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Caccia e Rime (Boccaccio)/Rime/LXXXII

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LXXXII. Dietro al pastor d’Ameto alle materne

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LXXXII.


Dietro al pastor d’Ameto[1] alle materne
     Ombre scendea quel che ad Agenore
     Furtò la figlia[2], quella, il cui valore
     Nei mur troiani anchor vi si discerne[3]:

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     Quando tal donna, quale ad Oloferne5
     Con fiero augurio si arse il tristo core[4],
     M’apparve, accesa con quello splendore
     Ch’è terza luce ne le rote eterne[5].
Et femi tal, vezzosa riguardando,
     Qual fe’ Cupido la figlia di Belo[6],10
     Stando ella attenta et Enea ragionando[7].
     Là ond’io ardo, et, ardendo, del gielo[8]
     Che sentì Biblis[9] temo, imaginando
     Che ’l vestir bruno et il candido velo[10]
Non la faccia crudel o vero honesta,15
     Oltre ’l disio che per lei mi molesta.


Note

  1. Apollo, cioè il sole. ‘Chiama Apollo il pastor d’Ameto alludendo alla favola delicatamente toccata da Tibullo’ (Baldelli). Ameto è forma medievale comune del nome greco Admeto. Nella Fiammetta (I) si legge di Febo: ‘ultimamente, rinchiusa la sua gran luce sotto la forma d’un picciolo pastore, innamorato, guardò li armenti di Ameto’.
  2. La figlia d’Agenore fu Europa. ‘Dice Europa quella il cui valore Nei mur troiani anchor vi si discerne giuocando con poco gusto sul nome e della figlia d’Agenore, e della Nazione che si mosse a distrugger Troia’ (Baldelli). Quel che furtò Europa è il Toro, che qui ‘sta per il secondo segno dello Zodiaco’ (Torraca). Anche nell’Ameto questo è designato, con la medesima perifrasi mitologica, come il ‘rubatore di Europa’.
  3. Il senso di questa quartina è pienamente chiarito da quanto si è osservato nelle due note precedenti: «Dietro al sole tramontava il Toro», ossia: «Era la sera, trovandosi il sole in un grado della costellazione del Toro (tra la metà d’aprile e la metà di maggio).»
  4. «Simile a quella che infiammò il cuore di Oloferne», a Giuditta, vedova appunto come la donna cantata nel presente sonetto (cfr. qui sotto, n.7), la quale è quasi certamente quella stessa di cui si tratta nel Corbaccio.
  5. Venere.
  6. Didone.
  7. È una reminiscenza vergiliana (Aen., I, 613-614).
  8. «Zelo, ardore.» Cfr. XCIX, 6; CXVI, 12.
  9. Biblide, figlia di Mileto, amò disperatamente il fratello Cauno, respinta dal quale s’impiccò (Ovidio, Ars am., I, 283-284), o, consunta di dolore, fu trasformata in una fonte (Met., IX, 449-664).
  10. Indizi dello stato vedovile della donna. Anche nel Corbaccio son rammentate di questa ‘le bende bianche e i panni neri’.