Anime allo specchio/Andante appassionato

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Andante appassionato

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Un colpo di sperone L’amico intimo

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ANDANTE APPASSIONATO.

Poichè Leo Carmine scrisse a sua cugina Valeria annunziandole il suo ritorno in patria per una sosta d’alcune settimane, ella si decise finalmente a porre in opera quella deliberazione che da più mesi meditava. Chiamò con un biglietto il medico di famiglia e fingendo scaltramente di chiedergli consiglio, lo indusse ad accettare ed a seguire il suo proposito.

Valeria Carmine aveva una sorella maggiore di sette anni e figlia di un’altra madre. Ormai orfane, vivevano entrambe agiatamente in un loro grigio palazzo di provincia con due vecchie domestiche fedeli, assentandosi raramente, ricevendo pochi e fidati amici di casa, guardando il passaggio lento ed uguale del tempo.

Evelina, la sorella maggiore, aveva varcato da poco la trentina ed era alta ed esile [p. 194 modifica]con capelli biondi ed occhi chiari come acqua, ma camminava un po’ curva in avanti, sporgendo il capo ed alzando il mento, col passo strisciante ed incerto delle sonnambule. L’azzurro acqueo dei suoi occhi appariva talvolta intorbidato e dilatato come se vi passassero dinanzi strane allucinazioni e la sua bocca pallida sorrideva di rado con un sorriso infantile che le scopriva i denti ancora bianchissimi nel volto leggermente giallognolo.

Ella rimaneva rinchiusa per giorni e giorni, talora per intere settimane, in due piccole stanze ch’ella prediligeva perchè s’aprivano sopra una veranda bassa dalla quale si scendeva al giardino e leggeva continuamente romanzi, novelle, versi d’amore che il suo libraio le mandava dalla città. Di quando in quando le due stanzette e la veranda erano così ingombre di libri che Valeria faceva venire un uomo col carrettino perchè se li portasse via e l’ordine si ristabilisse. Ma Evelina ne salvava alcuni nascondendoli sotto il guanciale ed erano i più appassionati ed i più tristi, quelli in cui una dolente storia d’amore piangeva spasimando. Li teneva presso di sè e li rileggeva sospirando, avvolta in una vecchia vestaglia turca e adagiata su una sedia a sdraio, vicino ad un piccolo tavolo rotondo che sorreggeva un cofanetto pieno di lettere e parecchi ritratti. [p. 195 modifica]Erano fotografie un po’ sbiadite, chiuse in cornici ricamate a viole del pensiero rappresentavano tutte un unico uomo, un giovine bruno dalle spalle quadrate, dallo sguardo un po’ fosco sotto le sopracciglia unite alla radice del naso, dalla bocca tumida e fresca come quella di un adolescente.

Appariva in una di esse stretto in un costume da caccia in velluto cupo, in un’altra a cavallo, coi denti e gli occhi lucenti nell’ombra del cappello floscio, in un’altra ancora vestito da sera, coi guanti in mano e il fiore all’occhiello. Evelina restava qualche volta immobile, quasi affascinata, fissando lungamente quelle figure coi suoi chiari occhi divenuti all’improvviso torbidi e come vuoti di pensiero e poi per la piccola gradinata si precipitava in giardino e correva, correva, stringendosi alla persona scarna la sua vestaglia turca, lanciandosi intorno sguardi paurosi come se temesse un inseguimento od un agguato. E se qualcuno incontrandola le chiedeva dove si dirigesse con tanta fretta ella rispondeva senza fermarsi: — Vado a passeggio, che ve ne importa? — E continuava a fuggire, mentre dietro di lei si ripeteva: — È pazza.

Quando rientrava pallida, ansante, stanca a morte, si buttava sulla sedia a sdraio, riprendeva ad uno ad uno i tre ritratti, li baciava con frenesia, se li premeva sul cuore, [p. 196 modifica]piangeva. Erano i ritratti di suo cugino Leo Carmine.

Evelina e Leo Carmine s’erano ardentemente amati sei anni prima quando il giovine, mezzo rovinato da un padre prodigo, tentava di sistemarne l’imbrogliatissima eredità amministrando egli stesso i suoi beni e facendo intanto con gaia disinvoltura e con grazia galante il signorotto campagnuolo.

Nessuno sapeva fino a qual punto li avesse trascinati la tumultuosa passione e si susurrava che la piccola gradinata della terrazza fosse stata bene spesso galeotta e pronuba di quell’amore in certe notti senza luna. Ma quasi all’improvviso, mentre Evelina sognava ed aspettava le nozze, Leo era partito per l’America del nord, dove certi suoi lontani congiunti lo avevano chiamato, offrendogli nella costruzione di un loro tronco di ferrovia un posto di fiducia, il quale lo doveva arricchire in meno d’un paio d’anni. Senonchè gli anni s’erano moltiplicati, le lettere d’amore diminuite e poi cessate, le speranze d’Evelina cadute, ed a poco a poco la sua passione s’era esaltata in una specie di monomania amorosa, la quale presentava talvolta tutte le morbose caratteristiche di una leggera demenza.

Valeria Carmine non amava la sorellastra e non la compiangeva; la invidiava forse per quel romanzo fervido da lei vissuto quand’ [p. 197 modifica]ella era ancora quasi una ragazzina, rinchiusa a studiare in un convento di monache. Aveva conosciuto il cugino poche settimane prima che partisse, ma la sua figura era rimasta così fortemente impressa nella sua memoria che le bastava chiudere gli occhi per vederselo apparire dinanzi in tutta la sua giovanile baldanza, con quel sorriso indefinibile col quale egli l’aveva abbracciata per la prima volta il giorno della partenza. S’erano scritto raramente, ma sempre con una grande cordialità, e Valeria aveva nutrito nel suo intimo durante quegli ultimi anni un sogno segreto.

La sorellastra era ormai l’ombra di sè stessa, una scialba figura d’allucinata, una larva vicino a lei ch’era florida e solida, con capelli neri e crespi, le guancie a fossette, le labbra colorite, gli occhi vivaci. Ella doveva senza dubbio piacere a Leo, perchè gli rassomigliava un poco, sebbene ella fosse piccola e tonda, mentre egli era alto e quadrato. Tuttavia un tempo egli aveva amato Evelina, esile e bionda, ma in tanti anni i suoi gusti s’erano certo mutati ed egli cercava forse una moglie molto diversa dall’antica innamorata.

Un solo timore angustiava Valeria: la presenza della sorella. Egli non poteva averla dimenticata completamente durante la sua lontananza e forse il piccolo o il grande rimorso [p. 198 modifica]di quella vita distrutta per cagion sua, di quella rovina già quasi inconsapevole di sè stessa, lo avrebbero riafferrato al ritorno e costretto subito a fuggire, o forse a rimediare con un tardo pentimento al male divenuto insanabile. Perciò occorreva allontanare Evelina.

Quando il vecchio medico di famiglia chiamato da un biglietto di Valeria, accorse allarmato in casa Carmine, la trovò pensosa e accigliata con una lettera dal bollo straniero in mano.

— Mio cugino sta per imbarcarsi per l’Italia; fra due o tre settimane sarà qui, — gli annunziò concitata, mentre il dottore sedeva con flemma.

— Benissimo, — egli disse fregandosi le mani; — lo vedrò volentieri il nostro caro americano.

— Ma Evelina, dottore, pensi ad Evelina, — ribattè Valeria con occhi supplichevoli, — ha avuto parecchie crisi in questi giorni; la presenza di suo cugino le sarà fatale.

— Fatale o no, — osservò quell’uomo bonario che nella sua lunga e oscura carriera s’era abituato a considerare solamente come cose importanti le nascite e le morti. — Che cosa vuol fare di sua sorella?

— Mi dia un consiglio, dottore, — pregò Valeria dopo un lungo sospiro. — Vi sono tante buone case di cura per malattie nervose. [p. 199 modifica]Evelina vi si troverebbe certo meglio che non qui durante la permanenza di Leo.

— Ma senz’alcun dubbio, figliuola mia, — assentì il medico, che contava fra i suoi colleghi il direttore d’una casa di salute, il quale gli aveva reso parecchi servizi senza ch’egli si fosse in qualche modo sdebitato.

E le suggerì il nome di quell’amico, soggiungendo che mediante una sua raccomandazione Evelina avrebbe trovato un trattamento speciale e cure superiori a tutti gli altri malati. Egli stesso s’incaricò di convincerla a lasciare la sua casa per andare fra sconosciuti in un paese ignoto, ma mentre s’aspettava la più ostinata resistenza la trovò invece docilissima, lieta di quel repentino mutamento, disposta al viaggio, incuriosita delle cose e delle persone nuove alle quali andava incontro. Chiese soltanto di portar seco i suoi ritratti ed i suoi libri prediletti e si congedò dalla sorellastra con un saluto quasi affettuoso.

Appena rimasta sola Valeria riordinò da capo a fondo la casa, chiuse le stanze d’Evelina, allineò sui gradini della terrazza una grande quantità di vasi fioriti, perchè l’ospite non riconoscesse la dolce strada del suo antico amore e già si preparava a riceverlo ansiosa di speranze e di timori, quand’egli le telegrafò che aveva ritardato di qualche settimana la sua partenza per causa d’un affare [p. 200 modifica]importante. Valeria ne fu per qualche tempo irritatissima e solo quando ricevette l’annunzio certo del suo imbarco, ricominciò a nutrire di lusinghe il suo sogno segreto.

Ella era ormai da quasi due mesi padrona e signora in casa sua e riceveva di tanto in tanto buone notizie d’Evelina dal medico che la curava, senza però credervi soverchiamente.

Un mattino ella s’aggirava fra le aiuole del giardino con un cappellaccio di paglia sui capelli ancora spettinati ed indosso un vecchio grembialone stinto, intenta a mondare dai bruchi i rosai, quando si sentì chiamare a gran voce dalla vecchia cameriera: — Signorina, signorina, è arrivato il signor Leo.

E prima ch’ella si fosse raccapezzata nel trambusto, se lo vide apparire dinanzi col soprabito chiaro sul braccio e il berretto da viaggio in mano, elegante, sorridente, con le tempia leggermente grigie e due denti d’oro che splendevano al sole.

— Perchè non avvisarmi? — domandava Valeria avvilita dall’incuria della sua persona, pensando al bell’abito di merletto bianco preparato apposta per ricevere l’ospite.

— Vedi in che stato mi trovi? — soggiunse avviandosi verso casa e sperò che il cugino le rivolgesse un complimento galante il quale risollevasse i suoi spiriti umiliati; ma Leo l’osservò da capo a piedi e disse ridendo: [p. 201 modifica]

— Ho lasciato Ebe e ritrovo Giunone, anzi, dirò meglio Pomona, intenta alle opere del giardinaggio e della frutticultura.

— Pomona? — ripetè a sè stessa con qualche sdegno Valeria che non possedeva molta famigliarità con la mitologia. E soggiunse fra sè: — Dev’essere una impertinenza; Leo si piglia gioco di me: non gli piaccio.

E sotto quest’incubo perdette per tutto il giorno ogni gaiezza ed ogni grazia, sebbene avesse indossato il suo bell’abito di merletto bianco.

Fu solo a sera, quand’ebbero finito di pranzare sotto gli alberi del giardino e la prima ombra incominciò a velare i loro volti, che Leo Carmine osò rivolgere a sua cugina la domanda attesa e temuta:

— Come sta Evelina?

La risposta si fece attendere un momento, ma la voce di Valeria non tremò mentr’ella diceva:

— Il medico ha voluto provare una nuova cura in una casa di salute. Stava molto male in questi ultimi tempi.

— E la cura le giova? — chiese ancora Leo.

— Finora non diede alcun risultato e non ne darà, purtroppo, — sospirò Valeria e volle accendere una sigaretta per sviare quel rattristante discorso. Difatti il giovine non replicò e rimase a lungo silenzioso. Tutta la [p. 202 modifica]malinconia del passato parve abbattersi d’un tratto su di lui, in quel vecchio giardino pieno d’ombre note, dov’egli aveva vissuto l’unica sua passione, dove il primo e l’ultimo grande amore della sua vita l’aveva travolto insieme a quella donna in un vento di temeraria follìa. Perchè, perchè non se l’era portata seco, lontano, al di là dei mari ad alleviargli con le sue braccia appassionate le rudi fatiche ed i quotidiani sforzi della sua corsa alla ricchezza? Perchè l’aveva lasciata intristire e intorpidire nell’abbandono, mentre ella aveva in sè tanta forza per amare e per essere amata?

Rare e incerte notizie gli erano giunte della malattia d’Evelina e nessuno aveva saputo o voluto informarlo su di essa con esattezza e con assiduità. Ella, dopo un’ultima lettera disperata nella quale gli chiedeva invano il permesso di raggiungerlo, s’era taciuta per sempre e quel silenzio gli era sembrato terribile più di tutte le più desolate parole.

Ora egli sapeva che ogni speranza era finita per lei, che ella non era più che un’ombra del passato, una rovina umana, una incosciente per cui la morte è una dolce liberatrice e s’accorgeva al tempo stesso che egli era tornato in patria per lei sola, per vederla in tutta la tristezza del suo stato presente, così come l’omicida ritorna fatalmente a contemplare la sua vittima. [p. 203 modifica]

O forse nelle buie tortuosità della sua coscienza sopravviveva l’illusione di ritrovarla ancora innamorata e ancora tale da suscitare amore, come un tempo?

Egli non se lo chiese, ma domandò a Valeria fra altri discorsi leggeri, il nome del medico che curava sua sorella, quindi accusò un po’ di stanchezza e si fece accompagnare alla sua camera. Più tardi, quando tutta la casa fu immersa nel sonno, egli scese nel giardino, vagò sotto i vecchi alberi, tutti neri incontro alla perlacea chiarità lunare, rivisse ora per ora il suo passato come tante volte l’aveva sognato laggiù, oltre i mari, quando un momento di feroce ira nostalgica gli saliva al cervello come una mala ebbrezza. Cercò ansiosamente la piccola scala che conduceva alla veranda e da quella alle due stanzette piene di fervidissimi ricordi, ma s’avvide che essa si dissimulava sotto molte file di vasetti verdi e che tutte le persiane ermeticamente chiuse davano a questa parte della casa l’aspetto di un luogo disabitato o visitato dalla morte.

— Quella ragazza mi ha un’aria subdola, — egli rifletteva contemplando gli occhi ciechi delle finestre sulle quali batteva il bianco lume della luna. — Ho dovuto interrogarla per sapere qualche cosa di sua sorella e ciò non ostante ella evitava le mie domande e sviava il discorso. Di più ella ha fatto sparire [p. 204 modifica]qui e dovunque ogni traccia di quella sventurata. Certo ella vuole che io la dimentichi, forse pretende che io mi occupi di lei. — E ripensò con noia alla sua confusione e alla sua ira del mattino, quand’egli l’aveva sorpresa in una acconciatura poco seducente, alle sue civetterie di piccola provinciale inesperta, all’eleganza esagerata dei suoi abiti di casa. E tra sè sorridendo pietosamente risalì nella sua camera ed in questi pensieri s’addormentò.

Non tardò a convincersi il domani e i giorni seguenti che veramente sua cugina Valeria fondava su di lui alcune sue vive speranze, ma non riuscì ad esserne nè lusingato nè commosso. Egli non pensava che all’altra, non sentiva che l’altra. La vedeva apparire sottile e bionda, vestita d’azzurro nei vani delle porte, piegare il busto flessibile dalle balaustrate, percorrere i viali del giardino col suo passo leggero. E il pensiero ch’ella fosse ora tanto mutata, malata sfinita folle, una vecchia precoce curva e tremula, chiusa in un sanatorio, gli serrava il petto in uno spasimo di pena e di rimorso.

Dopo una settimana comprese che la gioia del ritorno in patria, tanto attesa e sognata, gli si cambiava in un’inquietudine amara, in una insofferenza torturante che la vita oziosa e monotona della provincia gli rendeva a poco a poco intollerabile. [p. 205 modifica]

— Bisogna che io veda un’ultima volta quella infelice creatura, e poi che io ritorni al mio esilio, — decise un mattino all’improvviso, e col pretesto di visitare certi amici salutò la cugina e andò a cercare la casa di cura che ospitava Evelina.

Trovò una villa tutta bianca, per metà nascosta nel verde di un parco ed un dottore alto e massiccio con una gran barba nera il quale lo accolse amabilmente.

— Mi perdoni, — gli disse questi dopo un breve esordio — s’io sono costretto a parlarle di cose molto delicate, ma la nostra professione ci costringe a conoscere la vita intima psicologica e sentimentale delle nostre pazienti, specialmente nei fatti determinanti del male. Ora la signorina ha rapidamente migliorato in questi due mesi: era denutrita, avvilita dall’abbandono, dalla solitudine e forse dal ridicolo, ridotta ad una larva pietosa. Ma ormai s’avvia verso la guarigione e non vorrei che la sua presenza risuscitandole nella memoria tutto un triste passato producesse in quell’organismo nervoso qualche fenomeno deleterio. Mi comprende, non è vero?

— Io non chiedo di parlarle, non chiedo di essere ricevuto; vorrei soltanto vederla, non visto per un momento, — pregò Leo Carmine con la voce soffocata dall’ansia. — Sarà un desiderio morboso anche questo — soggiunse — [p. 206 modifica]ma ho bisogno, ho bisogno di vederla, non me lo neghi, dottore. È una sofferenza inutile, lo so: od è forse un’inutile espiazione, ma bisogna che io la veda prima di andarmene per sempre.

Il medico abbassò il capo in un cenno di forzato assentimento e lo precedette per un lungo corridoio fiancheggiato da porte numerate. All’ultima si fermò, aprì senza rumore un battente, scostò una portiera, vi aperse uno spiraglio, gli disse: — Eccola.

Evelina sedeva sopra una poltroncina di vimini presso la finestra e leggeva. Dalla sua leggera vestaglia bianca emergeva nudo il lungo collo e si profilava incontro alla luce la delicata testa reclina. Parve sentire lo sguardo che la fissava perchè volse in giro gli occhi come per un indefinibile turbamento e li fermò sulla porta. Allora Leo Carmine potè vederla in volto. Era quella la creatura emaciata, sfinita, demente che egli credeva di ritrovare? No, quella era la sua Evelina di un tempo, il suo amore di giovinezza, coi suoi larghi occhi azzurri, la pelle diafana, la bocca rosea, l’esile persona tutta fremiti e palpiti. Chi gli aveva detto che ella era mutata? Perchè gli avevano mentito? No, era sempre lei, come l’aveva lasciata partendo, come l’aveva sognata lontano.

— Già le dissi che in due mesi ella ha fatto miracoli; — susurrava al suo orecchio [p. 207 modifica]il medico, — quando giunse qui pareva uno spettro.

Ma Leo Carmine non ascoltava, stringeva le mascelle per non prorompere in pianto e si torceva le mani convulsamente quasi per trattenere un impeto. D’un tratto egli respinse il dottore che lo teneva pel braccio e di un balzo fu ai piedi d’Evelina, col volto sulle sue ginocchia e la bocca sulla sua mano, con tutta la persona scossa da un dolore e da una gioia deliranti.

Il dottore fermo sulla porta guardava, pronto ad accorrere. Ma Evelina non svenne e non dette in ismanie. Ella sorrideva con gli occhi semichiusi, come per meglio godere la sua felicità repentina e sembrava ch’ella avesse atteso e preveduto per tanti anni questo momento, con la certezza d’una fatalità. Le sue dita passavano e ripassavano nei capelli di Leo con una tenerezza materna e voluttuosa ad un tempo e finalmente il suo volto si piegò e le sue labbra vi si posarono in un bacio che parve senza fine.

— Per sempre! — ella mormorò, tuttora china su di lui, quasi senza voce.

— Per tutta la vita, — egli rispose sollevando il viso sconvolto.

E riabbandonò il capo in quel grembo.