Al professore Paolo Mantegazza (18 settembre 1876)

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Angelo De Gubernatis

1876 A Al professore Paolo Mantegazza Intestazione 27 agosto 2018 50% Da definire

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18 SETTEMBRE 1876

VIII.

Al professore PAOLO MANTEGAZZA

Wroblewice in Gallizia, 18 settembre 1876.
Mio caro Paolo,

Non ti sovviene delle novelline popolari che la fante dovea raccontarti quand’ eri fanciullo, nelle quali il piccolo viandante smarrito trovava, in mezzo alla foresta, un castello mirabile, ove, per incanto, trovava, sebbene fosse deserto, una ospitalità generosa? Fa il conto che qualche cosa di simile sia accaduto a me nella casa signorile del conte Ladislao Tarnowski in Wroblewice. Il padrone è assente; da una settimana si trova a Lemberg; ma lo vedrò stasera, poichè il suo intendente, secondo gli ordini ricevuti, lo ha richiamato per telegrafo, annunziandogli il mio arrivo. La mia strada diretta pel ritorno da Granicza, ossia dai confini meridionali della Polonia russa, sarebbe stata quella di Vienna; mi voltai invece verso Cracovia, città veneranda per le sue rovine di monumenti italiani del tempo de’ Yagelloni, rovine, tuttavia, cosi neglette che fra qualche secolo non ne resterà forse più alcuna traccia. Avrei desiderato assistere a qualche spettacolo in teatro, ma i soli divertimenti del giorno che fossero annunziati ne’ manifesti erano un museo anatomico fiorentino, ed una Damen Capelle . Ti faccio grazia del Museo fiorentino , ove la curiosità con cui vi s’ entra è punita col disgusto con cui se ne esce, ed anche della signora Kruger che con altre quattro signore e due suonatori al pianoforte, con la musica lieve di Offembach, con le polche, I walzer e i potpourris, solletica gli umori intraprendenti de’ pacifici borghesi cracoviani, tra i grassi vapori della cucina slavo-tedesca, che fa pompa in tali concerti, di tutta la sua virtù adipesca. Anzi è curioso osservare nei manifesti di tali concerti, come il concerto sia un solo pretesto, e come sotto le due righe che l'annunziano si estenda un vero programma di tutta la mole di cibi che gli Apicii slavo-tedeschi imbandiscono ai dilettanti di musica.

Se questo è cio che si chiama vita confortevole, io mi rallegra entro di me, caro Paolo, nel pensare che in Italia non andammo ancora tanto innanzi, e che siamo ancora capaci di sentire, con animo raccolto, un po’ di musica, dimenticando per qualche ora le cure materiali del ventre. Lasciai Cracovia la sera del 16, col dispiacere di non averne potuto visitare l'Università ch’era chiusa, e di non averne potuto accostare il ceto colto che mi dicono assai distinto, malgrado le tendenze oltramontane della stampa locale invano contrastata dalla stampa liberale di Leopoli. Da Cracovia mi diressi ad oriente verso Przemysl, ove giunsi il mattino, e tra le tenebre che si diradavano incominciando a scoprir terra, osservai, dopo aver percorse le monotone lande russe, lituane e varsaviane, che la Gallizia è veramente un bel paese, con graziose colline, vaste pratrie, campi ben coltivati. Da Przemysl, sempre per la via ferrata mi diressi verso la parte di mezzogiorno a Chyrow, e da Chyrow nella stessa direzione a Dobrovlany, ove salii sopra una carretta preadamitica o che rimonta per lo meno al tempo de’ Yagelloni, una specie di paniere fatta con vimini, ripiena di paglia nella quale m’accovacciai; ed in questa attitudine trionfale arrivai dopo un’ora e mezzo alla signoria di Wroblevice. Mi domanderai forse com’ io sia riuscito a farmi capire da questo popolo galliziano che parla ruteno. Ebbene, con quel po’ di russo con cui m’industriavo di farmi capire attraversando la Russia, ebbi la fortuna di esser compreso, per le cose essenziali, da questo buon popolo galliziano. I signori polacchi che ho incontrato per via e coi quali potei impegnare il discorso in tedesco trovai concordi nell’esprimere la loro antipatia e il loro odio per la Russia, antipatia ed odio che vanno tant’ oltre da far loro desiderare che i loro fratelli slavi, i Serbi, siano battuti e che la Russia intervenga in quella gran partita a scacchi che si giuoca sulla Morava, con la speranza di poter imprendere essi stessi una campagna vittoriosa contro i Russi e contro i Serbi, o, naturalmente, in conseguenza della vittoria, liberare una porzione della Polonia russa. l signori sono polacchi e parlano polacco; il contadino è ruteno, e continua perfettamente il tipo slavo ucranico della Russia meridionale; lo continua nella lingua, nell'aspetto fisico, nel costume. Innanzi al signore s’ inchina come il contadino russo; anzi ebbi molto a fare poco fa per rialzare un contadino di qui che, dopo avermi fatto un inchino profondo, mi s’accostava e si piegava per baciarmi le ginocchia. Polacchi, ruteni, e russi formano pure un solo popolo, che si comprenderebbe facilmente; ma sopra questo popolo si levarono signorie diverse che se ne divisero l’ impero, e per questa divisione d’impero s’ ingenerarono odii mortali. Ora i signori Galliziani dicono con ragione che essi godono sotto l'Austria una libertà quasi completa a differenza de’ loro fratelli, i signori della Polonia russa, che gemono sempre sotto la più dura e molesta tirannide. In verità, la Russia non pensa che si raccomanda assai male come liberatrice di provincie slave oppresso dal turco una monarchia che avendo sotto il suo dominio una parte così importante dell’antico regno di Polonia, vi ha soffocata ogni libertà; e i voti che si fanno in Polonia perchè la Russia s’ impegni nella lotta e perda, dovrebbero forse arrestare ogni prudente politico russo dal consigliare qualsiasi intervento armato nelle cose della Serbia; o un intervento in Serbia dovrebbe almeno essere preceduto dalla concessione de’ più larghi diritti ai sudditi polacchi della Russia. La Russia che tiene pur tanto a conservare la sua egemonìa sopra i popoli slavi, innanzi di pensare a nuove annessioni, dovrebbe o staccare da sè le proprie provincie pronte a ribellione, o rendere qualsiasi defezione impossibile, lasciando ai Polacchi la facoltà d’amministrarsi liberamente.

È vero che la maggior parte dei signori polacchi non ha saputo contare abbastanza sopra il contadino, il quale, per la somiglianza della sua condizione, delle sue tradizioni, delle sue consuetudini etniche, malgrado la differenza superficiale del rito religioso, si trova forse più affine al lontano contadino moscovita che non al suo vicino signore polacco; è vero che la Russia, rendendo oramai quasi impossibile, co’ suoi arbitrii violenti, ai signori polacchi il loro soggiorno in Polonia e lasciando che i tedeschi e gli ebrei comprino le loro terre, semplifica di molto la questione della nazionalità polacca. Ma, poichè essa non ha potere di cacciarli anche della Posnania e dalla Gallizia, ove sono trattati con maggiore umanità della Prussia e dall’Austria, deve pure paventare di continuo un nemico formidabile che vigila minaccioso a’ suoi confini; e non deve poi, dopo tutto, dimenticare, che non sarà una vittoria civile la sua quando riuscirà ad unificare tutti i popoli slavi nella servitù, ma che allora soltanto vincera veramente quando ogni popolo slavo, anche, se si vuole, sotto la sua egemonia suprema, ricupererà in una vasta confederazione slava un’autonomia completa.

Facendo presso a poco queste riflessioni, io arrivai ieri alla porta del palazzo di Ladislao Tarnowski che da un piccolo altipiano domina il villaggio di Wroblewice, del quale egli è signore. Il luogo è ridente. La villa ha un aspetto intieramente signorile. La mia cesta si fermò innanzi alla gradinata; la porta era chiusa; un contadino stava seduto sopra uno dei gradini. Si levò e mi venne incontro rispettosamente. Intese che venivo di lontano e ch’era un amico del padrone; senza dunque domandare di piu mi aprì la casa e mi fece entrare. Il contadino slavo suol dire che Dio è in quella casa dove c’ è un ospite. Andò quindi a informare della mia venuta l’ intendente del conte che abita nel vicino villaggio, il quale conoscendo il mio nome, m’ impegnò vivamente a rimanere finché tornasse il padrone, al quale avrebbe telegrafato all’istante, e, intanto, egli mise tosto a mia disposizione il cuoco, come il personaggio che si suppone sempre più importante per l'ospite, il quale si suppone arrivi sempre affamato. Io, dopo tre notti vegliate nel tormentatoio della vaporiere, non avevo invece altro bisogno che quello di prendere un po’ di riposo; e, malgrado i punti di esclamazione che leggevo negli occhi del buon Nicola, il servo fedele del signore di Wroblevice, e il suo iterato invito fattomi con tono di voce sempre più alto, come si pratica coi sordi quando non odono, credendo egli per tal modo che io comprenderei meglio il suo ruteno, lo ringraziai pulitamente, e, fatto un primo giro pel giardino e per le stanze del pian terreno della villa, mi buttai sopra il primo letto che mi s’offri, e dormii, e sognai.

Mi destai col sole, e chiesi tosto licenza di visitar per ogni verso la casa dell’amico. È un vero Museo. Tu sai quanto il conte Ladislao abbia viaggiato e viaggi. Ne’mesi d’estate, egli sta qui studiando, scrivendo, ricordando, fantasticando. Si occupa delle sue terre, visita i suoi contadini, la sua chiesa, la sua scuola, e, dove può, concorre a far più felici gli abitatori delle sue terre. Anche gli uccelli e le lepri hanno pace e vivono sicuri, quando il conte Ladislao è a Wroblewice. All’ ingresso delle sue boscaglie sta scritto che la caccia è vietata; ma il primo a cui il conte rifiuta il diritto di cacciare è il conte stesso.

Quando il conte Ladislao parte, la caccia incomincia. E il Conte parte per muovere in traccia di nuove ispirazioni. La sua anima ha una sete ardente e continua d‘ ideale. Ogni forma del bello lo seduce: l’arte e la natura gli parlano in tutta la loro efficace eloquenza.

Tu sai forse che egli è poeta e compositore inspirato. Si potrebbe credere che tutta la poesia che egli versa nelle sue rime e nelle sue note sia derivata tutta dalle occasioni ch‘ ei trova; ma egli le trova perchè le cerca in sè, perchè tutta la sua anima è poetica, perchè tutta la sua vita avventurosa è il prodotto d’un organismo originale e poetico.

Ogni stanza di questa sua dimora ha un carattere; l’una é sacra alla pittura, l’altra alla musica, un’altra all’Oriente, e cosi via via, tutta la casa rassomiglia ad una specie di tempio, ove ogni cappella ha un culto speciale, e tutte insieme formano un’armonia religiosa. Ti scrivo queste parole dalla stanza in cui il Conte dorme. È la stanza stessa in cui venne cullato fanciullo. Il letticciuolo è una specie di nicchia. Di fronte al capezzale sta la Madonna Sistina di Raffaello, sopra la Madonna il ritratto della madre; di fianco alla Madonna, da una parte, il ritratto della nonna, dall’altra, quello del padre. Nella parete laterale della nicchia, un’altra Madonna, delle armi e de’fiori; sopra il capezzale un crocifisso; presso il letto un tavolino; sopra il tavolino l’Achmed, un’opera in musica in due atti, della quale ho soltanto inteso il poetico preludio, e che mi sembra destinata, tosto che verra rappresentata, a porre il nome del Tarnowski in voga come quello di uno fra I compositori più geniali del nostro tempo. Sopra al tavolino sono sospesi ad una specie di paravento, come a completare la nicchia ove il conte dorme e a proteggerla, i ritratti di alcuni cari amici estinti. Una intiera parete di questa stessa stanza è coperta di incisioni de’ quadri di Raffaello; onde bene a ragione l’Accademia Raffaello di Urbino nominava tra i suoi membri corrispondenti il conte Tarnowski. Essa non conosceva, di certo, questo particolare; e avra caro forse di sapere adesso come prima ch'ella pensasse ad onorare il Tarnowski aecogliendo meritamente nel suo seno, il giovine artista polacco, che tante onora coll'arte e con la coltura sua il patriziato galliziano, nella sua solitaria dimora di Wroblewice, aveva già eretto una specie d’ altare alla gloria del più gentile fra i pittori del mondo.

Io interrompe qui la mia lettera. Il Conte e arrivato. lo non m’appartengo più. Son tutto dell'amico, che con le sue carezze m'avvince. Tu ami gli uomini poligoni. T’ assicuro che, se tu conoscessi Ladislao Tarnowski, non ameresti nessuno più di questo cavaliere poeta, di questo trovatore pellegrino, di questo libero credente, di questo sognatore cortese. Ma quest'uomo non è perfetto; per divenirlo, gli manca qualche cosa, qualcheduno, un essere, un genio benefico che vegli al suo fianco, che scaldi e illumini la sua casa, una donna degna di lui. Tu, artista, scenziato e operaio d'amore, puoi dire quanto nella vita sia grave una tale lacuna, e comprenderai agevolmente come al critico amico essa non abbia potuto sfugire.

Addio.
Il tuo aff.mo
ANGELO DE GUBERNATIS.