Chiaroscuro/L'uomo nuovo

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L'uomo nuovo

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La scomunica Lasciare o prendere?
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L’UOMO NUOVO.

[p. 168 modifica] [p. 169 modifica] Passando, il postino lasciò cadere in grembo ad Annarosa, seduta al solito posto sulla pietra del portone, un giornale e una lettera. Il giornale era per lo studente, la lettera — Annarosa che non sapeva leggere la riconobbe all’odore della busta sgualcita, — era del suo fidanzato lontano: odore di selvatico, lo stesso che esalava dal costume lanoso del giovane, e che a lei non dispiaceva forse perchè nonostante la sua camicetta nera pulita, il fazzoletto nuovo scuro che velava il suo bel viso olivastro con un’ombra azzurrognola, la sottana turchina che circondava come un’onda i bei fianchi flessuosi, anche lei non ne andava libera.

Per un po’ parve anzi goderselo, quel profumo di uomo selvaggio che la lettera le recava, e con la testa curva estiò a lungo prima di salire dallo studente. Ogni volta una specie di pudore le impediva di far sapere all’estraneo i suoi segreti; dapprima anzi aveva incaricato sua madre di farsi leggere le lettere, ma i commenti della donna, che non approvava il progettato matrimonio, erano sempre [p. 170 modifica] così lamentosi che Annarosa s’era decisa a fare a meno dell’altrui intervento.

Fu anzi con cautela che attraversò il cortiletto rotondo ombreggiato da un fico e salì la scaletta esterna su fino alla cameretta dello studente. Era scalza, ma se i piedi sembravano di bronzo il passo era silenzioso e le dava una grazia felina. Tuttavia lo studente, abituato al silenzio, la sentì arrivare come una biscia fra l’erba e senza muoversi, senza guardarla, seduto davanti al suo tavolino illuminato dal riverbero giallognolo dei tetti su cui batteva il tramonto d’estate, aprì la lettera e la lesse, con voce monotona, sillabando le parole scritte in modo infantile.

Il foglietto aveva un cuore ferito da una freccia.

 «Cara amante,

«Vengo a darti notizie della mia salute che grazie a Dio è deliziosa e così spero della vostra. Vengo a dirti che ho ricevuto la tua lettera delli venti giugno dove mi dici che tua madre è sempre scontenta del nostro matrimonio benchè io sia partito dal mio caro paese natio come un pellegrino, e sia venuto a lavorare qui in terra lontana per fare un po’ di fortuna e sposarci in grazia di Dio. Ma a tua madre dirai che poi si contenterà del risultato perchè io sono uno di quelli uomini che quando si mettono una cosa in testa riescono, e sono amante fedele e non sono come [p. 171 modifica] uno che conosco io il quale non scrive mai alla famiglia perchè dice che nelle carte di un libro detto Apocalisse c’è scritto che l’amore dato alla madre è rubato a Dio.

«Ma io rispetto Dio, ma prima è la famiglia; e così il padrone dove sto a servizio come pastore mi vuol bene, più che al suo figlio stesso, il mio padroncino, perchè dice che questo è una testa matta. Ma anche il mio padroncino mi tiene in conto di fratello, mi confida tutto, persino se ha qualche nemico; e così ha promesso di mettermi a parte di un suo negozio e farmi guadagnare in poco tempo il tanto da comprarmi il gregge e forse anche la casa e inoltre i regali di sposa a te, tanto che tutti resteranno meravigliati e diranno persino che sono andato a rubare! Sta allegra, in grazia di Dio, e saluta tua madre, lo studente vostro inquilino, mio fratello, i tuoi zii, i parenti, i vicini e persino il gatto e le volpi di campagna. E tu ricevi un caro abbraccio dal tuo amante

«Farina Portolu.»


— Prendi, conservala bene, — disse lo studente, con la sua voce amara, sollevando per un momento il viso scarno e scuro e gli occhi minacciosi. — Andrà davvero a rubare.

— E se va lo lasci andare, — ella rispose con la sua voce calma e lenta. — Mi dica, piuttosto, per piacere, quanti giorni la lettera era in viaggio? Dal cinque luglio? Ha letto bene? Oggi ne abbiamo undici. Sei [p. 172 modifica] giorni in viaggio, per l’anima mia, le par poco? Così lontani son gli stazzi di Terranova?

Ma egli leggeva il giornale e non l’ascoltava più: ed ella se ne tornò al portone in attesa che sua madre tornasse dalla Chiesa Maggiore, ov’era andata per recitare i «responsos» di Sant’Antonio, specie di consulto col santo il quale doveva rivelarle chi aveva rubato i bottoni d’oro a una povera serva straniera.

Annarosa era turbata, ma taceva e pensava. Ogni parola della lettera le si era impressa nella memoria, e in ogni pietra intorno vedeva scolpito il cuore con la freccia: neppure le parole pungenti di quel matto dello studente turbavano la gioia della sua anima semplice e innamorata.

Egli intanto s’era mosso per preparare la sua cena: uscì nel ballatoio, in fondo al quale un armadietto e un fornellino a mano costituivano la sua dispensa e la sua cucina, e ruppe versandole nel tegamino due delle uova che gli mandavano col pane e l’olio dal suo paese natio.

La faccenda non lo umiliava: egli era convinto che l’uomo superiore deve fare a meno dei suoi simili, pur cercando di sollevarli alla sua altezza. La bellezza e la verità della vita sono dentro di noi — egli pensava soffiando sul fornellino — come il bel rosso dorato e il puro albo dell’uovo sono dentro il guscio sporco e inutile: basta romperlo, il guscio; ed egli riteneva d’averlo rotto, rinnegando, alla vigilia di farsi prete, la religione [p. 173 modifica] che credeva di non sentire sinceramente, e inscrivendosi alla scuola normale. Maestro, austero maestro di civiltà e di verità voleva essere: e per cominciare aveva querelato il parroco del suo paese che suonava le campane nella notte dei morti, e aveva denunziato al sottoprefetto il sindaco che permetteva l’uso del coltello ai pregiudicati.

Mangiato che ebbe si lavò e s’accostò alla finestra per pulirsi le unghie. Cadeva la sera, una sera afosa d’estate: giù nel cortile circondato da casupole pietrose il fico rifletteva il crepuscolo come un albero di metallo; ma sull’oriente fosco le nuvole pesanti, vicine, pareva salissero dai tetti coperti di musco rugginoso, e il cielo era addossato al paesaggio come nei quadri di Zuloaga. Lo studente amava quel cantuccio triste e pittoresco che gli ricordava il suo paesetto medioevale, la sua nobile casupola in rovina; gli pareva di veder suo padre, don Giame Demuros, sul ballatoio a pulirsi le unghie anche di notte mentre la vecchia serva rispettosa gli faceva lume con un’antica lampada di rame.

Qui la gente era volgare e superstiziosa, ma egli compativa tutto: eppure non seppe frenare una smorfia di sdegno nel sentire la voce lenta della sua padrona che raccontava ad Annarosa e alle vicine di casa il risultato del suo consulto con Sant’Antonio.

— Così vi dico, anime mie buone: i ceri dell’altare maggiore brillarono a un tratto come le sette stelle del cielo, ed entrarono i [p. 174 modifica] canonici, i preti, i diaconi, i seminaristi; tanta gente che pareva una nuvola. Sì, vi dico, a giudicarne da questi segni era notte quando rubarono i bottoni a Kallina e i ladri son gente di casa. Annarò, muoviti, va a chiamare la serva ch’io possa darle la notizia: perchè sei come incantata?

Annarosa taceva: un oscuro istinto l’avvertiva di chiudere in sè, come la lettera in seno, il suo caro segreto: ma all’improvviso qualcosa di spaventoso e d’inesplicabile, come nei sogni, turbò la conversazione puerile delle donne. Due carabinieri guidati dal maresciallo in persona, alti, rigidi, forme paurose balzate su da quel crepuscolo tetro, si fermarono davanti al portone, fecero alzare Annarosa e la madre, le spinsero dentro, chiusero.

— Dobbiamo perquisire la casa. Fate lume.

La madre gridava come investita da una fiamma; Annarosa invece balzò subito su per la scaletta, spinse a sua volta lo studente che era corso sul ballatoio e gli cacciò in tasca la lettera: poi accese tremando il lume.

La perquisizione, poichè la persona austera del giovine fu rispettata, non diede alcun risultato, ma l’indomani e nei giorni seguenti e per mesi e mesi le donne furono chiamate dal giudice e interrogate a lungo sul conto di Portolu Farina.

— Egli ha ucciso un uomo per mandato del suo padroncino. Questi ha fatto in tempo a scappare; il Farina è stato arrestato e dalla vostra coscienza dipende l’assicurare alla [p. 175 modifica] giustizia un delinquente così inumano. Dite ciò che sapete di lui; se è vero che egli è partito per guadagnare il tanto da comprare i gioielli; dite il contenuto dell’ultima lettera che risulta arrivata a Nuoro la sera del cinque luglio, tre giorni dopo il delitto. Voi credete in Dio e dovete salvare l’anima vostra.

Così parlava il giudice, ma la madre piangeva e giurava che non sapeva nulla e che Sant’Antonio nei «responsos» le aveva rivelato la piena innocenza di Portolu Farina.

— Giudice mio, egli è innocente come il sole.

Annarosa invece non difendeva il colpevole, ma non lo accusava e non piangeva, no: scarna, con gli occhi infossati e il viso azzurrognolo come ustionato, teneva in seno sulla pelle nuda la lettera che lo studente prima di partire per le vacanze le aveva restituito dicendole: «se hai coscienza devi consegnarla al giudice» e le pareva che il foglio le bruciasse le carni come una lastra infocata e che la freccia del cuore amoroso trapassasse il suo; ma si sarebbe mozzata la lingua prima di parlarne ad anima viva, neppure a sua madre.

Sogni spaventosi la tormentavano; le pareva di veder Portolu appostato come un cinghiale ad attendere e ad assalire il viandante: e sotto i colpi fatali il corpo della vittima spaccarsi rosseggiante come una melagrana; le pareva di veder il fidanzato tornare a casa con la bisaccia insanguinata e da questa trarre i gioielli e il rosario con la croce d’oro.... [p. 176 modifica]

Ella lo respingeva con orrore; ella non avrebbe più sollevato gli occhi per non vederlo; ma tradirlo no, meglio si sarebbe appiccata al fico del cortile come Giuda.

Ma in ottobre lo studente tornò: nella causa contro il parroco era stato condannato a pagar le spese, e il sottoprefetto s’era mostrato favorevole al sindaco: le cose dell’umanità andavano male, ma questo lo incitava maggiormente nei suoi propositi di apostolo.

Appena vide Annarosa le domandò se aveva consegnato la lettera al giudice.

— Prima muoio, don Zosè!

Egli non la guardava; non vedeva il povero viso di martire appena tolta dal rogo.

— È meglio che tu muoia, sì, disgraziata, Non capisci che se egli non viene condannato continuerà nel male? Lo sposerai, farete un mucchio di figli delinquenti.

— Io non lo sposerò, mi morsichi il lampo, don Zosè, e se egli sarà liberato in terra vuol dire che lo castigherà poi Dio.

— Disgraziata, Dio non esiste, e il suo regno dovrà venire in questa terra. Ma se cominciamo noi a non voler la giustizia e la verità, chi sradicherà le male erbe dal campo? Consegna la lettera al giudice, Annarò!

Annarosa era dolce e semplice, ma le parole dello studente le davano tale stizza che nello scendere la scaletta ella faceva le fiche e imprecava. Eppure una specie di fascino la attirava lassù nella stanzetta povera e solitaria come una cella, ov’egli passava ore ed [p. 177 modifica] ore davanti alla finestra, con la testa bruna e dura come quella di certi antichi santi di legno a metà barbari a metà bizantini che si vedono nelle vecchie chiesette sarde, disegnata sullo sfondo giallastro dei tetti e del cielo violetto d’autunno.

Ora con una scusa ora con un’altra, Annarosa saliva lassù, e s’egli non le parlava di quella cosa provava un vago malcontento.

Un giorno egli le disse:

— Cosa pensi, castigata? Se non consegni la lettera, io stesso andrò dal giudice e gli dirò la verità.

— Lei vuole uccidermi, don Zosè!

— Meglio che tu muoia, piuttosto che vivere nella barbarie e nella menzogna.

Stanco di predicare inutilmente alla figlia, un giorno chiamò la madre e tentò di parlarle col solo linguaggio che ella, secondo lui, era capace di comprendere.

— Vostra figlia è ammalata: tiene sul seno una lettera maledetta ove Portolu annunziava il delitto. Fategliela consegnare al giudice e vedrete che vostra figlia riavrà la sua pace e la sua buona sorte.

La donna allibì talmente che egli per contentarla dovette sputacchiarle sul viso onde scongiurare gli effetti dello spavento; una scena dolorosa seguì tra madre e figlia e questa per paura che le forze le venissero meno bruciò la lettera.

Ma una cosa straordinaria accadde; come aveva detto lo studente, ella parve a un [p. 178 modifica] tratto consolarsi e rifiorire come intorno a lei e nella valle e sui monti rifiorivano le piante selvatiche dopo il lungo inverno nuorese. Veniva la primavera e le miserie umane pareva si raddolcissero come piaghe su cui una mano pietosa plasma l’unguento che con l’andare del tempo svanisce lasciandole di nuovo spasimare: e Annarosa tornò a sedersi sulla pietra del portone, col fazzoletto sugli occhi, mangiando distrattamente una fava, mentre la madre parlava della «disgrazia» già con rassegnazione, e faceva nuovi progetti per la figlia, e di tanto in tanto andava premurosa a domandare a don Giuseppe se gli occorreva del fuoco, se il mal di testa gli era passato, se voleva che Annarosa gli stirasse le calze. Sì, buone anime mie, speranze ambiziose rallegravano il cuor della madre; Sant’Antonio, mentr’ella recitava i «responsos» nella Chiesa Maggiore, le aveva fatto scorgere un nobile che pregava davanti alla cappella ove si celebrano i matrimoni e accanto gli stava una giovane paesana.

Il dibattimento del Farina era fissato per i primi di luglio; in giugno egli trovò modo di scrivere ad Annarosa ed ella senza esitare, vinta da quel sentimento oscuro che l’attirava lassù al ballatoio come verso un confessionale, salì silenziosa dallo studente. Il colpevole le scriveva con tenerezza, ringraziandola delle buone testimonianze; sperava di tornar presto e renderla felice.

— Lo vedi, sciagurata? Egli ti regalerà i [p. 179 modifica] gioielli insanguinati, come tu hai sognato, e tu dormirai con un assassino di strada.

Ella andò via piangendo e trovò sua madre nel ballatoio; entrambe si affacciarono sul cortiletto caldo pieno dell’odore del fico, e mentre le lagrime della fanciulla cadevano giù, giù, come in un pozzo profondo ed ella mormorava singhiozzando: «ma perchè quel matto mi parla sempre così?» la donna le accostò la bocca all’orecchio:

— Semplice che altra non sei! È lui che ti vuole; è perciò che fa così.

In quei giorni esse furono di nuovo chiamate dal giudice: la madre finì col rivelare il segreto, e Annarosa, che si ostinava a tacere, fu minacciata del carcere; allora ella si alzò, si fece il segno della croce e disse:

— Io non so leggere. La lettera l’ho ricevuta ma in mia coscienza non so dire quello che veramente conteneva: solo don Giuseppe Demuros, può dire la verità.

E Portolu Farina fu condannato a trent’anni di reclusione. Nel ricevere la notizia Annarosa, che era scappata dalle Assise dopo aver incontrato con pietà e con terrore lo sguardo disperato del colpevole, si buttò per terra morsicando i lembi del fazzoletto e rimase tre giorni così, senza andar a letto, senza lavarsi, rifiutando il cibo: entravano le vicine e si curvavano su lei come su una malata, la madre gemeva e il terrore della morte era nella piccola casa vigilata dal funebre fico.

Su nella sua cameretta don Giuseppe [p. 180 modifica] studiava giorno e notte perchè giusto in quei giorni doveva dar l’esame di patente; nell’uscire s’affacciava alla porta, vedeva Annarosa buttata su un quadrato di sole, nera immobile come un’ombra su un tappeto d’oro, ma non osava avanzare. Finalmente la madre scattò:

— Le parli lei, don Zosè, vede com’è? La lascia morire? È questo il bene che le vuole?

Egli guardò la donna, dall’alto, s’avanzò, con le braccia incrociate sul petto e le mani sotto le ascelle, si fermò davanti all’ombra.

— Annarosa, alzati.

Ed ella s’alzò, come Lazzaro alla voce di Cristo; ma appena egli andò via tornò ad accovacciarsi col viso sulle ginocchia, e la madre chiamò di nuovo il giovine.

Vinto da un po’ di rimorso egli si prestava a confortare la disgraziata, i giorni passavno e a poco a poco le cose e le persone riprendevano il solito aspetto: e la madre guardava lo studente aspettando da lui la parola di vita. Ma alla vigilia della partenza egli non s’era ancora spiegato; solo verso sera chiamò Annarosa e la pregò di tirargli giù dal guardaroba i suoi vestiti d’inverno.

La madre aspettava ansiosa nel cortiletto, ma aveva caldo e si mise sulla scaletta: anche lì non trovò pace e salì sul ballatoio, e sentì che quei due, dentro, parlavano calmi e pacifici come due viandanti lungo la strada.

— Se mi mandano lontano, a Sorgono, per [p. 181 modifica] esempio o a Baunei, chissà quando potrò tornare a Nuoro. Forse mai.

«Adios, Nugoro, adios.

Adios, Nuigoro, adios,
     Ca parto pro m’ind’andare,
     E cando b’app’a torrare,
     Sos mortos den’esser bios....
1

— Buona sorte lo conduca, — diceva quella sempliciona di Annarosa, — vada con Dio e si ricordi di me.

— Me ne ricorderò finchè vivrò, — egli disse con voce grave. Ma del triste passato e dell’avvenire che la madre si augurava non una sola parola.

Spinta da un impeto di sdegno ella entrò e domandò al giovane quando intendeva di partire; Annarosa in piedi sulla sedia davanti al guardaroba si volse meravigliata a guardarla e fu lei a rispondere:

— Domani, non lo sapete?

— Tu sta zitta, semplice, e scendi e vattene. Non ti ha rovinato abbastanza?

Scosse la sedia, fece scendere e spinse fuori Annarosa. Il giovine non intervenne, non aprì bocca; finì di fare la sua valigia e se ne andò subito, deciso, poichè aveva appena i denari del viaggio, a passare la notte all’aperto, sul ciglio dello stradale in attesa che all’alba passasse la diligenza. [p. 182 modifica]

Era un crepuscolo tempestoso, come quando era arrivata la lettera di Portolu Farina; ma il temporale anneriva solo le montagne e il cielo al nord, verso la Barbagia di Orune, mentre ad oriente e a sud una vaporosità d’aurora indorava i monti selvaggi d’Orgosolo e gli azzurri monti di Oliena, e fra gli uni e gli altri l’arcobaleno scendeva dalle nuvole come un fiume di luce dal cielo.

  1. Addio, Nuoro, addio — parto per andarmene, — e quando ritornerò, — i morti saranno vivi.