Canti (Aleardi)/Le prime storie

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Le prime storie

../Un'ora della mia giovinezza ../Il monte Circello IncludiIntestazione 2 giugno 2008 50% Poesie

Un'ora della mia giovinezza Il monte Circello

CANTO.

ALLA SANTA MEMORIA DI GIORGIO

MIO PADRE

 
Itale genti, che per via passate,
Deh! vi punga pietà; siate cortesi
Al poeta che mèndica; un severo
Iddio m’impone sotto questi pioppi
Di piangare e pregar. Io non il vostro
Oro dimando. I rapidi puledri
Che il mercadante d’Albïon stemmato
Per i prati diffusi e per le siepi
Educava a le corse, abbian quell’oro:
La melodía che da le molli scene
Spande l’oblio sugli animosi sensi;
La sapïenza d’arrischiati salti
Procaci, e i piè di piuma, e i flessuosi
Ondeggiamenti di venali forme
Pubblicate sul palco, abbian quell’oro;
Abbian cantici e plauso, abbian corone,
Le corone di Italia, o verecondi;
Chè di lauri ferace è questa terra.
Limosinante insolito e sdegnoso,
Non chieggo a voi che un obolo d’amore
Per la povera Madre.

Itale genti,
Che passate per via, siate cortesi
Al mendico poeta.

Indifferente
Passa e non bada quella folla morta;
Ahimè! tutti passâr.

Ài tu veduto
Ne la convalle di Siddim profonda,
Sotto il nitido ciel di Palestina,
Ài veduto brillar sinistramente
La laguna. d’Asfalte? Oh! quelle coste
Di maledetto cener seminate,
Sempre avversarie d’ogni cosa. viva;
Quell’afflitto stridir de la. cicogna,
Che agli orli de la perfida marina.
Muor sitibonda; quel sepolcro d’acque
De le cinque città di peccatori,
Dove persin quando veleggia il nembo,
Tacito passa e folgore non vibra;
Mostran con la implacata ira. del cielo
Una miseria che ti stringe il core
Amarissimamente.

E pure è in terra
Una. miseria ancor più luttüosa,
Uno spettacol, dove più ti pare
La vendetta di Dio significata.
È un vanitoso popolo d’imbelli
Che non à patria, ed all’ombría d’illustri
Ruine, da trecento anni riposa
Sognatore perpetüo: e ravvolto
Ne la sdruscita porpora degli avi,
Al patrio sole liberal le membra
Scalda, e beve le molli aure d’autunno,
Immemore sui campi ove pugnaro
Da lïoni i suoi padri... A piene mani
D’elleboro spargiamo e d’infingardi
Papaveri la via.

Tutti passaro!
Musa, ove sei? Dove se’ tu, segreto
Spasimo e orgoglio mio? Forse e tu pure,
Fedelissima ieri, oggi l’amara
Del tuo cantore povertà rifuggi
E l’iroso abbandono? Oh! non a questo
Educata io t’avea, Musa dei forti
Afflitti amica. Vedila che siede,
Schiva del rombo de le vie frequenti,
Colà sul prato, ed a corona intreccia
Ramoscelli di quercia e di cipresso;
E al firmamento che si va stellando
Col tremolo di pianto occhio dimanda
Quando torni l’antico astro d’Ausonia.

Cessa il pianto, o dolente; a me t’appressa,
E del tuo serto, simbolo severo
Di fortezza e di morte, il crin mi cingi.
Non sono il primo, e non sarò l’estremo
Coronato che mèndica. Conforto
Chiediamo agl’inni: una gentile, arcana
Corrispondenza fra il dolore e il canto
I celesti ponean, però che tutti
Gli sventurati cantano. Ma lunge,
Lunge da noi le nebulose e viete
Favole d’un Olimpo inverecondo,
Che sotto il vel d’insuperate forme
La greca arte serbò. Non è più tempo
D’ardere incensi a Dëità defunte.
Di sotto a cespi d’odorosa menta,
Son le Driadi sepolte; e più non guida
Dïana al colmo de le quete notti
Le cerve invulnerabili e la biga
Di madreperla a far beati i sonni
Del pastore di Caria. E la convalle
Più non risponde a lo scoccar dei baci
Furtivi, od al sonante arco; dei veltri
Immortali al latrato, o a le plebee
Risa dei Fauni. Degli aurati lembi
De la conchiglia rorida di perle
Precipitò nei fondi oceänini
Già la nivea beltà di Galatea;
E dormono con lei l’eterno sonno
Nei loro avelli di corallo in pace
Le Nereidi obbliate. In noi ben altro
Iddio favella.

Vergine, ricordi
Quand’io varcava. con giocondo piede
Dell’infanzia la soglia? Allor non era
L’insurta Ellenia di leggiadre fole
Più novelliera, ma bensì tremende
Storie tesseva di battaglie al mondo
Plaudente. Allor d’Anacreonte il roseo
Carme, sbocciato sotto il guardo ardente
De le ionie fanciulle, abbandonato
Tacea. Ma non tacean ne le animose
Veglie d’Epiro, e per le vie d’Atene
Gli agitatori cantici di Riga. 1
Misero! il teschio del gentil tradito,
Cura e sospir di tessale donzelle,
Avea le porte decorato un tempo
De lo infermo Serraglio.

Allor dal colle
Di Carpenísi al lume de la luna
Il martire di Suli intemerato 2
Vide le tende biancheggiar dell’oste;
Nè le contò il. magnanimo; la morte
Vide aspettarlo ne la valle, e scese
Tremendo e lieto ad incontrarla: i fieri
Suoi convitò ducento Palicari
A banchettar dopo la strage in cielo;
E tennero l’invito.

Allor, fra il lutto
Di Missolungi, dall’estremo amplesso
De la tua sospirata Ada diviso
Per tanta onda di mar, l’alma due volte
Immortale spiravi, addolorata
Del dolor di due popoli, cantore
D’Aroldo, all’urna d’Albïon lasciando
L’ossa e i poemi al mondo. 3

E tu cadevi
Povero, ignoto e solo, inclito fiore
D’Allobrogi, Santorre; e la caverna
D’un’isoletta di Messenia bevve
Il sangue tuo. Piangete, itale Muse!
Egli, bandito dal nativo ostello,
Ramingo illustre invidïò sovente
Al pan del mandrïano, ed or tre sassi,
Romiti, da straniera onda corrosi,
Copron quel core, che sofferse tanto.

E tanto amò. Piangete, itale Muse! 4
Allor non già sugli odorati paschi
Dai sacri rivi dell’Alfeo lambiti,
Ricinte di conifero la negra
Chioma, danzando al suon della siringa,
Al simulacro dell’agreste Pane 5
Vesti e voti offerian l’arcadi donne:
Ma all’are di Maria vezzi ed anelli
Nuzïali appendeano, e la bandiera
Dell’egra patria: e si giurâro eterne
Spose ai mariti che perian da forti;
Vedove a quelli che reddian dal campo
Codardi. 6 E in noi l’Iddio stesso favella.

Dal sangue de la Górgone l’alato
Pegaso nacque, e calpestando il monte
Fe’ l’Ippocrene zampillar.

Dal sangue
Versato per le nostre ire fraterne
Usciro squadre di destrier guidati
Da lo straniero, che squarciar con l’ugna
Il sen d’Ausonia, onde sgorgaron fonti
D’odi profondi e di sdegnose angosce
Di amara e forte poesia. Per noi
Dolorosa, ma splendida, ma sacra
Ippocrene, la patria.

Or tu m’allegra,
Fidanzata immortal, le faticose
Malinconíe. Se rinnegasti un giorno
La sonnolenta eredità di carmi
Che i molli ne lasciaro arcadi padri,
Cantami un inno vero; e te non turbi
Questa tenebra folta. Allor che buia
Sopra una terra più s’addensa e fuma
Una nebbia di colpe, Iddio le invía
Il turbine che monda.

Attendi e spera
Chè questa. patria assai per le altrui colpe
E per le sue sofferse. Attendi e canta.
E se mai qualche impura ala di strige
Ti striscia il crine, e sventola sull’arpa;
Se col lamento di sue tristi note
Vola per gli olmi il cuculo e ti beffa;
L’inno prosegui. Dai patenti prati
Le farfallette luminose a nembi
Accorreranno a rischiararti il corso
De le armoniche dita.

E la divina
Così cantò:

Con immortal vicenda
Uno Spirito arcano agita e caccia 7
Via per le terre e il cerchio ampio dei mari
La irrequïeta umanitade. Ed ella
Giovine di seimila anni s’avvia
Ancor, come feconda arca di vita,
Sovra il mare dei tempi a una beata
Terra promessa che non giunge mai.
All’alba del creato uno dei primi
Soli sorgeva a illuminar l’umana
Pupilla, che conosce, unica, il pianto,
Quando in pria cominciò l’avventuroso
Pellegrinaggio.

Un giovinetto ai lembi
Mestamente sedea del paradiso
Da sua madre perduto; era solingo
D’accanto un’ara, e Abele era il suo nome;
Di lontano ei vedea l’ultime cime
Dei felici palmeti, ed al passaggio
De le penne d’un angelo agitarsi
I padiglioni di conserte liane,
E in mezzo dominar superbamente
Il pomo reo con la fatal bellezza.
L’aura che sui vietati orli moria,
Gli recava l’odore alle celesti
Lonicere rapito, e da le valli
D’asfodillo sorrise evaporato;
Scendere a balzi per le conche d’ambra
Sentía l’onda beata, e con l’eterna
Pioggia di perle accarezzar le ottonie
Immortali, e le cerule corolle
Del simbolico loto. E dal ricinto 8
Per l’esterne vallee si propagava
Molle tenor di melodia, siccome
Entro ad ogni sbocciante urna di fiore
Germinasse una dolce arpa di cielo.

E il reietto piangeva. Imperversando
Contro il sudor che gli piovea nei solchi,
Bieco il fratel dall’opera riedea;
E al mansüeto si levò di contro,
E lo percosse a morte. Era il tramonto,
E ruppe l’aure il grido d’una madre;
Chè presso la travolta ara giacea
Il cadavero primo. Ahi! quella striscia
Nova di sangue, che bruttò la terra,
Le domestiche rabbie, e i pertinaci
Combattimenti cittadini, e i nappi
Avvelenati, e sovra i palchi il lampo
De le bipenni e il lutto de le bare
A le schiatte venture inaugurava.
E con quel pio che discendeva il primo
Nell’ignoto sepolcro, iva perduta
La tanto invano lagrimata in terra
Genitura dei giusti.

Il fratricida
Mirò quel sangue ed impietrò; dall’alto
Udì voce tonar misterïosa
A maledirlo; e in mezzo de la fronte
Si sentì fulminato.

Allor dal core,
Schiuso a la colpa, la codarda emerse
Religion dei pallidi terrori;
Commosso allora, come cosa viva,
L’albero del peccato orribilmente
Su terre ed acque dilatò le fronde
Con la sua velenosa ombra inseguendo
Dei Caini le fughe, Allor da gli alti
Balzi deserti, ove attendea la preda,
Si spiccò de’ rimorsi il Cherubino,
E per caverne assiduo e per capanne,
Presso il guanciale a tormentar si assise
Dei Caini le notti. E chi primiero
Per l’ardue solitudini, pei gioghi
E i labirinti de la vergin terra
Questa raminga Umanità condusse,
Fu un maledetto.

O vertici solenni
Dell’Imalaia, a voi, la più superba
De le altezze di creta, ora il mio canto 9
O vastità di lande e di boscaglie,
Dove l’Eterno seminava i mesti
Licheni al renne, e citiso a le cerve;
O pelaghi segreti entro le fresche
Cavità di granito alimentati
Dal gemitío de le muscose linfe,
Onde perpetue balzano le sacre
Gangetiche fontane, e i rivoletti
De le valli divine; o tra i zaffiri
Intemerate cupole di neve
Vicine più d’ogni creata cosa
Al non velato mai riso de gli astri;
A le vostre pendici e voi le prime
Are vedeste, e guardïani al campo
I termini, e le tombe e ne le tende
Concordi i riti de le caste nozze.

E quell’arcano Spirito sui vostri
Pinnacoli sublimi, esercitati
Dal lento fiocco di perpetue nevi,
Sedea custode a la mortal famiglia.

Un murmure d’umane opere ascese
Da le pianure, ed iterâr le grotte
Il picchio dei martelli, 10 onde svelossi
Da le feconde viscere dei monti
Il ferro, e il disonesto oro col raggio
Fascinatore. E ripetean le rupi
La cadenza d’un maglio, ed il perenne
Salto dell’onda su le adunche pale
Di volubile ruota; e a lenti colpi
Al limitar di vïolate selve
Scender si udiva la novella scure
Sull’odoroso cortice dei pini:
Dall’orlo estremo d’imminente greppo
Tese la bionda capriola il collo
All’incognito suono, e impaurita
Scendeva a balzi; e d’una freccia il volo
Il vol troncava dell’aereo piede.

Significando le segrete cure
Come dettava amor, iva per l’aura
La prima nota di strumento umano. 11
E sui rami venían dei terebinti
I pennuti cantor, maravigliando
Che fosse nata al mondo un’altra voce
Privilegiata di canzon più belle.
Sull’aperte pianure usci l’acuto
Grido di gloria paurosa al primo
Infrenatore di caval selvaggio;
E lungo le natali acque il ribelle
Nitrir del vinto, che sbuffando udia
Battere l’unghia in liberi galoppi
Le consanguinee torme ed invitarlo.

E voi negli ozi de le argentee notti
Traendo il gregge per immensi prati
Errabondi pastor, voi la sagace
Elevaste pupilla ai firmamenti,
Per la zona che il sole annuo discorre
Divisando le stelle; e su la luna
Pingersi l’ombra de la curva terra
Divinando notaste; e all’improvviso
Per le lucenti e placide famiglie
Passar funesta ad attristar gli azzurri
La randaia cometa, e tratto tratto
Strisciar cadenti simulacri d’astri:
E fu de lo spïato anno per voi
Avvertito il fedel rivolgimento. 12

Sfidator di paure un Caïnita
Guarda il deserto, il solitario sole,
L’agitamento de le ardenti sabbie.
E lo coglie il desío dell’avventura;
E col frugal viatico s’affida
Del suo camello pazïente al lombi;
E via pei solchi radïanti anela
A la scoperta di rimote oási.
Ode il bramito de’ sciacali; freme
Al tintinnire di serpenti novi,
E si disseta a limpide fontane
Indelibate ancor e custodite
Dall’odorosa ombría de le siringhe.
Poi quando vecchio al limitar si assise
De la nomade tenda, ai curïosi
Nipoti in cerchio raccontò frequente
Le maraviglie de le corse terre.

Si squarcia il nembo, su l’eccelse vette
Fiocca la nove, su le coste scende
Ruinosa la pioggia; a cento a cento
Balzan torrenti, e ne la lor rapina
L’onda turbata del soggetto lago
Flagellano cogli arbori divelti
A le verdi eminenze. E poi che riede
L’aura pacificata, un Caïnita
Fantastico riguarda a tanto d’acque
Impedimento, che gl’invidia il tócco
De le opposte riviere. E come scorge
Agili i tronchi galleggiar su l’onda,
Con la scïenza del vogante cigno
Sale sovr’essi e naviga. E nell’acre
Voluttà del periglio egli prelude
A le fenicie antenne, all’ardimento
Che di pirata in re mutò il Normanno,
Al sangue reo de la Meloria, al lampo
De la Croce di Rodi, a le animose
Galere innumerabili d’un tempo,
Ora ahi! svanite, di Venezia mia.

Ma dal vello dei talami fecondi
La tribù poveretta, innumerato
Popolo crebbe; e salutati i sacri
Sepolcreti dei padri, un mesto addio
I fratelli mandarono ai fratelli;
E impietosiro le spartite mandrie
Con lunghi mugghi di dolor le valli.
Crudo il Diritto vigilando stette
Sopra una pietra al termine del campo;
E da le labbra, che obblïar l’antico
Bacio de la partenza, uscì l’amara
Parola di - straniero. - Allora il dardo
Pago soltanto a säettar fra i giunchi
L’augel tornato a la natia palude;
E la bipenne infino allor contenta
Ad aspettar tra le silenti macchie
La vittima d’un bufalo silvano
Ruppero il petto dei cognati; e i solchi
Fumâr di colpa e pululò l’acuto
Spino a la pianta del servaggio antica.

Belle e superbe fuor d’ogni misura
Eran le figlie de la terra. Un’ombra
Al cospetto di loro è de le nostre
Fanciulle la beltà ch’or c’innamora.
Di quelle ardenti peccatrici il guardo
Insidïò fin gli Angioli di Dio; 13
Sì che il comando del Signor, men forte
Fu dell’invito de la lor pupilla:
E fûr veduti scender da le sfere
Quei Messaggieri all’ora del tramonto
E raccogliere il vol su le fontane,
Ove solinga vergine bagnava
Gl’ignudi avorii dell’elette forme.
All’insolito lampo i mandrïani
Maravigliati dubitâr vicina
Una stella cadente, e in quella vece
Era un angiol caduto; a cui le penna,
Che tremolar di voluttà, piegârsi
Invalide a tentar la risalita,
E la creta beò di abbracciamenti
Proibiti ai celesti; ed ei l’eterno
Paradiso obbliâr del loro Iddio
Pel paradiso d’una rea fanciulla.
Da quelle nozze vïolente e nove
Novi giganti e vïolenti usciro;
Una catena di peccato avvinse
A la terra le stelle; e Dio fu còlto
Dal pentimento de la sua fattura. 14

E quell’arcano Spirito custode
Su le cime tornò dell’Imalaia
Trepido, e attese la visibil forma,
E la misura che pigliar dovea
La vendetta di Lui che si pentiva.

Ivi dall’alto, donde tanto eliso
Orïentale al mesto occhio s’apría,
Sopra ogni giogo de la terra un nembo
Vide in una prefissa ora adunarsi.
L’acutissimo udì grido d’allarme
Che si inviavan gli Angeli del mare;
E un incalzante flagellar dell’onda
Su le dighe travolte. Allor comprese
Che del supplizio umano era prefisso
Esecutor l’Oceano. 15 Oh! sol potría
Un serafin narrar lo smisurato
Affanno che patì quel solitario
Spirito allora.

E l’Oceán saliva.
E laggiù su le ville e le cittadi
Il terrore incombeva. Era una ressa
Di supplicanti all’are, una bestemmia
Scoccata agl’impotenti idoli e ai regi:
Erano amplessi disperati e cari;
E novità di sùbiti perdoni,
E un abbandono d’ogni dolce cosa.
Da Sibille guidati e da profeti
I popoli salíano in lamentoso
Peregrinaggio a la montagna.

Invano;
Chè più di loro l’Oceán saliva;
E i palmeti ascondeva e le marmoree
Punte de le piramidi sferzava;
E la vittorïosa onda picchiando
Al nido alpin dell’aquile, spegnea
Ogni soffio di vita: e più sinistro
Del tumulto che leva una battaglia
Parve il silenzio d’ogni voce umana.
Per l’alta solitudine dell’acque
Più non vedevi se non qualche rara
Nave carca di esangui, che l’acquisto
Si contendeano di un’asciutta rupe
Qualche testa di naufrago ed alcuna
Riga d’augelli, che trattava l’aere
Con ala stanca.

E l’Oceán salía:
Salía lambendo le solinghe nevi,
Dove l’afflitto spirito posava,
Ond’ei pensò che l’infelice e rea
Stirpe d’Adamo, senza più ritorno,
Fosse perduta: e già battea le penne
Per risalir col fiero annunzio a Dio.

Allorquando venir maraviglioso
Un palagio 16 mirò su le correnti,
Inoffeso dai fulmini. Nè vela,
Nè remo avea; dei pini di Gofféro
Era contesto, e non tenea sembianza
Di riprovato. Un’iride sorrise;
Ed ei sotto il dipinto arco passava,
Come sotto arco di trionfo il carro
D’un vincitor. Ad un pertugio apparve
Un vecchierel tenendo una colomba,
E a lei concessa libertà dell’ale,
Ne benedisse con la mano il volo.

E quello Spirto allor sopra la onesta
Prua si raccolse, e timonier divino
Per l’infinito pelago condusse
Quelle primizie d’una gente nova.

All’olezzar de le rinate selve,
Lungo le vaste correntíe di biondi
Fiumi svïati da le antiche ripe;
A la recente lampana d’infidi
Vulcani; intorno al glauco arco di laghi
Che lento lento inaridiano assorti
Da vanità di sotterranee chiostre,
L’ala feconda riàperse Amore,
Così che in breve rivestì l’aspetto
Di giovinezza ed abbondò di vita
Quel d’annegati immenso cimitero,
L’orma segnâr dell’amorose corse
Su la mota le belve; ivan per l’aure
Pacificate a folleggiar gli augelli;
E a piè dei monti, dal gagliardo seno
De le facili madri uscîr l’umane
Stirpi di novo, e riapriro il triste
Libro interrotto de la Istoria. Pure,
Qual del napello se le ree vermene
Schianti sul Baldo un turbine d’agosto,
Ove il pedale al nuovo anno rispunti,
Pei fior sinistri che àn sembianza d’elmo,
Torna a fluir la velenosa essenza;
Tal ne’ mortali le virtù maligne
Rïapparvero intere, e v’ebber figli
Maledetti dai padri, ed imprecata
La servitù per ultima sciagura; 17
V’ebber superbie tremebonde, e torri
Sórte a sfida di Dio: visser famosi
Cacciatori di popoli, che i dritti 18
Sul papiro vergâr a lor talento
Con la punta del brando; e nel delirio
Dell’orgoglio, spronato il repugnante
Corsier ne’ flutti, su la molle arena
Del mar la sanguinosa asta piantaro,
Come suggello di conquista, E i pochi
Féro piangere i molti; e fu disciolta
L’armonia de le genti, e la parola
Crebbe diversa dal natío linguaggio;
I servi irosi generar battaglie,
E le battaglie generaro i servi;
E, come valle piena di amaranti,
Spesso di sangue rosseggiò la terra.

I trïonfati, ahi miseri! tra i sassi
Le sordide lasciando ossa fraterne
Imbianchire a le piogge, amaramente
Esularo: sull’ultima collina
Stettero immoti riguardando a lungo
Salir il fumo da le dolci case,
Poi scesero piangendo: erano carchi
D’un tesoro di rabbia ed esularo.
E tu, Spirito arcano, ivi davante
Invisibile guida ai vagabondi.

Vasta e diversa era la terra. Ardenti
V’eran deserti, ove l’imperio soli
Si divideano due signor crudeli,
Il sol nell’etra ed il lïon sui campi.
V’erano sconfinate ispide lande
Senza stelo di fior, ove non altro
Si udía fra il gelo de le notti eterne,
Che il pigro moto di mal vive forme
E il crepitar dei galleggianti ghiacci
Per l’onde irremëabili del polo.
V’erano steppe inospitali e meste
Per contrade di pietra o consolate
Dal profumo dell’erbe, e assiduamente
Visitate dal nembo. Eranvi amene
Curve di golfi, ove piovean dall’alto
L’olezzo e i fior dei ventilati cedri;
Ove farfalle d’iride vestite
Amoreggiavan le bromelie; e biondi
Di mèssi indelibate ondeggiamenti,
E maraviglia d’isole dipinte
Da lo smeraldo di perpetui mirti.

E l’indefesso Spirito traea,
Come in dicembre foglie aride il vento,
Quei mesti germi de l’umane schiatte
Per le nevi e le sabbie e i paradisi
Disseminando. E a lor venía compagno,
Quasi tesoro di famiglia, il puro
Pensier di Dio che i mercadanti astuti
Del Santuario mascherâr tra i veli
Fruttuosi del simbolo.

Ma pria
D’abbandonarli ne le patrie nuove,
Quello Spirto notò sopra le ferree
Tavole del Destin misterïosi
Segni sì come li dettava a lui
Una voce profetica dall’alto.
Erano i segni dei venturi umani
Commovimenti. Erano i dì fatali
Dell’avvenir, allor che dopo lunghe
Calme ringhiose, o sonnolente paci,
Spinte da nuove idee dovean le genti
Rüinar su le genti, e i figli d’Eva
Sterminare i fratelli; e sovra i campi
De le battaglie rinnovare il lutto
De la morte d’Abel coi fratricidi.

E a quando a quando col girar dei soli
Si maturaro quelle ree giornate.
Con l’asta in pugno, l’ardimento in sella,
Diero al suolo natal, diero ai materni
Abituri di rovere un addio,
E convennero i biechi. E nelle etadi
Meno da noi rimote, un dì la fiera
Ora sonò che la partenza indisse
Al ritrovo in Italia. Allor s’intese
Uno strepito d’arme ir per le nebbie
Del germanico cielo. 19 Ed era il Fato
Che nei ricinti de le selve sacre
Battea gli scudi penduli a le querce,
Significando a le selvagge turbe
Che già l’alba spuntava al dì prefisso
Per discender dall’Alpi.

E dopo molti
Secoli bui sull’infedel Soría
Si rovesciò quella bufera umana.
Dai chïoschi d’Iconio e di Nicea
Fûr visti allor dipingersi nell’aere
Folti guerrier su bianchi palafreni:
Avean mantelli del color dell’alba;
Mettean gli usberghi un tremolío di stella;
Come falda di neve una bandiera
Li precedeva, se non che nel mezzo
Da una croce vermiglia era divisa;
Fuor da la tomba di Chi sol fu giusto
Salì una voce: «Iddio lo vuole!» e al colmo
De le notti svegliò Gerusalemme;
Ed era il Fato, che raccolti a stormo
Da le castella d’Occidente i prodi,
Vòlti all’acquisto d’un divino avello,
Li sospingea vêr l’arabe meschite
A far dolenti le rivali Alambre
E l’Italia scegliea repubblicana,
A le battaglie esperta e a le procelle,
Per navalestro fra le due costiere.
Sorto a la fine il più recente sole
Di civiltade che indorò le guelfe
Torri e le ghibelline e le opulente
Itale terre, mentre ancor nell’ombra
Barbara vegetavan le straniere
Che ora in superba signoría saliro
Ingratissime alunne, a sconosciuto
Mondo mai visto da pupilla antica
Toccava in sorte d’ospitar la furia
Di quel congresso su la rena d’oro.
Ma fra quel lido e noi ruggía diffuso
Un subisso di mari, e favolosi
Uragani che fean pur ne la mente
Pallido il volto di ciascun gagliardo;
Chè un segreto dei cieli era la terra
Americana. In ligure casetta
Pure un fanciul crescea cui dentro all’alma
Brillò l’istinto di quel mondo; e vide
Ne la mente fatidica dipinta
L’opposta faccia de la terra, e vòlta
Allegra sfida all’oceán, partía
Con due nocchier securi, il Genio e Dio.
Ultimo dei profeti indi tornava
Incatenato e grande; e a piè del sire
Perfido di Castiglia e di Lëone
Gittava l’agognato oro dei regni
Indovinati, onde fumâr di tanto
Ingenuo sangue le infelici Antille.

Ma prima assai, che i valichi dell’Alpi
Imparasse la rea stirpe d’Odino
Dell’italica pena esecutrice;
Amarissima e lunga era già vòlta
L’Odissea degli umani.

Aura, che cingi
Arcanamente, come fascia d’Isi,
Il gemello pianeta, e tu mi narra
Quanto cozzo di spade, e polveroso
Cader di troni, e canti ed eloquente
Suono di lingue ignote a noi, per quella
Lontananza di giorni ài ripetuto.
Schiere di stelle, che passate, eterne
Scòlte del cielo, mi narrate voi
Quante carole mistiche, e convegni
Di congiurati, e svolgimenti occulti
Di terribili drammi; quanti strali
D’occhi lascivi o lagrimosi, in quelle
Antichissime notti illuminaste.

Che se qualche ispirata orfica lira
Raggiò per quella tenebría di tempi
Con la luce del canto, a noi conteso
Moriva in solitudine il poema
Rivelatore. E l’insepolto fusto
Di solinga colonna unica resta
Ricordanza talor d’un Dio caduto,
D’un imperio che fu. Talora un roso
Marmo, segnato di parole strane
Al pellegrino sapïente indarno,
Dice che fuvvi un idïoma arcano,
Onde vennero un di certo vergate
Prose di storia od elegíe d’amore,
E d’antiche battaglie inni perduti.

Tal vive ancor ne la selvaggia villa 20
Di Maïpuri un parrocchetto annoso
Che stride un verso de la spenta lingua
D’un popolo che sparve. A chi vïaggia
Per le infocate regïon che irrora
Lo spumante Orenoco, e giunge in parte,
Dove per mille attraversate rupi
L’onda perpetua muggendo si frange;
A lui dinanzi sterminata e bruna
Una muraglia di granito occorre.
Di lassù l’ammirato occhio vagheggia
Quella vergine terra, quelle cento
Isolette cresciute in mezzo al fiume,
Come conche di fiori; e l’avoltoio
Che manda l’ombra de le larghe ruote
Sopra le immense prateríe del Meta
E scorge di lontan sull’orizzonte
Qual nube scura disegnarsi in cielo
Il monte d’Unïana. Il caprimulgo
Crocida invan col verso de la fame,
Chè sopra tutto, via, per la campagna
Lontanamente mugghia la profonda
Voce dell’Orenoco. Ivi sull’alto
È un pianoro, una selva, e la caverna
D’Ataruipe. Se cacciando passa
Giù per le valli il nomade dipinto,
Il più mesto le invía de’ suoi saluti;
E l’indïana raccomanda il caro
Lattante, che si trae dopo le spalle,
A le virtù dei nobili defunti;
Poi che lassuso un consanguineo dorme
Popol di forti. Al limitar di pietra,
Spiega la benisteria i suoi corimbi
Tinti di croco; ed agita le foglie
Del candor de la luna una mimosa
E il sacro asilo di soavi essenze
La vaniglia profuma. Una severa
Malinconia possiede il sepolcreto.
Volgono già più di cent’anni, e dopo
Stragi ed esigli, e disuguali pugne,
Qui, perseguite da una gente atroce,
Si ricovraron le reliquie afflitte
Dei magnanimi Aturi; e quivi or tutti
Posano ne le loro urne di palma.
Per l’ampia soglia orïental che allegra
D’aure vivaci la città funèbre,
La cortesia de le nascenti stelle
Manda un raggio, sottil lampada eterna,
A consolarne le deserte chiostre;
E l’Orenoco rugge ai trapassati
Le selvaggie armoníe. Ma quando il capo
Sotto la moribonda ala riposi
Quel domestico augello, allor col suo
Canto supremo sarà spenta in terra
D’una lingua di eroi l’ultima voce.

Quanti popoli fûro? Ove la stampa
Dei loro passi? Ove i funerei campi
Del lor riposo? Va’, chiedi alle nubi
Quante saëtte a lor maturi il grembo:
E quando fia che le dardeggin, chiedi
Qual via per lo insolcato aere terranno.
Eglino fûro. Come il fato oscuri,
Sempre da una segreta ansia agitati,
Sempre in attesa di promesse arcane,
Insci del Dio che li premea, rivolti
A qualche stella liberal di guida,
L’onda solcâr d’incognite marine,
Sfidâr nuotando le corsie di fiumi
Innominati; scrissero con l’orma
Del piè fugace su le intatte nevi
Il passaggio dei monti; impazïenti
Di requie sempre da Babele a Menfi,
Dall’Acropoli a Roma eglino fûro.
E insiem con essi givano consorti
I Penati custodi, e la fedele
Sapïenza degli avi, e le sementi
Nel chiuso dei materni orti raccolte,
Mèssi feconde di venturi campi;
E l’ordine de’ passi accompagnando
Lungo il vïaggio, ripetean le sacre
Cadenze e i cori di natie canzoni;
E a la porta de gli ospiti seduti
Dissero i fasti di città rimote.

Ma non tutti durâr quel turbinoso
Indefesso andamento; e non a tutti
Arrise il ciel perennità di vita
Rinverginata con fedel vicenda;
Ma come egli ebbe l’opera compita
Onde l’avea predestinato Iddio,
Qualche popolo stette, e solitario
Si riposò, come stanca persona,
Le nude ossa lasciando entro una valle
D’espiazïone, e dileguò silente,
Quasi vapor che nevica sul mare.

Così talora un’araba famiglia
Solca il deserto, e dopo giorni e notti
Misera! avverte disperatamente
Che à fallita la via. Per ogni verso
Del Sabbioso orizzonte agita i passi;
Ma non è loco dove spunti un gramo
Cespo di palma; ma non è fontana
Che ne tempri la sete. È consumato
Il sottile vïatico dell’onda;
E batte a piombo sugli afflitti capi
L’implacabile sole. I moribondi
Si raccolgono allor; senton la tetra
Ora del fato; e assisi in cerchio, avvolti
Nei candidi mantelli, alzano un roco
Canto di esequie e spirano. L’immonda
Iena fiutando accorre all’esecrato
Banchetto; il vento ne dibatte e frange
Gli scheletri lucenti, e alfine il nembo
Mesce a la vecchia la novella polve.
Così sparîro antiche stirpi, niuna
Lasciando ai vivi ereditate; e spesso
Con loro iva in dileguo il benedetto
Lume d’alcuna verità scoverta;
Sì che per molto secolo i venturi
Brancolarono al buio a ricercarla,
E brancolano ancor. Però che ancora
Sotto il nobile ciel de la Scïenza
Splendono pochi Veri: e tal che parve
Per lungo tempo astro sicuro, ad una
Nuvoletta di dubbio è dileguato.
Tumultuando poi discende e sale
Per le zone serene un’incessante
Fatuità di fuggitive stelle
Che la pupilla abbagliano, create
Da la mortale fantasia superba.

E un grande buio per quel ciel si stese
Il dì che in Alessandria un Saracino
Arse i papiri dell’antico senno.
Il plenilunio illuminò sei volte
Dei Faräoni i lidi, inargentando
Il canopico Nilo: e sempre ei vide
Per la città dal Semidio costrutta
Fra dense nubi divampar i roghi
Che consunsero tanta arte e pensiero
Venerato dai padri. E ne le notti
Quando più vivo di que’ fuochi il lampo
Su la mediterranea onda guizzava,
In fra que’ guizzi fu veduto in ridde
Un tumulto di demoni irrisori
Col piè di capro festeggiar sull’acque
Quel plebeo saturnal dell’ignoranza.

Ma a ristoro del danno Iddio largíva
All’Italica terra una scintilla
Di virtù crëatrice; onde agli egregi
Che n’ebber parte penetrar fu dato
Dentro gli abissi de la Mente arcana
Che agita l’universo. E quindi uscîro
Alteri e belli di sorprese leggi,
Di saper conquistato. E dal toscano
Veglio, che offeso da la terra, ai buoni
Cieli si volse e viaggiò, scortato
Dai sapïenti numeri, per mondi
Ove non v’àn catene; insino a quello
Splendor recente d’anima comasca,
Che trattò il fulmin come cosa sua; 21
Una schiera gentil di trovatori
Di reconditi veri, al mondo porse
Il tesor degli antichi avi perduto,
E il crebbe. Ed ahi! sovente a le tragedie
De la sua terra l’italo scorato,
Com’ebbe ai campi del pensier commessa
La trovata semenza, ivi sedette
Indifferente, e a lo straniero ingrato
De le raccolte abbandonò la gloria.

Musa d’un vecchio popolo, nei giorni
Stanchi di lunga servitude io nacqui
D’una progenie ch’espïato à molto
E molto pianto. E a me l’ambrosio dito
Non tessea de le Grazie una ghirlanda
Di lauro; ma col fior di passïone
Sino dai giovanili anni la fronte
M’ombreggiaron le Parche, e vissi ignota
A la dolce mia terra. Oh! fortunate
Le mie sorelle, che cantâr sull’alba
Eroica d’una gente! A lor in sorte
Toccaron gli estri vergini e la casta
Ingenuità de la natía favella;
E riverito usciva il facil carme
Da le valide corde. A me speranze
Torbide d’ira e fremiti senili;
A me fucate fantasíe vestite
D’arte caduca. Onde or che a vol pel fiume
De la Storia risalgo, invan dell’estro
Mando i pallidi lampi a illuminarmi
Quelle funebri valli, e a ricomporsi
Invan le inaridite ossa scongiuro;
Poi che queste del dubbio età beffarde
Ànno spenta la fede, e nel pöeta
Il profeta morì. Pure a me giovi
Questa ingenita brama ed indomata
Non d’allettare ingenerosi sonni,
Ma di pugnar anch’io le mie battaglie
Con la spada del canto. Oh! mi sia dato
Tanto di vita e di quest’arte mia,
Che un dì si possa dir sul mio ferètro:
"Ella fe’ batter nobilmente il core
Di santi sdegni, e confortò di speme
La mesta gioventù de la sua terra."

Rapir mi sento ne lo incerto e fresco
Mattin del tempo; e vedo intra la verde
Primavera del mondo assüefatto
A gli Angeli, sorridere l’idillio
Patrïarcale; e sotto l’ampia quercia
D’ombra a le tende liberal, sedersi
I vïator del paradiso, e all’uomo,
Come ad amico porgere la mano,
Che avea pugnato ne’ remoti giorni
Contra Sàtana, e vinto: e su la sera
Movere gruppi di fanciulle uscite
A coglier acqua da le fonti, dove
I primi udian propositi di nozze
Da pastori stranier, ch’ivi le mandre
Traeano a beverar. Veggo una furia
Di cacciatori, l’inguine coperti
D’ispide pelli, scorrazzar pel fitto
De le vergini selve, e scoter l’eco
Con fiere urla e col suon de la faretra,
Sfidatori di Dio. Ma se ruina
La folgore improvvisa, esterrefatti
Ire per gli antri a consultar le scarne
Incantatrici ed intristir di rozze
Are i poggi eminenti, ove talora,
Vittima sacra a paurosi Numi,
Una scannata vergine giaceva,
Delitto novo ad espïar delitti.

Ma fra l’ombre spiccar di quelle selve
Veggo pur anco splendide persone
Di magnanimi vati. Il brando al fianco,
La cetra in man, l’astro del genio in fronte,
E un Dio nel core, e gían peregrinando
A impietosir quelle selvaggie turme
Di repugnanti, e süaderle a forti
Cittadinanze, a diboscar le tetre
Piaggie; e coi blandi riti e con la pia
Carità de le tombe ingentilirle,
E col nobile canto. Ahi sventurati!
E non sapean che un Dio col legno istesso
De la croce de’ martiri composta
Volle la cetra del civil poeta!
E tu il sapesti in pria, tu venerando,
Tu bellissimo Orfeo. Scendea la notte
Sul ciel di Tracia, e tintinníano i sistri
Dell’orgia sacra; quando una congiura
Di furenti fanciulle, a cui fu tolta
La vagabonda Venere, s’avventa
Sull’egregio pudico. I lacerati
Brani celando sotto il peplo infame
Seminaron pei solchi; e poi che il tronco
Capo baciâr voluttuose, in mezzo
Lo scagliaron dell’Ebro a le correnti,
Ove nuotando a lungo, semivivo
Navigò per l’Egeo, finch’ebbe posa
Nei mirteti di Lesbo. 22 Ivi lo spiro
Lasciò immortale; e quello spiro forse
Dopo mille animando anni le forme
Non amate di Saffo, a Mitilene
Tanta fruttò malinconía di carmi.
Ma la vendetta vigile dei Numi
Perseguì quella gente, in sin che il grembo
De la terra natal la sacra testa
Del poeta non ebbe. E corse fama,
Che gli usignoli che mettean lor nido
Sul gruppo d’olmi a quell’avel custodi,
Strano canto mandassero per l’erte
Selve dell’Emo, eccitator di forti
Proponimenti, ed ai tiranni amaro.

Veggo la forza rotear la clava
Sopra i popoli curvi; e la feconda
Lotta immortal fra la sudante plebe
E il patrizio guerriero. Antiche genti
Arano serve i campi dei lor padri,
Mentre le mèssi ne raccolgon poche
Famiglie nove di stranier rapaci.
Non v’à burrone ove non sorga un grigio
Castel difeso da sinistre torri,
Dove sventola ai merli il vïolento
Vessil de la conquista; e a far temuto
Il diritto crudel, dai circostanti
Alberi al vento oscillano deformi
Salme di appesi, Nei soggetti piani
Nasce al dolor, vive agli stenti, e muore
Uno squallido volgo irrequïeto
Sempre ed irriso, che talor sui solchi
Nell’ira inseminati agita i macri
Tendini a sfida, e col selvaggio erompe
Ruggito del ribelle. Un’armonia
Di catene perpetua si leva
Al sordo Olimpo; gli oppressor mendace
Dettan l’istoria degli oppressi; ed archi
Memori alzando e moli effigïate,
Fanno immortal la scellerata gloria
De’ lor trionfi; e nel timor che il tempo,
I turbini, e la insorta ira dei vinti
Non cancellino un dì quei monumenti
Da le memorie de la terra; al cielo
Affidan le lor geste, e le sventure
Inclite, e il pianto, e i favolosi amori.
Onde fu il costellato etere pieno 23
D’infelici regine, e di Meduse
Crinite d’angui; di fanciulle avvinte
A scogli inospitali, di votive
Chiome, di belve e di guerrier. Le stirpi
Scettrate qual domestico retaggio
Spartîr l’azzurro firmamento; i forti
Possedetter le stelle; e a le venture
Età con segni di siderea luce
Narrâr gli annali. di travolti imperi.

Ma incompreso è il pensier che maturava
Di que’ popoli il senno; ed or di tanti
Odi ed amori, e deitadi, e meste
Magnificenze di corona e ree
Pompe spiegate col sudor dei servi,
Resta una cifra che contende il suo
Lungo segreto, fredda e trista, come
La granitica sfinge ov’è scolpita
Resta il lacero carme, onde i responsi
Ululando rendea da le sue grotte
La rapita Sibilla; il grido resta
Misterïoso d’una fama antica,
Che i figli assenna ripetendo, come
Sovra i padri passò severamente
Il giudizio di Dio.

E l’uomo intanto
Peregrino immortal corre anelando
La via fatale col fardel di gloria
E di dolori; e par che il suo governi
Sul vïaggio del sol. In Orïente
Nato, adulto ristè su le latine
E le celtiche terre; e forse accenna
Vecchio, sull’ala di fumanti prue
Di valicare un giorno il mansueto
Atlantico, e posar su le novelle
Care al tramonto piaggie americane.
Misero! e ignora quando fia che vegga
Fumar i tetti dell’asil promesso
Dai vaticinii, e arridere i clementi
Astri su la sperata Itaca sua.

E intanto l’indefessa onda di novi
Popoli, quasi inconsapevol, passa
Sovra le tombe degli antichi.

Tale
Da quattrocento e mille anni passando
Va l’acqua del Bussento in sul celato
Sepolcro d’Alarico. 24 A lui non valse
I calvi monti della Scizia, e il margo
Flessüoso dell’Elba irrigidito
Da perpetue pruïne, aver mutato
Con la terra dei cedri; e non di Numa
La città vïolata; e non i biondi
Suoi cavalieri. Perocchè la Parca
Sedea con lui su la fuggente biga
De’ suoi trionfi; ed a gli obliqui giorni
Il canape troncò, quand’ei più crudo
Flagellava i corsier de la fortuna.
I dolenti campion lo scellerato
Sire onorar di scellerate esequie.
E discavando con l’opra di mille
Itali servi nel petroso letto,
Asciutto per la devia onda del fiume,
Una sala regale; ivi l’estinto
Posero. E poi che ne le antiche sponde
Il Bussento ricorse, a fin che niuna
Del loco orma restasse, i miserandi
Servi svenâro. Ed echeggiò lo scuro
Bosco di Sila 25 ai flebili nitriti
Del corsier d’Alarico, a la piangente
Nota dei corni, al disperato grido
Dei morenti, a le danze, a la sinistra
Malinconia de le canzon dell’Elba.

Ma pria che de gli umani il vïatore
Spirto le terre del!’ occaso allegri,
Sento un Dio che mel dice, Ausonia mia
Rifiorirai di generosa e forte
Vita. E tu, degli alati inni il più bello
Mio pöeta, prepara. La Speranza,
La Carità, la Fede, austere Muse
Dal Golgota discese, a te nel core
Ardono. E al tócco del divin tricordo
Presso gli olmi dell’Adige materno
Le sante ossa dei padri esulteranno.


Note

  1. Atanasio Riga di Tessaglia, creatore della prima Eteria, il Tirteo della moderna Grecia, ebbe il capo reciso a Costantinopoli; altri lo dicono impalato, altri affogato nel Danubio; a ogni modo, egli morì in una di queste fiere guise. Io m’attengo alla prima, che è l’opinione di Luigi Ciampolini nella sua Storia del Risorgimento della Grecia.
  2. Sull’ultimo fatto di Marco Bozzari a Carpenisi la notte del 20 agosto 1823, che costò la vita a questo grande Sullioto, vedi Luigi Ciampolini, Storia citata, pag. 250.
  3. Lord Byron morì, come ognun sa, a Missolungi il 10 gennaio 1824.
  4. Nell’isola di Sfacteria, dinanzi a Navarino, al limitare di una grotta, il colonnello Fabrier alzava un monumento sepolcrale di tre rozze pietre alla memoria del conte Santorre Santa Rosa piemontese, ivi caduto, dopo molto esiglio, combattendo contro gli Egiziani d’Ibrahim da semplice soldato, il 9 maggio 1825. Animoso, e dotto e infelice italiano! Ciampolini, Storia, pag, 673.
  5. Pane, dio de’ cacciatori e de’ pastori, cui, per cagione di ninfe amate e morte, eran sacri il pino e le canne; era divinità tutta arcade.
  6. Prodezze degne di canto fecer le donne greche nella guerra contro i Turchi. - Su questo argomento delle donne d’Arcadia vedi Cantù, vol. VI del Racconto, pag, 815.
  7. L’angelo o il demone custode della schiatta umana.
  8. Voglio intendere del Nelumbio Magnifico (del genere delle Ninfe, della tribù delle Nelumbonee). Quasi tutto l’Oriente da tempi antichissimi dedicò a’ proprii iddii questa pianta di bellezza impareggiabile. Lo trovi continuamente rappresentato nei monumenti geroglifici dell’Egitto. Fu detto che al cader del sole esso si tuffava nelle onde, poi lento lento risaliva, finchè allo spuntar dell’aurora emergeva di nuovo: fu però creduto che passassero fra lui e il sole misteriose corrispondenze. Nasce nelle acque tranquille e lievemente correnti, e specialmente accanto il mare.
  9. L’Imalaia è la catena di montagne più vaste che abbia l’Asia centrale. In essa si contano le più alte cime del globo. I suoi acrocari si tengono per la culla dell’umana famiglia. - Himalaia in indiano vuol dire Montagna delle nevi, soggiorno delle briine. È l’Imaus degli antichi. Nella mitologia indiana l’Himalaia o Himarat è personificato come sposo di Mena, e padre di Ganga dea del Gange, e di Darga sposa del dio Siva. - Vedi Ramajana, lib. I, cap. 36.
  10. «Tubalcain, qui fuit malleator et faber in cuncta opera æris et ferri.»
    Genesi, IV, 22.
  11. «Et nomen fratris ejus (Jabel) Jubal: ipse fuit pater canentium cithara et organo.»
    Genesi, IV, 21.
  12. Tutte le storie dell’Astronomia accennano a queste osservazioni e scoperte de’ primi pastori, raccolte poi dai sacerdoti.
  13. «Videntes filii Dei filias hominum, quod essent pulchræ, acceperunt sibi uxores ex omnibus, quas elegerant.»
    Genesi, VI, 2.
    Se anche altra interpretazione si dà di questo passo, non mi si apponga a colpa l’averlo inteso con questi pochi versi, nel modo col quale volle in un poema intenderlo il cattolico Tommaso Moore. « Gigantes autem erant super terram in diebus illis: postquam enim ingressi sunt filii Dei ad filias hominum, illæque genuerunt, isti sunt potentes a sæculo viri famosi.»
    Genesi, VI, 4.
  14. « Poenituit eum, quod hominem fecisset in terra.» - Genesi, VI, 6 - che il buon abate Bartolommeo Lorenzi traducea nella sua Coltivazione dei monti: «Pentito il gran Fattor di sua fattura.»
    (Canto I, ott. 127.)
  15. « Ecce ego adducam aquas diluvii super terram.» - Genesi, VI, 17. - Le antichissime tradizioni dell’Oriente, oltre a ciò che ne reca Mosè, accennan tutte a questo cataclisma. Nelle leggende de’ sacerdoti caldei, Noè si scambia in Xisutro: trasfigurato con istrani racconti lo trovi nelle tradizioni egiziane. Per gl’Indiani quegli che si salva nell’Arca è Satyavrata. Iao, in China, il primo re, comincia coll’opera di scolare le acque diluviane, che erano giunte fino alle più alte montagne. I Greci, quantunque meno rimote, pur ne serbano tracce.
  16. Ò ardito la parola Palagio, perchè dalla Bibbia, che parlando della fabbricazione dell’Arca, usa l’espressione di porta, stanza, comignolo, si deriva più facilmente l’idea di palagio, che di vascello.
  17. «Maledictus Chanaam: servus servorum erit fratribus suis.»
    Genesi, IX, 25.
  18. « Porro Chus genuit Nemrod; ipse coepit esse potens in terra, et erat robustus venator.»
    Genesi, X, 8, 9.
  19. « Armorum sonitum toto Germania coelo
    Audiit...»
    VIRG., Geor., I.
  20. Alessandro de Humboldt, nella sua opera intitolata Ansichten der Natur, racconta che sopra una sponda dell’Orenoco, dove più spesse e fragorose sono le cateratte, vicino alle incommensurabili praterie del Meta, gli fu mostrata la grotta di Ataruipe, famosa presso gl’Indiani per essere la necropoli del popolo valoroso degli Aturi, che perseguitato dagli antropofagi Caraibi, qui si riparò e morì. E termina il racconto con queste parole: « Vive ancora, cosa singolare! a Maipuri (villaggio di là non lontano) un vecchio parrocchetto, ehe gl’indigeni non arrivano a capire, perchè parla, secondo loro, il linguaggio degli Aturi.»
  21. Si allude a Galileo e a Volta, e agli altri molti grandi Italiani scopritori di verità.
  22. Vedi Ovidio, Metam. II.
    Sul conto d’Orfeo, vedi Dizionario d’ogni Mitologia.
  23. Qui si allude alle Andromede, agli Orioni, alle chiome di Berenice, e a cento altri nomi nell’antichità illustri, onde vengono nominate molte costellazioni.
  24. Alarico fu sepolto nel 410 da’ suoi soldati in questa guisa in un luogo detto Vallo di Crati, dove si congiunge al fiume di questo nome il Bussento, che divide per mezzo la città di Cosenza sul napolitano.
  25. Non lunge dalla città di Cosenza è la grande foresta di Sila.