Viaggio sentimentale di Yorick (Laterza, 1920)/LXIII-LXIV-LXV. Maria

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LXIII-LXIV-LXV. Maria

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Laurence Sterne - Viaggio sentimentale di Yorick (1768)
Traduzione dall'inglese di Ugo Foscolo (1813)
LXIII-LXIV-LXV. Maria
LXII. Parigi LXVI. Il Bourbonnois
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LXIII

MARIA

MOULINS

Né io aveva peranche provato l’affanno dell’abbondanza: ma, traversando il Bourbonnois, temperatissima contrada di Francia, nel tripudio della vendemmia, allorché la natura profonde in ogni grembo la sua dovizia, e gli occhi dei suoi figliuoli si sollevano per gratitudine al cielo, e la musica comparte allegramente il lavoro, e tutti portano danzando i loro grappoli; ed io ad ogni passo del mio viaggio mi sentiva prorompere e infiammare nell’anima mille affetti per tanti gruppi che mi venivano incontro, ed ogni gruppo m’era liberale di liete avventure.

Dio mio! ne riempierci venti volumi: e oimè! pochi e brevi fogli appena m’avanzano, e dovrò darne almen la metà alla povera Maria, la quale fu già incontrata dall’amico mio Shandy presso Moulins. [p. 132 modifica]

Perché in questo e nel seguente capitolo Yorick tocca un racconto che molti de’ suoi concittadini e pochi de’ miei hanno letto, io, traduttore stimai bene di volgarizzarlo e di frammetterlo qui come segue:

VITA E OPINIONI DI TRISTANO SHANDY GENTILUOMO

(vol. ix, cap. xxviii).

Erano le piú dolci note ch’io avessi udito mai: e calai tosto il cristallo per udire distintamente. — È Maria — dissemi il postiglione, il quale s’avvide ch’io stava attento. Povera Maria! — e si chinò da un lato, perch’egli stava in linea retta, e temeva ch’io non potessi vederla — eccola lí, seduta a quel greppo, sonando i vespri sul flauto, con la sua capretta da canto. —

E queste parole furono da quel giovinotto proferite con accento e con volto si concordi a’ moti d’un cuore pietoso, ch’io feci subito voto di dargli una moneta di ventiquattro soldi tosto ch’io fossi a Moulins.

— E chi è la povera Maria? — gli diss’io.

— È l’amore e la pietà di tutto il contado qui attorno — risposemi il postiglione. — Il sole, tre anni fa, non risplendeva sul viso di veruna fanciulla né piú avvenente, né piú spiritosa, né piú amabile di Maria. Povera Maria! tu non meritavi che le tue nozze ti fossero interdette per le brighe del curato della parrocchia. —

E seguitò a dirmi come il curato aveva fatte già dall’altare le denunzie di quelle nozze.

Se non che Maria, che s’era un po’ riposata, s’accostò il flauto alla bocca, e ripigliò la sua aria; ed erano le medesime note, ma dieci volte piú soavi. — Questo è l’Ufficio della sera alla Vergine — disse il ragazzo; — né si sa chi a lei l’abbia insegnato, né come riesca a sonarlo sul flauto: noi crediamo che il cielo per sua misericordia la ispiri; perché, dal dí ch’ella è fuori di sé, pare che non trovi verun’altra consolazione, non si lascia uscire di mano quel flauto, e sona l’Ufficio quasi dí e notte. —

La discrezione e l’ingenua eloquenza del postiglione mi costringevano a diciferare certa gentilezza che gli traspariva, superiore alla sua condizione, dal viso; e sarei stato voglioso di sapere la sua storia: ma allora l’anima mia era tutta della sfortunata Maria.

Ci siamo frattanto avvicinati al greppo ove sedeva Maria. Portava un rado guarnellino bianco, e tutti i capelli, da due ciocche [p. 133 modifica] in fuori, ravvolti in una rete di seta con alquante foglie d’ulivo bizzarramente intrecciatevi da una banda. Era bella assai! e s’io ho mai provato la piena d’un onesto crepacuore, fu nel punto ch’io la guardai.

— Iddio ti consoli, povera donzella! — esclamò il postiglione. E, volgendosi a me, tornò a dire: — Piú di cento messe si sono già celebrate in tanti conventi e nelle chiese parrocchiali del contado per lei, ma senza pro. Talvolta rinviene in se stessa; e noi abbiamo fede che un dí la Vergine la risani; ma i meschini suoi genitori, che la conoscono meglio di noi, non però sono consolati nemmeno dalla speranza, e temono che non riavrà piú i suoi sentimenti, mai piú. —

Com’ebbe il postiglione ciò detto, Maria fece una cadenza si melanconica, sí affettuosa e sí querula, ch’io balzai fuor di carrozza a riconfortarla; e, nel risentirmi del mio entusiasmo, mi trovai seduto in mezzo a lei e la sua capra.

Maria m’affissò pensosa alcun poco; poi guardò la sua capra, poi me, e poi la sua capra ancora; e cosí ora l’una, ora l’altro.

— Or bene, Maria — le dissi amorosamente; — che rassomiglianza ci trovate voi? —

Ma e tu, candido lettore, credi ch’io non le feci questa interrogazione se non perch’io sono umilmente convinto che anche l’uomo è una bestia: credimi, e di questo te ne scongiuro, ch’io non avrei lasciato andare una burla intempestiva alla presenza venerabile della miseria; no, quand’anche m’impadronissi di quanta arguzia sgorgò mai dalla penna di Rabelais.

— Addio. Maria! addio, povera malavventurata donzella: non oggi, un dí forse, udrò dalle tue labbra i tuoi guai. — Fui sino ad ora deluso. Intanto ella prese il suo flauto, e mi fe’ con esso tal racconto di sciagura, ch’io mi rizzai, e a passi rotti ed incerti me ne tornai adagio adagio alla mia carrozza.

Continua il capo lxiii dell’itinerario di Yorick.

Il racconto di questa donzella impazzila m’avea pur commosso leggendolo; ma, vedendomi in quelle vicinanze, mi tornò al pensiero sií fieramente, che con irresistibile forza mi strascinò mezza lega fuori di strada al villaggio de’ suo’ parenti a domandarne novella. [p. 134 modifica]

Questo è un andare (e il confesso) come il cavaliere della Trista Figura a caccia di dolorose avventure; ma, e non so come, io non mi sento sí pienamente conscio dell’esistenza d’un’anima in me, se non quando mi trovo ravvolto nelle malinconie.

La vecchia madre venne sull’uscio, e il suo aspetto, innanzi che le sue labbra s’aprissero, mi narrò tutti i suoi guai. L’era morto anche il marito; — morto da un mese — diceva ella — d’angoscia per la misera infermità di Maria; e allora ho temuto che per questa sciagura la povera fanciulla perderebbe anche la poca ragione che le rimane: invece par che rientri in sé, ma non trova mai quiete: la mia povera figliuola — e, cosí dicendo, piangeva a lagrime amare — va ramingando, chi sa dove, lungo la strada. —

Perché, mentre io scrivo, il polso mi batte languidamente? e come mai La Fleur, che par ch’abbia il cuore creato solamente per l’allegria, ripassava il rovescio della sua mano due volte sugli occhi, mentre la vecchia stava ritta sull’uscio parlandomi? Accennai al postiglione che ripigliasse la strada.

Un miglio e mezzo di qua da Moulins, verso un viale che mette a un boschetto, scopersi la povera Maria che sedeva sotto un pioppo: sedeva col gomito sul grembo e col capo chino da un lato sovra la palma: un ruscelletto scorreva a’ piedi d’un albero.

Ordinai al postiglione che andasse col mio sterzo a Moulins e a La Fleur che mi facesse allestire da cena, perché io gli avrei seguitati passeggiando.

Essa era vestita di bianco, e quale è descritta dall’amico mio; se non che le sue chiome, raccolte allora in una rete di seta, cascavano, quand’io la vidi, abbandonate: aveva anche aggiunto al suo guarnellino un nastro verde pallido ad armacollo. donde pendeva il suo flauto. La sua capra le era stata infedele al par del suo innamorato; e aveva in sua vece un cagnolino, e tenevalo con una cordella attaccato alla sua cintura. — Ma tu non m’abbandonerai, Silvio — gli disse. Guardai negli occhi di Maria, e m’avvidi che, piú che alla sua capretta e [p. 135 modifica] al suo innamorato, essa allora ripensava a suo padre; poiché, proferendo quelle parole, le lagrime le gocciavano giú per le guance.

M’assisi accanto a lei; e Maria mi lasciava che, mentre le cadeano le lagrime, io le asciugassi col mio fazzoletto; e lo bagnai delle mie e nelle sue, poi nelle mie, e rasciugai poscia le sue: sentiva intanto io tali commozioni e sí inesprimibili, ch’io sono certo che non potrebbero ascriversi mai a veruna combinazione di materia e di moto.

Si, sono persuaso che ho un’anima; e tutti i libri, di cui i materialisti appestano il mondo, non sapranno convincermi mai.

LXIV

MARIA

Maria si risentiva; e le domandai se si ricordava d’un uomo pallido ed esile della persona, il quale due anni addietro s’era seduto in mezzo a lei e alla sua capra. Rispose che a quel tempo era malata assai, ma che se ne risovveniva per due circostanze: perché, cosí malata, s’accorse che quell’uomo n’aveva pietà; e poi perché la sua capra gli aveva rubato il fazzoletto e ch’ella per quel furto l’aveva allora battuta. E diceva d’avere lavato il fazzoletto nel rio; e che n’aveva tenuto conto sino a quel giorno per restituirglielo, se mai lo rivedesse, com’ei le aveva mezzo promesso. Cosí parlando, si traeva di tasca il fazzoletto a mostrarmelo; lo custodiva piegato politamente fra due foglie di vite ravvolte d’un pampino: spiegandolo vidi una «S», segnata in un de’ lati.

E narravami com’ella aveva tapinato dopo quel dí sino a Roma, e fatto un giro in San Pietro, e che se n’era tornata; e che sola aveva ritrovato il sentiero lungo gli Appennini, e traversata tutta la Lombardia senza danaro, e le strade alpestri di Savoia senza scarpe: com’ella avesse tanto patito; e come e da chi sostenuta, non potea dirlo. — Ma Dio mitiga il vento — disse Maria — per l’agnello tosato. [p. 136 modifica]

— Tosato, e come! e nel vivo! — diss’io. — Ma, se tu fossi nella terra de’ miei padri, dove ho un abituro, io ti raccorrei meco per ricovrarti: tu mangeresti del mio pane e berresti nella mia tazza1; sarei buono col tuo Silvio: a te debole e vagabonda, io verrei sempre dietro per ravviarti: al tramontar del sole io direi le mie preghiere; e, quando avessi finito, tu soneresti il salmo della sera sul tuo flauto: né l’incenso del mio sacrificio saria meno accetto, salendo ne’ cieli con quello d’un cuore straziato. —

La natura stempravasi dentro di me mentr’io parlava; e Maria, osservando che il fazzoletto che io mi traeva di tasca era omai troppo molle per asciugarmi gli occhi, voleva lavarmelo nel ruscello.

— E dove lo rasciugherai tu, Maria?

— Nel mio seno — rispose; — mi farà bene.

— Tanto arde ancora il tuo cuore, Maria? — le diss’io.

Io toccava una corda su la quale erano tesi tutti i suoi guai: fissò alquanto gli occhi smarriti sul mio volto; poi, senza dirmi parola, prese il suo flauto e sonò l’orazione alla Vergine. La vibrazione della corda da me toccata cessò: in uno o due minuti Maria si riebbe: lasciò andare il suo flauto, e s’alzò.

— E dove vai tu, Maria? — Dissemi a Moulins. — Vuoi tu venirci meco? — diss’io. — Appoggiò il suo braccio sul mio, lentando la cordella al cagnoletto perché ci seguisse. Cosí entrammo in città.

LXV

MARIA

MOULINS

Quantunque io aborra i saluti e le accoglienze sul mercato: pure, quando fummo in mezzo alla piazza di Moulins, mi fermai per pigliarmi l’ultima occhiata e l’ultimo addio da Maria. [p. 137 modifica]

Maria, sebbene non fosse alta, aveva forme di prima bellezza; l’afflizione le aveva ritoccato il volto d’un certo che, che non pareva terreno: ad ogni modo era donna; e tanto da tutta la sua persona spirava tutto ciò che l’occhio vagheggia e l’anima desidera in una donna, che, se potessero cancellarsi le tracce impresse nel suo cuore, e quelle di Elisa dal mio, non solo essa manderebbe del mio pane e berrebbe nella mia tazza, ma Maria poserebbe sul mio petto e mi sarebbe figliuola2.

Addio, misera sconsolata vergine! imbevi l’olio e il vino che la compassione d’uno straniero, mentr’egli passa pellegrinando, versa ora su le tue piaghe3. Iddio solo, che ti ha per due volte esulcerata, può rimarginarle per sempre.

Note

  1. «De pane pauperis comede[F.]
  2. «Et in sinu pauperis domiens, eratque illi sicut filia». Reg., lib. ii [F.].
  3. «Samaritanus quidam iter faciens, misericordia motus est: el appropians alligavit vulnera eius, infundens oleum et vinum». Evang. Luc., x, 33 [F.].