Canti (Leopardi - Donati)/Appendice/I.III.IV.I

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Appendice - I.III.IV

I
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Canzoni del conte Giacomo Leopardi (Bologna, Nobili, 1824, un vol. in-8 piccolo).


Sono dieci canzoni, e piú di dieci stravaganze. Primo: di dieci canzoni né pur una amorosa. Secondo: non tutte e non in tutto sono di stile petrarchesco. Terzo: non sono di stile né arcadico né frugoniano; non hanno né quello del Chiabrera, né quello del Testi o del Filicaia o del Guidi o del Manfredi, né quello delle poesie liriche del Parini o del Monti; insomma non si rassomigliano a nessuna poesia lirica italiana. Quarto: nessun potrebbe indovinare i soggetti delle canzoni dai titoli; anzi per lo piú il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello che il lettore si sarebbe aspettato. Per esempio, una canzone per nozze, non parla né di talamo né di zona né di Venere né d’Imene. Una ad Angelo Mai parla di tutt’altro che di codici. Una a un vincitore nel giuoco del pallone non è una imitazione di Pindaro. Un’altra alla primavera non descrive né prati né arboscelli né fiori né erbe né foglie. Quinto: gli assunti delle canzoni per se medesimi non sono meno stravaganti. Una, ch’è intitolata Ultimo Canto di Saffo, intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane: soggetto cosí difficile, ch’io non mi [p. 174 modifica]so ricordare né tra gli antichi né tra i moderni nessuno scrittor famoso che abbia ardito di trattarlo, eccetto solamente la signora di Staël, che lo tratta in una lettera in principio della Delfina, ma in tutt’altro modo. Un’altra canzone, intitolata Inno ai patriarchi, o de’ principi del genere umano, contiene in sostanza un panegirico dei costumi della California, e dice che il secol d’oro non è una favola. Sesto: sono tutte piene di lamenti e di malinconia, come se il mondo e gli uomini fossero una trista cosa, e come se la vita umana fosse infelice. Settimo: se non si leggono attentamente, non s’intendono; come se gl’italiani leggessero attentamente. Ottavo: pare che il poeta si abbia proposto di dar materia ai lettori di pensare, come se a chi legge un libro italiano dovesse restar qualche cosa in testa, o come se giá fosse tempo di raccoglier qualche pensiero in mente prima di mettersi a scrivere. Nono: quasi tante stranezze quante sentenze. Verbigrazia: che dopo scoperta l’America, la terra ci par piú piccola che non ci pareva prima; che la natura parlò agli antichi, cioè gl’inspirò, ma senza svelarsi; che piú scoperte si fanno nelle cose naturali, e piú si accresce nella nostra immaginazione la nullitá dell’universo; che tutto è vano al mondo fuorché il dolore; che il dolore è meglio che la noia; che la nostra vita non è buona ad altro che a disprezzarla essa medesima; che la necessitá di un male consola di quel male le anime volgari, ma non le grandi; che tutto è mistero nell’universo, fuorché la nostra infelicitá. Decimo, undecimo, duodecimo: andate cosí discorrendo.

Recheremo qui, per saggio delle altre, la canzone che s’intitola Alla sua donna, la quale è la piú breve di tutte e forse la meno stravagante, eccettuato il soggetto. La donna, cioè l’innamorata, dell’autore, è una di quelle immagini, uno di que’ fantasmi di bellezza e virtú celeste e ineffabile, che ci occorrono spesso alla fantasia, nel sonno e nella veglia, quando siamo poco piú che fanciulli, e poi qualche rara volta nel sonno, o in una quasi alienazione di mente, quando siamo giovani. Infine è la donna che non si trova. L’autore non sa se la sua donna (e cosí chiamandola, mostra di non amare altra che questa) sia mai nata finora, o debba mai nascere: sa che ora non vive in terra, e che noi non siamo suoi contemporanei; la cerca tra le idee di Platone, la cerca nella luna, nei pianeti del sistema solare, in quei de’ sistemi delle stelle. Se questa canzone si vorrá chiamare amorosa, sará pur certo che questo tale amore non può né dare [p. 175 modifica]né patir gelosia, perché fuor dell’autore, nessuno amante terreno vorrá far all’amore col telescopio.
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Alle canzoni sono mescolate alcune prose, cioè due lettere, l’una al cavalier Monti, e l’altra al conte Trissino vicentino; e una Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte. Si aggiungono appiè del volume certe annotazioni, le quali verremo portando in questo giornale, perché per la maggior parte sono in proposito della lingua, che in Italia è, come si dice, «la materia del giorno»; e non si può negare che il giorno in Italia non sia lungo.

Il cor di tutte
cose alfin sente sazietà, del sonno,
della danza, del canto e dell’amore,
piacer più cari che il parlar di lingua;
ma sazietà di lingua il cor non sente;

se non altro, il cuor degl’italiani. Venghiamo alle note del Leopardi.


Note

  1. Segue nel Nuovo Ricoglitore la canzone «Cara beltá», ecc. Le parole «La donna, cioè l’innamorata» fino a «far all’amore col telescopio» (p. 174. v. 20-175, r. 3 di questa nostra edizione) furono riferite in nota alla canzone nell’edizione fiorentina del 1831 e in quella del Ranieri del 1845; ma tolte poi nei fascicoli per la definitiva dell’autore [Ed.]