Avventure di Robinson Crusoe/31

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Ritorno dalla parte del frascato e nuove casalinghe occupazioni

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Ritorno dalla parte del frascato e nuove casalinghe occupazioni
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Ritorno dalla parte del frascato e nuove casalinghe occupazioni.



Maccorsi di essere lontano sol di poco dal luogo ove era stavo prima, allorchè feci il mio pellegrinaggio a questa spiaggia medesima; andai dunque a quella volta. Fu delizioso il mio viaggio, tanto più a petto del disastrosissimo ch’io aveva avuto poc’anzi. Non tardai la sera a raggiugnere il mio antico frascato, ove trovai tutte le cose nell’essere stesso in cui le aveva lasciate; nè poteva averle lasciate altrimente per essere questa, come ho detto altrove, la mia casa di villeggiatura.

Attraversata la palizzata e stesomi all’ombra per dar riposo alle mie membra che da vero reggeva a fatica, perchè stanchissimo, mi addormentai. Giudicate voi, o leggitori della mia storia, se lo potete, qual dovette essere la mia sorpresa, allorchè mi svegliò dal mio sonno una voce che mi chiamò per nome parecchie volte: Robin, Robin, Robin Crusoe! Povero Robin Crusoe! Dove siete, Robin Crusoe? Dove siete? Dove siete andato?

Era sì profondamente addormentato alla prima, tanto m’avea stancato il lavorar dei remi, o pagaie, come vengono chiamati in questi luoghi[1], per una parte del giorno e per l’altra il camminare [p. 175]a piedi, che non mi svegliai compiutamente; ma così tra il sonno e la veglia, pur sognando che qualcheduno mi parlasse, e continuando la voce a ripetere: Robin Crusoe! Robin Crusoe! cominciai finalmente ad essere un poco più desto. Spaventato su le prime, saltai in piedi nella massima costernazione; ma appena ebbi aperti gli occhi, vidi il mio Poll seduto in cima alla palizzata. Non poteva più dubitare che chi m’avea parlato non fosse desso; perchè appunto in questo lamentevole linguaggio io era solito parlargli ed insegnargli a parlare. Quel povero animaletto aveva imparato sì perfettamente che, venutosi a posar sul mio dito e col rostro appressato al mio volto gridava: Povero Robin Crusoe! Dove siete? Dove siete stato? e simili cose che gli aveva insegnate.

Nondimeno, ancorchè io sapessi che era il pappagallo, e che sicuramente non poteva essere altro, ci volle un bel pezzo prima ch’io [p. 176]giugnessi a ricompormi. Primieramente mi facea maraviglia che questo animale fosse venuto qui, nè capiva poi perchè fosse venuto piuttosto qui che in un altro luogo; ma appena fui certo che chi mi chiamava era il fedele Poll, gli stesi la mano, lo chiamai anch’io pel suo nome; quella cara bestiuola venne a me, si posò sul mio pollice, come era solita fare, e continuò con le sue esclamazioni e domande come se veramente si rallegrasse al rivedermi; dopo di che me la ricondussi all’antica casa.

Aveva già dismessa, e per qualche tempo, la voglia di far corse sul mare; ed aveva ancora abbastanza occupazione per alcuni giorni nel rimanermene tranquillo meditando i pericoli cui m’era esposto. Certo mi sarebbe piaciuto assai tornare ad avere la mia navicella dal lato dell’isola ove abitava; ma non vedeva come fare per ottenere tale intento. Alia parte orientale già costeggiala, ben sapeva che non era più via da tentarsi: mi si restringeva il cuore e mi si agghiacciava il sangue al solo pensarci sopra. Quanto all’altro lato dell’isola, ignorava come fossero le cose colà; ma se l’impeto della corrente era forte su la spiaggia orientale, come era stato a questa, io correva lo stesso rischio di esserne trascinato e portato lontano dall’isola, come fui l’ultima volta; con sì fatte considerazioni pertanto mi contentai a restarmene senza la mia navicella, ancorchè fosse stata il frutto di tanti mesi di fatica impiegati a fabbricarla e d’altrettanti per metterla in acqua.

Mantenutomi in questa moderazione d’animo per un anno circa, condussi una vita assai pacata, ritirata, solitaria non ho bisogno di dirvelo; ed essendosi le mie idee perfettamente conformate al mio stato, e confortato affatto dalla mia rassegnazione nelle disposizioni della Provvidenza, sembrommi di condurre una vita felice in tutto e per tutto, se si eccettui l’esser fuori della società.

Divenni in questo tempo più abile in tutti quegli esercizi meccanici, cui m’obbligava dedicarmi la natura dei miei bisogni, e credo che ad un caso avrei potuto divenire un eccellente falegname, tanto più ove si consideri la scarsezza degli stromenti che aveva.

Oltre a ciò pervenni ad una inaspettata perfezione ne’ miei lavori di terra cotta, in che m’ingegnai sì bene, che arrivai ad eseguirli col soccorso di una ruota: trovato che mi fu utilissimo a far le cose mie e più facilmente e infinitamente meglio, giacchè riduceva a forme tonde e ben proporzionate quelle manifatture che dianzi mettevano [p. 177]schifo a guardarle. Ma non credo di essere mai stato così vanaglorioso della mia abilità o più contento d’alcuna delle mie invenzioni, siccome quando mi scopersi capace di farmi una pipa da tabacco; e benchè mi riuscisse assai sgarbata e sol di terra cotta rossa, come tutte l’altre suppellettili di tal genere della mia fabbrica, pure era sì dura e salda, e conduceva il fumo sì bene, che ne ebbi il massimo dei conforti, perchè era stato sempre avvezzo a fumare. E trovavansi delle pipe nel vascello naufragato; ma su le prime non pensai a cercarne, perchè non m’immaginava che vi fosse tabacco nell’isola; in appresso, accortomi del tabacco, non rinvenni pipe quando andai a rintracciarne.

Anche nella mia arte d’intessere vimini feci grandi progressi, onde mi procurai in copia quanti canestri mi furono necessari e di quante fogge mi suggeriva la mia immaginazione; e ancorchè non fossero molto eleganti, pure erano tali che si maneggiavano comodamente, e mi servivano o per riporvi o per tirare con essi alla mia abitazione le cose mie. Per esempio, se fuor di casa io ammazzava una capra, la sospendeva ad un albero, la scorticava, la rimondava, la faceva in pezzi, e portava ciò che era buono a casa mia entro un canestro; così faceva d’una testuggine: toltole il guscio, ne traeva fuori le uova e due o tre pezzi di carne, che era quanto bastava per me, e poste queste cose in un canestro per portarmele a casa, lasciava indietro il restante. Ampi canestri parimente ricevevano le mie spighe ch’io sempre sgranava quando erano secche, e rimondate le conservava in altri grandi canestri.

Cominciava ora ad accorgermi che la mia polvere scemava notabilmente. Essendo questa una mancanza che mi era impossibile il riparare, mi diedi a pensar seriamente a qual partito mi sarei appigliato quando non ne avrei avuto più, o sia come avrei fatto per provvedermi di capre. Nel terzo anno del mio soggiorno nell’isola io m’avea già, come dissi, allegata e addimesticata una giovine capretta nella speranza di prendere un maschio della sua razza che la facesse madre; ma non potei mai giungere a questo intento, e la mia capretta intanto divenne una vecchia capra che per altro non ebbi mai cuore di uccidere e che morì sol di vecchiaia.

Io era già all’undicesimo anno del mio soggiorno in quest’isola, e le mie munizioni, come osservai, andando a finire del tutto, mi diedi a studiare qualche insidia opportuna ad accalappiare capri in modo [p. 178]di averli vivi nelle mani: una giovine capra soprattutto era quanto mi abbisognava. A tal fine posi agguati a queste bestie per prenderne qualcheduna; e credo bene che ci sarei riuscito se i miei calappi fossero stati di buona qualità; ma io non avea filo di rame per renderli tali, onde li trovava sempre rotti ed in oltre divorata la pastura postavi per adescare quegli animali. Risolvetti finalmente di farne uno di nuovo genere scavando profonde fosse nel terreno; e ciò feci in diversi luoghi, ove osservai che i capri erano soliti di recarsi al pascolo; su questi fossi collocai graticci, sempre di mia fabbrica, con un greve peso sovr’essi. Per parecchie volte da prima li sparsi di spighe d’orzo e di riso senza il peso che li facesse discendere, e dalle impronte delle zampe di tali bestie potei facilmente capire che erano andate di volta in volta a mangiare il mio grano. Una notte finalmente collocai i pesi ai loro posti, ma tornato la seguente mattina trovai che questi non aveano ceduto, ed il mio grano tuttavia era stato mangiato; la qual cosa da vero mi scoraggiava. Pure feci qualche cangiamento ai miei ingegni, e per non darvi la molestia di più minute descrizioni, vi dirò che andato una mattina a veder l’effetto delle mie insidie, trovai in un fosso un vecchio capro d’enorme grossezza ed in un altro tre capretti, un maschio e due femmine.

Quanto al vecchio caprone io non sapeva come mettermici. Egli appariva sì feroce, che non ardii accostarmegli entro la fossa, intendiamoci accostarmegli per tirarlo fuori vivo, che era ciò di cui aveva bisogno. Avrei potuto ucciderlo, ma ciò non faceva il mio caso, nè corrispondeva al fine che mi prefiggeva. Datagli pertanto la libertà, fuggì come divenuto pazzo dalla paura. Io non sapeva allora ciò che imparai in appresso: che la fame cioè arriva ad addimesticare un leone. Se avessi lascialo per tre o quattro giorni entro la buca, senza dargli veruna sorta di nutrimento, il mio capro, indi gli avessi portato prima un po’ d’acqua per dissetarsi, poi alcun poco di grano, sarebbe divenuto mansueto non meno d’uno di que’ capretti, perchè sono bestie molto sagaci ed anche trattabili, quando sono avvezzate a dovere.

Nondimeno in quel momento lo lasciai andare non vedendo nulla di meglio a farsi; poscia venni ai miei tre capretti che, presili ad uno ad uno, legai tutti ad uno stesso guinzaglio, e non senza qualche difficoltà me li trassi a casa.

[p. 179]Ci volle un bel pezzo prima che si adattassero a mangiare; ma quando porsi loro un po’ di grano fresco, ciò li sedusse e principiarono a mansuefarsi. Ben vidi allora che se desiderava mangiar carne di capra quando le mie munizioni sarebbero finite, io non aveva altro espediente fuor quello di addimesticarne alcune, con che forse sarei giunto ad averne intorno alla mia casa un armento simile ad una mandra di pecore. Ma giunto a questo caso, mi convenne separare i domestici dai salvatici, altrimenti i primi coll’aumentarsi sarebbero tornati salvatici anch’essi. Per assicurarmi una tale separazione io non aveva altro metodo, se non quello di prepararmi un parco chiuso, ben difeso da una siepe o da una palizzata, affinchè nè i domestici potessero uscirne, nè i salvatici entrarvi.

Era questa una grande impresa per un sol paio di mani; pur vedendo che ciò era d’inevitabile necessità, la mia prima cura fu trovar [p. 180]fuori un pezzo di terreno conveniente, in cui cioè potesse rinvenirsi erba pel loro pascolo, acqua perchè si abbeverassero, ed ombra che li riparasse dal sole.

Chi s’intende di tali chiusi per animali dirà ch’io ebbi ben poco giudizio, non già rispetto al luogo da me scelto a tal uopo, opportuno certo ai tre additati bisogni, perchè aveva la sua parte di prateria, o come dicesi nelle colonie occidentali, savanna, era provveduto di due o tre rigagnoli, e ad una delle sue estremità d’un foltissimo bosco; ma rideranno su la mia previdenza quando dirò loro, ch’io m’accinsi a chiuderlo con una siepe o palizzata lunga all’incirca due miglia. Nè la mia piazza era sì grande quanto alle proporzioni, perchè, se la mia cinta fosse stata anche di dieci miglia, avrei avuto tempo bastante per far questa siepe; ma non considerai che in tanta estensione le mie capre sarebbero divenute salvatiche come se avessi dato ad esse per prigione l’intera isola; onde avrei potuto prepararmi a far la vita del cacciatore come se non avessi mai avuta abilità di provvedermi capre in altra maniera.

Il mio riparo era principiato e condotto ad una lunghezza circa di cinquanta braccia, quando questa considerazione mi venne in mente; laonde fermatomi subito, risolvei per allora che il mio luogo chiuso non avesse una lunghezza maggiore di cento cinquanta braccia a un dipresso, nè una larghezza maggiore di cento; estensione che sarebbe bastata a mantenere quanta greggia avessi potuto adunare in un ragionevole corso d’anni, e ad ogni evento sarei sempre stato in tempo di aumentarne lo spazio.

Ciò mi sembrò un operare con qualche prudenza. Mi bisognarono circa tre mesi a riparare con siepe il mio parco limitato a questa grandezza. Custodii frattanto impastoiati nel miglior luogo del novello recinto i miei tre capretti, che io solea tenermi vicini il più che mi fosse stato possibile per rendermeli famigliari. Spessissimo io nudrivali con le mie proprie mani portando loro o spighe d’orzo o pugni di riso. Quando poi fu terminato il mio parco chiuso, e li lasciai camminar liberi entro di esso, mi seguivano qua e là belandomi dietro per farsi dare un poco di grano.

Ciò corrispose al fine ch’io m’era proposto, perchè in capo ad un anno e mezzo ebbi un gregge di circa dodici capre e capretti, e in poco più di due anni ne aveva quarantatrè, senza contare quelli ch’io andava macellando per uso della mensa. Chiusi indi cinque pezzi [p. 181]separati di terreno ad uso di loro pascolo, entro i quali li feci entrare con poca fatica per prenderli di lì secondo il bisogno; poi fabbricai porte che comunicassero tra un parco e l’altro.

Ma qui non consisteva il tutto; perchè ora non solamente aveva carne per nutrirmene a mio piacimento, ma in oltre latte; cosa alla quale per verità non aveva pensato nè poco nè assai in principio, e che quando mi venne in mente eccitò in me la più gradevole delle sorprese; onde avviata allora la mia cascina, arrivai ad avere talvolta uno e due boccali di latte per giorno. E poichè la natura che provvede di commestibile ogni vivente, gl’insegna pure ella stessa i modi di prepararselo, io che non avea mai munta una vacca, molto meno una capra, nè veduto far burro o cacio, se non da fanciullo affatto, dopo un grande numero di esperienze e di spropositi giunsi a farmi da me il mio burro e più tardi il mio cacio, grazie al sale che mi veniva, può dirsi in mano, bello e preparato dal calore del sole su gli scogli della spiaggia; onde di questi cibi non ne fui mai senza in appresso. Come il misericordioso Creator nostro sa usare pietà verso le sue creature anche ridotte allo stato in cui si direbbero condannate ad ultima perdizione! Come sa addolcire l’amarezza de’ suoi più tremendi castighi e darci motivo di esaltarlo fin tra gli orrori della schiavitù e della prigionia! Qual mensa non imbandì egli per me in un deserto, mentre su le prime io non vedeva innanzi a me altro che pericolo di perire dalla fame!

Sarebbe stata cosa atta ad eccitare il sorriso d’uno stoico il vedermi seduto a mensa, e dintorno a me la piccola mia famiglia; quivi stava mia maestà, principe e signore di tutta l’isola; io aveva tutte le vite dei miei sudditi al mio assoluto comando; poteva impiccare, accarezzare, dar la libertà e toglierla senza avere un sol ribelle in tutto il mio popolo. Vedere come io pranzava solo affatto a guisa d’un re! Poll, siccome mio favorito, era l’unico cui fosse permesso volgermi la parola. Il mio cane, venuto acciaccato e decrepito senza aver mai potuto trovare una compagna per moltiplicar la sua razza in quest’isola, mi sedeva sempre a destra; i due gatti, uno da un lato, l’altro dall’altro della tavola, stavano aspettando a quando a quando un boccone dalla mia mano qual contrassegno di speciale favore.

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Sarebbe stata cosa atta ad eccitare il sorriso d’uno stoico il vedermi
seduto a mensa, e d’intorno a me la piccola mia famiglia.

Ma queste non erano le due gatte ch’io m’avea portate da principio alla spiaggia; chè quelle già morte furono sotterrate dalla mia mano [p. 182]medesima in vicinanza della mia abitazione. Una di esse avendo figliato, non so per opera di quale specie di bestia, i presenti gatti erano due creature di quella discendenza ch’io avea conservale domestiche; il restante andato a menar vita vagante e selvaggia pei boschi, era anzi arrivato a diventarmi molesto; perchè quella genìa avea preso l’uso di entrare spesse volte in mia casa e di saccheggiarmi, sinchè finalmente costrettomi a salutarla col mio moschetto e ad ammazzarle una gran parte de’ suoi, mi lasciò quieto una volta. Con tale corteggio e in mezzo a tale abbondanza io vivea; nè poteva dire di mancare d’alcuna cosa se non della società; ed anche di questa di qui a qualche tempo, era per averne di troppo.


Note

  1. Di fatto i remi degl’Indiani si chiamano pagaie.