Alcesti (Euripide - Romagnoli)/Parodo

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Parodo

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Euripide - Alcesti (438 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1928)
Parodo
Prologo Primo episodio
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli
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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0312.png

Dalle due pàrodoi avanza il coro, composto di cittadini di Fere,
uomini, donne, giovani, vecchi. I due corifei cantano la strofe
e rantistrofe. Altri, a volta a volta, prendono la parola.


un cittadino
Perché questa pace dinanzi alla reggia?
È muta la casa d’Admeto. Perché?
Né alcun degli amici qui scorgo, che dica
se morta già debbasi piangere,
se ancor vede luce la figlia di Pelio,
Alcesti, che a me,
che a tutti, tal donna è sembrata
che mai sulla terra la simil non visse.

primo corifeo
Strofe
Ode alcun nella reggia
suono di mani, o gemito,
od ululo che dia nuova funesta?
Né alcun dei servi scorgesi
presso alla porta. O Apolline,
fulger tu possa in mezzo alla tempesta!

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A


Non tacerebbero, se morta fosse!

B


Ella è già spenta!

C


No, non uscita è ancor dalla dimora.

D


Che ne sai? Non lo spero! E che t’incuora?

E


Celebrar forse a cosí santa sposa
potrebbe Admeto esequie solitàrie?

secondo corifeo
Non veggo su la soglia
acqua di scaturigine,
come pei morti. Ad onorar la salma
non cadde ancor cesarie1
recisa innanzi all’atrio:
picchiar non odo di femminea palma.
Eppure, il giorno fatale è questo!

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B


Che mai, che dici?

A


In cui conviene che sotterra scenda.

B


Tocchi l’animo mio, tocchi il mio cuore!

C


Quando sui buoni piomba la sciagura,
triste divien chi buono è per natura.

primo corifeo

Strofe
Né su la terra è plaga,
non la Licia2, né l’arida
dell’Ammonio dimora3,
a cui volger la prora
alcuno possa, e l’anima
della misera Alcesti
riscattar: ché su lei
pesa l’ineluttabile
Fato. Di quali Dei
mover debba all’altare
non so, né quali debba ostie sgozzare.

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secondo corifeo

Antistrofe
Solo se vivo ancora
fosse il figliuol d’Apolline4,
essa lasciar dell’Ade
le soglie, le contrade
buie lasciare, e riedere
potrebbe: ch’ei risorgere
fea la gente defunta:
sinché su lui del folgore
divin la flammea punta
piombò. Ma che speranza
che a vita ella ritorni, oggi m’avanza?

A


Già tutto a salvare la nostra regina
tentammo. Dei Numi
sovressi gli altari,
di vittime sangue, di vittime fumi.
Al male non v’è medicina.

Dalla reggia esce un'ancella.


B


Veh! Dalla casa una fantesca giunge,
versando pianto. Udir che mai dovrò?
Se la sciagura i signor nostri coglie,
versar lagrime è giusto. — Ora tu dicci
se viva ancora o spenta è la regina.

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ancella
Puoi dirla viva, puoi già morta dirla.

primo corifeo
Come può morto e vivo essere alcuno?

ancella
Già presso è a morte, già lo spirto esala.

primo corifeo
Di quale sposa, ahi, quale sposo è privo!

ancella
Nol saprà, se perduta pria non l’abbia!

primo corifeo
Piú non v’è speme di serbarla in vita?

ancella
Il dí fatale a morte la costringe.

primo corifeo
E l’esequie per lei già s’apparecchia?

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ancella
Pronti Admeto ha gli arredi a seppellirla.

primo corifeo
Sappi, Alcesti. che muor con te la donna
miglior fra quante sotto il sole vivono.

ancella
Come no? La migliore. E chi contendere
potrà che questa ogni altra donna avanzi?
Chi mai potrà l’amor pel suo consorte
dimostrar meglio che per lui morendo?
Ma questo a tutti i cittadini è noto.
Quanto in casa ella fece, odi, e stupisci.
Poi che giungere vide il giorno estremo,
volonterosa, pria le pure membra
lavò nella corrente acqua; e dall’arche
di cedro, vesti ed ornamenti trasse,
e s’abbigliò compostamente. E stando
presso all’ara di Vesta, la pregò:
«Ora che ai regni sotterranei scendo,
quest’ultima preghiera, o Dea, ti volgo.
Proteggi i figli miei. Fida una sposa
unisci a questo: un generoso sposo
a questa. E non come io, lor madre, muoio,
muoiano innanzi tempo i figli miei;
ma nella patria vivano felici».
E a quanti altari nella reggia sono,
andò, li ghirlandò, pregò, scerpendo
dalla chioma d’un mirto i ramicelli.

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senza pianto, né gemito: né il vago
viso turbava l’imminente fine.
Entrò quindi nel talamo, sul letto
nuziale; e qui pianse, e favellò.
«Letto che avesti il fior della mia vita,
addio: non t’odio io, no, sebbene muoio
solo per te; per non tradir lo sposo
e te, muoio. Sarai d’un’altra donna,
non piú casta di me: piú fortunata».
E su vi cade; e lo bacia; e d’un fiotto
di lagrime la coltre è molle tutta.
Or, poi che sazia fu del pianto lungo,
si stacca dalle coltri, e s’allontana.
Ma nel l’uscir dal talamo, si volge
piú volte; e sovra il letto ancor si gitta.
Stretti alle vesti della madre, i figli
piangeano. In braccio essa li prese: e già
moribonda, baciava or l’uno or l’altra.
Tutti i servi piangean nella dimora,
per la pietà della regina. Ed essa
tese a tutti la destra. E niuno v’era
umil cosí, che a lui non favellasse,
che a lei non rispondesse. Ecco che avviene
nella casa d’Admèto. Oh, s’egli fosse
morto, non piú sarebbe. Ma, scampato,
tale è il suo duol, che non avrà mai fine.

primo corifeo
Di sí nobile sposa andare privo!
Certo, per questo male Admeto piange.

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ancella
Tien fra le braccia la diletta sposa,
e piange, e prega perché non lo lasci.
L’impossibile cerca! Ella si strugge
nel suo male, si disfa, s’abbandona,
triste peso, al suo braccio. E, benché poco
respiri piú, del sole i raggi anela.
Or vado ad annunciar la tua presenza:
ché non tanto aman tutti i lor signori,
che serbin fido cuor nelle sciagure;
e tu sei dei padroni amico vecchio.

L’ancella rientra nella reggia.



A
Giove, qual fine avranno i mali? Come
allontanar dal capo del nostro re gli affanni?

B
Esce alcun già? Reciderò le chiome?
Cingerò le mie membra col vel dei negri panni?

C
Già tutto è chiaro, amici. Pur tuttavia, preghiere
leviamo ai Numi. Grande è dei Numi il poterei

primo corifeo
Strofe
Oh dio Peane,
trova rimedio tu pei casi tristi

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d’Admeto, e a lui lo porgi. Un’altra volta
già tu lo rinvenisti.
Giungi anche adesso, giungi,
frena Averno sanguineo,
e la morte tien lungi.
Ahimè, ahimè! Che sposa a te s’invola,
o figliuol di Ferete! Ahi, sventura, sventura!
Stringere ei non dovrebbe alla sua gola
laccio funesto, o spegnersi di morte anche piú dura?
La tua, cara non dico, carissima consorte,
veder dovrai quest’oggi cader preda alla morte.

secondo corifeo
Antistrofe
Oh vedi, vedi!
Esce già dalla reggia anche il signore.
Ulula, piangi tu, suolo di Fere!
Dal morbo la migliore
delle donne consunta,
per sotterraneo valico
nel buio Avemo è giunta.

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A

Puoi tu dir che le nozze non rechino
piú che gioia dolor, se argomenti
dagli eventi trascorsi, e ai presenti
volgi il guardo: al mio sire che, privo
della sposa piú nobile, vivo
pur vivendo, mai piú non sarà?

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0139.png

  1. [p. 335 modifica]
  2. [p. 335 modifica]
  3. [p. 335 modifica]
  4. [p. 336 modifica]II figliuol d’Apolline, Asclepio, dottissimo nell’arte medica, il quale non si limitava a guarire gli ammalati, ma spingeva la sua abilità sino a resuscitare i morti.