Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto XV

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Purgatorio
Canto quindicesimo

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Purgatorio - Canto XIV Purgatorio - Canto XVI
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C A N T O     XV.

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1Quanto tra ’l ultimar dell’ora terza
     E ’l principio del di’ par de la spera,
     Che sempre, a guisa di fanciullo, scherza.
4Tanto parea già in ver la sera
     Esser al Sol del suo corso rimaso:
     Vespro era là, e qui mezza notte era;1
7E i raggi ne ferian per mezzo naso,
     Perchè per noi girato era sì ’l monte,
     Che già dritti andavam in ver l’ occaso;
10 Quando senti’ a me gravar la fronte
     A lo splendor assai più che di prima,
     E stupor m’ eran le cose non conte;
13Ond’ io levai la mano in ver la cima
     De le mie cillia, e fecimi solecchio,
     Che del soverchio visibile lima.
16Come quando da l’ acqua o da lo specchio2
     Salta lo raggio all’ opposita parte,
     Salliendo su per lo modo parecchio3

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19A quel che scende, e in tanto si diparte4
   Dal cader de la pietra in egual tratta,
   Sì come mostra esperienzia et arte;
22Così mi parve da luce rifratta
   Ivi dinanzi a me esser percosso;5
   Per che a fuggir la vista mia fu ratta.
25Che è quel, dolce Padre, a che non posso
   Schermir lo viso, tanto che mi vallia,
   Diss’ io, e parve ver noi esser mosso?
28Non ti meravilliar s’ ancor t’ abballia
   La famillia del Cielo, a me rispuose:
   Messo è che viene ad invitar ch’ om sallia.
31Tosto serà che a veder queste cose
   Non ti fia grave; ma fieti diletto,6
   Quanto natura a veder ti dispuose.7
34Poi giunti fummo; e l’Angel benedetto8
   Con lieta voce disse: Entrate quinci
   Ad un scaleo via men che li altri eretto.9
37Noi montavamo già, partito linci,10
   E Beati misericordes sì ci fue11
   Cantato dietro, e; Godi tu che vinci.
40Lo mio Maestro et io, soli ambedue,12
   Suso andavam; et io pensai, andando.13
   Prode acquistar ne le parole sue;
43E dirizza’mi a lui sì dimandando:
   Che volse dir lo spirto di Romagna,
   E divieto e consorte mensonando?14

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46Perch’ elli a me: Di sua maggior magagna
     Cognosce ’l danno; e però non s’ ammiri
     Se ne riprende, perchè men sen piagna.15
49Perchè s’ appuntano i vostri disiri,16 17
     Dove per compagnia parte si scema.
     Invidia move ’l mantaco ai sospiri.18
52Ma se l’ amor de la spera suprema
     Torcesse in suso il desiderio vostro,
     Non vi sarebbe al petto quella tema:
55Chè, per quanto si dice più lì nostro,
     Tanto possede più di ben ciascuno,
     E più di carità arde in quel chiostro.
58Io’ son d’esser contento più digiuno,
     Diss’ io, che s’ io mi fusse pria taciuto.
     E più di dubbio ne la mente aduno.
61Com’ esser puote che un ben distributo
     In più posseditor, faccia più ricchi19
     Di sè, che se da poghi è posseduto?20
64Et elli a me: Però che tu rificchi21
     La mente pure a le cose terrene,
     Da vera luce tenebre dispicchi.

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67Quello infinito et ineffabil Bene
     Che lassù è, così corre ad amore.
     Come a lucido corpo raggio vene.
70Tanto si dà quanto trova d’ ardore;
     Sì che quantunque carità s’accende,22
     Cresce sopra essa l’ eterno valore.
73E quanto gente più lassù s’ attende,23
     Più vi dà bene amore, e più vi s’ ama.24
     E come specchio l’ uno all’ altro rende.
76E se la mia ragion non ti disfama,
     Vedrai Beatrice; et ella pienamente
     Ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
79Procaccia tosto pur che siano spente,
     Come son già le du’, le cinque piaghe,
     Che si richiudon per esser dolente.
82Com’ io volea dicer: Tu m’ appaghe;
     Viddimi giunto in sull’ altro girone,
     Sì che tacer mi fer le luci vaghe.
85Ivi mi parve in una visione
     Estatica di subito esser tratto,
     E vedere in un tempio più persone;
88Et una donna in sull’ entrar con atto
     Dolce di madre dicer: Filliuol mio,
     Perche ài tu così verso noi fatto?
91Ecco dolenti lo tuo padre et io
     Ti cercavamo; e come qui si tacque,
     Ciò che pareva prima, dispario.
94Indi m’ apparve un’ altra con quelle acque
     Giù per le gote che il dolor distilla,25
     Quando da gran dispetto in altrui nacque,

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97E dir: Se tu se’ sire de la villa.
     Del cui nome fra’ dei fu tanta lite,26
     Et unde ogni scienzia disfavilla,
100Vendica te di quelle braccia ardite
     Ch’ abbracciar nostra fillia, o Pisistrato;
     E ’l signor mi parea benigno e mite
103Risponder lei con viso temperato:
     Che farem noi a chi mal ne disira,
     Se quei che ci ama è per noi condennato?27
106Poi viddi gente accese in foco d’ ira28
     Con pietre un giovanetto ancider, forte
     Gridando a sè: Pur martira, martira;
109E lui vedea chinarsi per la morte,
     Che l’ aggravava già, in ver la terra;
     Ma delli occhi facea sempre al Ciel porte,
112Pregando l’ alto Sire in tanta guerra,29
     Che perdonasse ai suoi persecutori,
     Con quello aspetto che pietà disserra.
115Quando l’ anima mia tornò di fori
     A le cose che son fuor di lei vere,30
     Io ricognovi i miei non falsi errori.
118Lo Duca mio, che mi potea vedere
     Farmi com’ om che del sonno si slega,31
     Disse: Che ài, che non ti puoi tenere;
121Ma se’ venuto più che mezza lega
     Velando li occhi e co le gambe avvolte,
     A guisa di cui vino o sonno piega?
124O dolce Padre mio, se tu m’ ascolte,
     Io ti dirò, diss’ io, ciò che m’ apparve,
     Quando le gambe mi furon sì tolte.

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127Et ei: Se lu avessi cento larve
     Sopra la faccia, non mi sarian chiuse
     Le tuoe cogitazion, quantunque parve.
130Ciò che vedesti, fu perchè non scuse
     D’aprir lo cuore a l’acque de la pace,
     Che da l’eterno Fonte son diffuse.
133Non dimandai: Che ài? per quel che face,
     Chi guarda pur coll’occhio che non vede.32
     Quando disanimato il corpo giace;
136Ma dimandai, per darti forza al piede:
     Così frugar conviensi i pigri lenti
     Ad usar lor vigilia, quando riede.
 139Noi andavamo in ver lo vespro attenti33
     Oltre quanto potean li occhi allungarsi
     Contra i raggi serotini e lucenti;
142Et ecco a poco a poco un fummo farsi
     Verso di noi, come la notte scuro,
     Nè da quell’era loco da cansarsi:
145Questo ne tolse li occhi e l’aire puro.34

  1. v. 6. C. A. Vespero là,
  2. vv. 16-20. Qui manifestasi la dottrina dell’Allighieri intorno alla legge fondamentale della Catottrica. E.
  3. v. 18. Parecchio; pareglio, equivalgono a pari, simile, e discendono da parilis latino. Così dicesi specchio, speglio; vecchio, veglio. E.
  4. v. 19. C. A. e cotante si parte
  5. v. 23. C. A. Un dinanzi da me
  6. v. 32. C. A. Non ti fia noia;
  7. v. 33. a sentir ti dispuose.
  8. v. 34. C. M. C. A. fummo a l’Angel
  9. v. 36. C. A. Ad un scaleo non men
  10. v. 37. C. A. Noi eravam già partiti di linci,
  11. v. 38. C. A. misericordes fue
  12. v. 40. C. A. ed io solo, ambidue
  13. v. 41. C. A. io pensava,
  14. v. 45. C. A. menzionando?
  15. v. 48. C. A. Se vi riprende, perchè non sen
  16. v. 49. C. A. i nostri
  17. vv. 49-75. Nella Protologia si ragiona come qui il Poeta adombra l’unità della metessi finale ed attuata, nella quale gl’ individui consoneranno col tutto cosmico di guisa, che la felicità di ciascuno formerà la beatitudine di tutti: perocchè la metessi finale armonizza e reciproca l’ individuo e il tutto perfettamente, sì che ogni individuo è ciascheduno degli altri, senza lasciare d’ essere sè medesimo. Distinto l’attuale stato mimetico della futura metessi, mostrasi come in codesta non sarà nissuna invidia, perchè ogni bene proprio sarà eziandio comune. E.
  18. v. 51. Mantaco, mantico, mantace, mantice, truovasi presso i nostri Classici. E.
  19. v. 62. C. A. I più
  20. v. 63. C. A. Diss’ io, che
  21. vv. 64-66. Secondo lo stesso Gioberti viene qui indicata la fallacia del sensismo della scienza mimetica, la quale non può capire la metessi, perchè la fallacia del sensismo della scienza mimetica, la quale non può capire la metessi, perchè fermasi alle apparenze. E.
  22. v. 71. C. A. si stende,
  23. v. 73. C. A. s’ intende,
  24. v. 74. C. A. Più v’ è da bene amare,
  25. v. 95. C. M. il dolore stilla,
  26. v. 98. C. A. nei dei fu
  27. v. 105. C. M. C. A. condannato?
  28. v. 106. C. A. accesi
  29. v. 112. C. A. Orando all’ alto
  30. v. 116 C. A. delle vere,
  31. v. 119. C. A. Forse com’ uom
  32. v. 134. C. A. D’aprire il cuore
  33. v. 139. C. A. per lo vespero
  34. v. 145. C. A. Questo ne tolse agli occhi l’aere puro.

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C O M M E N T O


     Quanto tra l’ultimar ec. In questo xv canto lo nostro autore finge come elli sallitte dal secondo balso del purgatorio, dove àe finto che si purghi la invidia, al terso balso dove finge che si purghi lo peccato dell’ira. E dividesi questo canto in due parti, perchè prima descrive lo tempo, e finge come li apparve l’ angiulo e guidolli a la tersa scala, e come mosse a Virgilio dubbio de le cose ditte di sopra, e come ne dimandò dichiaragione; ne la seconda, come Virgilio lo dichiara e come si trova nel terso balso, e la visione che ebbe, e come trova una grande nebbia; et è la seconda, quive: Et [p. 347 modifica]Elli a me ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in 5 parti: imperò che prima pone la descrizione del tempo e l’accidente che li avvenne; ne la seconda manifesta per similitudine lo splendore che l’abballiava, e dimanda Virgilio de la cagione, e Virgilio li risponde, quive: Come quando ec.; ne la tersa parte finge come pervenneno a la scala et incomincionno a montare suso, e come dimanda Virgilio del dubbio, quive: Poi giunti fummo ec.; ne la quarta parte finge come Virgilio solve lo dubbio, quive: Perch’ elli a me ec.; ne la quinta finge come da capo elli muove la dubitazione, quive: Io son d’ esser ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere l’esposizione litterale coll’allegorie, o vero moralitadi.

C. XV. — v. 4-15. In questi cinque ternari lo nostro autore descrive lo tempo, e manifesta l’accidente che li avvenne, dicendo: Quanto; cioè spazio, tra l’ultimar; cioè tra ’l finire, dell’ora terza; che ’l Sole è montato suso dall’orizonte in alto in fine al punto dove si dice tersa, perch’ è la tersa parte de lo spazio che è da l’orizonte in fine al più alto luogo che monti lo Sole, che è mezzo di’. Et a volere vedere questo, debbiamo sapere che lo nostro emisperio è diviso in sei parti equali, incominciando da l’orizonte orientale e finendo all’orizonte occidentali sì, che montando lo Sole la prima parte, fa tersa; la seconda, sesta; la tersa, nona, e siamo al mezzo: poi incomincia a discendere, e sceso la prima parte, fa mezzo vespro; la seconda fa vespro; e la tersa, sera; e chiamasi tersa, perchè l’emisperio è distinto in parti 6 equali, e così l’altro ancora; e fanno 12 le quali segnerò per numeri ternari in fine in 36, incominciando da esso e poi pilliando 3 et adiungendo poi ad ogni parti 3: imperò che 12 segni sono, che 6 nascono lo di’ e 6 la notte, unde l’altezza de l’orizonte orientale ch’è da 36 a 3 ch’è uno segno che si chiama tersa; et a 6, sesta, et a 9 fa nona, e desceso dal nono al xii fa mezzo vespro, e poi al xv fa vespro; e poi al xviii, venuto a l’orizonte fa sera. Et acciò che mellio s’intenda, descriverò uno emisperio in 6 parti equali partito, come appare ne lo spazio, et adiungeròvi l’altro, perchè si vedano tutti li sesti che sono nell’uno e nell’altro, e così verrà la spera tonda, come è posta di fuore ne lo spazio 1. E però dice l’autore: Quanto spazio è da l’orizonte orientale dov’è posto 36 all’ultimo de la tersa, dov’è posto 3, tanto era sceso nell’altro emisperio lo Sole inverso l’occaso dell’altro emisperio, che è 2 a l’oriente, sì ch’era giunto lo Sole al 33 sicché così era, come quando 3 è ad ivi al 15, che è vespro; e così era di là al segno [p. 348 modifica]di vespro, che è tanto in verso la sera, quant’è dal principio del di’ a la tersa: imperò che lì li spazi sono equali in ciascuno emisperio. Et è da notare che ogni linea può essere termine di emisperio, unde s’io sono in su la linea del 3 e del 21 al centro de la spera dov’ è la terra, la linea diametrale del mio emisperio sera 30 e 12; e per questo seguita che ’l di’ non incomincia ad una ora ad ogni uno; ma a chi più tosto, et a chi più tardi, secondo lo sito u’ elli è posto e per questo è chiaro quello che l’autore dice di sotto, che lo mosterrò quando sarò ad esso. Dice: E ’l principio del di’; che abbiamo posto per caso che sia a la linea del 36, secondo Gerusalem, par de la spera; cioè del tondo sperico del cielo, montato dal Sole, Che sempre, a guisa di fanciullo, scherza: imperò che sempre gira la spera celeste e mai non sta in posa, come lo fanciullo che non può stare che non si muova e che non giuochi, quando non dorme, Tanto; cioè spazio, parea già in ver la sera; cioè in verso l’occaso, Esser al Sol del suo corso rimaso; cioè uno sesto; e però seguita: Vespro era là; cioè in quello emisperio, dove io era allora, e qui; cioè in questo emisperio, in quello sito dove sono a vale che scrivo quello ch’io viddi allora, mezza notte era; non nel sito, dov’è Gerusalemme, che quinde erano passate le 5 parti de la notte et era a passare la vi, e nel nostro sito era mezza notte dove siamo ora noi; e per dare ad intendere questo, diedi a la figura l’altro emisperio che prima non avea fatto se non l’uno. Et ad intendere questo debbiamo notare la finzione dell’autore, ch’elli finse di sopra che ’l monte del purgatorio sia nel mezzo per opposito a Gerusalemme; unde a quello luogo la linea diametrale de l’emisperio, che fa orizonte, è 36 e 18, e ’l Sole era in su la linea 33 e 15, che fa vespro di là lo 33, e di qua lo 15 a chi fusse per opposito al purgatorio; ma noi siamo 4 al centro de la spera, u’ è la tersa in tale sito che la linea diametrale, che è lo nostro orizonte, conviene essere 6 e 24, sicchè quando lo Sole serà a la linea del 6, incominci a fare lo di’. E per questo volse lo nostro autore fare questa finzione, per mostrare la ragione de la Geometria, e però descrisse lo tempo a questo modo. E i raggi; cioè del Sole, ne ferian per mezzo naso; cioè a Dante; e rende la cagione perchè li raggi li davano nel volto, perchè parrebbe impossibile quello che dice se non rendesse la cagione: conciò sia cosa che abbia ditto di sopra che andava verso l’oriente, come dice a vale che il Sole era a vespro, ch’ è presso uno sesto a l’occaso, e che il Sole dice che li dava per lo volto; e però rende la cagione, dicendo: Perchè per noi; cioè per Virgilio e per me, girato era sì l’ monte; [p. 349 modifica]del purgatorio ch’era tondo, che ben che la mattina andasseno in verso l’oriente, la sera si trovonno avere sì girato che si trovonno andare in verso l’occaso; e però dice: Che già dritti andavam: cioè Virgilio et io Dante, in ver l’occaso: tanto eravamo andati intorno al monte, Quando senti’; cioè io Dante, a me gravar la fronte; cioè mia, A lo splendor assai più che di prima: imperò che questo fa lo splendore de la nuova grazia portata dall’angiulo, che venia verso lui che era maggiore che quello di prima; e però dice che li gravava la fronte, perch’era maggiore e più si vergognava del peccato che prima. E stupor m’ eran; cioè a me Dante, le cose non conte; cioè non manifeste; cioè meravilliavami perch’io non sapea la cagione del gravamento. Ond’io; cioè Dante, levai la mano in ver la cima; cioè in verso la sommità, De le mie cillia; cioè puosimi la mano sopra le cillia, e fecemi solecchio; cioè riparo, come si fa per lo troppo splendore del Sole alli occhi: questo è nome diminutivo, cioè del Sole, picculo Sole; e questo è fare lo Sole, che è splendore grandissimo sicchè la vista nol può sostenere, sì picculo che la vista lo sostegna come lo fuoco o lo lume, lo quale come contemperato al viso, l’occhio lo sostiene; e però dice quil che seguita, cioè Che del soverchio visibile lima; cioè che è mancamento de l’avansante visibile: quando la cosa visibile è contemperata a la vista dell’occhio, l’occhio la vede sensa fatica; ma quando la cosa fulgida avansa la potenzia visuale, l’occhio abballia per lo superchio e non può ragguardare l’eccessivo splendore, e però è necessario o che l’omo chiuda l’occhio, o che faccia co la mano solecchio a le cillia, lo quale vocabulo è a dire picculo Sole, per parificamento e reduzione del superfluo a parità et equalità de la porta 5 visiva. Ma qui si può muovere questo dubbio; cioè perchè ponendo la mano al cillio a fare tetto, l’omo sostiene a guardare in ver lo Sole? A che si dè rispondere: imperò che la mano ripara che i raggi, che vegnano in giù non feriscono li occhi: imperò che la mano ripara.

C. XV — v. 16-33. In questi sei ternari lo nostro autore pone una similitudine, dove si tocca la sentenzia 6 che si chiama perspettiva, e dimanda Virgilio de la cagione del suo abballio, a che Virgilio li risponde. Dice così: Come quando da l’acqua; dove ferisce lo raggio del Sole, o da lo specchio; nel quale similmente ferisca lo raggio del Sole, Salta lo raggio all’ opposita parte; cioè 7 lo raggio che esce dall’acqua o de lo specchio salta ne la parte opposita; cioè se lo Sole fusse in oriente lo raggio serebbe in verso l’occidente, e così per opposito; e se lo Sole è a mezzo di’, risulta in verso settentrione, e se per diritta linea fusse sopra l’acqua, lo raggio 8 estornerebbe per [p. 350 modifica]retta linea in su. E dice 9 che per quil modo lo raggio reflesso va in insù, per lo quale cade del Sole in giù; e però dice: Salliendo su: cioè in alto a l’opposito, per lo modo parecchio; cioè pari, A quel che scende; cioè a lo raggio che scende ne l’acqua, o vero ne lo specchio 10; et adiunge similitudine a similitudine per modo differente, dicendo che lo raggio che cade, non cade a modo de la pietra che cade con spazio di tempo; ma lo raggio del Sole che cade e scende giù nell’acqua o ne lo specchio, scende sensa distanzia di tempo, sicchè quello che si leva dall’acqua, et o da lo specchio, si leva su subito; come quello che scende, scende subito sensa mezzo di tempo, e in tanto si diparte; cioè e solamente 11 è differente quil che cade in giuso, Dal cader de la pietra; che non cade per destanzia a tempo; e però dice: in egual tratta 12, Sì come mostra esperienzia et arte; cioè la prova che si può vedere de la pietra et anco del raggio del Sole ne l’acqua e ne lo specchio, come riverbera a l’opposito; ma che sia per lo modo pari, questo si mostra per la Prospettiva. Ora Dante adatta la similitudine a proposito: Così mi parve; cioè a me Dante, da luce rifratta; cioè da una luce riverberata; cioè simile a quella che esce dell’acqua o de lo specchio, che l’occhio nolla può sostenere, anco accecherebbe se troppo l’omo la patisse: non sensa cagione dice l’autore luce rifratta, volendo dare ad intendere che la luce eterna; cioè Iddio ferisce ne la faccia dell’angiulo, et inde rifrangesse nel suo volto, Ivi; cioè quive: dinanzi a me; cioè a me Dante: imperò che, secondo che l’autore finge, questo era l’angiulo lo quale venia per assolverlo del peccato de la invidia, lo cui splendore finge che non potesse patire, esser percosso; cioè de la detta luce, Per che a fuggir la vista mia fu ratta: imperò che finge che chiudesse li occhi. Questi angiuli, che l’autore finge che siano ad ogni balso, sono le grazie prevenenti, illuminanti, cooperanti e consumanti, che Dio dona e manda ai peccatori ad uscire del peccato; le quali grazie la sensualità non può comprendere, quando sono di lunge, perfettamente se non coll’opera, per la quale benché vincano la [p. 351 modifica]sensualità; niente di meno si puonno comprendere e cognoscere alquanto. E però finse che co la mano rimediasse al soperchio visibile: imperò che, se per altro non potessemo intendere la grandessa de la grazia di Dio, possiamola cognoscere in parte per l’opera, ch’è significata per la mano; ma la grazia cooperante e consumante, che segueno di po’ la perveniente et illuminante, non si può cognoscere se la sensualità non è ammaestrata da la ragione; e però finge che fuggisse la vista sensitiva, e ch’elli dimandasse la ragione; che è quello che non può la vista sensitiva comprendere? E però dice: Che è quel, dolce Padre; a Virgilio parla, a che non posso Schermir lo viso; cioè difendere con la mano come feci di sopra, tanto che mi vallia; come mi valse di sopra, Diss’io; cioè Dante, e parve ver noi esser mosso; cioè lo detto splendore? Non ti meravilliar; dice Virgilio a Dante, s’ancor t’abballia La famillia del Cielo; cioè li angiuli, a me; cioè a me Dante, rispuose; cioè Virgilio; ecco che li manifesta chi è, dicendo: Messo è; questo splendore, cioè angiulo, che viene ad invitar; cioè ad invitare di questo, ch’om sallia; cioè che l’omo sallia all’altro balso: imperò che la grazia di Dio sempre ci promuove e sollicita d’andare di bene in mellio; et anco possiamo tener che Dio ci mandi li angiuli suoi, a confortarci di ciò. Tosto serà che a veder queste cose Non ti fia grave; cioè a te Dante non fi’ grave comprendere quéste cose col sentimento, ma fieti diletto; cioè vedere queste cose, Quanto natura a veder ti dispuose; cioè tanto, quanto la natura; cioè naturalmente, cioè Iddio t’à disposto et ordinato a poter vedere.

C. XV — v. 34-45. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come pervenneno a la scala del terso balso, e come montando suso, dimandò Virgilio del dubbio de le parole di sopra ditte da messere Guido, dicendo così: Poi; cioè che Virgilio disse le fatte parole, giunti fummo; cioè Virgilio et io, e l’Angel benedetto; lo quale avea gittato quella luce nel volto a Dante, Con lieta voce disse; cioè l’angiulo a noi: Entrate quinci; cioè su per questa scala, Ad un scaleo 13; cioè ad una scala, via men che li altri eretto; cioè non sì erta, come erano stati li altri; questo determina quello fummo giunti, et è qui la figura pentesis. Noi montavamo già; cioè Virgilio et io per la detta scala, partito linci; cioè di quinde l’angiulo; se ’l testo dice: partiti; s’intende di loro, cioè partiti del secondo girone, E Beati misericordes si ci fue Cantato dietro; cioè dall’angiulo che aveano lassato di rietro, o vero dall’anime del secondo balso: questa è parola de l’evangelio di santo Matteo, cap. v: Beati misericordes, quoniam misericordiam consequentur; e finge che fusse cantato di rieto a loro nel balso dove si purga la invidia, perchè misericordia è virtù [p. 352 modifica]opposita a la invidia: imperò che ’l misericordioso àe compassione a chi à male; e lo invidioso è lieto del male altrui; sicchè questo finge l’autore che fusse cantato di rieto a loro a commendazione e confortamento di chi à, purgatosi de la invidia, come avea fatto elli, e; Godi tu che vinci; similmente finge che fusse cantato di rieto a loro, similmente per confortamento e commendamento: Godi tu che vinci; li peccati purgandoti d’essi; e questo è ne la fine del ditto evangelio, quando dice: Gaudete et exultate in illa die, quoniam merces vestra copiosa est in cœlis; sì che bene dè godere chi vince li vizi, pensando sì fatto premio, quale Gesù promisse. Lo mio Maestro; cioè Virgilio, et io; cioè Dante, soli ambedue: imperò che niuno altro era con noi, Suso andavam et io; cioè Dante, pensai, andando, Prode acquistar ne le parole sue; cioè di Virgilio. E dirizza’mi a lui; per porgere in verso lui lo parlare, sì dimandando; cioè così: Che volse dir lo spirto di Romagna; cioè messere Guido del Duca, E divieto e consorte mensonando; cioè quando disse di sopra: O gente umana, perchè poni ’l core Dov’è mistier di consorte divieto? E questo finge l’autore, non perchè non sapesse che voleano significare le ditte parole; ma per dirvi suso altre notabili sentenzie, le quali finge che li dica Virgilio; cioè la ragione sì, come apparrà nella parte che seguita.

C. XV — v. 46-57. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Virgilio li dichiara le ditte parole di sopra da messere Guido, dicendo: Perch’elli; cioè Virgilio, a me; cioè Dante, rispuose, s’intende: Di sua maggior magagna; cioè di suo maggior peccato, Cognosce ’l danno; cioè lo detto messere Guido; e per questo dà ad intendere ch’elli avea anco altri peccati; ma più quello de la invidia che li altri, e però non s’ammiri; cioè l’omo non si meravilli, cognoscendo ora la sua offesa, Se ne riprende; ora altrui: imperò che n’àe coscienzia, perchè men sen piagna; cioè perchè meno vi si pecchi: imperò che quelli del purgatorio ànno carità perfetta, e vorrebbeno ch’ogni uno fusse santo e buono. Et ora rende la cagione unde si muove la invidia, sicché prima dichiarò perch’elli finse che facesse messere Guido la predetta esclamazione, et avale rende la cagione per che finse che le dicesse nella preditta forma, ponendo divieto e consorte, dicendo: Perchè; cioè: imperò che, s’appuntano i vostri disiri; cioè s’assottilliano li desidèri di voi omini, Dove per compagnia parte si scema; cioè in quil bene che non si può aver tutto, se con altri si partecipa; e però dice che per compagnia parte si scema, Invidia move l’ mantaco; cioè lo pulmone che è mantaco del cuore, et attrae e mette fuora l’ aire, ai sospiri; li quali si muoveno per lo dolore che cagiona la invidia nel cuore umano, quando vede ch’altri abbia parte di quil bene ch’elli vorrebbe tutto, Ma se l’amor de la [p. 353 modifica]spera suprema; cioè del Cielo; cioè del Bene Eterno, Torcesse in suso; cioè in ver lo Cielo, il desiderio vostro; cioè di voi omini, Non vi sarebbe al petto quella tema; cioè di non averlo tutto, come è nel cuore paura di non avere tutto lo bene mondano. Chè, per quanto si dice più lì; Cioè in Cielo, nostro; cioè quanto più possessori vi sono, Tanto possede più di ben ciascuno; cioè a ciascuno cresce più lo contentamento, quanto più compagni si vede, E più di carità arde in quel chiostro; cioè di paradiso: più cresce l’ardore de la carità, quanto da più si participia 14 lo sommo bene, ch’è Iddio.

C. XV — v. 58-63. In questi due ternari lo nostro autore finge di non rimanere chiaro de la soluzione data di sopra al primo dubbio; anco mostra che per quella sia in maggior dubbio che prima, e però muove anco lo dubbio a Virgilio, dicendo: Io; cioè Dante, son d’esser contento; per la soluzione datami di sopra, più digiuno, Diss’io; cioè Dante, che s’ io ini fusse pria taciuto; cioè che s’ io non avesse udito la tua soluzione, E più di dubbio ne la mente aduno: per la tua soluzione ch’ io non avea prima; e manifesta lo suo motivo, dicendo: Com’esser puote; cioè questo ch’ io dirò ora, che un ben distributo 15; cioè diviso, In più posseditor ; cioè che più posseditori lo participino, faccia più ricchi 16 Di sè; li suoi posseditori, che se da poghi è posseduto? E se volessi tu, lettore, dare questa risposta, perchè da tutti è posseduto tutto, pare impossibile che uno bene sia posseduto da più tutto; cioè sicchè ciascuno l’abbia tutto. E posto che sia possibile, seguita ancora che non possa fare più ricchi li posseditori, che se è posseduto da poghi; ma parimente ricchi sì; ma non più; unde ben fa l’autore a muovere questo dubbio, per dichiararlo mellio ne la seguente lezione.

Et elli a me ec. Questa è la secunda lezione del canto xv, ne la quale lo nostro autore finge che Virgilio solva lo dubbio mosso di sopra; e come a lui apparveno 17 molte visione, poi che elli si trovò in sul terso girone; e come Virgilio lo solicita; e come s’avvenne in una oscura nebbia. E dividesi questa lezione in sette parti, perchè prima finge che Virgilio solva lo suddetto dubbio; ne la seconda finge che, trovatosi in su l’altro girone; cioè in sul terso, ebbe una [p. 354 modifica]bella visione, et incomincia quive: Com’io volea ec.; ne la tersa come di po’ la prima visione ebbe la seconda, et incomincia quive: Indi m’apparve ec.; ne la quarta, com’ elli di po’ la seconda la tersa visione, quive: Poi viddi gente ec.; ne la quinta finge che ritornato in sè di po’ le ditte visioni, fu sollicitato da Virgilio, quive: Quando l’anima mia ec.; ne la sesta finge come Virgilio lo dichiara de le visioni ch’ elli ebbe, quive: Et ei: Se tu avessi ec.; ne la settima pone lo processo del suo cammino, quive: Noi andavamo ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizione literale e morale, o vero allegorica.

C. XV — v. 64-81. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Virgilio solve lo secondo dubbio, dicendo così: Et elli; cioè Virgilio, a me; cioè a Dante, disse, s’intende: Però che tu rificchi La mente pure a le cose terrene; cioè pensi pure sopra questi beni terreni, e come non possano esser possiduti tutti da più, sicchè ciascuno li abbia tutti; così pensi che non si possa possedere lo Sommo Bene; e però dice: Da vera luce; cioè da la vera chiarezza, cioè da la chiara verità, tenebre dispicchi; cioè errore 18 di grazia; et ora solve lo dubbio, dicendo: Quello infinito et ineffabil Bene; cioè Iddio, che non à fine e con parole non si può esprimere, Che lassù è; cioè in cielo, così corre ad amore; cioè Iddio corre a chi l’ama, e dassi a chi l’ama; Come a lucido corpo raggio vene; e qui fa una bella similitudine: imperò che, come lo Sole 19 invariabile è nel mondo; così è Iddio in vita eterna; ma più eccessivamente; e però fa la similitudine; cioè come lo raggio del Sole tutti li corpi lucidi de le stelle illumina, e se più ne trovasse più ne illuminarebbe 20, et è uno solo; così Iddio, che solo è sommo bene, molto maggiormente e sensa comparazione tutte le anime che amano lui glorifica; e quanto più ve ne vanno, tanto più ne glorifica, e maggior splendore di gloria riluce in cielo de le molte che de le poghe, perchè più appare la bontà di Dio. Questa è bella e vera similitudine, benchè non sia equivalente: imperò che niuna cosa in qualità, nè in quantità si può assimilliare a Dio, nè in niuno altro modo, se non con mancamento da la parte de la cosa assimilliata, e con smisurato avansamento de la 21 parte di Dio. Tanto si dà; cioè Iddio, quanto trova d’ardore; cioè di carità in verso di lui et in verso lo prossimo in dell’anime beate, e quine è perfetta carità, c però Iddio a ciascun’ anima si dà perfettamente; cioè quanto in lei ne cape, sicchè ciascheduna è contentissima e [p. 355 modifica]niente desidera più. Sì che quantunque carità 22 s’ accende; cioè in quantunqua cresce la carità, tanto cresce la gloria; e però dice: Cresce sopra essa; cioè carità, l’eterno valore; cioè l’ eterna bontà di Dio, e più dà di gloria, E quanto gente più lassù; cioè in vita eterna, s’attende; cioè si vede, Più vi dà bene amore; cioè più cresce l’amore, e cosi ’l bene, e più vi s’ama; che prima, E come specchio l’uno all’altro rende; qui fa la similitudine che, come se più specchi si ponesseno a la spera del Sole, sicchè la spera percotesse in ciascuno e stesseno in sì fatto sito, che lo raggio dell’uno riferisse nell’altro, moltiplicherebbe lo splendore; così lo Sole Divino, percotendo nell’anime beate, le fa rilucere e la luce dell’ una ripercuote l’ altra, et e converso: imperò che l’una gode del bene dell’altra, per la perfetta carità; e così cresce lo contentamento et allegrezza in ciascuna, quanto più ve ne vanno, e però più cresce lo bene di ciascuna. E per questo seguita che tutte abbiano 23 infinito bene, in quanto tutta via cresce; et Iddio, che è infinito bene, tutta via a loro si comunica e dona; ma questo crescere s’ intende accidentalmente, che essenzialmente ciascuna è beata, secondo lo suo grado perfettamente. E se la mia ragion; dice Virgilio a Dante, non ti disfama; cioè non ti sazia e non sodisfa, Vedrai Beatrice; cioè la Santa Teologia, o vero la grazia di Dio beatificante, et ella pienamente Ti torrà questa e ciascun’altra brama; cioè ciascuno altro desiderio. Procaccia tosto pur che siano spente; tu, Dante, in te, Come son già le du’; cioè li du P, cioè li du’ peccati mortali scritti ne la tua fronte; cioè superbia et invidia, le cinque piaghe; cioè li rimanenti cinque peccati, Che si richiudon per esser dolente; cioè le piaghe del peccato si richiudeno per la contrizione. Li peccati sono piaghe dell’anime, e la loro medicina a sanare sì fatte piaghe è la contrizione e ’l dolore; e così àe soluto lo dubbio Virgilio a Dante, mosso da lui, sopra l’esclamazione fatta de messere Guido del Duca ditta 24 di sopra.

C. XV — v. 82-93. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come pervenne in sul terso girone, e come li apparve una visione ne la fantasia, dicendo così: Com’io; cioè Dante, volea 25 dicer: Tu m’appaghe; a Virgilio, Viddimi giunto in sull’altro girone; cioè in sul terso, dove si purga lo peccato dell’ira, Sì che tacer mi fer le luci vaghe, cioè le luci dei miei occhi vaghe di vedere, e tolsemi lo [p. 356 modifica]rispondere a Virgilio. Ivi; cioè in quil luogo, mi parve in una visione Estatica; cioè quando la mente non è alienata da stupore; ma è sì legata ad alcuna revelazione et occupatasi tutta, che niuna altra più intende, nè niuna potenzia adopera; e dicesi da estasi, che è elevamento di mente da ogni operazione, et apponimento ad alcuno singulare pensieri, di subito esser tratto; cioè tirato quinde, dove io era, E vedere in un tempio; a quale mi parea esser menato, più persone; come fu Cristo: essendo ancora garzone intrò nel tempio e disputava coi Sacerdoti, e co li Scribi, e Farisei; e la Madre, e Giosef l’andavano cercando, e stetteno 3 di’ che nol potetteno trovare. Et una donna; cioè mi parve vedere: questa fu la Virgine Maria, in sull’entrar; del tempio, con atto Dolce di madre dicer: Filliuol mio; cioè in verso suo filliuolo, Perchè ài tu così verso noi fatto? Queste sono le parole de l’Evangelio che dice; Fili, quid fecisti nobis sic? Ego et pater tuus dolentes quœrebamus te; e però seguita: Ecco dolenti lo. tuo padre; cioè Giosep che era padre, quanto a cura, o putative 26 secondo che pensava la gente, et io; cioè tua madre, Ti cercavamo; che non t’abbiamo trovato, già è tanti di’, e come qui; cioè in questo parlare, si tacque; cioè parve a me che quella madre tacesse ne la visione. Ciò che pareva prima, dispario; cioè partitte da la mia fantasia la visione preditta. E perchè l’autore incomincia a trattare del purgamento del peccato dell’ira, del quale fu ditto ne la prima cantica quello che s’apparteneva, non si replica qui; lo quale peccato finge l’autore che si punisca e purghi nel terso girone. E per conforto d intrare a la penitenzia di tale peccato, finge le visioni e li pensieri che si dè fare la mente sopra la virtù contraria a sì fatto peccato, ch’è la pazienzia; e però finge che avesse la visione ditta di sopra de la Virgine Maria, la quale con tutta pazienza riprese dolcemente lo suo Filliuolo. E questo pensieri al quale si diede la mente sua, finge che fusse la sua visione che li apparve prima, ch’è de la Santa Scrittura.

C. XV — v. 94-105. In questi quattro ternari finge lo nostro autore come di po’ la prima visione ditta di sopra, la quale si contiene ne la Santa Scrittura, ebbe un’altra visione d’una istoria che pone Vallerio in libro v, capitulo De Clementia; cioè come Pisistrato duca delli Ateniesi ebbe una sua filliuola, la quale andando uno di’ co la madre ad una festa, ornata come vanno le giovane, uno giovano suo cittadino, che lungo tempo avea amata, vedendola così bella, non si poteo attenere che non si mettesse tra tutte le donne, et abbracciasse la ditta giovana 27 e baciasse; unde la madre molto turbata levò grande grido, e tornata subito al palasso scapilliata e con [p. 357 modifica]lagrime gittossi innanti al duca, dimandando vendetta del giovano ch’avea commesso sì grande fallo. E ’l duca con benignità e con temperansa rispuose a la duchessa: O che faremo ai nostri inimici, se coloro che ci amano sono condannati da noi? Ecco questa istoria bene rimove l’animo di chi la pensa da ogni furore d’ira, et inducelo a temperansa, la quale è contraria all’ira, la quale si dè avere da chi si vuole purgare dell’ ira; e però finge l’autore che li apparisce, perchè sopra questa ebbe lo suo pensieri, quando incominciò a volersi ritraere da sì fatto peccato, e d’insegnare al lettore a ritraersene. Dice così lo lesto: Indi; cioè di po’ la preditta visione, m’apparve; cioè ne la mia fantasia, un’altra; cioè donna; cioè la duchessa donna di Pisistrato duca d’Atene, con quelle acque; cioè lagrime, Giù per le gote: imperò che le lagrime cadeno dalli occhi giù per le gote, che; cioè le quali, il dolor distilla; cioè fa distillare delli occhi: lo dolore è cagione, perchè l’omo piange, Quando da gran dispetto in altrui nacque: spesse volte viene lo dolore da dispetto che l’omo pillia, come prese la detta duchessa dal giovano ch’avea abbracciato e baciato la filliuola, E dir; cioè mi parve, dice l’autore, la ditta donna così piangendo innanti al marito: Se tu se’ sire; cioè signore, de la villa; cioè de la città d’Atene, la quale descrive non volendola nominare, Del cui nome fra’ dei fu tanta lite; cioè tra Pallade e Nettuno fu grande contenzione qual di loro dovesse ponere nome a la città d’Atene, poiché fu fatta e fu determinato da li dii chi producesse millior cosa per li omini ponesse nome a la città; sicchè Pallade produsse l’olivo, perch’ella fusse pacifica; e Nettuno produsse lo cavallo ch’è atto a le battallie. Unde li dii iudiconno che era mellio la pace per li omini che la battallia, e che Pallade dovesse dare lo nome a la città et ella la nominò Alene dal nome suo: imperò che Pallade è chiamata Atene; cioè immortale; e però dice l’autore che del nome di quella città fu tanta lite tra li dei. Et unde ogni scienzia disfavilla; cioè e da la quale città d’Atene risplende ogni scienzia: imperò che in essa era lo studio in tutte l’arti, come ora a Parigi. Ecco per descrizione àe manifestato lo nome de la città d’Atene, nella quale stetteno li savi che composeno libri de le scienzie, li quali traslatati di greco in latino ànno inluminato lo mondo. Vendica te di quelle braccia ardite; cioè di quil giovano ardito, Ch’abbracciar nostra fillia; come ditto è di sopra ne la istoria, o Pisistrato; questo è lo nome del duca d’Atene, lo quale finge l’autore che li parea che chiamasse per nome. E ’l signor; cioè Pisistrato, mi parea; a me Dante ne la mia visione, benigno e mite; cioè misericordioso e mansueto, Risponder lei; cioè rispondere a lei; cioè a la duchessa, con viso temperato; cioè non turbato, nè mosso a furore: Che farem noi a chi [p. 358 modifica]mal ne disira; cioè a chi male ci desidera, Se quei che ci ama è per noi condennato; quasi dica: A quella medesima ragione che faremo a l’inimico, se noi condenniamo l’amico?

C. XV — v. 106-114. In questi tre ternari lo nostro autore finge come ne la sua visione li fu presentato a la fantasia la lapidazione di santo Stefano, unde dice così: Poi; cioè di po’ la preditta 28 visione, viddi; io Dante, gente accese in foco d’ira; questo dice, perchè l’ira riscalda l’omo come lo fuoco, et accende a furore, Con pietre un giovanetto ancider; cioè santo Stefano, come appare ne la leggenda sua: giovanetto prima di po’ Cristo sostenne martiro, e però è chiamato protomartir; cioè primo martire, forte Gridando a sè; cioè a loro medesimi: Pur martira, martira; cioè confortavano l’uno l’altro: Dateli bene de le pietre; a la quale lapidazione fu san Paolo lo quale era chiamato Saulo, e serbava li panni a coloro che lapidavano santo Stefano. E lui; cioè santo Stefano, vedea; io Dante; cioè mi parea vedere ne la mia visione, chinarsi per la morte, Che l’aggravava già, in ver la terra: imperò che cadea in terra, perchè moria per li colpi ricevuti, Ma delli occhi facea sempre al Ciel porte; cioè che sempre ragguardava lo cielo colli occhi; sicchè porte; cioè porgimenti, o vero porte; cioè aprimenti, perché per essi intrava la visione del cielo; unde dice la Santa Scrittura: Stephanus vidit cœlos apertos — , Pregando l’alto Sire; cioè Iddio, in tanta guerra; in quanta elli era, che era percosso continuamente da le pietre; ecco grande carità, Che perdonasse ai suoi persecutori; e ben fu esaudita la sua orazione in santo Paolo, che si convertì e fu apostolo di Cristo, Con quello aspetto che pietà disserra; cioè con quello ragguardamento che esce da pietà, o vero devoto tanto, che apre la pietà: imperò che così ragguardava Iddio con pietoso aspetto, che aperse la pietà di Dio; o vero con quelli occhi lacrimosi che pietà induce. E questo è lo terzo esemplo che l’autore àe indutto contra l’ira, che desidera vendetta de’ suoi persecutori.

C. XV — v. 115-126. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, ritornato in sè da le preditte visioni, fu ripreso da Virgilio e sollicitato, dicendo: Quando l’anima mia tornò di fori; parla l’autore de la sua anima, che fu raccolta dentro da sè a considerare le preditte tre istorie; e questo è essere in estasi, quando l’omo dà lo pensieri suo sopra una cosa tutto, sicchè niuna altra cosa sente di fora, A le cose che son fuor di lei vere; cioè tornò a considerare le cose che sono fuora di lei vere et in essere: chè quelle cose ch’io avea veduto in visione estatica 29 non erano state vedute veramente; ma con fantasia, Io; cioè Dante, ricognovi i miei non falsi errori; cioè ricognovi veramente li miei errori, stati veri e non falsi; cioè [p. 359 modifica]ch’io era veramente ito errando co la mente sopra le ditte tre istorie. Lo Duca mio; cioè Virgilio, che mi potea vedere Farmi com’om; cioè come omo, che del sonno si slega; cioè che si svellia, Disse: Che ài; cioè Virgilio a me Dante, che non ti puoi tenere; cioè in sulle gambe, Ma se’ venuto più che mezza lega: lega è misura che è per 4 millia, Velando; cioè coprendo, li occhi e co le gambe avvolte; et adiunge la similitudine, A guisa; cioè a similitudine, di cui vino o sonno piega; cioè di colui che ’l vino o ’l sonno piega? Unde l’autore si vuole scusare, e dice così: O dolce Padre mio; dice Dante a Virgilio, se tu m’ascolte; cioè se tu mi vuoi udire, Io ti dirò, diss’io; cioè io Dante a Virgilio, ciò che m’apparve; cioè ne la mia fantasia, Quando le gambe mi furon sì tolte; che io non potea andare, come tu ài detto. Seguita per questo che la ragione riprende l’omo, quando troppo sta sopra uno pensieri e tanto si profonda in esso, che dell’altre cose non sente.

C. XV — v. 127-138. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Virgilio risponde a la scusa che Dante volea fare, e prevennelo sapendo quelle visioni ch’ elli avea avuto, dicendo così: Et ei; cioè Virgilio rispose a me Dante: Se tu avessi cento larve; cioè mascare, che si metteno a la faccia quelli che si volliono camuffare, o vero contraffare, Sopra la faccia; cioè tua: ecco che parla similitudinariamente; cioè che come lo volto aperto manifesta l’omo, e celato lo cela; così la volontà aperta manifesta lo pensieri, e celata lo cela, Non mi sarian chiuse Le tuoe cogitazion, quantunqua parve: ecco che ben dimostra chiaramente l’autore ch’ elli intende per Virgilio la ragione, a la quale è noto ciò che apprende la fantasia: non è niuna sì minima cosa che apprenda la fantasia, che la ragione non n’abba 30 incotenente Io suo iudicio. Et ora li manifesta che ànno significato le visione ch’elli 31 à veduto, dicendo: Ciò che vedesti; tu, Dante, fu perchè non scuse; cioè non rifiuti, D’ aprir lo cuore; cioè tuo, a l’acque de la pace; cioè de la abondanzia de la carità e de la pace, ch’è contraria all’ira, Che da l’ eterno Fonte son diffuse; cioè da Dio eterno, che è fonte d’ogni bene, sono sparte. Non dimandai; io Virgilio a te Dante: Che ài; tu, Dante? per quel che face, Chi guarda pur coll’ occhio; cioè corporale, che non vede; cioè l’occhio corporale non vede niente, Quando disanimato; cioè privato dell’anima, il corpo giace; cioè quando l’omo è morto. Ma dimandai; io Virgilio te Dante, per darti forza al piede; cioè per farti più Veloce e sollicito. Così frugar; cioè sollicitar, conviensi i pigri lenti: molti sono li pigri; cioè che non si sanno mettere a le fatiche; ma pur quando vi si mettono, fanno la cosa [p. 360 modifica]spacciatamente; e molti sono pigri e lenti che non si sanno mettere a le fatiche, e quando vi si mettono, o sono fatti mettervisi, adoperano lentamente, et intanto è differenzia tra pigro e lento: può essere l’omo lento e non pigro, e pigro e non lento; ma chi è l’uno e l’altro è peggio; e così dice Virgilio a l’autore, ch’elli era pigro e lento, Ad usar lor vigilia; cioè loro opera; ma parla per similitudine di quelli che guardano di notte, che convegnono vegghiare a vicenda; e però dice: quando riede; cioè quando ritorna la loro guardia: uno esercizio non è dato a tutti, chi à una grazia e chi un’altra; e però ciascuno dè esser sollicito in quello che tocca a lui, come la guardia dè guardare sollicitamente, quando li tocca la sua gita.

C. XV — v. 139-145. In questi due ternari et uno versetto lo nostro autore finge come seguitteno loro viaggio su per lo girone terso; e come vi trovonno una grande nebbia, dicendo così: Noi: cioè Virgilio et io Dante, andavamo 32 in ver lo vespro attenti; cioè in verso la parte occidentale: dice attenti, per vedere se trovasseno alcuna gente, Oltre quanto potean li occhi; cioè nostri, allungarsi: cioè quanto potevamo guardare alla lunga, Contra i raggi serotini; cioè contra li raggi del Sole che si calava in ver la sera, come ditto fu di sopra, e lucenti; cioè e risplendenti, che impedivano più la vista. Et ecco a poco a poco un fummo farsi Verso di noi; cioè in verso Virgilio e me, come la notte scuro; cioè questa nebbia era nerissima, come fummo, o come la notte. Nè da quell’era loco da causarsi: però che occupava tutto ’l balso, sicchè nollo potevamo cessare. Ecco la pena, che l’autore finge che sia nel terso balso, per purgare lo peccato dell’ira; cioè una nebbia oscura che non lassava vedere l’anime che v’erano, e questa nebbia oscura tollieva la chiarità dell’aire; e così privava li occhi de la vista: imperò che l’occhio non può vedere, se non per mezzo de la luce; e però dice l’autore: Questo; cioè fummo, ne tolse; cioè a me Dante tolse, li occhi; che sono lo strumento visuale, e l’aire puro; che è lo mezzo, per lo quale si vede. E finge l’autore che questo fummo non sia per tutto lo girone; ma l’anime che si purgano non esceno d’esso; ma vanno qua e là come lo volere le porta, sicchè non escano de la nebbia. E questa è conveniente pena a purgare lo peccato dell’ira: imperò che la penitenzia, che purga l’anima, dè essere sì fatta che faccia ricognoscere a l’anima lo peccato suo e l’errore suo, a ciò ch’ ella si dollia del vizio seguitato, e diventi desiderosa de la virtù abbandonata, come noi veggiamo: l’ira è turbazione de la mente, et accieca la ragione e lo intelletto, tolliendo la grazia di Dio, e per tanto si [p. 361 modifica]parte l’omo da la pace e da la temperansa; e però finge l’autore che l’anime vadano per questo fummo, o vero nebbia, ripensando la loro ciechità e turbulenzia che ebbeno ne la vita, e dolliansi debitamente d’averla avuta e desiderino di venire a tranquillità di mente e pace vera. E così finge l’autore che vi passasse, elli guidato da Virgilio; cioè da la ragione, per significare che a quel modo si purgasse del peccato dell’ira; unde Persio satiro ne la tersa satira dice: Magne pater Divum, saevos punire Tyrannos Haud alla ratione velis, cum dira libido 33 Moverit ingenium ferventi tincta veneno: Virtutem videant, intabescantque relicta. E se lo lettore movesse qui dubbio, perchè l’autore ne lo inferno finge altre pene ai peccati che nel purgatorio; e perchè distingue li peccati in più specie che non fa qui, come appare de la superbia e de la invidia che ne tratta dentro a la città di Dite in più specie, come ditto è ne la esponizione di quella, puòsi rispondere che altra pena si richiede a la punizione et altra a la purgazione: imperò che la punizione si fa con acerbità, e la purgazione con clemenzia; unde Boezio nel libro iv de la Filosofica Consolazione dice: Nulla ne animarum supplicia post defunctum corpus relinquis? Et magna quidem. Quorum alla pœnali acerbitate, alia vero purgatoria clementia exerceri puto. E però a la punizione si richiedeno diverse pene ai peccati, secondo le loro specie, per sodisfare a la iustizia di Dio, che dirittamente punisce dando, secondo la gravità del peccato, la gravità de la pena. A la purgazione una pena è sofficente a tutte le specie del peccato, per sodisfare a la misericordia di Dio che tutte le pene arreca a quella, sensa la quale non si può purgare lo peccato; e questa è lo ricognoscimento del peccalo che induca contrizione, e lo ricognoscimento de la virtù contraria che induca amore di quella; unde disse Cristo ne l’Evangelio: Nolo mortem peccatoris; sed ut convertatur et vivat. E però al superbo vasta che ricognosca quanto fallo fu lo suo inalzarsi sopra lo prossimo suo o contra Iddio, lo più che à potuto, e di questo si dollia et adumilisi quanto può; la quale cosa 34 significa lo peso che àe finto che portasseno addosso li superbi, e ciascuno dicesse: Più non posso; e lo invidioso, cuciti li occhi col filo di ferro, pianga lo suo errore e non vollia vedere li beni mondani che lo movevano ad invidia per freddezza di carità; e l’iracundo ricognosca la sua turbazioue de la mente, ripensandola e dolendosene, ritornando a la tranquillità. E questo vasta in qualunque specie dei ditti peccati, che l’omo abbia peccato; cioè ut convertatur a via mala et ab errore; cioè che si converta de la via ria e dal ll’errore e viva virtuosamente, e questa è la vera penitenzia e la vera purgazione. Seguita lo canto xvi, compiuto lo xv.

Note

  1. Il Cod. Riccardiano non ha qui la figura. E.
  2. C. M. che è a l’ orizonte di Gherusalem, sì ch’ era
  3. C. M. quando a Gherusalem al 45,
  4. C. M. siamo in sì fatto sito che, quando di là è vespro lo xxxiii a noi è mezza notte, che siamo al centro
  5. C. M. equalilà della potenzia visiva.
  6. C. M. la scienzia che si chiama
  7. C. M. cioè la reverberazione del raggio
  8. C. M. la reverberazione tornerebbe
  9. C. M. dice che tanto la reverberazione va in su, quanto lo raggio in giù;
  10. C. M. nello specchio, cioè che come lo raggio solare scende subito senza distanza di tempo nell’acqua e nello specchio; così lo raggio reflesso quinde saglie subito all’ opposita parte senza distanzia di tempo; et aggiunge la similitudine, dicendo: tanto si diparte;
  11. C. M. si diparte, cioè è differente lo ragio del sole descendente nell’ acqua o nello specchio, Dal cader
  12. C. M. tratta; cioè per diseguale distanzia; e questo, come uno ablativo, secondo lo Grammatico, determina quello solamente col verbo si diparte; cioè che il raggio descendente o ne l’ acqua o nello specchio è differente dal cadere della pietra solamente per diseguale distanzia: imperò che nel cadere della pietra è qualche distanzia; nel descenso del raggio solare è nulla. Sì come
  13. Ad un scaleo - a - Noi - è supplito col Cod. Magl. E.
  14. C. M. participa
  15. Distributo; dal latino distributus E.
  16. Non riuscirà inopportuno a’ nostri lettori il riferire qui come a tale proposito la discorreva il sommo poeta e filosofo Torquato Tasso. « Che si trovi una tal bellezza che compartita, in vece di scemare, moltiplichi e che possa tutti gli uomini in un medesimo punto render felici, non se ne dee, nè se ne può dubitare. Tale è la bellezza delle scienze, che perchè interamente sia da alcuno goduta, non per questo gli altri ne restano privi. Tale è più propriamente Dio, che non è bello; ma l’ istessa bellezza. Di questa tale bellezza, parlando Dante, introduce sè medesimo a dubitare, e Virgilio a risolvere. » E.
  17. C. M. apparevano molte visioni,
  18. C. M. errore d’ignoranzia; et ora
  19. C. M. lo Sole materiale è
  20. Illuminarebbe, cadenza primitiva e regolare, checchè ne dicano i Grammatici. E.
  21. C. M. da la
  22. Torquato Tasso noi suo discorso Della Gelosia, riportando i versi 61-78 ne dà queste varianti — Sì che quantunque carità si stende, Cresce sovra essa l’ eterno valore. E quanta gente più lassù s’intende, Più v’ è da bene amare, e più vi s’ ama: - E.
  23. C. M. che tutti abbiamo
  24. C. M. ditto
  25. C. M. volea dicer: a Virgilio: Tu m’ appaghe; cioè tu mi contenti con la lua soluzione, viddimi
  26. C. M. putativo
  27. Giovano, giovana dicesi tuttavia in Toscana, E.
  28. C. M. la ditta
  29. C. M. estasica
  30. Abba o aba fu la nostra voce primitiva dal latino habeam ec. E.
  31. C. M. elli à avuto, o vero veduto,
  32. Il Codice Gradonico porge questa lezione: Noi andavam per l’emisperio attenti, e commenta così: Andavamo per quella vista, la quale sè estende solamente a potere in mezza spera. E.
  33. cupido
  34. C. M. la quale cosa figura lo peso.
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