latte ritrovati a pescare nel già detto loco la nave, remi e tenda con rete spessa ed una libra di agoni»40.

Il 15 giugno 1571 in Milano d. Pomponio Vinarca in qualità di sindaco e procuratore delle comunità di Bellano, Varenna, Dervio e Corenno, comparso innanzi al magistrato straordinario dello stato di Milano, all’accusa di avere le predette comunità contravvenuto all’editto 19 [p. 146 modifica]maggio 1571 per avere usato arbitrariamente del diritto di pesca in acque spettanti alle R. Camera, oppone le osservazioni seguenti:


1. - La comunità di Mandello ha il diritto di pescare e far pescare e quindi di affittare e porre all’incanto la pesca nel lago di Como dal sasso detto la Scaletta verso Malgrate e verso Varenna fino al sasso dell’Olcio.
2. - Varenna, per ciò che riguarda il predetto diritto l’ha verso Mandello fino al Sasso d’Olcio e verso Bellano fino a Rivalba ovvero a valle Gitana.
3 - Bellano verso Varenna fino alla val Gitana e verso Dervio fino alla Val de Grabia; verso Rezzonico fino alla linea mediana del lago.
4 - Dervio, verso Bellano fino alla val de Grabia e verso Corenno fino al passo detto la Rocca che è tra Dervio e Corenno.
5 - Corenno verso Dervio fino al suddetto fosso detto la Rocca e verso Colico fino al luogo della Piana.
6 Le predette comunità sono nel predetto diritto da tempo immemorabile.
7 - Il lago non può essere annoverato fra le regalie, poichè sono tali soltanto quelle cose che spettano al principe, mentre negli usi feudali non sono nè comprese nè nominate le regalie.

Chiede pertanto che il suddetto editto non nuocia alle comunità di cui trattasi.


In una grida emanata a Milano il 7 marzo 1530 per la vendita del pesce, durante la quaresima, erano stabiliti i prezzi delle diverse qualità di pesce: — gli agoni del lago di Lugano erano valutati soldi I e denari 1, mentre quelli del lago di Como e Maggiore denari 8. Il che proverebbe che gli agoni del lago di Lugano erano preferiti.

Tutti i paesi lacuali erano obbligati a fare affluire sul mercato di Milano durante la quaresima pesce fresco.

Varenna doveva mandarne libre 300 ogni settimana.


In data 24 maggio 1587, il Vicario di Provvisione del Ducato di Milano in base ad antichi diritti della cappella di San Giovanni Battista di Varenna, dà ordine perchè non ostante che le grida vietassero la pesca coi raggi, sia data licenza al cappellano della detta cappella, ed a Giuseppe Gerino suo fittabile di pescare e far pescare nel territorio di Lierna, Val Vachera e Molvedro.

Nell’agosto del 1570 i sindaci generali della comunità di Valsassina investono a titolo di fitto i nobili signori Bartolomeo de Schenis figlio di ser Antonio e Paolo Tempestino de Dentis f. q. ser Giorgio, abitanti a Bellano di tutta la porzione di lago di proprietà del comune di Perledo coi seguenti confini «flumine Olivedi citra usque ad vallem Gitana ad [p. 147 modifica]revalbam prout in facto reperitur usque ad medium lacum cui coheret a mane territorium dicte plcbis S. Martini a meridie a flumine Olivedi infra comūnis Varena, a sero comunis Comi, a medio loco ultra et a vento comunis Bellani41.


COSTUMANZE

Nel secolo XVI, come nel precedente, troviamo in grande uso i così detti contratti di lavoro. Il garzone o apprendista all’atto di assumere lavoro presso un artigiano fa redigere dal notaio un particolareggiato documento di reciproche obbligazioni. Ecco l’atto col quale Ottavio Festorazzi di Perledo si obbliga a recarsi a bottega presso Giovanni Pietro Inviti a Città di Castello: «Sia noto et manifestato a qualunque persona che leggerà il presente come Ottavio del qm Bertolino Festorazzi di Perlè con licenza de dona Maria sua matre, si obbliga per tenore del presente scritto di stare con mi Giov. Pietro de Inviti del qm Alessandro del loco di Perle, nella città del Castello a sua botega a esercire l’arte del veletaio per anni quattro prossimi a venire nelli quali anni quattro il detto mr. Giovanni Pietro si obliga parimenti a pascerlo et pagarli le scarpe che li bisognano in quel tempo et insegnarli l’arte del mercantore secondo l’arte sua fidelmente, et per salario delli detti anni quattro chel sia obligato et così promette il detto mr. Giovanni Pietro sotto obligatione di sè et di suoi beni presenti et futuri di dare et pagare al detto Ottavio scudi sei d’oro in oro d’Italia con ogni spesa danno et interesse che potesse patire in consegnarli.

«Con tal patto che stando il detto Ottavio ammalato, il che Dio lo guardi, per alcuno tempo, che sia obligato et così promette il detto Ottavio et detta sua madre et Pietro Arrigono di Tarelli da Vecio sotto obligatione di loro et de’ suoi beni a rifare il tempo al detto mr. Giov. Pietro et pagargli le medicine. Ancora se detto Ottavio facesse qualche furto nelle robbe e mercantie de detto mr. Giovanni Pietro ch’el sia obligato a pagar le robe che havrà tolto. Ancora che detto mr. Giovanni Pietro non possi mandare via il detto Ottavio durando li detti anni quattro, se detto Ottavio non vorrà partirsi non havendo detto mr. Giov. Pietro ligittima causa di mandarlo via, nè il detto Ottavio si possa partire di casa del detto Giov. Pietro senza sua licenza sino a tanto che non havrà finito il tempo. Ancora che durante li detti quattro anni il detto mr. Giov. Pietro sia tenuto et obligato a pagare la lavatura et conciatura de’ panni al detto Ottavio. Et in fede di questo le dette parti hanno fatto far la presente et in presentia delli infrascritti testimoni e [p. 148 modifica]cioè Battista Pizzotto del q. Mateo e Nicola de Inviti del q. Alessandro tutti doi di Perlè»42.

Altro esempio di contratto fra padrone e garzone:

«Filippo Andriano f. del q. Giov. Andrea, e Giov. Paolo Andriano suo figlio, entrambi abitanti di Corenno convengono con Orfeo Mazza f. del q. Nicola e Bartolomeo Serponti figlio di Giov. Maria entrambi di Varenna ed agenti in nome e voce di Gaspare Mazza f. del q. Giov. Pietro abitanti in Lucca:

1° che il detto Giov. Paolo sia tenuto ad abitare col suddetto Gaspare Mazza per anni 5 da ora in Lucca o altrove ovunque vada il detto Gaspare a esercitare la sua arte dei veli, in qualità di garzone e di obbedirgli e non commettere nessuna frode a danno di lui.
2° che il detto Gaspare sia tenuto ad alimentare convenientemente detto garzone durante il predetto periodo di anni cinque a sue spese e se per caso Giov. Paolo durante detto periodo fosse colpito da qualche infermità Gaspare debba a sue spese provvedere al medico e alle medicine, salvo il rimborso da dedursi dal salario alla fine del periodo convenuto.
3° Che detto Gaspare per il periodo suindicato sia tenuto a corrispondere al garzone Giov. Paolo scudi 22 d’oro in oro, coi quali Giov. Paolo è tenuto a vestirsi.
4° Che detto Gaspare, ove Giov. Paolo commetta qualche infedeltà nel periodo su indicato abbia facoltà di ripetere quanto a lui fosse stato defraudato non solo da Giov. Paolo, ma anche da Filippo suo padre. Pronotai: Cesare Tenca del qm Giov. Antonio e Giov. Antonio Tenca figlio del q. Giovanni di Varena.

Come altro esempio delle costumanze di quel secolo riproduciamo qui un caratteristico testamento di Giov. Pietro Tenca di Varenna, fatto il 6 luglio 1587:

Giovanni Antonio de Tenchis figlio del q. Andrea, abitante nel borgo di Varenna, fa testamento annullando quello precedentemente fatto in data 1° maggio 1585. Ordina che il suo cadavere sia accompagnato al sepolcro da otto sacerdoti e che si comprino in quella occasione otto candele di cera di una libbra ognuna, che ciascun prete sia degnamente pagato in suffragio dell’anima sua; che sia celebrato un officio funebre da 12 sacerdoti.

Lascia a Marta de Tenchis, sua sorella, due scudi d’oro, di cui uno le sarà dato appena dopo la sua morte, l’altro dopo un anno. Obbliga i suoi eredi a distribuire ogni anno ai poveri di Varenna quattro stara di pane di frumento e una brenta di vino, per dieci anni consecutivi dopo la morte di lui. [p. 149 modifica]

Nel caso che i suoi eredi non facciano detta elemosina, lascia ai poveri di Varenna una pezza di terra olivata e prativa sita nel territorio di Varenna, nel luogo detto ad Cescarum, confinante da una parte col lago, dall’altra con la strada pubblica, dalla terza con Don Giuseppe del Forno e dalla quarta col notaio rogante.

Dispone inoltre che i suoi eredi facciano una volta soltanto celebrare nella chiesa di San Giorgio di Varenna un trigesimo in suffragio dell’anima sua.

Lascia cinque scudi d’oro alla scuola di Santa Marta di Varenna, da consegnarsi cinque anni dopo la sua morte.

Lascia a D. Giovanni e a D. Bartolomeo Tenca nonchè a Giacomo Camino dei Salici 400 lire imperiali in tutto, da consegnarsi da parte degli eredi, a quella persona, cui fu loro concesso dal testatore.

Alla chiesa di S. Giorgio di Varenna uno staro d’olio d’oliva per illuminare il SS. Sacramento una volta tanto.

A suo figlio Cesare una pezza di terra vitata, brugata e olivata, sita nel territorio di Varenna, nel luogo detto «ad Bellotum» confinante da una parte con la strada pubblica, dalla seconda con D. Giovanni Battista Sala, dalla terza con Giov. Angelo de Venenis e dalla quarta con Matteo de Brentis e in parte con Gaspare Cella, a completa soddisfazione della dote di Caledonia de Scottis moglie di detto Cesare da lui testatore ricevuta per parte di d. Giorgio e d. Tommaso de Scottis, con l’obbligo da parte di Cesare, suo figlio, di pagare a Caterina de Tenchis, altra figlia legittima del testatore la somma di lire 850 imperiali, quale sua dote quando andrà sposa, insieme con una sottana di panno fino con velluto, un’altra veste di panno nostrano, un bacile e gli altri mobili soliti. Cesare, inoltre, quando detta Caterina sposerà, dovrà dare un banchetto, secondo la sua condizione, salvo a dare a Caterina o a sua madre Margherita lire 54 imperiali all’anno quale interesse sulle dette 850 lire fino a quando non sia passata a matrimonio, e lire cento per la scherpa (corredo nuziale). Similmente detto Cesare dovrà pagare a Caterina e ad Andrea, altro figlio del testatore 50 scudi d’oro una volta tanto, per gli alimenti, a Ludovica de Tenchis figlia sua e nipote del testatore, quando si mariterà 200 Lire. Ciò tutto sull’importo della predetta pezza di terra valutata 2450 lire imperiali, cioè lire 1000 per la dote di d. Calidonia, lire 850 per quella di d. Caterina e lire cento per la scherpa alla stessa d. Caterina, lire 100 per gli alimenti ai minori Andrea e Caterina e le restanti lire 200 per il legato costituito a favore di Ludovica figlia di Cesare.

Lascia a d. Calidonia de Scottis, moglie di Cesare suo figlio quella collana d’oro, quelle perle, quegli anelli d’oro e gli altri gioielli che essa ha.

A Margherita de Scottis sua moglie un appezzamento di terra sito in Lierna nel luogo detto ad Bollam, con facoltà di alienarlo, e il campo [p. 150 modifica]e il vignolo di Cantone sito nel territorio di Varenna nonchè una casa sita in Varenna supra stratam, il letto in cui egli giace con alcuni effetti di biancheria.

In tutti gli altri suoi beni nomina suoi eredi universali i suoi figli legittimi Cesare, Marsilio, Ottavio, Desio, e Andrea, e l’abiatico Bartolomeo de Tenchis figlio di Ltitio de Tenchis suo figlio, bandito dallo stato di Milano43.


Per dare un’idea dell’arredamento di una casa di contadini agiati di allora, trascriviamo qui l’inventario di tutti i mobili ed oggetti vari esistenti nella casa di Elisabetta Tenca vedova di Paolo Fonio abitante al Monte di Varenna:

In cucina.

Un tavolo di noce.

Una banca lunga.

Uno sgabello.

Un tavolino con credenzino sotto.

Due cadreghe di paglia.

Una forcina ovvero spiedo.

Una conca da latte di tenuta due boccali.

Una sedella grande, una mezzana e un’altra più piccola et frusta tutte di rame.

Piatti n. 10, tondi n. 8, scodelle n. 3 di peltro.

Cucchiai n. 12 d’ottone.

Due salarini di peltro.

Un altro scodellino di rame frusto.

Un bacile d’ottone.

Un altro bacile d’ottone.

Un cribietto d’ottone frusto.

Una cazza di rame.

Un mescoletto d’ottone.

Una mescola larga d’ottone da scremare.

Due lucerne d’ottone in forma di candelieri.

Due candelieri d’ottone.

Due candiroli piccoli di rame.

Uno scaldaletto di rame.

Un paio di branderoli.

Un maglio da fuoco.

Un mortaio di pietra.

Una caldara di tenuta di mezza brenta.

Tre lavezzi, uno grande, uno mezzano ed uno piccolo. [p. 151 modifica]

Nel loco del forno.

Un chiesuno da forno di lame di ferro.

Una catena di fuoco.

Un panero ovvero vaso di legno per fare il pane.

Una briocca.

Una soma di pali novi.

Un asse per far su il pane.

Nella canepa.

Una tina de tenuta de circa brente n. 15.

Un’altra tinella vecchia frusta.

Un altro tinello frusto.

Una botte di tenuta di brente dieci.

Un’altra bottella di brente 4 ½.

Un’altra de tenuta de brente 5.

Un bottoletto d’una brenta.

Un boletto di legno.

Un segioncello.

Un piccone.

Una zappa da bosco frusta.

Some n. 5 di pali novi.

Un segioncello mezzo cerchiato di ferro.

Due scale a mano corte.

Una padella di ferro frusta.

Un badile frusto.

Nel portico.

Una banca.

Nella camera sopra la cucina.

Una lettiera con dentro una bisaccia e un letto di piuma.

Un capezzale di piuma.

Due coperte di panno cioè una bianca segnata di colori giallo, nero e rosso, un’altra fossa, e una catalogna.

Una coperta di mezza lana.

Una cunna.

Un poco di panno circa un brazo e mezzo.

Un cassone dipinto vecchio con dentro diversi vestimenti che usano li figliuoli.

Un arco di fo, un archetto di fo piccolo.

Una lettina di noce quasi nuova.

Un materasso sopra.

Due cussini senza fodretta. [p. 152 modifica]

Una cassa nuova di noce con dentro li vestimenti cioè un senarolo de panno col bavero di velluto; un altro senarolo de panno fino negro con il bavero di velluto negro. Due para di lacci e due casacche, spalere di lana di diversi colori.

Vestimenti di mad. Isabetta.

Una sottana di panno cremisi listata di velluto negro.

Una sottana rossa listata di lavorino di seta, colorata in verde e giallo.

Diverse lettere, scritture et polize et istrumenti della casa.

Un’altra cassa ovvero cofano di pobia con dentro tovaglie n 4, due serviette e 14 tovaglioli.

Un quadro della pietà di Nostro Signore.

Un altro della gloriosa Vergine col figlio.

Un altro quadretto di Ganimede.

Un paro di sacoccie.

Un cappello di feltro negro.

Nell’altra camera sopra la cucina.

Un cofano di pobia con dentro le sue cosette di dosso di donna.

Un archetto mezzano.

Un paro de stivali.

Para n. 5 de lenzuoli.

Circa otto libre de lana.

Una banchetta di noce.

Un zampogno.

Una tenaglia.

Un quadretto dela madona.

Nella stalla.

Una vacca, un castrone, un raspo.


In un elenco di beni della famiglia Tenca troviamo una breve descrizione di una casa che può darci l’idea dell’abitazione di un benestante varennate alla fine del XVI secolo: «Una casa nella detta terra di Varenna coperta a piode con due canepe, un transito et una botega in terra con una sala et un’altra saletta con solaio et con solarono tutti sopra il suddetto transito, con una lobbia sopra la saletta et una stuffa e cucina sopra di esse canepe et con una camera sopra di una canepa e sotto la cucina et altre tre camere sopra di essa cucina, alla qual tutta casa coherentia da una parte li heredi di Eustachio Maza et in parte Bernardo Calvasina, et dalle altre parti la piazza del comune di Varena et contrada publica».

Per far conoscere il valore degli stabili in questo secolo, accenneremo alla vendita di una casa fatta nel 1598. In questo anno e [p. 153 modifica]precisamente al 27 agosto Angelica Airoldis figlia del q. Francesco e vedova di Bernardo Serponti abitante in Varenna vende a Francesco De Brentis figlio del q. Pietro Martino di Varenna una casa coperta da piode con Una piccola via di Varenna (Fot. Adamoli)canepa e solaio sita nel borgo sudetto pel prezzo di lire 170 imperiali» e che confina da una parte col lago, da un’altra coi beni degli eredi del qm Bernardo Serponti suo marito, da un’altra con quelli di Nicola Campioni e in fine con la strada44. [p. 154 modifica]

Riguardo alle professioni esercitale dagli abitanti ci limiteremo ad accennare che molti espatriati di Perledo facevano il magnano. Erano magnani i Fumeo, i Pomo, i Fertorazzi, i Manzoni, i Cariboni, i Mazzi e gli Ongania.


Interessante è pure il sapere quali relazioni intercedessero tra il padrone ed il massaro nei contratti agricoli; riproduciamo perciò il seguente strumento notarile che dà anche un’idea delle condizioni economiche del paese nel secolo XVI: «Il nobile signore Pietro Andrea de Schenis f. q. nob. Antonio, abitante nel borgo di Bellano investe a titolo di affitto Stefanino de Cariboni f. del q. Lorenzo abitante a Reulo di una casa terranea in Olivedo territorii Vetii cui coheret ab una parte strada ab alia senterum et ab alia d. Laurentii Serponti, item de petia una terrae con i seguenti patti: Prima che il detto Stefanino massaro sia tenuto a fare le refessole che bisognano in detti luoghi della sorte e nel modo che vorrà il detto sig. Pier Andrea locature et ingrassarle e questo a spese di detto massaro facendole longhe e larghe e profonde secondo che gli dirà esso signor locatore, ancora che andassero alla longa come se bisognasse distendere alla longa una vite e metterla sotto tutta; che detto massaro parimenti sia tenuto cavarli ben tre volte l’anno cioè a San Martino, al principio d’aprile e l’altra l’estate nel tempo che sia più opportuno; che detto massaro non possa tenere alcune bestie salvo che del padrone, anzi non possa tenerne de sue proprie salvo che sei pecore e non più, che non lasci andare a pascolare bestie alcune in essi beni da alcun tempo, sotto pena d’un reale per volta e per bestia, d’essere applicato per la metà a l’accensatore et l’altra al patrone.

Che sia tenuto detto massaro haver finito a calende di marzo di ciascun anno di podar et ben piantar, ligar et ingrassar le dette viti; che detto massaro non possi andare a opera a lavorar d’alcuni altri fuorchè a detto sig. Pietro Andrea havendone di bisogno lui per servizio d’essi beni et d’altri beni ancora o altri servizi pagandolo però secondo il solito de lavoranti. Che detto massaro sia tenuto a far li fossati nelli beni di detto signor Pietro Andrea et nel modo che a esso parerà pagandoli a raggion d’un soldo il brazo e ancora in essi mettergli et piantarli et ingrassarli le viti et elevarli e della sorte de viti che a esso patrone parerà et di più che sia tenuto a redurle a perfettione. Che detto massaro non possi vendere nè feno nè dell’altro et se si troverà che ne habbi venduto che sia punito in la pena de soldi dieci per gerlo et mezo scudo per gerlo del feno da essere applicata la metà all’accusatore et l’altra metà al detto patrone. Che detto massaro non possi tener altri terreni da altre persone durante la presente locatione sotto pena de nullare d’essa locazione. Che al tempo delle raccolte detto massaro sia tenuto pagare detto suo patrone per le subventioni che gli havrà fatto per l’anno compitamente et che se avanzerà robba di più a detto massaro [p. 155 modifica]la qual voglia vendere, ch’el sia tenuto a darlo a detto signor Pietro Andrea al prezzo che havrà, nè li possa vendere ad altri volendola lui. Che detto Pietro Andrea sia tenuto a dare ogni anno al detto massaro durante la presente locazione cento pali»45.

Nel secolo XVI tutte le relazioni d’interesse che intercedevano tra due persone, anche le più insignificanti, erano fatte per atto notarile.

Nei contratti di nozze erano segnati capo per capo tutti gli oggetti di vestiario e di biancheria, che la sposa portava con sè come dote.

L’atto del 20 gennaio 1504 del notaio Matti Tondelli Raffaele ci dà appunto l’elenco di tali oggetti portati in dote da una sposa di media condizione. Caterina de Fumeo maritata a Giovanni de Forno di Bologna, monte di Varenna.

Essa ebbe in dote L. 500 imperiali delle quali 125 in vestiti e cioè:

Una sottana di panno turchino fina listata di vellutu negro L. 57
Una sottana di saia drapata verde L. 15 s. 10
Una sottana di panno rosso listata di saia verde » 10
Una soca verde frusta » 2 s. 10
Un paio di lenzuoli de brazza 20 tele » 12
Un paio de cussini con le foderete nove » 3
Camicie n. 4 » 8
Un sugaio di tela alto, un altro di tela stretto » 3
Scosali numero 4 » 6
Coletti numero 5 » 4
Un sugaio di bambasa usato » 1 s. 10
Calzette di saia paie tre
Coralli in tre collanette tra quali una è segnata da bottoni d’argento lavorati » 12


PESTE

Nel secolo XVI abbiamo memoria di tre grandi pestilenze susseguitesi a breve distanza: la prima nel 1518 la seconda nel 1521 e la terza nel 1523.


PERSONAGGI NOTEVOLI

In questo secolo abbiamo uno stampatore di Varenna, quasi ignorato, e che qui noi vogliamo mettere in giusta luce. Vogliamo cioè alludere a un Nicolò Brenta, stampatore a Venezia, Pesaro e Rimini.

Sulla sua nascita e sulla gioventù abbiamo scarsissime notizie. Da un documento dell’archivio notarile di Milano45 si ricava che nel gennaio del 1480 i fratelli Pietro e Nicolò de Brenta di Varenna figli del fu Jacopo, erano sotto la tutela di ser Pietro de Mazzis, e quindi in età [p. 156 modifica]minore. In un atto del 17 luglio 1490 del notaio Serponti Pietro del q. Giovanni Antonio si legge che Antonio Brenta fu ser Jacopo di Varenna anche per conto di Nicolò e Giovanni Pietro suoi fratelli vende a Simone Scotti un appezamento di terreno situato a Lierna. Questo Nicolò Brenta q. Jacopo, che nei documenti notarili del 1489 e 1490, appare minorenne può identificarsi col nostro tipografo? Crediamo di sì perchè più tardi e precisamente nel 1511 in un contratto col comune di Rimini egli si chiamerà Nicolao q. Jacopi Brenta di Varenna, La famiglia Brenta era antichissima e le sue origini si ritrovano nell’isola Comacina. Esiste tutt’ora, e diede, come vedremo, al risorgimento italiano, la bella figura di Andrea Brenta, guerriero e martire dell’indipendenza italiana nel 1848-49.

Non possiamo dire con precisione quando il Brenta incominciò a stampare, ma da quanto si legge in una sua richiesta di privilegio alla signoria di Venezia per stampare l’ufficio dell’angelo Raphael, si può ritenere che i suoi primi lavori abbiano visto la luce in quella città nel 1501, e forse anche prima.

Nell’ultima pagina del suo libro del Venerando Frate Ugo Panciera è indicato il luogo dove aveva la stamperia: «Impresso in Venetia per Nicolò Brenta da Varena. Al traghetto di S. Polo in Corte Pitriani».

A Venezia egli fu parecchie volte associato agli stampatori Giacomo Penci da Lecco e Alessandro Bindoni.

L’ultima sua opera che noi conosciamo stampata a Venezia è un edizione del Guerino dicto el Meschino del 1508.

Nel dicembre 1509 egli pubblicò a Pesaro gli opuscoli di Gerolamo Savonarola. Ma deve essersi fermato ben poco a Pesaro poichè lo troviamo a Rimini già nel gennaio del 1511.

Il Tonini in una sua memoria sulle officine tipografiche Riminesi pubblicata in atti della deputazione di storia patria per le provincie di Romagna nel 1866, scrive che il Brenta fu il primo tipografo che abbia ottenuto di poter stampare in Rimini, ed esibisce un documento in data 19 gennaio 1511, in cui dietro richiesta del Brenta, il municipio di Rimini gli concede una casa in Rimini, acciocchè egli possa esercitare la sua arte tipografica e gli dà questa concessione per 15 anni. Ma noi non conosciamo alcuna opera stampata in questa città, però in un esemplare dell’opuscolo del Tonini conservato nella biblioteca Gambalonga di Rimini vi è una postilla autografa di Carlo Tonini figlio di Luigi così concepita: «In un catalogo di libri (Franchi Ulisse, Firenze, Marzo Aprile 1901) a pag. 62 ricordasi una stampa di Rimini del 1511 cioè: De sorte hominum Rimini 1511 - senza indicazione di officina tipografica, ma quasi certamente del Brenta poichè egli solo ebbe il privilegio di stampare in Rimini in quegli anni. Il Brenta deve essere rimasto parecchio tempo a Rimini, poichè troviamo che un suo nipote Andrea (e [p. 157 modifica]questo nome di Andrea mostra la diretta discendenza di Andrea Brenta del 1848 da questo ramo dei Brenta) figlio di Antonio suo fratelllo che muore in quella città nell’ottobre del 1564.46.

Il nostro Brenta non era un semplice stampatore, ma uomo erudito giacchè egli impresse il De Officio di Tullio Cicerone e la Retorica.

Non sappiamo nè dove nè quando morì.

Ultima pagina dell’Ufficio dell’angelo Raphael con la segnatura del Tipografo

Le edizioni del Brenta conosciute sono le seguenti:

Ugo Pancera. Della vita attiva e contemplativa. Di quest’opera se ne conservano tre esemplari: uno posseduto dalla biblioteca Corsiniana di Roma, un secondo dalla Civica di Perugia e il terzo dalla biblioteca Olschki.47.
2° L’officio dell’angelo Raphael (1501). Di quest’opera non si conosce alcun esemplare.
3° Gli uffici, l’amicizia, il libro de Senectute, i paradossi di Cicerone (1502). Non si conosce alcun esemplare.
4° El fu una sancta dona solitaria. Ne esistono due esemplari nel museo Correr di Venezia.48.
[p. 158 modifica]
5° Omelie di Santo Gregorio Papa sopra li Evangeli. 21 gennaio 1505. Non si conosce che l’esemplare che possedeva il Duca di Rivoli.49.
6° Sonetti, capitoli, canzoni, sestine, stanze e strambotti. Senza data. Un esemplare è conservato nella Corsiniana di Roma.
7° Statuto Firmano e il colophon. 17 marzo 1507. Un esemplare è posseduto dalla biblioteca nazionale di Firenze.

Frontispizio del Guerino detto Meschino

8° Confessionale del beato Antonino arcivescovo di Firenze, dell’ordine dei frati predicatori. 1507. Edito in unione al tipografo Alessandro Bindoni. Se ne conoscono due esemplari, uno nella biblioteca del Principe d’Essling e l’altro nella nazionale di Napoli.
9° Comincia la tavola sopra la vita e il transito e li miracoli del beatissimo Hieromino doctore eccelentissimo. 1507. Quest’edizione è [p. 159 modifica]descritta nell’opera di Jacopo Maria Baitoni intitolata: Biblioteca degli autori greci e latini. Venezia 1766. Vol. 2. pag. 145.
10° Silvae de Marcello Philoseno travisino clarissimo. Capitoli jovenili, strambotti senili, sonetti senili, capitoli senili, disperate satire. 1° giugno 1507. Di quest’opera si conoscono tre esemplari, uno nel catalogo del sig. Libri del 1872 gli altri due erano posseduti dal Sig. Giacomo Manzoni.

Altro frontispizio del Guerino detto il Meschino

11° Guerino dicto Meschino. Stampato dal Brenta in unione al Bindoni nel 1508. Se ne conosce un solo esemplare che è conservato nel Britisch Museum di Londra.
12° Savonarola Ieromini. Opuscolo quedam. Pesaro 20 dicembre 1509. Un esemplare era posseduto dal Manzoni.
13° Confessionale pro instrutione confesso Reverendi Patres Fratres Hieromini Savonarola de Feraria ordinis predicatorum. Un esemplare è posseduto dalla biblioteca nazionale di Firenze.
[p. 160 modifica]

L’archivio parocchiale di Varenna possiede un incunabolo senza titolo perchè mancante della prima pagina, contenente dei salmi del Savonarola. Non è da escludersi che possa essere del nostro Nicolò Brenta.

Della famiglia Panizza ricordiamo il notaio Pietro Panizza che rogò nel 1525 anche a Milano.

Della famiglia Tenca è da menzionare Giovanni Battista Tenca creato da Carlo V° capitano e giudice del lago di Como nel 1538. Carlo Ambrogio suo figlio fu notaio; pure notaio fu Agostino Tenca figlio di Battista nel 1580.

In un atto notarile 24 settembre 1520 fra i testi vi è un Augusto De Serponti f. q. Bernardino detto il Fracasso.

Fra i notai menzioniamo anche Pietro Serponti del fu Giov. Antonio di Varenna. Ha rogato nel 1531.

Della famiglia De Matti ricordiamo il notaio Bernardo Del Matto che rogò nell’anno 1500 e il notaio Raffaele che rogò nel 1532.

Paolo De Matti f. q. Raffaele di Tondello è nominato il 30 marzo 1545 notaio della curia arcivescovile di Milano per mezzo del notaio Luigi Pioltino della stessa curia.

Giovanni Maria de Scotti è ricordato in uno strumento del 30 agosto 1518 come podestà del borgo di Varenna e pertinenze.

Gian Pietro Scotti di Varenna fu notaio arcivescovile nel 1576.

Fra i personaggi della famiglia Scotti degni di menzione vi è anche Giovanni Maria Scotti del fu ser Giacomo dottore in ambe leggi che troviamo come teste in un atto del 18 febbraio 1531.

Benedetto Giovio nelle sue lettere e precisamente nella 70a si rivolge a Giovanni Maria Scotti per ringraziarlo di una lapide donatagli e trovata in Varenna e che si riferisce al soggiorno della famiglia Giovio in Varenna nei primi anni dopo la distruzione dell’isola.

Questa lapide di cui ora non si ha più notizie era certamente andata ad arricchire il famoso museo dei Giovio preziosa raccolta di statue e lapidi antiche andata poi dispersa.

Della famiglia Mornico facciamo il nome di Paolo Mornico che acquistò nel 1569 il convento di Santa Maria di Varenna per farne una villa.

Abbiamo ricordo di un medico Cesare Bergamo che abitava Regoledo nel 1592 (atto notarile di De Matti Raffaele dei 7 marzo 1574).

Altro medico da ricordare è il «magnifico phisico domino Nicolao de Guizardis fllio magnifici artium et medicine doctoris domini Andrea f. q. domini Bernardi de Guizardis solito habitare in loco Telii Valistelline et de presenti habitante in dicto burgo Varenae».

Bernardo De Mazzi di Varenna coprì nell’anno 1509 l’onorifico incarico di Podestà del contado di Bormio50. [p. 161 modifica]

Nel 1545 Mazza Giovanni qm Giovanni Antonio di Varenna è notaio.

Nel 1514 alli 3 di febbraio Pietro Calvasina riceve dal duca Massimiliano Maria Sforza il privilegio di essere nominato pretore della Valsassina.

Il Porcacchi nella sua opera: La nobiltà di Como, parlando di Varenna magnifica l’ospitalità di Menapace Visdomini e dei suoi figli Coriolano e Giovanni Battista appartenenti alla storica famiglia dei Vicedomini, già signori del Castello di Cosio. Il Porcacchi dice: «il signor Menapace gentiluomo di grande autorità nella sua patria Como» ed aggiunge: «per le orme del padre camminano cinque figli dei quali Pier Antonio legista è al presente podestà d’Alessandria della Paglia ed altre magistrature ebbe nello stato di Milano, il signor Giovanni Battista e Coriolano sono intenti nella vita politica, il signor don Roderico è al seguito del cardinale Carlo Borromeo e il Padre frate Sisto è in Bologna pubblico lettore di quel fiorente studio. Hanno questi signori in Varenna oltre l’abitazione un magnifico giardino sul lago con meravigtiose piante di melarancie.

Di questa famiglia troviamo memorie in Varenna fino alla metà del XVII secolo, e in un vecchio reparto di defunti in data 1659, è detto che messer Giovanni Arrigoni fece seppellire sua moglie nelle sepolture dei Vicedomini nella chiesa di San Giorgio di Varenna, il che dimostra che tutte le famiglie nobili di Varenna avevano la loro privata sepoltura nella chiesa parrocchiale.

Verso la fine del 1500 padre Bonagrazia da Varenna dell’ord. dei Francescani scrisse una memoria sulle lagrime di N. S. che si venera in Dongo, ed una pregiata vita del grande predicatore Padre Francesco Panigarola.

Altro ecclesiastico da ricordare è il Padre Bonaventura da Varenna, dell’ordine dei minori, che pubblicava la vita ed i miracoli del Padre Girolamo spagnolo51.


ESPATRIATI

Facendo lo spoglio dei documenti relativi al secolo XVI abbiamo potuto compilare il seguente elenco degli individui di Varenna e del monte di Varenna che nel corso del secolo predetto sono espatriati.


Anno 1530. Pietro Panizza di Varenna abita Venezia.
» » Antonio Mazza di Varenna abita Venezia.
» 1538. Magnifico dom. Jo. Pietro Calvasina di Varenna domiciliato a Milano.
» 1546. Pietro Scotti figlio di Giorgio di Varenna domiciliato a Bergamo52.

[p. 162 modifica]

Anno 1546. Giov. Maria Panighetti del fu Pietro di Bologna Monte di Varenna domiciliato a Pisa.
» 1547. Giacomo Bertarini del fu Girardo di Esino ma possidente in Tondello è domiciliato in Arezzo.
» 1548. Giov. Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni figli del fu Giovanni Simone di Varenna abitanti a Milano a Porta Romana, parrocchia S. Tecla.
» » Andrea Bordoni del fu Antonio di Varenna abitante a Lucca.
» 1549. Dom. Antonio de Serponti del fu Bernardino di Varenna è domiciliato in Arezzo.
» » Tommasino Campioni del fu Donato di Varenna abita in Verona.
» 1551. Giovanni Antonio e Giov. Pietro fratelli Campioni del fu Simone di Varenna abitano a Milano a P. Ticinese parrocchia S. Giorgio al Palazzo.
» 1552. Lorenzo Panizza del fu Bartolomeo di Varenna abita a Vergate.
» » Giovanni Andrea de Mazzi del fu Giov. Antonio di Varenna abita a Milano, P. Romana, Parrocchia S. Stefano.
» » Giovanni Jacopo Scotto di Varenna abita a Firenze.
» » Rocco de Foniò di Matteo di Bologna (monte di Varenna) abita ad Arezzo.
» 1553. Giovanni Marliano f. q. d. Agostino abita a Milano, parrocchia S. Stefano in Broglio.
» 1555. Giobbe de Marliano f. q. d. Augustino di Varenna abita a Milano, Parrocchia di S. Calimero.
» 1558. Martino Boiano di Varenna abita a Roma.
» » Giovanni Mazza di Varenna abita a Pesaro.
» » Nicolò Cagnino detto il Mazochino abita a Roma.
» 1560. Giov. Andrea e Giorgio fratelli Bordoni del fu Antonio di Varenna abitano Milano a Porta Romana, parrocchia San Zenone.
» » Gerolamo Scotti del fu Giovanni di Varenna abita a Milano a Porta Ticinese, parrocchia di S. Lorenzo.
» 1562. Nicolai de Marliano f q. d. Iacobi abita Pescallo
» 1569. Bartolomeo Panighetti de Fonio di Monte Varenna abita a Parma.
» » Francesco de Sala f. del fu Giorgio di Varenna abita a Chiavenna.
» 1571. Bartolomeo Zucchi del Monte di Varenna è domiciliato a Parma.
» » Giov. Pietro Inviti del fu Alessandro di Perledo esercita l’arte del veletaro a Città di Castello.

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Anno 1571. Ottavio Festorazzi del q. Bertolino di Perledo è garzone nella bottega de Giov. Pietro Inviti a Città di Castello.
» 1572. Il nobile Francesco Mazza del fu Giovanni di Varenna è domiciliato a Milano, Porta Ticinese, Parrocchia Santi Ambrosino e Solariolo.
» 1574. Giovanni Pietro Campioni di Giovanni è a Como.
» 1575. Domenico Pensa del fu Giovanni è ad Arezzo.
» » Cortonino Serponti di Francesco di Varenna è a Como dove esercita l’arte del pellicciaio.
» » Biagio e Girolamo Mazza di Varenna abitano a Milano.
» » Maestro Bernardino de Fugacci del fu Beltramo di Gisazio è a Firenze.
» » Cesare Mazza di Varenna e suo figlio Carlo sono al Monte di Brianza.
» » Tommaso e Giov. Antonio de Pizzotti fratelli, figli del fu Giacomo di Perledo fanno i merciai a Città di Castello.
» » Domenico Pensa del fu Girardo di Tondello è a Città di Castello.
» 1576. Giov. Pietro Scotti del fu Raffaele di Varenna è a Pescia.
» » Andrea Scotti del fu Vincenzo di Varenna è a Pescia.
» 1580. Giov. Antonio Pensa del fu Nicola è a Genova.
» 1582. Nicolao Inviti del fu Alessandro muore a Città di Castello lasciando i seguenti figli: Paolo, Ambrosio, Giov. Pietro e Giov. Antonio.
» » Matteo de Fonio del fu Beltramo di Bologna è a Vicenza in casa di Simone Pensa di Varenna, calderaio.
» » Maestro Francesco e Bartolomeo fratelli Maglia figli del fu Martino di Sordevolo (Biella) sono venuti a domiciliarsi a Gitana.
» 1584. Guglielmo de Inviti e fratelli esercitano la mercanzia ad Ancona.
» » Giov. Antonio Maresio di Gisazio è ad Arezzo
» » Giov. Battista de Bordoni di Varenna del fu Ludovico è a Bologna nell’Emilia.
» 1587. Dom. Giacomo Bergamo de Fumeo di Regoledo esercita l’arte del veletaio a Castelfranco di Vicenza:
» 1588. Paolo de Fonio del monte di Varenna muore a Prato in Toscana.
» 1590. Giacomo Bertarini del fu Enrico è a Genova.
» » Giovanni Antonio Inviti di Bartolomeo di Perledo ha un negozio di mercerie a Città di Castello.
» » Ambrogio Tarelli e Antonio figli di Bartolomeo di Vezio sono negozianti a Città di Castello.

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Anno 1590. Magnifico Dom. Io: Pietro Scotti del fu Sebastiano di Varenna abita a Milano. Porta Orientale. Parrocchia San Babila.
» 1591. Bernardino Della Mano del fu Sebastiano di Gisazio ha il suo domicilio a Bologna nell’Emilia parrocchia di S.to Isaia, ma nell’anno controindicato è a Milano, Porta Vercellina, parrocchia di San Vittore al Teatro.
» 1591. Il nob. dom. Giacomo Bertarini del fu Enrico già abitante a Genova è a Perledo.
» » Pietro Inviti del fu Giovanni di Perledo muore a Città di Castello.
» 1596. Ludovico Venino di Varenna è a Verona dove esercita la mercanzia.
» 1597. Gaspare Mazza del fu Pietro di Varenna è a Lucca ove esercita l’arte del veletaio.


STATI DELLE ANIME

Gli stati delle anime così detti, sono gli elenchi compilati dai parroci e nei quali sono descritti raggruppati per famiglie tutti i parrocchiani.

Nell’anno 1574 vennero compilati per la prima volta per ordine del cardinale arcivescovo gli stati delle anime di tutte le parrocchie delle diocesi. Noi abbiamo quelli di Varenna e del monte di Varenna che non possiamo pubblicare qui per mancanza di spazio, ma che trascriveremo nel volume dei documenti.

Da questi stati delle anime abbiamo desunto i seguenti dati:


Famiglie al monte di Varenna n. 102
Famiglie in Varenna » 90
Maschi al monte di Varenna » 143
Femmine al monte di Varenna » 259
Maschi in Varenna » 241
Femmine in Varenna » 228
Popolazione complessiva al monte di Varenna » 502
Popolazione complessiva in Varenna » 449

È da rilevare che a differenza di quanto dimostrano le statistiche moderne vi era in Varenna una forte eccedenza di maschi.



  1. A. N. C. Not Greppi Gioac. Luigi, Rogito del 1533.
  2. Tutti questi atti riguardanti il feudo di Varenna sono conservati nei registri ducali dell’archivio di stato di Milano.
  3. Francesco Murialto. Annali XXXVI.
  4. Marin Sanuto, Diario, vol. 30 pag. 460. Secondo il Sanuto (Vol. 31 pag. 23 il Matto sarebbe stato squartato vivo il 6 luglio a Como.
  5. Marin Sanuto, Diario, vol. 36, pag. 195.
  6. V. Adami, Documenti interessanti Varenna durante la guerra di Musso in Periodico società storica comense. Vol. 25, Fasc. 99, 100, 1925.
  7. Arch. Not. di Milano — Notaio Giorgio Serponti di Pietro.
  8. Archivio di casa Mornico. Una copia di questo atto si trova all’A. S. M. Registri ducali XX alius F. F. F. carte 251. L’archivio di Casa Mornico trovasi ora depositato presso l’archivio di Stato.
  9. Léon Pelissier, Recherches dans les archives italiennes. — Louis XII et Ludovic Sforza, Paris 1826 - Vol. I. pag. 406.
  10. G. B. Crollalanza, I conti Balbiano di Chiavenna. In Giornale araldico genealogico diplomatico. Agosto 1876.
  11. Archivio della Curia Arcivescovile. Visite pastorali.
  12. Rubeis. De sacris farviuli rito, pag. 443. carte 36.
  13. Aristide Sala, Dissertazioni sulla vita di S. Carlo. Capo I.
  14. Cesare Cantù, Storia della diocesi di Como.
  15. Archivio della Curia Arcivescovile. Pievi lacuali.
  16. Archivio della Curia Arcivescovile di Milano.
  17. Atto 15 gennaio 1550 rogato del notaio Giovanni Mazza. Altri atti relativi a convalidazioni del curato di Varenna da parte dell’arciprete di Monza: 12 novembre 1541, notaio Antonio de Puteo; 1 luglio 1561 notaio Roberto de Garimberti f. g. Io. Paolo.
  18. Ambrosiana, Lettere di San Carlo, F. 109 — 231 - 16 aprile 1567.
  19. Archivio notarile di Milano. Not. Raffaele Matti de Tondello. 1570.
  20. Archivio notarile di Milano. Notaio Matti Tondello Paolo atto 27 dicembre 1554.
  21. 1582, gennaio 28; ind. X. Not. Matti Tondello Raffaele.
  22. Archivio notarile di Milano. Notaio De Matti Tondello Raffaele.
  23. La tradizione vuole che San Carlo Borromeo sia stato ospitato dalle monache di Varenna, giacchè nella chiesa del Monastero, anche dopo l’allontanamento delle suore, si sono sempre conservate, in un cofanetto, le lenzuola nelle quali ebbe a riposare il Santo.
    Quando la famiglia Mornico vendette la villa Monastero, trasportò quella reliquia nella sua tenuta di Capiate, frazione di Olginate. Anche la tenuta di Capiate venne venduta alla famiglia Figini, la quale conserva ora in deposito la reliquia che continua ad essere proprietà della famiglia Mornico.
  24. Archivio della Curia Arcivescovile di Milano. Pievi locali X.
  25. Atto originale in pergamena in data 29 novembre 1569 del notaio Giuseppe Belisario Longhi di Lecco nell’archivio della famiglia Mornico.
  26. Archivio arcivescovile Milano. Pievi lacuali II.
  27. Archivio Parrocchiale di Varenna.
  28. Una copia del catasto di Varenna trovasi in archivio civico in Milano. Località foresi Lecco Catr. 884.
  29. A. S. M. Censo P. A. Cart. 250.
  30. Atto 5 gennaio 1574 del notaio Giorgio Serponti q.m Pietro, e atto 10 gennaio 1528 del notaio Giacomo Antonio Serponte del q.m Giorgio.
  31. A. S. M. Acque, parte antica. Laghi, Lecco, 281
  32. A. S. M. Culto p. a. Comuni, Varenna. B. 2175.
  33. Archivio Notarile Milano. Not. Arrigoni Porfirio. Atto 18 Agosto 1583.
  34. Biblioteca di Brera. Raccolta Morbio. Manoscritto 714. Doc. IX.
  35. Biblioteca di Brera. Raccolta Morbio. Manoscritto 714. Doc. XVI
  36. Archivio Curia Arcivescovile. Archivio spirituale. Legione 10.a Valsassina. - Vol 36.
  37. Biblioteca di Brera. Raccolta Morbio, manoscritto 214. Doc. 3° - 23 agosto 1519.
  38. A S. M. Raccolta Sitorni di Scozia Cart. 38. Fasc. 254. 13 ottobre 1594
  39. Atti del notaio Cattaneo Cesare qm Francesco.
  40. Archivio Civico Milano. Località foresi. Cart. 739.
  41. Archivio Notarile Milano. 3 agosto 1520. Notaio Boldoni Giov. Battista f. q. Giovanni Antonio.
  42. Archivio Notarile Milano. Not. Matti Tondelli Raffaele. 2° Pacco. Atto 2 luglio 1571.
  43. A. S. M. - Finanze - Confische - Tenca - 2800.
  44. Arch. Not. Milano. Notaio de Matti Tondelli Raffaele, 20 maggio 1577
  45. 45,0 45,1 Notai incerti del 1400 n. 525.
  46. Archivio Notarile di Milano. Notaio Giorgio Serponte, atto 7 nov. 1564.
  47. L’Olschki nella sua opera Incunabula Typografica dice che è libro molto raro e lo comprende nel suo catalogo d’incunabuli.
  48. Vedi Essling; Les livres à figures venitiens.
  49. Duca di Rivoli - Bibliographie des livres venitiens.
  50. Vedi Eufrasio da Dervio. Memorie storico-critiche pag. 4. Argelati. Biblioteca Script. Med. pag. 1035.
  51. Wading, tomo XII, pag. 483. Annales fratrum minorum.
  52. Nella seconda metà del secolo XVI troviamo a Bergamo i fratelli Pietro e Alessandro Scotti.