Al rombo del cannone/L’Imperatore liberale: Federico III

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L’Imperatore liberale: Federico III

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L’Imperatore liberale: Federico III
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L’Imperatore liberale:

FEDERICO III.

Se è vero che "i vituperi di nemico a nemico onta non fanno", le lodi di nemico a nemico fanno senza dubbio tanto onore a chi meritamente le ottiene quanto a chi doverosamente le tributa. Che in piena guerra contro la Germania ancora accampata in terra francese, un Francese, un membro dell’Istituto, Henri Welschinger, pubblichi una grossa biografia apologetica di uno dei principali autori delle vittorie del 1870, di un Hohenzollern, del padre di Guglielmo II, è cosa degna d’esser notata, particolarmente in Italia, dove le virtù di quell’infelice sovrano furono conosciute più da vicino e poterono quindi esser meglio apprezzate.


I.

Certo, da Principe ereditario e da Imperatore, Federico Guglielmo ebbe piena coscienza del dovere di lavorare alla grandezza del [p. 174 modifica]suo paese; ma quanto le vie che egli intendeva seguire per assicurarla fossero diverse da quelle che i governanti batterono col consentimento ed il plauso della nazione, si vide dalla guerra che gli fu mossa nella stessa Germania. Ammiratore delle istituzioni politiche inglesi, profondamente devoto alla Regina Vittoria, della quale aveva sposato la figlia Vittoria, l’erede del trono prussiano riuscì tanto inviso al ministro del proprio padre, da vedersi escluso dai pubblici negozii e giudicato finanche non incapace di tradire gl’interessi della patria! Ottone di Bismarck lo tenne al buio, sempre che potè, delle notizie di governo, temendo che le rivelasse alla moglie, la quale le avrebbe a sua volta partecipate alla Corte britannica. Discutendosi, durante la guerra contro la Francia, alte quistioni di Stato, il ministro osò chiudere la bocca al suo futuro sovrano, e quando si firmò la pace gli nascose il grande avvenimento; un giorno lo accusò senz’altro di comunicare ai suoi "piccoli amici d’Inghilterra" ed ai "ciarlatani politici" le note e le osservazioni che il Principe riflessivo e studioso consegnava alle pagine di un suo diario intimo. "Ciarlatani", naturalmente, erano, a giudizio di Bismarck, i progressisti dei quali Federico Guglielmo amava circondarsi.

Quello che fu chiamato incidente di Danzica aveva dato inizio alla lotta. Recatosi nell’antica [p. 175 modifica]città polacca per compiervi un’ispezione militare, l’erede del trono vi giungeva il 31 maggio del 1863, vigilia della pubblicazione di un decreto che restringeva la libertà di stampa: alle espressioni di rispettoso rammarico rivoltegli il domani dal borgomastro, Federico Guglielmo si affrettava a rispondere manifestando il rammarico suo proprio per essere giunto mentre, a sua insaputa, si produceva tra il governo ed il popolo un disaccordo del quale non aveva la minima responsabilità. Non contento di questa assicurazione, il Principe mandava a Bismarck una formale protesta contro il reazionario decreto ed esigeva che fosse comunicata al Ministero di Stato. Bismarck, di rimando, accusava il figlio al padre; ma, ai rimproveri paterni, Federico Guglielmo rispondeva giustificando la propria condotta, e scriveva al ministro dichiarandogli che la sua politica non dimostrava nè affetto nè stima verso il popolo, che era fondata sopra discutibili interpretazioni della costituzione, che la svalutava agli occhi del Re, e avrebbe anzi finito con lo spingerlo a violarla: per conseguenza, lo scrivente chiedeva d’essere esonerato da tutte le sue cariche ufficiali e dispensato dal partecipare ai Consigli dei ministri. Come se non fosse abbastanza per suscitare la collera bismarchiana, il Times pubblicava una particolareggiata informazione intorno all’incidente, rallegrandosi [p. 176 modifica]col Kronprinz per avere una moglie educata a quei principii liberali che egli stesso tentava di far prevalere anche in Prussia. Nell’impeto dell’ira, Bismarck accusò al Re la Principessa ereditaria, la Regina Vittoria, e la stessa Regina prussiana - Augusta di Sassonia-Weimar, anch’ella favorevole al partito progressista - come autrici della ribellione del Principe; ma questi confermava al padre d’esser contrario alla politica dispotica, che avrebbe recato gran danno alla dinastia e pregiudicato l’avvenire della nazione, e gli consegnava inoltre un memoriale dove erano partitamente precisate tutte le ragioni del suo malcontento. E Bismarck, a cui il Re Guglielmo partecipava quello scritto, vi apponeva in margine i più acri commenti, osservando che la condotta dell’erede del trono, suggeritagli probabilmente dalla Principessa, cupida di guadagnare al marito il favore popolare, era una vera e propria ribellione alla Corona, passibile di giudizio e di castigo, più pericolosa della stessa propaganda anarchica, capace finanche di provocare qualche odioso attentato contro la persona del Re!


II.

Il dissidio tra quei due uomini non poteva comporsi, perchè dipendeva dall’intima e q [p. 177 modifica]uasi organica diversità della loro natura. Mentre l’uomo di ferro, duro, testardo, iracondo, violento, non intendeva adoperare altro che la forza per conseguire l’unità tedesca, il Principe mite, generoso, persuasibile, giudicava la forza "non necessaria"; e mentre l’astuto, infinto e mendace ministro procedeva per vie oblique e tortuose, il Principe franco e leale manifestava apertamente tutto il proprio pensiero e non sospettava la doppiezza altrui.

Iniziandosi, con la guerra danese del 1864, l’effettuazione del programma bismarchiano, Federico Guglielmo, infatti, non scopre subito il giuoco; ma, non appena comprende le secrete mire del ministro, "il secondo fine di qualche ingrandimento prussiano", tosto gli scrive: "Lasciatemi brevemente dirvi la mia opinione: cioè, che tali disegni falsano tutta la nostra politica tedesca e ci preparano complicazioni con l’Europa". E quando, nel 1866, la Prussia dichiara guerra all’Austria, sua complice nell’aggressione di due anni innanzi, rigettando su lei l’accusa di menzogna, di perfidia e di malafede, l’erede del trono fa di tutto per evitare il conflitto e non nasconde neanche all’esercito il proprio rincrescimento: chiamato al suo posto di battaglia, compie egregiamente il suo dovere di soldato e arriva in tempo a Sadowa per decidere le sorti della giornata; ma sullo stesso [p. 178 modifica]campo della grande vittoria esclama: "Colui che con un tratto di penna scatena la guerra non sa che cosa fa uscire dall’inferno!". Il trionfo non lo inebbria, non lo converte ai metodi preferiti dai militaristi: nel 1867, a chi considera leggermente l’eventualità che la quistione del Lussemburgo si risolva con le armi, osserva severamente: "Voi non avete visto la guerra, signore; altrimenti non ne pronunziereste tanto facilmente il nome. Io che mi sono trovato a faccia a faccia con questa cosa terribile, io vi dico che il più grande dei doveri consiste nell’evitarla, quando è possibile. Dichiararla è assumere una ben grave responsabilità. Un uomo di Stato, anche quando ne prevede la necessità, non dovrebbe mai provocarla per via di artifizii....".

E nel 1870 egli accetta la nuova sciagura appunto perchè non sa che Bismarck si è servito di "artifizii" - la falsificazione del dispaccio di Ems - per far credere che la Prussia sia stata provocata; ma, nel condurre le operazioni militari, mentre lo spietato politico vieta che si conceda quartiere e che si facciano prigionieri, il Principe soldato si duole nel vedere i campi di Francia deserti "per paura degli antropofaghi tedeschi", e impartisce quindi gli ordini più severi affinchè le popolazioni siano rispettate, e lamenta che in quella "lotta di giganti nulla sarà risparmiato al mio orrore [p. 179 modifica]della guerra". A Sedan sconsiglia tutto quanto può umiliare il vinto Napoleone, e dal premio della vittoria sarebbe disposto ad escludere Metz, e prevede che l’acquisto dell’Alsazia e della Lorena "potrà riuscirci molto precario".


III.

Nelle grandi e nelle piccole cose il suo pensiero differisce da quello dei dirigenti. Mentre gli ambiziosi vogliono fondare l’impero, Federico Guglielmo ha idee più modeste: si contenterebbe che la Germania fosse costituita in Regno, e propone per conseguenza che tutti i capi degli Stati da riunire nel nuovo reame rinunziino ai loro particolari titoli di Re, Principi e Granduchi, per ridursi semplicemente a duchi. Regno od Impero, del resto, "il principale nostro scopo", scrive, "è di edificare una Germania libera". Disgraziatamente, non può illudersi di raggiungerlo finchè il timone dello Stato resterà nelle stesse mani che ora lo reggono: "Dove trovare gli uomini capaci di comprendere e di esporre i veri principii, i principii necessarii a consolidare le nostre fortune?". Questi principii sono tanto avversati, che mentre egli fa distribuire ai soldati feriti un giornale liberale, Bismarck ne ordina il seque [p. 180 modifica]stro! Come fare assegnamento, in queste circostanze, sulla fondazione d’un Impero democratico? "Solo quella futura età nella quale si dovranno fare i conti con me potrà riuscirvi. Le esperienze compiute durante dieci anni non mi saranno tornate inutili. Io sarò più che altro il primo principe che si presenterà al popolo lealmente e incondizionatamente affezionato alle leggi costituzionali".

Coerenti a questo proponimento sono tutte le sue idee di governo. "Il mio primo còmpito sarà la soluzione delle quistioni sociali, che voglio sviscerare". Egli è favorevole ai Polacchi, ai Danesi, a tutte le nazionalità sottoposte; in politica estera vuole una sincera pacificazione con la Francia: "Non porto nessun sentimento di odio contro i Francesi, mi sforzo invece di preparare la riconciliazione". L’alleanza con l’Inghilterra è un altro punto del suo programma: "Io vorrei arrivare, seguendo i principii dell’indimenticabile mio suocero" - Alberto di Sassonia-Coburgo, Principe consorte della Regina Vittoria - "a formare una catena tra due nazioni i cui rapporti saranno per essere tanto vasti". Ed a questo proposito si manifesta ancora una volta l’irreconciliabile discordia con Bismarck. Quel junker difensore del diritto divino, contrario al sistema parlamentare britannico, mediocre estimatore della Regina Vittoria - "la gonnella inglese", la chiama, e [p. 181 modifica]chiama la figlia di lei, la Principessa ereditaria tedesca: "Vittoria Numero due", od anche: "il discepolo di Gladstone" - quel furbo Prussiano stringe con la Russia il secreto patto diplomatico conosciuto col nome di Trattato di contro-assicurazione, secondo il quale, in caso di guerra anglo-russa, la Germania resterà neutrale. Non appena ne ha notizia, Federico Guglielmo immediatamente osserva: "Spero bene che l’Inghilterra ne sia stata avvertila e che vi abbia acconsentito!" - provocando il riso di Bismarck e dei suoi accoliti con queste parole, dettate, a giudizio del volpino ministro, da un candore troppo ingenuo e propriamente puerile....

Il Cancelliere non lo stima infatti "uomo capace di serie riflessioni"; dice anzi di lui che, "come tutti i mediocri, il Kronprinz amava copiare e nascondere le sue lettere. Non aveva nient’altro da fare, del resto, poichè l’Imperatore lo teneva sempre al buio delle cose di Stato, e non mi permetteva di comunicargli nulla": menzogna con la quale il troppo abile uomo capovolge la verità: ha lavorato egli stesso ad escludere l’erede del trono dal governo, a mettere in cattiva luce il figlio presso il padre, e vorrebbe dare ad intendere che è il padre quello che ha dubitato del figlio!...

E un giorno il dramma del quale è teatro la Corte prussiana si muta in tragedia. È il giorno [p. 182 modifica]nel quale, morto il vecchio Guglielmo I, Federico Guglielmo sale finalmente al trono col nome di Federico III. Vuole il destino che l’uomo tanto lungamente, tanto scrupolosamente preparatosi a meritare il suo altissimo ufficio, l’uomo che vorrebbe fare del suo regno "un benefizio per il popolo, una benedizione per l’Impero", il sovrano nella cui corona "l’oro ardente dovrebbe mescolarsi ai pallidi e dolci rami dell’olivo", il fautore del regime liberale, del sistema parlamentare, delle leggi democratiche, della giustizia sociale, della diplomazia leale, della politica conciliante, temperata e pacifica, debba afferrare lo scettro quando la sua mano sta per essere irrigidita dalla morte, che debba annunziare al popolo il suo grande disegno di governo quando non gli resta più un filo di voce nella gola invasa dal cancro.... Ma neanche dinanzi a quella tremenda agonia le ire e gli sdegni si placano. Egli - l’Imperatore! - non è libero di affidarsi ad un chirurgo di sua fiducia: perchè il chirurgo è inglese, i medici tedeschi e i pangermanisti arrabbiati gli si scagliano contro; un giornale, la Koelnische Zeitung, lo avverte di non uscire per le vie di Berlino "perchè il popolo lo farebbe a pezzi e lo lapiderebbe". Per suo conto, il Cancelliere, a cui qualcuno fa notare lo strazio atroce dello sciagurato sovrano, seccamente risponde: "Possibile, ma non ho tempo da fare [p. 183 modifica]una politica sentimentale". E neanche la morte lo placa.

Prima di chiudere gli occhi, Federico III ha affidato il suo Diario alla moglie adorata; la quale, stralciate le pagine del 1870, le ha consegnate al consigliere Geffcken, uno dei sinceri amici del morto sovrano. Il consigliere, per onorare la memoria del suo signore e per appagarne l’espresso desiderio, pubblica quelle pagine sulla Deutsche Rundschau - e allora l’ira del Cancelliere non conosce più freno. La sua fortuna ha voluto che Federico III restasse ad agonizzare sul funebre trono novantanove giorni, durante i quali è mancata al moribondo, già muto per sempre, la forza, non che di effettuare, ma di semplicemente proclamare i suoi magnanimi proponimenti; sennonchè il morto, dal suo sepolcro, dalle pagine del postumo libro, li attesta ancora, li riafferma, e svela anche la tenace opposizione che gl’impedì di tradurli in atti. Fuori di sè, il Cancelliere impone che quella pubblicazione sia incriminata; quantunque certo dell’autenticità del Diario - "neanche un minuto ne ho dubitato" - vuole metterla in forse: "Non importa: bisogna trattarlo come se fosse falso", e minaccia di dimettersi se non si procederà giudiziariamente; chiede un minimo di due anni di lavori forzati contro l’editore; fa accusare il duca Ernesto di Sassonia-Coburgo, proprietario della Rundschau; fa imprigionare [p. 184 modifica]il consigliere Geffcken, spontaneamente presentatosi alla giustizia; lo traduce dinanzi al Tribunale di Lipsia; ma, poichè i giudici pronunziano una sentenza assolutoria, il furibondo chiede che, almeno, l’atto di accusa sia reso pubblico sul Giornale ufficiale dell’impero, e pretende che Geffcken sia punito se non altro disciplinarmente, come professore all’Università di Strasburgo: udendo che l’Università non è sottoposta allo stesso regime di tutte le amministrazioni dello Stato, esclama: "Ma come? Il professore, in Germania, sfugge alla legge?..." e non se ne dà pace, e non lascia mezzo intentato per distruggere la "leggenda" del liberalismo dell’Imperatore, "come perniciosa a tutta quanta la dinastia".

Il nuovo biografo francese di Federico III, come già l’inglese Rennel Rodd, molto opportunamente ha voluto dimostrare che quel liberalismo non era una leggenda, che l’orrore della guerra, che l’amore della patria, che la mitezza, la modestia, la moderazione, la lealtà, la carità, il cristianesimo del monarca meritamente chiamato Federico il Nobile furono virtù rare - nel doppio senso della parola: come infrequenti sul trono che egli doveva per tanto poco tempo occupare, e per ciò stesso tanto più preziose - sebbene fatalmente e sciaguratamente rimaste inefficaci.

Negano i deterministi ciò che Tommaso Carlyle [p. 185 modifica]afferma, cioè l’efficacia dell’intervento personale dell’Eroe sul corso della storia; ma quando si pensa che Federico III, il quale scriveva, dinanzi a Parigi assediata, il 27 gennaio del 1871: "È oggi il tredicesimo natalizio di mio figlio Guglielmo. Possa egli divenire un uomo forte, leale, fedele, sincero.... C’è propriamente da aver paura quando si pensa alle speranze riposte fin da ora sul capo di quel fanciullo, e quale grande responsabilità ci incombe dinanzi alla patria per l’indirizzo che diamo alla sua educazione. Essa incontra già tante difficoltà per le considerazioni di famiglia e di casta alla Corte di Berlino!..."; quando si pensa che quel padre esemplare, che quell’Imperatore liberale avrebbe potuto regnare a lungo ed attuare i suoi grandi disegni, o se non altro impedire che i piani contrarii e le correnti ostili prevalessero, e vivere ancora nel luglio del 1914 - avrebbe avuto 83 anni; il padre suo potè bene viverne 91! - si deve veramente concludere col Welschinger che la morte prematura di quell’uomo fu un disastro per la Germania, per l’Europa e per il mondo.

1.° gennaio 1918.