Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto XVI

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Purgatorio
Canto sedicesimo

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Purgatorio - Canto XV Purgatorio - Canto XVII
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C A N T O     XVI.

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1Buio d’ inferno, e di notte privata
     D’ ogni pianeta sotto pover cielo,
     Quanto esser può di nuvol tenebrata.
4Non fe al viso mio sì grosso velo,1
     Come quel fummo ch’ ivi ci coperse.
     Nè a sentir di così aspro pelo:
7Chè l’ occhio stare aperto non sofferse;
     Unde la Scorta mia saputa e fida
     Mi s’ accostò, e l’ umero m’ offerse.
10Sì come cieco va dietro a sua guida
     Per non smarrirsi, e per non dar di cozzo
     In cosa che ’l molesti, o forse uccida,2
13N’ andava io per l’ aire amaro e sozzo,
     Ascoltando ’l mio Duca che diceva:
     Pur guarda che da me tu non sia mozzo.
16Io sentia voci, e ciascuna pareva
     Pregar per pace e per misericordia
     L’Agnel di Dio, che le peccata leva.
19Pur Agnus Dei eran le loro esordia;
     Una parola in tutti era et un modo,3
     Sì che parea tra essi ogni concordia.

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22Quei sono spiriti, Maestro, ch’ io odo?
     Diss’ io; et elli a me: Tu vero apprendi;
     E d’ iracundia van sol vendo il nodo.
25Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi.
     E di noi parli pur, come se tue
     Partissi ancor lo tempo per calendi?4
28Così per una voce ditto fue;
     Unde ’l Maestro mio disse: Rispondi.
     E dimanda se quinci si va sue.
31Et io: O creatura, che ti mondi,
     Per tornar bella a Colui che ti fece,
     Meravillia udirai se mi segondi.
34Io ti seguiterò quanto mi lece,5
     Rispuose; e se veder fummo non lascia,
     L’udir ci terrà giunti in quella vece.
37Allor io cominciai: Con quella fascia,
     Che la morte dissolve, men vo suso,
     E venni qui per l’ infernale ambascia;
40E se Dio m’ à in sua grazia richiuso
     Tanto, che vuol ch’ io veggia la sua corte6
     Per modo tutto fuor del moderno uso,
43Non mi celar chi fosti anzi la morte;
     Ma dlimi, e dimmi s’ io vo ben al varco:
     E tuoe parole fien le nostre scorte.
46Lombardo fui, e fui chiamato Marco:
     Del mondo seppi, e quel valore usai.7
     Dal qual à or ciascun disteso l’ arco:8
49Per montar su dirittamente vai.
     Così rispuose, et aggiunse: Io ti prego.
     Che per me preghi, quando su serai.

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52Et io a lui: Per fede mi ti lego
     Di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
     Dentro ad un dubbio, s’ io non me ne spiego.
55Prima era sempio, et or è fatto doppio9
     Ne la sentenzia tua, che mi fa certo
     Qui et altrove quell’ onde io l’ accoppio.10
58Lo mondo è ben così tutto diserto
     D’ogni virtute, come tu mi sone,
     E di malizia gravido e coverto;
61Ma prego che m’ additi la cagione,
     Sì ch’ io la veggia e ch’ io la mostri altrui:
     Chè nel Ciel è uno, et un quaggiù la pone.
64Alto sospir, che duolo strinse in hui,
     Misse fuor prima, e poi cominciò: Frate,
     Lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
67Voi che vivete, ogni cagion recate
     Pur suso al Cielo, sì come se tutto
     Movesse seco di necessitate.
70Se così fusse, in voi fora destrutto
     Libero arbitrio, e non fora giustizia
     Per ben letizia, e per male aver lutto.
73Lo Ciel i vostri movimenti inizia,
     Non dico tutti; ma, posto ch’ io ’l dica,
     Lume v’ è dato, a bene et a malizia,
76E libero voler, che s’ affatica
     Ne le prime battallie, col Ciel dura,
     Poi vince tutto se ben si notrica.
79A maggior forza et a millior natura
     Liberi soggiacete, e quella cria11
     La mente in voi, che ’l Ciel non à in sua cura.

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82Però, se il mondo presente disvia,
          In voi è la cagione, in voi si cheggia;
          Et io te ne serò or vera spia.12
85 Esce di mano a Lui, che la vagheggia,
          Prima che sia, a guisa di fanciulla,
          Che piangendo e ridendo parguleggia,
88L’ anima simplicetta, che sa nulla,
          Salvo che mossa da lieto Fattore,13
          Volontier torna a ciò che la trastulla.
91Di picciol ben prima sente sapore;
          Quivi s’ inganna, e dietro ad esso corre,
          Se guida o freno non torce suo amore.
94Unde convenne legge per fren porre,
          Convenne rege aver che discernesse
          De la vera città al men la torre.
97Le leggi son; ma chi pon mano ad esse?
          Nullo: però che il pastor che precede14
          Ruminar può; ma non à l’ unghie fesse.
100Perchè la gente, che sua guida vede
          Pur a quel ben ferir ond’ ella è ghiotta,
          Di quel si pasce e più oltre non chiede.
103Ben puoi veder che la mala condotta
          È la cagion che ’l mondo à fatto reo,
          E non natura che in voi sia corrotta.15
106Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
          Duo Soli aver, che l’ una e l’ altra strada
          Facean veder, e del mondo e di Deo.
109L’un l’ altro à spento, et è giunta la spada
          Col pastorale; e l’ un coll’ altro insieme
          Per viva forza mal convien che vada:

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112Però che, giunti, l’ un l’ altro non teme.
     Se non mi credi, pon mente a la spiga;
     Chè ogni erba si cognosce per lo seme.
115In sul paese, ch’ Adice e Po riga,16
     Solea valor e cortesia trovarsi
     Prima che Federico avesse briga.
118Or può siguramente ivi passarsi17
     Per qualunqua lassasse, per vergogna
     Di ragionar coi buoni, et appressarsi.18
121Ben v’ en tre vecchi ancora, in cui rampogna19 20
     L’antica età la nuova, e par lor tardo,
     Che Dio a millior vita li ripogna;
124Currado di Palazzo, e ’l buon Gherardo,
     E Guido da Castel, che mei si noma
     Francescamente il semplice lombardo.
127Dì oggi mai che la Chiesa di Roma,
     Per confonder in sè du reggimenti,
     Cade nel fango, e brutta sè e la soma.21
130Marco mio, dissi, tu bene argomenti;
     Et or discerno perchè da retaggio22
     Li figli di Levi furono esenti.
133Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
     Dì ch’ è rimaso de la gente spenta,
     In rimprovero del secol selvaggio?23
136O ’l tuo parlar m’ inganna o el mi tenta,
     Rispuose a me, che, parlandomi tosco,
     Par che del buon Gherardo nulla senta.

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139Per altro soprannome io nol cognosco,
     S ’ io nol tolliesse da sua fillia Gaia.
     Dio sia con voi, che più non vegno vosco.
142Vedi l’ albòr che per lo fummo raia,24
     Già biancheggiar; e me convien partirmi,25
     L Angel è ivi, prima che ’l di’ paia:26
145Così tornò, e più non volle udirmi.27

  1. v. 4. C. A. Non fece al viso mai sì
  2. v. 12. C. A. o che l’ ancida,
  3. v. 20. C. A. ed ad un modo,
  4. v. 27. Calendi; oggi al plurale solamente calende. E.
  5. v. 34. C. M. Io ti seguirò
  6. v. 41. C. A. ch’ ei vuol
  7. v. 47. C. A. valore amai,
  8. v. 48. C. A. Al quale
  9. v. 55. C. A, scempio,
  10. v. 57. C. A. quel dov’ io
  11. v. 80. C. M. subiacete,
  12. v. 84. C. A. sarò or buona spia.
  13. v. 89. C. A. dal lieto
  14. v. 98. C. A. procede
  15. v. 105. C. A. in noi
  16. v. 115. C. A. Adige
  17. v. 118. C. A. indi
  18. v. 120. C.A. co’ buoni, ed accostarsi,
  19. v. 121. En; enno, sono, da è terza persona singolare formata dalla consueta giunta del no. E.
  20. v. 121. C. A. v’ è in tre
  21. v. 129. C. A. e sè brutta e
  22. v. 131. C. A. conosco perchè dal
  23. v. 135. C. A. del popol
  24. v. 142. raia; raggia, da raiare E.
  25. v. 143. C. A. onde convien
  26. v. 144. L’ Angelo è quivi Pria ch’ io li appaia:
  27. v. 145. C. A. Cosi parlò,

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C O M M E N T O


Buio d’inferno ec. In questo xvi canto lo nostro autore seguita ancora la cominciata materia; cioè la purgazione dell’iracundi. E principalmente si divide in due parti, perchè prima finge che 1 montino per quella nebbia; e come vi trovò tra li altri uno Lombardo che ebbe nome Marco, e con lui incominciò a parlare; e mosso uno dubbio duplicato, come lo cominciò a solvere. Ne la seconda finge che Marco, continuando, dichiarato lo dubbio che elli li mosse in parte, li compie ne la seconda lezione di dichiarare in tutto lo ditto dubbio che elli mosse, et all’ultimo li mostra la sallita al quarto girone, et incominciasi quive: Esce di mano a Lui ec. La prima 2 lezione si divide in sette parti: imperò che prima per comparazione dimostra quanto era oscura quella nebbia, e lo modo che prese ad andare per essa; ne la seconda finge che elli udisse quelli spiriti dimandare misericordia, e quello che cantavano, quive: Io sentia voci ec.; ne la terza finge come incominciò a parlare ad uno di quelli spiriti lo quale prima avea dimandato lui, et incomincia quive: Or tu chi se’ ec. ; ne la quarta finge com’ elli li manifesta com’ elli è vivo, e come elli va suso et unde viene, e dimandalo chi elli è, quive: Allor io cominciai ec.; ne la quinta finge come quello spirito li risponde e manifestali chi elli è, quive: Lombardo fui ec.; ne la sesta finge Dante com’ elli muove uno dubbio a quello spirito, quive: Et io a lui ec.; ne la settima finge che quello spirito, che [p. 368 modifica]avea nome Marco, li dichiara lo dubbio, quive: Alto sospir ec. Divisa lezione, ora è da vedere lo testo co l’esponizione litterale e morale, o vero allegorica.

C. XVI — v. 1-15. In questi cinque ternari lo nostro autore per similitudine dichiara quanto era aspra quella nebbia, e ’l modo ch’elli tenue andando per entro; e dice così: Buio d’inferno; cioè l’oscurità infernale, la quale io Dante provai, e di notte privata D’ogni pianeta; cioè e lo buio de la notte 3; contra la quale notte anco avea provato Dante quando fu ne lo inferno, dove era oscurità come di notte; e tanto peggio che quanto noi 4 abbiamo alcuna luce de le stelle e da le pianete, e quive non era nè stella, nè pianeta sotto pover cielo, Quanto esser può; allora si dice povero lo cielo quando niuna luce, nè chiarezza à; e così fatto cielo quando à di sotto da sè notte, l’àe più oscura che quello che àe alcuna luce, di nuvol tenebrata; cioè lo buio de la notte ditta di sopra, oscura di nuvoli, sicché in somma dice che ’l buio de lo inferno, e de la notte privata d’ogni pianeta, e di notte tenebrata di nuvolo sotto povero celo 5 quanto esser può d’ogni luce; la quale cosa io provai nello inferno, Non fe al viso mio sì grosso velo; dice Dante che non fece sì grosso coprimento ai suoi occhi, Come quel fummo; ch’era nel terzo giro del purgatorio, che sostenevano coloro che si purgavano dell’ira, ch’ ivi; cioè lo quale in quello luogo che ditto è, ci coperse; cioè me e Virgilio, Nè a sentir di così aspro pelo; cioè lo velo non solamente era grosso; ma era aspro alli occhi miei; e però dice nè velo di così aspro pelo a sentire; le quali due cose impacciano li occhi; cioè lo coprimento grosso che non lassa trapassare la vista, e l’aspro pelo che non lassa aprire l’occhio, lo quale vuole le cose delicate; e però seguita: Chè l’occhio stare aperto non sofferse; per l’aspressa del velo ch’era d’aspro pelo tanto, che l’occhio noi sofferse stando aperto: imperò che inquetava l’occhio come farebbe uno pelo aspro, se toccasse l’occhio. E per questo dà ad intendere che la turbazione dell’ira ingrossa tanto ne la mente e diventa sì aspra, che accieca l’occhio de la ragione e de lo intelletto, sicché niente possano vedere: imperò che stanno chiusi et assorti 6 dall’ira; e però ben dice l’autore che scrisse lo libricciuolo, che si legge continuamente ne la scuola: Impedit ira animum, ne possit cernere verum; de la quale cosa, arricordandosi lo iracundo e ricognoscendo lo suo errore, se ne duole et emendasi e correggesi; e però sotto questa finzione intende l’autore la coscienzia che ebbe de la turbulenzia de l’ira che già avea avuta, e così n’ebbe contrizione, et emendosi, [p. 369 modifica]arrecandosi a tranquillità e pace. E qui si può muovere uno dubbio testuale; come dice l’autore che più grosso fu e più aspro lo velo del fummo e de la nebbia del purgatorio, che quello de lo ’nferno: con ciò sia cosa che quello de lo inferno dovesse essere più nocivo: imperò che quive non è mai sole, come finge che sia in purgatorio? A che si dè rispondere ch’elli è più nocivo ne lo inferno che quive; ma non all’autore, lo quale per lo inferno andò come veditore de le pene de’ dannati; e per lo purgatorio finge ch’elli andasse come purgatore dei suoi peccati, e però questa nebbia lo dovea più gravare che quella de lo inferno che non s’appartenea a lui; ma questa del purgatorio sì. Unde; cioè per la qual cosa, la Scorta mia saputa e fida; cioè Virgilio che significa ora la ragione teorica, la quale è saputa e fida, che non inganna, nè non si lassa ingannare, Mi s’accostò; cioè a me Dante, e l’umerò m’offerse; cioè mi porse la spalla e fecemi spalla, a ciò ch’ io m’appoggiasse a lui. E per questo dà ad intendere che in tale ripensamento de la turbolenzia de l’ira l’omo si dè fermare in su la ragione: imperò che sensa essa non ne potrebbe uscire sensa offensione, e dèsi intendere qui la ragione teorica: imperò che la pratica ragione e lo intelletto pratico sta chiuso et impedito: imperò che l’ira è naturale a l’omo; e però dice: Irascimini, et nolite peccare; unde conviene avere grande aiuto da la teorica a distinguere quale ira, e quando si vuole usare, e quando no. Sì come cieco va dietro a sua guida; ecco che fa una similitudine, ch’elli andava attenendosi a la spalla di Virgilio, come va lo cieco di rieto a chi lo guida, Per non smarrirsi; de la via, e per non dar di cozzo; cioè per non percuotere col capo, In cosa che ’l molesti, o forse uccida: imperò che l’uno e l’altro è possibile al cieco, n’andava io; cioè Dante, per l’aire amaro e sozzo; sì come dichiarato è, Ascoltando ’l mio Duca che diceva; cioè Virgilio: Pur guarda; cioè tu, Dante, che da me tu non sia mozzo: imperò che, secondo la lettera, arebbe potuto cadere a terra del balso: e secondo l’allegoria, in tale considerazione arebbe potuto errare sensa la ragione teorica.

C. XVI — v. 16-24. In questi tre ternari lo nostro autore finge quello che si dicea per quelli spiriti, che erano ne la suddetta nebbia, dicendo così: Io; cioè Dante, sentia voci; cioè umane di quelle anime che quive erano, e ciascuna; di quelle voci, pareva Pregar per pace: però che al furore dell’ira è contraria la pace, e per misericordia; la quale era loro necessaria da Dio, per avere la gloria la quale aspettavano, e per potere stare ne la pace e quiete dell’animo, l’Agnel di Dio; cioè Cristo, che le peccata leva: imperò ch’elli è quello agnello 7 che fu immolato per noi a Dio Padre in su 8 legno de [p. 370 modifica]la croce, per liberare noi dal peccato; et ecco che manifesta come dicendo: Pur Agnus Dei eran le loro esordia: imperò che cantavano li tre Agnus Dei che si cantano a la messa; cioè Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem; sicché li due primi dimandano misericordia, e lo terzo pace. Una parola in tutti era et un modo: imperò che tutti cantavano quello che ditto è, et ad uno modo, Sì che parea tra essi ogni concordia: imperò che tra loro era perfetta carità, sicchè non si poteano se non accordare, Quei sono spiriti, Maestro, ch’io odo? Dimanda Dante Virgilio, se quelli ch’elli ode così sono spiriti; e però dice: Diss’io; cioè io Dante a Virgilio, et elli; cioè Virgilio, a me: disse, s’intende: Tu; cioè Dante, vero apprendi; cioè che elli sono spiriti, E d’iracundia van solvendo il nodo; cioè vannosi purgando del peccato dell’ira: ira et iracundia una medesima cosa significa.

C. XVI — v. 25-36. In questi quattro ternari finge Io nostro autore che, quando parlava così con Virgilio, come ditto fu di sopra, uno di quelli spiriti vedendolo 9, incominciò a parlare a lui, dicendo: Or tu chi se’; dice quello spirito a Dante, che ’l nostro fummo; nel quale noi ci purghiamo, fendi; andando tra esso, E di noi parli, cioè tu, che vai, pur, come se tue Partissi ancor lo tempo per calendi; cioè come tu fussi ancora vivo? Chi vive nel mondo divide lo tempo per anni, per mesi, per settimane, per di’, per ore, e punti, e minuti; chi è passato di questa vita non sente discorso di tempo, e però quelli de lo inferno, nè del purgatorio, nè del paradiso ànno discorso di tempo; e però àe detto come partissi lo tempo per calendi; cioè per mesi che ànno lo primo di’ che si chiama calendo e dal calcnde del mese si denominano nel calendario li di’ del mese che va inanti, poichè sono dinominati di po’ ’l calende li di’ che si nominano da nonas in qual mese 6, et in qual 4; e poi li 8 di’ che si nominano da idus come appare nel ditto libro; lo quale modo trovonno li Romani, per potere publicare li mercati che si facevano, e le fiere sì che li ladroni nol sapesseno, e questo modo soleano servare li notari pisani ne’ loro atti, come appare a chi n’è pratico. Così per una voce ditto fue; a me Dante, come detto è di sopra, Unde ’l Maestro mio disse; cioè Virgilio a me Dante: Rispondi; tu, Dante, al dimando suo, E dimanda; cioè tu lui, se quinci si va sue; al quarto girone. Et io; cioè Dante dissi: O creatura, che ti mondi; cioè ti purghi da la colpa del peccalo commesso nel mondo, Per tornar bella a Colui che ti fece; cioè Iddio 10. Et è qui da notare che pare a chi non guarda sottilmente che la purgazione non sia [p. 371 modifica]necessaria, dicendo: Se l’omo lassa lo peccato, non vasta? A che si dè rispondere che non: imperò che l’anima non può tornare al suo Fattore, se non tale quale elli l’à fatta; et Iddio produce tutte l’anime, c crea pure e nette senza macula. Cade l’anima coniunta col corpo nel peccato, e bruttasene 11, e lo corpo ne la bruttura del peccato, come lo cavalcatore quando cade elli e ’l cavallo nel loto, che n’esce lotoso, e renoso 12; et a volere essere come di prima, conviene lavarsi nell’acqua a ciò che tornino mondi come di prima, altramente si rimarrebbeno brutti come prima, come la cosa bianca, poichè è bruttata nel fango; e però conviene che si lavi co la virtù de la penitenzia l’anima, poi che è bruttata nel peccato, inansi che ritorni pura: c però ben dice l’autore: O creatura, che ti mondi ec. Meravillia udirai; tu, anima, se mi segondi; cioè se tu mi seguiti. Io ti seguiterò; ecco che risponde quell’anima a Dante, dicendo: Io ti seguiterò quanto mi lece; cioè quanto m’è licito, Rispuose; cioè la ditta anima, e se veder fummo non lascia; cioè noi insieme, L’udir ci terrà giunti in quella vece: cioè in scambio del vedere serà l’udire: imperò che per lo fummo non si poteano vedere.

C. XVI — v. 37-45. In questi tre ternari lo nostro autore finge come elli rispuose a la sopra ditta anima; e come li dimandò del montamento all’altro girone, dicendo così: Allor; cioè allora. io cominciai; cioè io Dante a parlare a la ditta anima in questa forma che seguita: Con quella fascia; cioè col corpo che circunda l’anima, però la chiama fascia; Che la morte dissolve; cioè disfà: la morte disfà la coniunzione dell’anima col corpo, men vo suso; cioè a vedere la gloria de’ beati, E venni qui; cioè nel purgatorio, per l’infernale ambascia; cioè passando per la fatica et angoscia infernale. E se Dio m’à in sua grazia richiuso; dice Dante a la ditta anima; cioè se Dio m’ à messo ne la sua grazia, Tanto, che vuol ch’io veggia la sua corte; cioè vita eterna, Per modo tutto fuor del moderno uso: imperò che per questo modo non è usato niuno a vederla al presente: imperò che al suo tempo non era nessuno, che per poesi trattasse di questa materia; sicchè ben dice che ’l modo è fuor dell’uso moderno, Non mi celar chi fosti; cioè tu nel mondo, anzi la morte; cioè mentre che vivesti nel mondo, Ma dilmi; quello ch’io t’ò dimandato, e dimmi s’io vo ben al varco: cioè a lo luogo da montare, E tuoe parole fien le nostre scorte: imperò che anderemo segondo che tu dirai.

C. XVI — v. 46-51. In questi due ternari lo nostro autore finge come quell’anima, a la quale avea parlato, si li nomina et insegnali la montata, dicendo: Lombardo fui; dice lo spirito addimandato a [p. 372 modifica]Dante, e fui chiamato Marco; ecco che manifesta lo suo nome. Questo Marco fu veneziano, chiamato Marco Daca, e fu omo molto saputo et ebbe molto le virtù politiche e fu cortesissimo, donando nobili poveri omini cioè, che lui 13 guadagnava, e guadagnava molto però ch’era omo di corte, e per la virtù sua era molto amato e donatoli molto dai signori; e come elli dava a chi avea bisogno, cosi prestava a chi lo richiedeva. Unde venendo a morte et avendo molto a ricevere, fece testamento, e fra li altri iudizi fece questo; cioè che chiunqua avesse del suo, tenesse e nessuno fusse tenuto a rendere, dicendo: Chi à si tenga; e però dice l’autore ch’ elli li disse: Del mondo seppi: imperò che fu ben pratico omo del mondo, e quel valore usai; cioè le virtù politice 14, e la cortesia massimamente, Dal qual; cioè valore de le virtù e de la cortesia, à or ciascun disteso l’arco; cioè niuno vi dà più entro in quel segno de le virtù politiche e de la cortesia; cioè ciascuno n’à lev ato lo desiderio e la intenzione, niuno 15 v’intende più al presente. Per montar su; cioè al quarto balso, dirittamente vai: imperò che questa è la via diritta; cioè la via de la penitenzia: imperò ch’ ella ci mena in vita eterna, Così rispuose; cioè Marco a me Dante, et aggiunse: Io ti prego; cioè Marco adiunse al suo dire: Io ti prego Dante, Che per me preghi; cioè lo nostro signore Iddio, quando su serai; cioè quando serai inanti a lui in vita eterna.

C. XVI— v. 52-63. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come elli rispuose a Marco, promettendoli di fare quello che elli addimandava; e come li mosse uno dubbio, dicendo così: Et io a lui; cioè a Marco: Per fede mi ti lego; cioè per fede ti iuro, Di far ciò che mi chiedi; cioè di raccomandarti e pregare Iddio per te, come m’ài addimandato, ma io scoppio Dentro ad un dubbio; cioè io desidero d’avere dichiaragione fortemente d’uno dubbio, e creperei s’io non l’aprisse; e però dice: s’io non me ne spiego; cioè s’io non me ne dichiaro, cioè s’io non me ne apro e spaccio, che sono implicito in esso; et è qui colore retorico significatore per esuperatore 16. Prima era sempio 17; cioè simplice lo mio dubbio, et or è fatto doppio; lo dubbio mio, Ne la sentenzia tua; la quale tu dicesti di sopra; cioè Dal qual à or ciascun disteso l’arco, — che; cioè la qual sentenzia, mi fa certo; cioè quello che dici del mondo esser vero, Qui; cioè in [p. 373 modifica]questo 18 é lo mio secondo dubbio, et altrove; cioè in uno altro luogo è, quell’onde io l’accoppio; cioè lo primo mio dubbio; unde io accosto li du’ dubbi insieme dei quali l’uno 19 era; se li cieli sono cagione de la corruzione del mondo; l’altro dubbio era se ne sono cagione li omini o la natura corrutta, come pare che dica Marco. Et accoppiando questi due dubbi insieme, pone questa sentenzia; cioè io Dante veggo questo essere vero; cioè che Lo mondo è ben così tutto diserto; cioè abbandonato, D’ogni virtute; o vero politiche, o vero teologiche, come tu mi sone; cioè come tu, Marco, mi dici ne la tua sentenzia, E di malizia gravido; cioè pregno è lo mondo, come tu mi dici, e coverto; e di questo mi fa certo la tua sentenzia; ma io vorrei esser certificato del primo dubbio, e del secondo; imperò che io abbo ora per le tuoe parole nuovo dubbio; prima n’avea 20 uno, cioè se de la corruzione del mondo ai vizi, come detto è e pare per le cose dinansi, sia cagione lo movimento del cielo, come disse Virgilio ne la prima cantica: infin che il veltro Verrà ec.; o enne cagione la natura umana per sè corrotta, che abbia fatto lo mondo corrotto e scacciato le virtù da esso: imperò che la tua sentenzia pare dare la cagione alli omini, in quanto dicesti: Dal qual à or ciascun disteso l’arco. E questo è lo secondo dubbio che l’autore finge esser mosso per la sentenzia di Marco: imperò che ’l primo avea da sè; cioè che ’l mondo fusse corrotto a malizia per la influenzia dal cielo; e però muove la questione, dicendo: Ma prego; cioè te Marco, che m’additi; cioè che mi dimostri, come si dimostra col dito, la cagione; di questa corruzione; se è influenzia celeste, o se è la natura umana che per sè medesma si corrompe, Sì ch’io; Dante, la veggia; la cagione de la corruzione, e ch’io la mostri altrui; cioè ai lettori, che leggeranno questo libro. Chè; cioè imperò che, nel Ciel è uno; cioè Iddio che è cagione prima di tutte le cagione, e li cieli che sono cagioni seconde riceveno movimento de la prima; sicchè Iddio cagiona per mezzo de le seconde cagioni li effetti qua giù nel mondo, se non se in quelle cose che immediatamente procedeno pur da lui, come la creazione dell’anime, la beatificazione dei santi e simili cose; e però dice: et un; cioè Iddio, quaggiù; cioè nel mondo, la pone; cioè la cagione. Et in [p. 374 modifica]queste parole pone l’opinione delli Astrologi la quale elli danna: imperò che se i cieli sono cagione d’ogni nostro atto, et Iddio è cagione del movimento de’ cieli, dunqua Iddio è cagione d’ogni nostro atto, dunqua Iddio è cagione de la nostra corruzione; la quale conclusione è falsa, e però l’autore dimostra come si debbia arrecare 21 a suo intendimento, di sotto quando dice: Lo Ciel i vostri movimenti; le quali sono parole di Marco, lo quale finge l’autore che dichiarasse questi dubbi. E questa è bella e notabile dubitazione; cioè chi è cagione che la virtù sia abbandonata al tutto, e la malizia sia seguitata a li omini, è l’enfluenzia del cielo: imperò che se Iddio è prima cagione d’ogni cosa, come può essere nel mondo privamento di bene et incitamento di male? E questi due dubbi l’autore nostro solverà ne la parte che seguita, e ne l’altra.

C. XVI — v. 64-84. In questi sette ternari lo nostro autore finge come Marco risponde ai suoi dubbi, dimostrando che la privazione de la virtù e la corruzione de la malizia, ch’è nel mondo, procede dalli omini e non dal cielo, dicendo così: Alto sospir; cioè profondo che venne dal cuore: lo sospiro viene dal polmone che sfiata forte, per dare scialamento al cuore che è angustiato da dolore; e però dice che Marco, avendo dolore di quil che Dante dicea, e sì perchè così era come dicea de l’abbandonamento de la virtù e de la corruzione de’ vizi, e si perchè vedea Dante avere falsa opinione, come pieno di carità dolsesi dell’uno e dell’altro, e però dice: che; cioè lo quale sospiro, duolo strinse in hui: imperò che non compiè di metter fuora tutto ’l sospiro; ma finitte in questa voce hui, che è interiectio dolentis; cioè voce che significa dolore, Misse fuor prima; cioè Marco lo ditto sospiro, e poi cominciò; a parlare a Dante, dicendo: Frate; questo è vocabulo che viene da carità, Lo mondo; cioè li omini del mondo, è cieco; perch’è ignorante de la verità, e tu vien ben da lui; cioè dal mondo: imperò ch’io ti veggo cieco de la verità, come sono li altri. Voi; cioè omini, che vivete; cioè che siete nel mondo in vita, ogni cagion recate; cioè del bene e del male, Pur suso al Cielo; dicendo che ’l cielo co le suoe influenzie sia cagione d’ogni cosa, sì come se tutto Movesse seco di necessitate; lo cielo, lo movimento del quale benché sia cagione di molte cose, non è cagione d’ogni cosa. E benchè fusse cagione d’ogni cosa, non sarebbe necessaria; ma cagione motiva a la quale si può resistere: imperò che, benchè i primi movimenti non siano in nostra potestà, la resistenzia pur è in nostra potestà, come si mosterrà di sotto; e però dice: Se così fusse; cioè che ’l cielo movesse ogni cosa di necessità, seguitrebbe 22 questo inconveniente; cioè che, in voi; cioè [p. 375 modifica]omini, che vivete nel mondo, fora destrutto Libero arbitrio: imperò che se fussemo necessitati da le influenzie del cielo, non aremmo libero arbitrio, e se così fusse segutirebbe che noi non meritassemo, nè demeritassemo; e così serebbe in iustizia meritare li buoni e punire li riei; e però dice: e non fora giustizia Per ben letizia, e per male aver lutto; cioè pianto e pena, di chi 23 è cagione lo tormento e cessata via questa falsa opinione, adiunge la vera sentenzia sopra questa dubitazione, dicendo: Lo Ciel i vostri movimenti; cioè di voi omini, che siete nel mondo, inizia 24; cioè incomincia. Qui è da notare che li nostri movimenti o sono corporali tanto, o animali tanto, o meschiati; corporali tanto, cioè moversi a mangiare per fame; spirituale 25 o vero animali tanto, moversi ad intendere la verità; meschiati sono muoversi a mangiare per fame e per diletto. Li corporali movimenti cagionano li cieli, et anco in parte li meschiati; ma li animali alcuni immediatamente sono cagionati da Dio, come lo movimento di dimandare la grazia di Dio et a le virtù teologiche, et alcuni da Dio mediatamente; cioè per mezzo dei cieli e de le seconde cagioni, come lo movimento a le virtù politiche; ma lo movimento al vizio è cagionato da la natura corrotta. E però l’autore parla come seguita, correggendo lo suo ditto; ma secondo li Astrologi lo cielo cagiona tutti li nostri movimenti; e però parlando come astrologo dice tutti, e poi come teologo corregge lo suo ditto; cioè Non dico tutti; li vostri movimenti di voi omini che vivete, e così corregge lo ditto di prima; cioè che ’l cielo incomincia li nostri movimenti; ma non tutti, ma, posto; cioè conceduto, ch’io ’l dica; che nol dico però, Lume v’è dato; cioè a voi omini; cioè lo intelletto, lo quale è dato immediatamente da Dio, a bene et a milizia: imperò che naturalmente l’omo à la discrezione del bene e del male, E libero voler: cioè la volontà libera, che s’affatica Ne le prime battallie, cioè a combattere coi primi movimenti, col Ciel dura; cioè è sofficente a resistere ai movimenti celesti che vegnano da le influenzie. che benchè non siano in nostra podestà, la resistenzia è pure in nostra podestà; e così pur secondo la sentenzia de li Astrologi noi siamo incitati; ma non necessitati e siamo abili a resistere, e non che a resistere; ma a vincere; e però dice: Poi vince tutto; cioè ogni incitazione, se ben si notrica; cioè se l’omo s’alleva addottrinato et adusato a le virtù e buoni costumi: però che si dice: Sapiens dominabitur astris. E corretta la falsa opinione de li Astrologi, e mostrato come può essere [p. 376 modifica]vera; cioè che le influenzie celesti muoveno: ma non necessitano adiunge la vera sentenzia de’ Teologi, dicendo: A maggior forza; che quella de le influenzie dei cieli, et a millior natura; che quella dei celi 26; cioè a la forza e natura di Dio. la cui forza ogni cosa vince e la sua natura avanza ogni altra natura, Liberi soggiacete; voi omini; cioè siete sottoposti a Dio, e niente di meno siete liberi, imperò che in tanto è l’omo libero, in quanto à possibilità d’operare secondo la ragione; et intanto l’omo opera secondo la ragione, in quanto si sottomette a Dio: dunqua in tanto è l’omo libero, in quanto serve Iddio, e quella; cioè forza e natura divina, cria La mente; cioè l’anima ragionevile et intellettiva, in voi; omini, che ’l Ciel; la qual mente lo cielo, 'ì'non à in sua cura; cioè non è sotto posta la mente umana ai movimenti dei celi. Però, se il mondo presente: cioè li omini, che sono al presente nel mondo, disvia; cioè esceno fuor de la via et abbandonano le virtù, In voi è la cagione; cioè in voi omini, in voi; cioè omini, si cheggia; cioè si cerchi, e non ne’ movimenti dei cieli, Et io; cioè Marco, te ne serò or vera spia; cioè sarò a te Dante vero trovatore de la ragione, che questo mostra e prova; cioè che la cagione è in voi, e non in 27 ne’ celi, che le virtù siano abbandonate: imperò ch’io mostrerò ch’è la cagione che li omini sono diventati viziosi, e per consequente perchè ànno abbandonato le virtù: imperò che quive, dov’è lo vizio, non può esser la virtù, perchè le cose contrarie non possano insieme essere in uno subietto. E qui finisce la prima lezione, benché non sia finita la determinazione de la dubitazione, la quale si finirà ne la seguente lezione del canto xvi.
     Esce di mano ec. Questa è la seconda lezione del canto xvi, ne la quale l’autore finge che Marco compie di dichiarare, secondo la vera sentenzia de’ Teologi, lo dubbio duplicato mosso da Dante et incominciato a dichiarare da Marco ne la precedente lezione; e come l’insegnò la via da montare al iv balso. E dividesi questa lezione in 6 parti, perchè prima finge che Marco dichiari la produzione dell’anima umana da Dio in simplicità, e come s’inganna per questi falsi beni; ne la seconda, come a rimedio contra lo inganno di sì fatti beni mondani funno fatte le leggi, e perchè li signori non le fanno osservare, la gente è diventata corrotta, quive: Le leggi son ec.; ne la terza specificatamente dichiara come la discordia del papa e de lo imperadore è la cagione del mondo corrotto, quive: Soleva Roma ec.; ne la quarta dimostra per effetto come lo papa, per occupare lo temporale e lo spirituale, è cagione del guastamento del mondo, quive: In sul paese ec.; ne la quinta finge l’autore ch’ elli [p. 377 modifica]dimandasse a Marco dichiaragione d’alcuno ditto di sopra, e confessasse quello che avea detto, quive: Marco mio ec.; ne la sesta finge come Marco li risponde, e come l’insegna la montata, e come si diparte da lui, quive: O ’l tuo parlar ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co la esponizione litterale, allegorica, o vero morale.

C. XVI — v. 85-96. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Marco, avendo in generale dichiarato che la cagione de la corruzione del mondo sono li omini e non le costellazioni del cielo, dichiara ora singularmente come li omini si corrumpeno ai vizi per loro cagione, dicendo così incominciando da la creazione dell’anima, e così conferma quello che ditto fu di sopra. Esce l’anima; cioè umana, simplicetta: imperò che Iddio la produce simplice e pura sensa malizia: imperò che l’anima è pura forma e simplice, di mano a Lui; cioè a Dio, del quale fu ditto di sopra; e così manifesta che l’anima umana immediatamente è creata di niente da Dio, che la vagheggia; cioè che la vede con piacimento: imperò che Dio à piacere de la sua operazione, Prima che sia: imperò che ab eterno Iddio ebbe notizia di tutte l’anime umane che dovea creare, et a che ciascuna dovea divenire, e non che Dio dell’anime; ma di tutte le cose; e dice che Esce di mano; cioè de la sua potenzia: imperò che la mano di Dio è la potenzia sua, e de la potenzia del creatore viene l’atto de la produzione de la creatura; e dichiara in che condizione Iddio la crea, per similitudine dicendo: a guisa di fanciulla; cioè a similitudine d’una fanciulla, Che piangendo e ridendo parguleggia; cioè ora piange, ora ride, come fanno li fanciulli; e per questo dà ad intendere che naturalmente siamo disposti a le passioni, e con quella disponizione nasciamo e siamo mutevili, come si vede ne’ fanciulli; et adiunge all’anima semplicetta questo, che sa nulla; cioè la qual’anima niente sa; cioè nè bene, nè male; cioè in atto; ma bene in potenzia: imperò che Iddio la crea potente avere notizia del bene e del male particularmente, come in generale àe secondo natura notizia di quello, e questo determina e dichiara quello adiettivo simplicetta, et accordasi col Filosofo che dice: Anima humana est tamquam tabula rasa, in qua nihil est pictum; e perchè à ditto che sa nulla, fa ora una eccezione necessaria; cioè che l’anima naturalmente à notizia del sommo bene, e però n’àe desiderio. Dice Boezio nel secondo de la Filosofica Consolazione: Est enim mentibus hominum veri boni naturaliter inserta cupiditas; e questo è perch’ella viene quinde, unde vera prova è che l’anima umana sia creata da Dio: imperò che naturalmente à notizia e desiderio di lui, e così àe notizia naturalmente in generale del bene e del male, et in potenzia particularmente; ma attualmente l’acquista poi in particulare: e però dice: Salvo che mossa; cioè produtta l’anima umana, da lieto [p. 378 modifica]Fattore; cioè da Dio che è sommo bene, e però dice lieto, Volontier torna; cioè l’anima umana, a ciò che la trastulla; cioè che la diletta: imperò che naturalmente à desiderio del sommo bene, che è cosa lieta; ma intorno a questo desiderio l’anima umana è ingannata spesse volte: imperò che, desiderando lo perfetto bene, è presa dai beni mondani imperfetti, postili inanti, li quali incomincia ad assaggiare e pilliane piacere; e ponendoci più amore che non dè, s’inganna: imperò che ’l perfetto bene dè essere perfettamente amato, e lo particulare bene particularmente. Ma per ch’ella à presenzialmente lo particulare, apprendendolo coi sentimenti e co lo intelletto; e ’l perfetto apprende solamente co l’intelletto, pone più amore al bene particulare imperfetto che al bene perfetto, e così s’inganna: o però dice: Di picciol ben; cioè del bene mondano, particulare et imperfetto, prima sente sapore: imperò che, nato l’omo nel mondo, àe bisogno dei beni mondani e così li comincia a gustare e paianoli buoni, e sono; ma non perfettamente sì, che per essi elli si possa perfettamente contentare; e però dice: Quivi; cioè in quel picciol bene, s’inganna; cioè l’anima umana, apprendendo quello per 28 bene lo quale non è, e dietro ad esso; cioè di quello piccolo bene, corre; ella anima umana; cioè va con sfrenato desiderio, Se guida; cioè se alcuno omo saputo che insegni quello bene, a che si corre, non esser vero bene e non doversi amare oltra modo, adiunta ancora la grazia illuminante di Dio, che conviene essere guida de le menti umane, o freno; cioè legge e statuto, non torce suo amore; dell’anima; cioè non piega lo suo amore dal bene imperfetto al bene perfetto. Unde; cioè per questo, convenne legge per fren porre; cioè per la cagione preditta fu necessario che si facesseno le leggi divine et umane, acciò che fusseno freno allo sfrenato appetito di sì fatti beni. E perchè l’freno non guida lo cavallo, se non è chi guidi lo freno; così le leggi non correggerebbeno lo sfrenato appetito, se non fusse chi guidasse le leggi; e però dice: Convenne; cioè fu necessario, rege aver; cioè rettore che facesse osservare le leggi, e che almeno in generale cognoscesse lo vero bene; e però dice discernesse; cioè cognoscesse lo ditto rettore, al men la torre; cioè la guardia e difensione, che è la iustizia in generale, De la vera città; cioè de la città eterna, ch’è in questa vita mondana lo vivere ragionevilmente, e di po’ questa vita, è vita eterna ne la fruizione di Dio dov’è vera iustizia; cioè che almeno sappia in generale che quella, che guarda e difende la nostra razionalità, è la iustizia; se non può sapere l’altre virtù, nè le specie suoe in particulari, al meno la cognosca in generale. Tutti li signori non sono filosofi, benché si converrebbe a loro d’essere, poi [p. 379 modifica]chc sono posti sopra li altri; ma almeno avesseno lo intelletto loro disposto in verso la iustizia; e così si dimostra per l’autore introducente Marco a parlare che la cagione, che ’l mondo è corrotto, sono li omini.

C. XVI — v. 97-105. In questi tre ternari lo nostro autore, poi che à finto come Marco di sopra àe mostrato per ragione che necessario fu trovare le leggi, et avere chi governasse secondo le leggi, dimostra qui la conclusione; cioè che, perchè non si trova chi governi lo mondo, secondo iustizia, come comandano le leggi, però sono li omini riei e lo mondo corrotto, dicendo: Le leggi son: imperò scritte sono le leggi divine et umane, e la legge naturale è scritta nel cuore di ciascuno; ma non c’ è nel mondo chi guidi secondo queste leggi: imperò che la legge naturale dè avere per sua guida la ragione, e la concupiscenzia la stroppia e non la lassa guidare. E le divine leggi denno avere per guida li pastori de la Chiesa, et elli l’abbandonano; e l’umano debeno avere per guida li signori temporali, et elli similmente l’abbandonano; e così ogni uno fa male, non essendo ben guidato; e però dice: ma chi poti mano ad esse; cioè leggi; cioè qual omo, qual signore spirituale o temporale opera secondo le leggi? Poner mano al freno è operare lo freno, addirissare lo cavallo ad andare come dè; ma nessuno cavalcatore dirissò mai bene lo cavallo, se prima non dirissa la intenzione sua del cavalcare; e così nessuno signore dirissa mai li sotto posti, se prima non dirissa sè; e però lo nostro vero maestro Gesù Cristo primo incepit facere, quam docere, e così dovrebbe fare ogni signore. E perchè non si trova chi questo faccia, però risponde: Nullo; s’intende, pone mano ad esse leggi; et assegna la cagione, perchè à ditto Nullo, dicendo: però che il pastor; cioè lo papa e ’l vescovo et ogni signore, che precede; cioè che va inanti, come guida: imperò che ogni signore o spirituale, o temporale è posto per guida, sicché ogni uno precede, Ruminar può; cioè può rugumare, come la pecora e ’l bu’ e li altri animali che ànno l’unghie fesse: li ammali 29 che ànno l’unghie fesse, non però tutti rugumano; ma niuno ruguma che non abbia l’unghie fesse, et è rugumare rifrangere lo cibo prima preso. Àe ordinato la natura a sì fatti animali che la canna da lo 30 stomaco àe due vie, e così lo stomaco du’ luoghi; per l’una via va l’erba quando la strappa e mandala giù nel luogo de lo stomaco deputato a ciò; e quando si sta poi, ritorna lo cibo preso suso in bocca e rifrangelo da capo e mandalo per l’altra via al luogo del nutrimento. E dèsi notare in questa parte che l’autore usa qui questa figura; nella legge di [p. 380 modifica]Moisè era vietato al popolo l’uso de le bestie che non rugumasseno et avesseno l’unghie fesse, et era permesso che quelle usasseno per suo cibo, che avesseno le ditte condizioni; cioè che rugumasseno 31 et avesseno l’unghie fesse. E questo figurava che non dovesseno pascere ne la nuova legge; cioè evangelica, lo spirito se non di coloro cioè de la dottrina di coloro, quanto a le parole, che rugumasseno, cioè ripensasseno più volte, almeno due, la dottrina ch’elli pilliano e ch’elli danno ad altrui; e nell’opere avesseno l’unghie fesse, cioè lo desiderio diviso parte a le cose mondane; cioè quanto la necessità del corpo richiede, e parte a le divine quanto richiede lo spirito e li altri rifiutasseno, cioè li stolti che non vanno con considerazione, e li mondani che ànno l’unghia intera, cioè pur lo desiderio a le cose mondane; e però dice l’autore nel testo: che il pastor che precede; o temporale, o spirituale che sia, Ruminar può; cioè può esser che quanto a le parole àe verità, e diceno 32 saviamente, ma non à l’unghie fesse; cioè all’opere che elli fa, non dimostra lo desiderio suo diviso; ma pure unito a le cose del mondo. Perchè; cioè per questo seguita, la gente; cioè del mondo; cioè li sottoposti, che; cioè la quale, sua guida vede; cioè lo suo pastore, che dè essere sua guida, Pur a quel ben ferir; cioè pur dirissare lo desiderio e la intenzione al ben temporale, ond’ella; cioè del quale ella, è ghiotta; cioè desiderosa e vaga, Di quel; cioè bene temporale, si pasce; la gente del mondo, come vede pascere la sua guida, e più oltre non chiede; se non lo bene temporale, perchè la guida non li mostra coll’opere quello che predica co la lingua, e questo notino li predicatori. Et ora conchiude, dicendo: Ben puoi veder; cioè tu, Dante, per questo che detto è, che la mala condotta; cioè lo malo guidamento, È la cagion che ’l mondo à fatto reo; cioè per questo è corrotto lo mondo; cioè per lo malo esemplo, E non natura; s’intende, di questo è cagione, che; cioè la quale, in voi sia corrotta; cioè in voi omini. E qui si può muovere questo dubbio; cioè che pare che l’autore non dica bene che la natura corrotta non sia cagione de la corruzione del mondo: con ciò sia cosa che la natura umana fusse corrotta per lo peccato del primo omo; e benchè dal peccato originale noi cristiani siamo liberati per lo battesimo nel quale s’infunde la grazia, niente di meno pure rimane la cicatrice de la ferita che ci fu data nel libero arbitrio, per la quale è meno abile a resistere al vizio; e così pare che la corruzione de la natura ancora duri in noi, e sia cagione de la corruzione del mondo: imperò che se fussemo più forti, resisteremmo al vizio più fortemente e non ci lasseremmo sì corrumpere. A che si dè rispondere che, benché noi siamo meno abili a [p. 381 modifica]resistere al vizio, non siamo però inabili al tutto; e che la grazia che c’è data, cresce sempre secondo che cresce la nostra volontà di volerla; e com’ ella cresce, così cresce la fortezza, unde nostro è lo difetto dell’essere meno abili, che se noi volessemo noi saremmo. E così è soluto lo dubbio doppio di Dante; cioè perchè li omini ànno abbandonato le virtù, e lo mondo è sì corrotto ai vizi; cioè che ne siamo cagione noi medesimi; cioè la guidazione e non la natura, nè le afluenzie de le costellazioni del cielo.

C. XVI — v. 106-114. In questi tre ternari lo nostro autore finge che Marco, per confermare quello che avea detto di sopra del pastore che ruminava; ma non avea l’unghie fesse, dimostra che lo temporale, che àe occupato la Chiesa, è cagione de la corruzione 33 de’ prelati, dicendo: Soleva Roma; questo dice, perchè il papa e lo imperadore denno ragionevilmente stare in Roma, perchè il papa è vescovo dei Romani, e lo imperadore re dei Romani, che ’l buon mondo feo; cioè la quale Roma fece buono lo mondo: imperò che li Romani virtuosi, andando per lo mondo subiugando li regni e le nazioni, l’insegnavano a viver virtuosamente, come vivevano ellino, Duo Soli aver; cioè due luci del mondo, come sono due luci in cielo; cioè lo papa e lo imperadore; ma notevilmente disse Soli, per non fare l’uno minore che l’altro; e perchè 34 ciascuno doveva illuminare lo mondo, l’uno nelle cose spirituali, l’altro ne le temporali; e però dice, che; cioè li quali soli, l’una e l’altra strada; cioè la spirituale e la temporale, Facean veder; alli omini che guardavano ai loro costumi et obedivano li loro comandamenti, e del mondo e di Deo; cioè lo imperadore mostrava la via del mondo, e ’l papa la via di Dio alli omini. L’un; di questi du’ soli; cioè lo papa, l’altro à spento; cioè lo imperadore, et è giunta la spada Col pastorale; cioè lo papa s’àe preso lo reggimento temporale insieme co lo spirituale: per la spada s’intende lo temporale; la quale spada s’appartiene a lo imperadore che dè operare: la spada è la forza contra’ ribelli e disobbedienti; e per lo pastorale s’intende lo spirituale lo quale s’appartiene al papa, che dè con clemenzia correggere li sudditi, et ora lo papa fa battallie e scomunica, et usa la forza temporale e spirituale, e l’un coll’altro: cioè la spada col pastorale, insieme Per viva forza; cioè per ragione 35 vera, che non si può infringere, mal convien che vada; cioè conviene che abbia mal fine: lo pastorale significa lo bastone che tiene lo pastore per correggere le suoe pecore con clemenzia, che ben ch’elli le percuota con esso, nolle ucide 36; e la spada significa la severa iustizia la quale conviene usare lo imperadore contra li [p. 382 modifica]disobbedienti. Queste due cose contrarie; cioè severa iustizia e remissa misericordia non possano stare insieme, che l’una non guasti l’altra; e però conviene che male finisca la severità de la iustizia meschiata insieme co la remissione de la misericordia, perchè l’una disfà l’altra. Appresso, la spada significa lo temporale; lo pasturale lo spirituale: lo temporale meschiato co lo spirituale, va male, perchè l’uno guasta l’altro: le contrarie cose non si pateno 37 insieme, che l’una non corrompa l’altra; queste due cose sono contrarie, dunqua l’una corrompe l’altra. Ecco la ragione, perchè si mostra che conviene che l’uno insieme coll’altro vada male; et assegna la ragione l’autore diversa da quella che ditta è, perchè convien che mal vada, la qual finge che dica Marco, dicendo: Però che, giunti; insieme lo temporale co lo spirituale, l’un l’altro non teme; cioè lo temporale non teme lo spirituale, e lo spirituale non teme lo temporale: quando li cherici non aveano se non lo spirituale, temevano di fallire e di vivere disonestamente se non per l’amore di Dio, al meno per paura de’ seculari che, vedendo la loro mala vita, non denegasseno loro le loro elimosine; e così li seculari temevano di fallire e vivere male, considerando lo prelato è sì diritto che non m’assolverà; ora vedendo lo cherico dato a le cose temporali, dice: Così posso fare io, com’elli; appresso dice: Io posso prestare ad usura ch’io lasserò a la chiesa, e sarò assoluto; et adiunge: Se non mi credi; dice Marco a Dante, pon mente a la spiga; cioè al frutto che n’esce; disse Cristo: A fructibus eorum cognoscetis eos; di questo mal lavoro esce mal frutto, che’ chierici sono riei 38 per la maggior parte, e li seculari piggiori, Chè ogni erba; cioè imperò che ogni erba, si cognosce per lo seme; cioè per lo frutto che fa, ch’è poi seme di che nasce l’erba, quando l’omo lo semina; e questo è naturale, benchè Marco lo dica, secondo che finge l’autore, esemplarmente: se pur omo dubitasse d’una erba che non la cognoscesse, aspetti di vedere lo seme e seranne certificato.

C. XVI — v. 115-129. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che Marco, per dichiarare mellio quello ch’è ditto di sopra; cioè che per l’effetto si vede che iunto lo spirituale col temporale mal va insieme, come l’erba si cognosce per lo frutto e seme suo, dimostra per esemplo quello ch’à ditto di sopra esser vero, dicendo: In sul paese, ch’Adice e Po riga; cioè in sul paese de la Marca Trivigiana et in su la Lombardia e la Romagna: imperò che Adice è uno fiume che imbagna la Marca Trivigiana, e ’l Po ò lo fiume che esce di monte Vesulo dell’alpe tra la Francia e Lombardia 39 et entra in [p. 383 modifica]mare a Ravenna per una bocca, e sei altre ne fa verso Venezia; c così per sette uscite entra nel mare Adriaco, Solea valor e cortesia trovarsi; cioè ne li abitatori di quelle province valor e magnanimità e grandezza d’animo, per la quale l’omo si mette a le grandi cose et avansare li altri in virtù: cortesia è benigna inclinazione di carità che l’omo à in verso l’ prossimo, per la quale l’omo fa bene al suo prossimo; cioè a ogni omo, Prima che Federico; cioè lo imperadore Federico, avesse briga; cioè co la chiesa di Roma; di questo fu ditto nel canto xiii de la prima cantica. Questi fu lo imperadore Federico secondo, filliuolo dello imperadore Currado filliuolo de lo imperadore Federico primo; lo quale Federico primo, nipote di Currado imperadore incominciò a regnare di po’ lui, anno Domini mcliii, e del mondo 5116 e tenne lo imperio anni 38 e disfece Melano e fu scismatico; ma nel 1178 rinonciò a lo scisma ch’era durato 16 anni e racconciliosi con 40 papa Alessandro e poi coll’arcivescovo di Ravenna e di Pisa, e col suo filliuolo duca di Savoia, e con grande gente passò ultra mare e molte grandi cose fece di là, e moritte 41 tra Nicca città di Luchina et Antiochia, e lassò l’esercito al suo filliuolo Currado lo quale signoreggiò di po’ lui et in breve tempo moritte. E lo soprascritto Federico secondo, nipote del primo, essendo lo imperadore Otto privato dello imperio, fu eletto da’ baroni de la Magna e confermato da papa Innocenzio, anno D. 1241 42 e del mondo 5174, e durò ne lo imperio 34 anni; ma nell’anno 11° del suo imperio fu fatto rebelle de la chiesa Romana da papa Onorio, e niente di meno passò a le parti ultre marine; e tornato non arrendettesi al papa. Nel 1245 da papa Innocenzio IV che succedè ad Onorio, nel concilio generale a Lugduno fu condannato come scismatico: di quale intenda l’autore si può dubitare; puòsi credere mellio del secondo che del primo, lo quale si racconciliò. Or può sicuramente ivi; cioè per la Marca Trivigiana, per Lombardia, per la Romagna, passarsi Per qualunqua; cioè di ciascuno che, lassasse, per vergogna Di ragionar coi buoni: li omini cattivi si vergognano di ragionare coi buoni, et appressarsi; cioè loro: li omini viziosi si vergognano d’approssimarsi ai buoni; quasi dica: Ingiummai vi potranno passare che non vi si trovano più dei buoni, Ben v’en; cioè bene vi sono, tre vecchi ancora; cioè tre gentili omini antichi, e però è in loro alcuna cosa di virtù, perchè sanno ancora dell’antico, in cui; cioè ne’ quali, L’antica età rampogna; cioè riprende, la nuova; cioè età: imperò che in loro se vede qual’è millior età o l’antica o la novella, e par lor tardo; cioè pare loro che troppo indugi, Che Dio a millior vita li [p. 384 modifica]ripogna; cioè nell’altra vita, che è millior che questa per coloro che muoiano in grazia: imperò che vanno a purgare li peccati loro, poi vanno in vita eterna. Currado di Palazzo; questi è l’uno di quelli tre vecchi virtuosi: ancora questo Currado da Brescia fu gentile omo, magnanimo e cortesissimo, e per lui s’intende la Lombardia che riga il Po, e ’l buon Gherardo; questi fu messere Gherardo da Camino di Trevigi, lo quale fu ancora gentile omo, magnanimo e cortesissimo, e per lui s’intende Trivigi e la sua Marca che Adice riga o bagna, E Guido da Castel; cioè messere Guido da Castello di Reggio, lo quale fu ancora gentile omo cortese e magnanimo, che; cioè lo quale, mei; cioè mellio, si noma; cioè si nomina, Francescamente; cioè al modo di Francia, che ogni uno di qua dai monti chiamano li Franceschi lombardo; e però dice: il semplice lombardo; cioè ci tramontano semplice, perchè fu omo di buona fede, e forsi così era nominato in qualche cansone, o sonetto, o romanso fatto in francioso. Di òggi mai; tu. Dante; cioè può’ dire questo; cioè che la Chiesa di Roma, Per confonder in sè du’ reggimenti; cioè per meschiare in sè lo reggimento temporale e spirituale, Cade nel fango; cioè non potendo portare l’uno e l’altro per la bruttura del mondo, Cade nel fango; cioè cade in nel peccato, e brutta se e la soma; cioè li pastori de la chiesa, cadendo in peccato, bruttano sè e la soma; cioè l’officio loro imposto: imperò che, diventata viziosa la persona, è vitoperato l’officio impostoli; e se fusseno pur co lo spirituale, li pastori de la Chiesa manterrebbensi virtuosi. C. XVI — v. 130-135. In questi due ternari lo nostro autore finge com’elli affermò la ragione di Marco; e com’elli dimandò dichiaragione di Gherardo ditto di sopra, dicendo così: Marco mio, dissi; io Dante, tu bene argomenti; a mostrare che la corruzione del mondo è proceduta da mali guidatori, arrecando in esemplo la chiesa di Roma, come diceno li Dialetici: esemplo è una specie d’argomento che usa lo Dialetico, la quale àe finto l’autore che abbia usato Marco e però la commenda; et adiunge che per questo vede la cagione, dicendo: Et or discerno perchè da retaggio Li figli di Levi furono esenti; cioè 43 perchè ne la legge di Moisè li filliuoli di Levi che fu uno de’ dodici filliuoli di Iacob funno privati d’eredità: imperò ch’erano sacerdoti e ministravano le cose sacre; e perchè non avesseno a meschiare lo spirituale col temporale, funno esenti dal retaggio 44 e funno date loro le decime 45. Et acciò che si dichiari mellio, [p. 385 modifica]dimanda di qual Gherardo a ditto di sopra, dicendo: Ma qual Gherardo è quel che: cioè lo quale, tu; cioè Marco, per saggio Dì ch’è rimaso; cioè per esemplo: lo saggio è quello che dimostra chente 46 dè essere la cosa, de la gente spenta; cioè de la gente antica virtuosa, la quale è venuta meno, In rimprovero del secol selvaggio; cioè dell’età presente insalvatichita o partita dal virtuoso vivere, sicchè ben si li può rimproverare li vecchi che sono virtuosi? Finge Dante non cognoscerlo, perchè abbia materia di dire de la filliuola, come appare ne la seguente parte.

C. XVI — v. 136-145. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge come Marco dichiara di qual Gherardo parla; e come si partitte da loro, dicendo così: O ’l tuo parlar m’inganna: dice Marco a Dante, che mi dimandi qual Gherardo è quello: cioè o tu m’inganni che ’l sai, e fingi di non saperlo perch’io dica, o el mi tenta; cioè lo tuo parlare, per vedere se io so altro di lui, Rispuose a me; cioè Marco a me Dante, che; cioè lo quale, parlandomi tosco; cioè toscano, Par che del buon Gherardo; cioè di quil che ditto è di sopra, nulla senta; sicchè o tu m’inganni, o tu mi tenti; ma rispondendoti, io ti dico: Per altro soprannome io; cioè Marco, nol cognosco; cioè lo detto Gherardo, S’io noi tolliesse; cioè lo sopra nome, da sua fillia Gaia; cioè s’io non dicesse: Quel Gherardo che à una filliuola chiamata Gaia, la quale per la sua bellezza era chiamata Gaia, e fu sì onesta e virtuosa che per tutta Italia era la fama de la beilessa et onestà sua; et accumiatasi Marco da Dante e da Virgilio, dicendo: Dio sia con voi; cioè con te Dante e con Virgilio, che più non vegno vosco; cioè con voi; cioè non posso più venire ch’io non posso uscire di questo fummo, dove io faccio la mia penitenzia: e però dice: Vedi l’albòr; cioè del Sole, che; cioè lo quale, raia; cioè raggia, cioè risplende, per lo fummo; cioè che per lo fummo già biancheggiava, e però dice: Già biancheggiar; cioè l’albòr ditto di sopra, e me convien partirmi; dice Marco: però che non posso venire a la luce, e però dice: prima che ’l di’ paia; cioè prima che appaia la chiaressa del di’ mi conviene partire, ch’io non posso, in fine a tanto che non sono purgato, venire a la chiaressa; e per insegnare loro la montata, dice: L’Angel è ivi; che vi mosterra 47 la montata vostra 48. Così tornò; cioè Marco indirieto nel fummo, dice Dante, e più non volle udirmi; partitosi da me. E questo finge l’autore, perchè avendo assai trattato di questa materia, vuole procedere all’altra. E qui finisce il canto xvi et incominciasi lo xvii.

Note

  1. C. M. che intrò per quella
  2. C. M. La prima, che sarà la prima lezione
  3. C. M. notte ec. la quale
  4. C. M. che, quando a noi è notte, abbiamo
  5. C. M. cielo
  6. C. M. et assopiti da l’ ira;
  7. C. M. quello angelo che
  8. C. M. in sul legno
  9. C. M. udendolo,
  10. C. M. cioè a Dio.
  11. C. M. e bruttasi,
  12. C. M. e cenoso; et a volere
  13. C. M. ch’ elli guadagnava, — Il nostro Codice à lui, che non contenterà i Grammatici; ma talora incontrasi nel domestico favellare. E.
  14. Politice, fognata l’h come non di rado si trova negli antichi. Dante stesso oltre a biece, fisice adoperò eziandio pelagi per bieche, fisiche, pelaghi. E.
  15. C. M. nimo
  16. C. M. retorico significazione per esuperazione.
  17. Sempio, scempio, simplo dissero i padri nostri dal sitnplus de’ Latini. E.
  18. C. M. in questa verità della magnificenzia e cortesia, Et altrove; cioè in ogni altra virtute, quell’ ond’ io
  19. C. M. l’ uno era; perchè lo mondo è così pieno di malizia; e l’ altro dubbio era perchè lo mondo è ora al tutto voito di virtù. Et accoppiando
  20. C. M. n’ avea pure uno; e l’ uno è che lo mondo veggo ora corrotto ai vizi; e l’altro è che io lo veggo ora al tutto abbandonato delle virtù, ene cagione lo movimento del cielo di questo, che è lo secondo dubbio che io abbo preso nella sentenzia tua et anco del primo dubbio, ch’ io avea da me, cioè che ’l mondo sia gravido e coverto di malizia. E questa è falsa opinione et è delli Astrologi che ogni cosa recano a le stelle; o enne cagione
  21. C. M. arrecare a sano intelletto o intendimento,
  22. C.M. seguiterebbe
  23. Chi, adoperato come relativo, non è nuovo presso i nostri Classici. E.
  24. Il Segni nella Dichiarazione all’ Etica d’ Aristotile, riportando questi versi di Dante, ragiona come «  gl’ influssi celesti e le stelle non possono forzare la volontà, che è incorporea ed è libera fatta da Dio, sebbene e’ la possono inclinare». E.
  25. C. M. spirituali
  26. C. M. cieli;
  27. In qui è un accorciamento dell’ intus de’ Latini. E.
  28. C. M. per vero bene
  29. C. M. li animali, che rugumano, ànno le unghie fesse, e rugumare è rifrangere lo cibo preso.
  30. C. M. dello
  31. C. M. rumigasseno
  32. C. M. e dice saviamente,
  33. C. M. della corruzione del mondo di prelati,
  34. Il Magliab. ci à indotti ad supplire da - e perchè - fino - l’altro E.
  35. C. M. per ragione viva e vera,
  36. C. M. non le uccide;
  37. Pateno; da patere. E.
  38. C. M. son rei
  39. C. M. e la Lombardia e va per la Lombardia et entra in mare a Ravenna, Solea
  40. C.M. riconciliassi col
  41. C. M. tra Licea città di Lutia et Antiochia,
  42. C. M. Domini mcclxi e del mondo cinque milia clxxiiii, e durò
  43. Da - dicendo - a cioè perchè - si è sopperito col Magliab. E.
  44. Su tale proposito oltre i Numeri leggasi Ezechiello xliv, 28 il quale così parla: «Non erit ... eis hereditas; ego hereditas eorum; et possessionem non dabitis eis in Israel: ego enim possessio eorum». E. C. M. del retaggio
  45. Riguardo alle decime si veda il cap. iv del libro de’ Numeri. E.
  46. C. M. dimostra qual dè essere
  47. C. M. mostrerà
  48. C. M. la montata vostra: può anche dire lo testo: prima ch’ io l’appaia; cioè ch’ io li vegna innanti mi conviene partire, ch’io non sono anco purgato. Così tornò;
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