Viaggio di un povero letterato/XVIII

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XVIII - Il rèduce dalla guerra

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XVII XIX
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Capìtolo xviii.


IL RÈDUCE DALLA GUERRA.


Alla stazione di Rìmini io ho veduto il soldato, rèduce dalla guerra.

Dove l’avevo già veduto un’altra volta? Certo io l’ho veduto! Quando! L’ho veduto nel mese di ottobre, non questo, l’altro ottobre, in Galleria a Milano. Se non è lui, non importa, è uno come lui: vestito di grìgio; con le scarpe d’ordinanza; una bandierina tricolore sul berretto. Anzi alcuni avèvano bandierine anche su la bottoniera. Camminàvano un po’ dinoccolati, un po’ sperduti, sotto la Galleria; tendèvano ad andare insieme.

«Viva Trìpoli! Viva l’Esèrcito!» gridava la gente al loro passàggio.

Ma, sul tardi, èrano molto più sciolti e arditi, e prima di arrivare al quartiere, [p. 181 modifica]le stazioni diventàvano molte; perchè ognuno voleva offrire qualche cosa; una stretta di mano, un sìgaro, un càlice (come si dice a Milano); un càlice di qualche cosa di piacèvole al soldatino che ci andava a conquistare Trìpoli bel suol d’amore. Poi una sera è partito il reggimento. Altri cinquantamila soldati il Governo mandava laggiù. Certamente avremmo vinto. Come scrosciàvano gli applàusi! Si propagàvano dalla strada, su per i balconi, per tutti i piani; parèvano scrosciare dai tetti. Una fiumana di gente, per tutta la strada, per via Santa Margherita, via Manzoni; e, in mezzo a quella fiumana il reggimento si snodava, si riannodava: si avviàvano i soldatini grigi alla stazione.

Gli studenti portàvano gli zàini affardellati e i fucili. Quando rimbombàvano i metalli delle bande militari, pareva che gli applàusi scendèssero giù dal cielo come crepitanti ali di Vittòria, e le bandiere èrano agitate come se presentìssero la tempesta della guerra lontana. La stàtua di Carlo Cattaneo emergeva sopra la folla, e pareva avviata anche lei. [p. 182 modifica]


Poi un’altra volta l’ho veduto il soldato grìgio; non questa, l’altra primavera (1912). Se non era lui, non importa. Era sempre lui! L’ho veduto a Casalècchio di Reno. Noi bevevamo la buona birra e mangiavamo le sementine abbrustolite; e alcuni soldati facèvano lo stesso, e tutti intorno a loro facevano festa. Vuol dire che uno era con le stampelle, uno aveva la testa bianca, fasciata, uno aveva un bràccio di meno. A prima vista ciò destava una certa impressione; ma tutti facèvano festa; ed anche i mutilati sorridèvano.

E un altro ne ho veduto a Pistòia. Se non era lui, non importa! Era il soldatino rèduce dalla guerra di Lìbia. Era lui. Andava al telègrafo a telegrafare. Tutti gli si offrìvano, con quel dolce loro parlare, pronti al servìzio; e molti lo seguivano, ammirati: lo seguii anch’io. Egli aveva la bandierina infìssa su l’elmetto di sùghero, ma del piumàccio non rimaneva che qualche penna. Gli stinchi, lunghi, èrano stretti nelle fasce: portava solo il tascapane ed il fucile. Ma come [p. 183 modifica]era lùrido! E il volto era tèrreo; le pupille èrano abbacinate. Non parlava. Pareva di quei soldati macabri che il giornale socialista riproduce nelle sue vignette in disprègio dell’Italia se fa guerra, dell’Italia se non fa guerra, cioè un bersagliere con dentro uno scheletro.



Per la terza volta io l’ho veduto alla stazione di Rìmini. Se non era lui non importa! Era il soldato rèduce dalla guerra. Aveva la bandierina su l’elmetto; era tutto lùrido anche lui e un po’, anche, abbacinato. L’elmetto non soltanto era pesto, ma aveva una strana màcchia: era forato. Il soldato stava seduto, immòbile, solo, col suo fucile. Ma nessuno gli faceva festa.

Rìmini d’estate fa toilette, e prende un nome esòtico e glorioso nei fasti mondani: l’Ostenda d’Italia.1 Òspita gente [p. 184 modifica]straniera, conti e contesse, nonchè una superba colònia ungherese.

La stazione di Rìmini dava in quel mattino l’idea di Ostenda.

Era tutto un susurrare ossequioso: «Signor conte, signora contessa, signora marchesa, signor commendatore»; era un servizièvole portare di valigette e spolverine; cagnolini, sotto il bràccio delle dame; fiori freschi delle dame; bambini delle dame.

C’era anche quella bandierina infissa sull’elmo; ma nessuno badava a lei.

«Signor conte, signora contessa!» Fuori della stazione rombàvano le automòbili dei signori conti e delle signore contesse. Gli automedonti gridàvano: Grand hôtel, Palace-hôtel, Hôtel Hungària.

Un signore ben pasciuto, ben rasato, con un suo bel naso adunco, un bel trabucos fra le grosse labbra, ragionava con accento forestiero suasivamente con un omarino, di exploitation di terreni, di grandi hôtels, di Kursaal: e l’omarino, in udire, trepidava per la ingordìgia.

Un giovanotto, grosso e ròseo come un prosciutto tedesco, con una barbetta ricciolina, con un collare bianco alla [p. 185 modifica]Robespierre, faceva lo svenèvole in lingua fiorentina con una signorina smancerosa, magrolina, fresca come una gardènia, che rispondeva in lingua bolognese.

Lui, il bersagliere dalla penna spezzata, era solo, solo, solo.

«Signor conte, signora contessa, signor commendatore, signor usuriere dal trabucos, signor giovanottone dal collarino ultra-pschutt, signorina gardènia, andiamo a fare una bella ovazione al soldatino sùdicio che torna dalla guerra e sta solo, solo, solo! Ad firmandum cor sincerum, sola fldes sùfficit

«Siamo andati, siamo andate quando ci fu la Messa di suffràgio per le ànime dei militari morti in Lìbia; siamo andati, siamo andate quando hanno recitato il discorso sugli eroi; siamo andati, siamo andate quando hanno distribuito le medàglie agli eroi. Abbiamo tricoté i berrettoni per l’inverno e le zanzariere per l’estate.»

«Allora su voi, da bravi, bambini, bei bebè dalle brachesse olandesi, andiamo a fargli festa, e belle carezze, e belle carole attorno al bersagliere! battete le pìccole manine, gridate con le argèntee [p. 186 modifica]voci: Evviva! Non venite, graziosi bebè? Perchè? Non è questo il soldatin che va alla guerra, màngia, beve e dorme in terra? È sùdicio? è scarmigliato? Già, non ha usato lo shampooing! Orrìbili insetti si infiltrano in chi dorme su la terra di Lìbia che nutre le serpi e i leoni! È tèrreo? Effetto dell’acqua di Marsa-Susa. Ha gli occhi che fanno paura? Effetto di Saf-saf.»



Ma ecco fra l’intrèccio dei binari, precìpita, si arresta il diretto.

— Lìnea Bologna-Milano! — si sente chiamare.

Dagli sportelli di prima classe qualche piedino vezzoso appare. Deliziosi visetti scrùtano. Altre valigette, altri fiori, altre piume, altri bebè, altri cagnolini in bràccio. V’è chi scende, v’è chi sale. «Oh, signor conte, signora contessa!»

— Ma cosa fa quel militare, laggiù in coda...! — io sento gridare.

Due, tre guàrdie del treno si precìpitano, fermano il bersagliere che già è salito a metà, e lo fanno scèndere.

— C’è la terza! — lui dice. [p. 187 modifica]

— Ma non sapete — dìcono essi — che voialtri militari non potete viaggiare coi diretti?

— Ma se ho scritto a casa che arrivavo stasera!

— Ma se ha scritto a casa, torni a riscrìvere: arriverà domani sera! Presto presto!

Si ribàttono gli sportelli, il diretto è partito. Il bersagliere è rimasto a terra.

Sono rimasto a terra anch’io.

Vedo il bersagliere, con la sua bandierina su l’elmo, trapassato dalla pallòttola del fucile Mauser, che segue il folgorante berretto del signor capo stazione, in grande stiffèlius.

— Ma lo sanno — dice il signor capo senza piegare la direzione del suo berretto, — lo sanno bene che loro militari non possono viaggiare così diretti.

«Oh, signor capo, fàccia viaggiare il soldato, rèduce dalla guerra, aspettato da sua madre, lo fàccia viaggiare non soltanto in diretto, ma in prima classe. Chi lo vieta? La legge? Ma quando la legge ci comanderà di morire per la pàtria, come potremo noi ripètere i versi del poeta: Die, hospes, Spartae te hic nos [p. 188 modifica]vidisse iacentes Dum sanctis pàtriae lègibus obsèquimur? Come potremo, signor capo, se le leggi non sono sante?


Ho seguito il militare in quella città dove avevo deliberato di non fermarmi. Perchè? Non so. Avrei voluto parlare al soldato, confortarlo e non lo feci. Mi pareva che avesse dovuto dirmi tristi, amare cose, e io non avrei saputo che cosa rispòndere. Ero sconfortato anch’io. E allora come si fa a confortare?

Lo seguii tuttavia.

Andava a capo chino, avvilito. Le automòbili erano partite. I fiaccherai non degnàvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.

Due o tre lùridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli una bèttola, un luogo dòve riposare.

Ma lui faceva gesti larghi di rifiuto e diceva: — Mafisch!

Si fermò ad una porticina dove era scritto: Trattoria. Esitò, ed infine entrò. Entrai anch’io.

Era già mezzodì: la trattoria con tante tàvole strette, con tutte le tovàglie [p. 189 modifica]vinose, era stipata di avventori: odori di pesce fritto, di ragù, di gente in màniche di camìcia. Ma i camerieri èrano in frac perchè quella città è l’Ostenda d’Itàlia.

Trovammo un po’ di posto presso una tàvola dove sedèvano due preti.

Ci fùrono finalmente messi innanzi tovaglioli con impronte di altre bocche, pane e vino; poi il cameriere recitò la lista delle vivande nel più orrìbile gergone poliglotto: «maccheroni al graten, patate mascè, entrecôts, guylasch», perchè oltre che di Ostenda, quella città sa un po’ di ungherese, d’estate.

— Presto, militare, perchè c’è molta gente da servire.

Venne portato non so quale cibreo, ed il militare mangiava lento e svogliato in tristezza di cuore.

Nemmeno i due preti badàvano a lui, e la bandierina era invano affissa su l’elmetto. Un frèmito, un singulto d’affetto per quella bandierina, mi agitava.

I due preti mangiavano tagliatelle col ragù. Ambedue avèvano aspetto campagnuolo. L’un prete era poderoso, giòvane, nero. L’altro era un flòrido uomo d’un colore biondìccio, e il sudore [p. 190 modifica]cadeva per suo conto, dalle rotonde gote, sul collare. Con mossa automàtica del tovagliolo il prete asciugava il sudore, e scacciava le mosche. Una questione, quasi teologale, era intavolata fra i due.

Com’vala sta fazzenda — diceva con voce in falsetto il prete color carota — che se me, che se io mangio tagliatelle sottili, sento un umore, se mangio tagliatelle larghe, ne sento un altro?

Il prete nero sosteneva con voce profonda che ciò proveniva da Dio che faceva entrare in funzione speciali nervi per gustare le tagliatelle strette, ed altri nervi per gustare le tagliatelle larghe.

Ma il prete rosso in questa faccenda delle tagliatelle era d’opinione che Dio non ci entrasse; ma piuttosto la cuoca ed il cuoco, il tagliere e la coltella. Essi non si accordavano nella metafìsica della questione, ma si accordàrono nella parte sperimentale, perchè seguitarono ad ordinare diversi piatti di tagliatelle larghe, alternate con tagliatelle strette.

Io stavo sempre meditando qualche ragionamento straordinàrio per confortare il soldato, ma non osavo cominciare perchè avevo paura che dalle labbra di lui uscisse qualche imprecazione [p. 191 modifica]contro quella bandierina; come già, a Borgotaro, dalle labbra del vècchio lavoratore contro la santa terra.



Il soldatino non c’era più.

Uscii dall’osteria, girai per le vie della città, oramai deserte nell’ora della siesta. La città dove ero vissuto nell’adolescenza, dove èrano le case degli avi, la casetta della mamma! Ma la città io non la riconoscevo più: vecchi quartieri èrano scomparsi: vie nuove, case nuove, in nuovo stile èrano sorte. Anche le persone non le riconoscevo più. Stupii di me stesso: «se sotto questa terra non ci fòssero i miei morti, io la guarderei con la stessa indifferenza delle terre iperbòree, dove non sono mai stato.»

Poi mi colse un altro stupore: stupisco vedendo volti di persone che èrano vive allora. Allora anch’io sono vivo, e anche di questa cosa ho stupore. Ma come sono ben conservati! Come hanno fatto a conservarsi così? Essi èrano maravigliosamente conservati. Io sono vivo, ma devo èssere così mutato che essi non guàrdano nemmeno. [p. 192 modifica]Ma allorchè discese il vèspero, dopo il lungo merìggio, una luminosità cilestrina veline dal mare.

Riconobbi quella luce, ed essa riconobbe me; e ne stupii come di una carezza dell’infànzia.



Trovai una stanza in un albergo e mi addormentai di un greve sonno.

  1. Il terremoto dell’estate 1915, poi i continuati bombardamenti della Guerra mondiale, poi l’afflusso dei pòveri pròfughi di Venèzia dopo Caporetto e tutte le necessità della Guerra, hanno mutato il mondano e lieto aspetto di questa città. Pèggio dev’èssere di Ostenda.