Cenere/Parte II/II

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Parte II - Capitolo II

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II.


Sdraiato sul suo lettuccio, dopo ore ed ore di amarezza, di dubbio, di opprimente melanconia, egli pensava:

— È inutile illudermi; non sono pazzo, no; ma non posso più vivere così; bisogna ch’io sappia.... Oh, fosse morta! fosse morta! Bisogna che io cerchi. Non sono venuto a Roma per questo? Domani! domani! Dal giorno che arrivai ripeto questa parola, e l’indomani arriva ed io non faccio niente. Ma che posso fare? Dove devo andare? E se la trovo?

Ah, era di questo che egli aveva paura. Non voleva neppur pensare a quanto poteva accadere dopo....

Improvvisamente si domandò: — E se mi confidassi col Daga? Se io ora gli dicessi: «Battista, devo uscire, devo recarmi in Questura per chiedere informazioni....» Ah, non ne posso più! Sono tanti e tanti anni che io trascino con me questo peso: ora vorrei liberarmene, gettarlo via come si getta un [p. 181 modifica]carico opprimente.... liberarmene, respirare... Bisogna snidarlo questo verme roditore. Mi diranno che sono uno stupido, mi convinceranno che lo sono, mi diranno di smettere.... Ebbene, tanto meglio se mi convinceranno.... Che giornata triste! Il cielo si abbassa.... si abbassa sempre più.... Avrei sonno? Bisogna ch'io vada subito.

Pioveva dirottamente. Anche il Daga sonnecchiava sul suo lettuccio, al di là del paravento.

— Battista, — disse Anania, sollevandosi, col gomito sul guanciale, — tu non esci?

— No.

— Mi presti il tuo ombrello?

Sperava che il compagno gli chiedesse dove voleva andare, con quel tempo orribile, ma il Daga disse: — Non potresti farmi il piacere di comprartene uno?

Anania sedette sul letto, rivolto al paravento, e mormorò:

— Devo andare in Questura....

E sperò ancora che una voce fraterna gli chiedesse il suo segreto.... Ecco, egli palpitava già pensando come cominciare....

Ma attraverso il paravento una voce beffarda chiese:

— Vai a far arrestare la pioggia?

Il segreto gli ripiombò sul cuore, più amaro e grave di prima. Ah, non un paravento, ma una muraglia insuperabile lo divideva dalla confidenza e dalla carità del prossimo. Non doveva [p. 182 modifica]chiedere nè aspettare aiuto da nessuno; doveva bastare a sè stesso.

S’alzò, si pettinò accuratamente e cercò nel cassetto la sua fede di nascita.

— Prendilo pure, l’ombrello. Ma perchè vai? — chiese l’altro, sbadigliando.

Egli non rispose.

Sulle scaie buie si fermò un momento, ascoltando lo scroscio sonoro dell’acqua sull’invetriata del tetto: pareva il rombo d’una cascata, che dovesse di momento in momento precipitarsi entro la casa, già inondata dal fragore dell’imminente rovina. Una tristezza mortale gli strinse il cuore. Uscì e vagò lungamente per le strade lavate dalla pioggia: salì su per una viuzza deserta, passò sotto un arco nero, guardò con infinita tristezza i chiaroscuri umidi di certi interni, di certe piccole botteghe, nella cui penombra si disegnavano pallide figure di donne, di uomini volgari, di bimbi sucidi: antri ove i carbonari assumevano aspetti diabolici, dove i cestini di erbaggi e di frutta imputridivano nell’oscurità fangosa, ed il fabbro e il ciabattino e la stiratrice si consumavano nei lavori forzati, in un luogo di pena più triste della galera stessa.

Anania guardava: ricordava la catapecchia della vedova di Fonni, la casa del mugnaio, il molino, il misero vicinato e le melanconiche figure che lo animavano; e gli pareva d’esser condannato a viver sempre in luoghi di tristezza e tra immagini di dolore. [p. 183 modifica]

Dopo un lungo ed inutile vagabondare rientrò a casa e si mise a scrivere a Margherita.

«Sono mortalmente triste: ho sull’anima un peso che mi opprime e mi schiaccia. Da molti anni io volevo dirti ciò che ti scrivo adesso; in questo triste giorno di pioggia e di melanconia. Non so come tu accoglierai la rivelazione che sto per farti; ma qualunque cosa tu possa pensare, Margherita, non dimenticare che io sono trascinato da una fatalità inesorabile, da un dovere che è più terribile d’un delitto....»

Arrivato alla parola «delitto» si fermò e rilesse la lettera incominciata. Poi riprese la penna, ma non potè tracciare altra parola, vinto da un gelo improvviso. Chi era Margherita? Chi era lui? Chi era quella donna? Cosa era la vita? Ecco che le stupide domande ricominciavano. Guardò lungamente i vetri, il filo di ferro, gli anellini ed i lacci bagnati e saltellanti su uno sfondo giallastro, — e pensò:

— Se mi suicidassi?

Lacerò lentamente la lettera, prima in lunghe striscie, poi in quadrettini che dispose in colonna, e tornò a fissare i vetri, il filo di ferro, i laccetti che parevano marionette. Rimase così finchè la pioggia cessò, finchè il compagno lo invitò ad uscire.

Il cielo si rasserenava; nell’aria molle vibravano i rumori della città rianimatasi, e l’arcobaleno s’incurvava, meravigliosa cornice, sul quadro umido del Foro Romano.

Al solito, i due compagni salirono per Via [p. 184 modifica]Nazionale e il Daga si fermò a guardare i giornali davanti al Garroni, mentre Anania proseguiva distratto, andando incontro ad una fila ciangottante di chierici rossi, uno dei quali lo urtò lievemente. Allora egli parve destarsi da un sogno, si fermò e aspettò il compagno, mentre i chierici s’allontanavano, e il riflesso dei loro abiti scarlatti dava uno splendore sanguigno al lastrico bagnato.

— Nella mia infanzia ho conosciuto il figliuolino d’un bandito famoso; il bimbo era già arso da passioni selvagge, e si proponeva di vendicare suo padre. Ora invece ho saputo che si è fatto frate. Come tu spieghi questo fatto? — domandò Anania.

— Quell’individuo è pazzo! — rispose il Daga con indifferenza.

— Ebbene, no! — riprese Anania animandosi.

— Noi spieghiamo o vogliamo spiegare molti misteri psicologici, dando il titolo di matto all’individuo che ne è soggetto.

— Per lo meno, però, è un monomaniaco. D’altronde anche la pazzia è un mistero psicologico complicato; un albero il cui ramo più potente è la monomania.

— Ebbene, ammetto. Ma l’individuo in questione aveva la monomania del banditismo; aggiungi, monomania atavica. Facendosi frate egli, sebbene uomo quasi primitivo, ha voluto liberarsi dal suo male....

— E finirà con l’impazzire davvero, quel frate. Un uomo cosciente, colto dal malanno di [p. 185 modifica]un’idea fissa qualunque, deve liberarsene secondandola.

— Tu forse hai ragione, — disse Anania, pensieroso. E non parlò più finché non arrivarono all’angolo di Via Agostino Depretis. Allora disse, svoltando strada: — Voglio prendere.... mi hanno incaricato di prendere l’indirizzo di una persona.... Devo andare in Questura.

Il compagno lo seguì, curioso.

— Chi è questa persona? Chi ti ha incaricato? È del tuo paese?

Ma Anania non si spiegava. Arrivati davanti a Santa Maria Maggiore il Daga dichiarò che non sarebbe andato oltre.

— Allora aspettami qui, — disse Anania, senza fermarsi, — ti dirò poi....

Messo in curiosità il Daga lo seguì per un tratto, poi lo aspettò sulla gradinata della chiesa.

— Il dado è gettato? — chiese con enfasi, quando Anania ricomparve. Ma nonostante le sue domande e i suoi scherzi non riuscì a sapere che cosa il suo compagno era andato a fare in Questura. Appoggiato al muro Anania guardava l’orizzonte e ricordava la sera in cui, bambino, era salito sulle falde del Gennargentu ed aveva veduto un pauroso cielo tutto rosso, animato da spiriti invisibili.

Anche adesso sentiva un mistero aleggiargli intorno, e la città gli sembrava una foresta di pietra attraversata da fiumi pericolosi, e sentiva paura.