Viaggio di un povero letterato/XIX

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XIX - La festa della mamma

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XVIII XX
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Capìtolo xix.


LA FESTA DELLA MAMMA.


Questo fu il sogno di quella notte di estate.



Non è il ****? Non è il giorno della mamma? Io le porterò di bei dolci, i più fini che troverò. Non sarà come quell’anno che io giunsi in ritardo; ed io avevo per mano il mio bambino affinchè venisse anche lui alla festa; e così si ricordasse della madre mia. Pòvero bambino! Era tutto pàllido, tutto vestito di bianco; ma i suoi occhi èrano attòniti e le sue scarpe èrano vècchie, slabbrate, senza tacchi....

Sì, sì, ora ricordo: fu il calzolàio: aveva promesso le scarpe nuove, e non le portò. Con la scusa che sono pòveri [p. 194 modifica]operai, si mangiano la parola, questa miseràbile gente, per un centèsimo di più di guadagno! Non le aveva neppur cominciate, le scarpe! E partimmo così in ritardo. "Vederlo pàllido così, pòvero bimbo, e trascinare quella spècie di ciabatte, mi dava una irritazione sorda, insensata.

«Ma sta ritto almeno!» io diceva.

La città era in festa. Passàvano altri bimbi, fiorenti, gai, con le scarpe nuove. «Ma sta ritto almeno!» E.... e lo toccai appena; ma feci atto di percuòterlo lì, fra la gente. Lui si fermò lì, fra la gente, avvilito. Il mazzo dei fiori per la nonna, gli cadde

«Su, su via, sii buono. Lo sai che bisogna camminare dritti, forti, fra la gente, e con la testa alta! Ora ti comprerò molti dolci».

Era tardi, e lui camminava senza avvedersi della sua goffàggine, trascinando quelle orrìbili scarpe senza tacco, che lo facèvano sembrare anche più piccino. Quelle abbominèvoli scarpe mi plasmàvano nel cervello l’idea fìssa d’una misèria ereditària, inguarìbile. «E poi e poi, se ti occorrerà dar dei calci, come farai con quelle scarpe?» [p. 195 modifica]

La pasticceria era piena di gente, sul mezzodì.

«Su, entra. Compriamo i dolci....»

«Non mi arrìschio....»

«Non ti arrischi? Non ti arrischi?»

Avere dei figliuoli che non s’arrischiano! Ma che sono gli altri uòmini? Ma non sai che non arrischiare, che aver temenza degli altri uòmini, è la maggior condanna pei nati su la terra?

Era mezzodì, oramai, quando arrivammo; e la mamma era vestita a festa.

«Benvenuti, benvenuti, — disse sorridendo dal limitare. — Ancora un altro po’ e non vi aspettavo più. Passata la festa, gabbato lo santo.»

Ma ora il santo non sarà gabbato: è il primo mattino: questa è ben la città, io non mancherò al giorno della festa!



Il mercato era pieno: io ero ricco, adesso: io ora potevo comperare per la festa della mamma le più belle pesche del mercato.

Le più belle pesche del mercato èrano vendute: le aveva comperate tutte quel signore; quel signore, impassìbile su la [p. 196 modifica]sua automòbile. Ebbi una gran vòglia di scagliarmi contro, tanto più che io lo conoscevo da bambino, e lui conosceva me: mai però ci eravamo salutati.

Io ero ricco, ma a piedi; lui era ricco, ma in automòbile.

No, non adiriàmoci — dissi fra me — ; oggi è il santo giorno della mamma. Comprerò le pesche meno belle; comprerò questa bella angùria zuccherina. Essa piace molto alla mamma.

«Non avete servo che vi porti queste cose?» chiese la venditrice.

Io ero ricco, ma senza servi. Porterò io.

Ora comprerò i dolci: i più fini, e squisiti, a qualunque prezzo, perchè io sono molto ricco.

Ma la pasticceria è ingombra. Quante dame eleganti, delicate, che sùcchiano i dolci, e ingombrano tutto il posto davanti le vetrine! Sono tutte smancerose, tutte altere; e quanti gentiluòmini con quelle dame, e nessuno si muove per farmi posto! «Io sono ricco; fàtemi posto.» «Ma voi non siete dei nostri.» «Ah sì, io non sono dei vostri! Mai dei vostri! Voi siete i nuovi arricchiti! Gentilezza è oramai l’esser plebei!» Via, non adiriamoci: il dolciere mi servirà [p. 197 modifica]con garbo e cortesia lo stesso, io spero. Siamo della stessa città e mi conosce.

Lo chiamai amichevolmente per nome. «Oggi è la festa della mamma. Datemi dei bei dolci.»

Non mi ha udito; ma mi ha visto. Sì bene, mi ha visto ed anche udito; e mi prega anzi di non ingombrare le sue vetrine coi miei grossolani involti.

«Servìtemi presto.»

«Presto non posso. Prima vi sono queste dame e questi gentiluòmini».

«Ma non eravate voi un buon democràtico?

«Io sono sempre democràtico, e firmo ancora i manifesti democràtici; ma quando si lavora in denaro, in denaro — capite — , in quel momento nessuno più è democràtico.»

Un ìmpeto di follia mi vinse contro colui, contro quei gentiluòmini, contro quelle dame.

Via, non arrabbiàmoci, oggi è la festa della mamma! Non entriamo nella sua casa con la fronte ottenebrata. Ecco il dolciere viene finalmente a me. Comperiamo quello che gli piace di darci.

Quanto tempo mi hanno fatto aspettare! [p. 198 modifica]


È ben tardi oramai. Il sole cade a piombo su le vie affocate. Perchè tutte le vie sono ora deserte? Tutta la gente è sparita. Io non mi ricordo più le vie: io mi sono smarrito fra il dèdalo delle vie. Vedo edifici nuovi che non riconosco più: edifici con mostruosi disegni di fiori, di sfingi, e serpi e leoni. No, non è nei quartieri nuovi, è nei vecchi pòveri quartieri che la mamma àbita. Queste, fra cui mi sono perso, sono le lùcide case degli arricchiti, coi grevi ornamenti.

Il sole è ardente, le vie deserte: un’enorme angòscia mi prende. Io ho smarrito la via. Io non mi ricordo più dove la mamma abita. Ma dove? Ma dove? Dove sono le antiche pìccole case?

A quest’ora ella attende: la mensa è preparata, tutta càndida, con le vècchie care stoviglie: la mamma ha colato il brodo nella piccola pèntola. L’arrosto col rosmarino è su lo spiedo, è a buon punto. E il fuoco làngue. Ora il fuoco è spento sul focolare. L’ora è passata. Non mi aspetta più la mamma. Io corro, [p. 199 modifica]cercando per le vie. In quale casa àbita la mamma? I doni del giorno della festa della mamma mi pèsano su le bràccia: io vorrei còrrere più veloce per le vie; ma un peso enorme, un enorme peso mi grava.

Ah, ecco la vècchia chiesa. La casetta è lì presso.

Quante volte nel dolce mese di màggio io giunsi in quella città, e bussai alla porta della casa! la mamma non c’era in casa; e donne del vicinato dicèvano che era andata alla chiesa: la ritrovavo in chiesa, lì presso, col capo chiuso nel suo nero scialle: mese di màggio; dolci preghiere; profumo tènero di primavera, viole màmmole, erba cedrina sopra gli altari.

Forse è lì che la ritroverò ancora! La vècchia chiesa elevava la fronte davanti a me. Spinsi la grave porta.

E allora mi ricordai che un triste giorno d’inverno sul pavimento di quella chiesa fu posata una bara con quattro ceri intorno, e un manto nero orlato d’argento era steso per terra! E quel manto mi gravava come un enorme peso. [p. 200 modifica]


E allora mi destai che era il primìssimo albore. Sentii la campanella fresca del mattino che chiama all’ave maria del dì. Caro suono che squilla ancora. Lagrimavo un po’ dolcemente.

Non rammenti più? — dissi a me stesso. — Da due anni ella non è più. Tu non comprerai più le pesche ed i dolci per il giorno della sua festa, come nessuno più ripeterà con quella voce il nome del tuo battèsimo.

Ma chi sa perchè? Io non ero triste dopo tanta angòscia durata nel lungo sogno. Ora a me pareva di vedere mia madre assunta in cielo come si legge nei grandi poeti.

Io fissai la mente e, cosa incredìbile, non vidi più la morte che divide la vita. La vita mi sembrava che fosse una continuità non limitata dalla morte. E quando io verrò a te, tu forse mi verrai incontro sul limitare e mi chiamerai per nome e mi dirai ancora: Benvenuto!