Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/22

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Anno 22

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Anno di Cristo XXII. Indizione X.
Tiberio imperadore 9.


Consoli


Quinto Haterio Agrippa e Cajo Sulpicio Galba


Questo Galba console, non so dire se padre o pur fratello fosse di Galba, che fu poi imperadore, asserendo Svetonio1 essere stato console il padre d’esso Augusto, e poi soggiugnendo che Cajo fratello d’esso imperadore, per non aver potuto conseguire il proconsolato da Tiberio, si uccise da sè stesso nell’anno 36 dell’Era nostra. Ai suddetti consoli nelle calende di luglio furono sostituiti Marco Coccejo Nerva, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, e Cajo Vibio Ruffino. Era cresciuto in eccesso2 il lusso delle nozze, ne’ conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso delle leggi e prammatiche pubblicate da Augusto, e prima d’Augusto: il che s’era tirato dietro l’aumento dei prezzi delle robe e dei viveri. Fu proposto in senato di rimediare al disordine col moderar le spese. Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficoltà, distrusse tutta la buona intenzion degli edili. Tacito nota, che si continuò in sì fatto scialacquamento fino ai tempi di Vespasiano imperadore, sotto cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l’esempio de’ regnanti. In quest’anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la podestà tribunizia per Druso Cesare suo figliuolo, affine di costituirlo in tal maniera compagno suo nell’autorità e metterlo in istato d’essere suo successore nell’imperio. Fu prontamente ubbidito, e con giunte di novità all’onore: al che nondimeno Tiberio non consentì. Veggonsi [p. 67|68 modifica]medaglie3 di Druso, nelle quali è espressa questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al senato gli asili delle città greche, tanto in Europa che in Asia. Ogni tempio era divenuto un sicuro rifugio d’impunità ad ogni schiavo fuggitivo, ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegii. Si trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto dell’asilo; e però fu moderato quell’eccesso. Infermatasi intanto gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità di tornarsene per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori, per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita sì cara e della comun premura per la di lei salute; studiandosi di placare gl’insensati loro dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio in guisa ch’ebbe a dire più volte in uscir dalla curia: Oh che gente inclinata alla servitù! Nè a lui piaceano tanti sfoggi di una stima verso la sua madre, siccome maggiore incentivo alla di lei natìa superbia e voglia di dominare. Continuavano tuttavia le turbolenze dell’Africa. Tacfarinate ribello era giunto a tale alterigia, che, spediti suoi ambasciadori a Tiberio, gli avea chiesto per sè e per l’esercito suo un determinato paese da signoreggiare: minacciando, non esaudito, una fierissima guerra. Per questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso proconsole di tirar colle buone all’ubbidienza i sollevati, per far poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio, perchè egli era zio materno del favorito Sejano, gli fece accordare gli ornamenti trionfali. Morì in quest’anno Asinio Salonino, figliuolo d’Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto, [p. 68]e però fratello uterino di Druso Cesare.

Note

  1. Sueton in Galba, cap. 3.
  2. Tacitus, lib. 3, cap. 55.
  3. Mediobarb. in Num. Imperator.