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Vatt'a ttené le mano

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Giuseppe Gioachino Belli

1835 Indice:Sonetti romaneschi IV.djvu sonetti letteratura Vatt'a ttené le mano Intestazione 17 novembre 2024 75% Da definire

La primaròla Le chiamate dell'appiggionante
Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti del 1835

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VATT’A TTENÉ LE MANO.[1]

     Marta, oh Marta! — Ch’edè?[2] — Mmarta. — Che vvòi? —
Porteme ggiù er tigame de la colla. —
Venite sù a ppijjavvelo[3] da voi,
Ch’io sto ar foco a ssuffrigge la scipolla. —

     Io nun posso lassà, cché cciò una folla
De cose da finì. — Sse[4] ffanno poi. —
Vedi, Marta? Eppoi dichi uno te bbolla![5]
Oh ccanta. — Marta, dico: animo, a nnoi. —

     Ch’avete, padron Peppe,[6] che strillate? —
Ôh, mmastro Checco:[7] l’ho cco’ cquela strega
Ché mme porti la colla. — Ebbè, aspettate.

     Èccheve[8] er callarello[9] der padrone:
Tanto noi mo sserramo la bbottega. —
Grazzie, e cco’ bbona ristituzzione.

16 settembre 1835.

Note

  1. Vatti a tener le mani.
  2. Cos’è?
  3. A pigliarselo.
  4. Si.
  5. E poi dici, e poi ti lamenti se uno ti segna [con le busse, si sottintende].
  6. Giuseppe.
  7. Francesco.
  8. Eccovi.
  9. [Il caldarello: la paiolina.]