Commedie del Cinquecento, Vol. I/Nota

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Commedie del Cinquecento, Vol. I Indice
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NOTA

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AVVERTENZE GENERALI

Per tutte le illustrazioni relative alle commedie che si raccolgono in questo e in altri successivi volumi rimando alla parte già pubblicata della mia storia della Commedia italiana (Milano, Vallardi, 1911). Qui occorre solo avvertire che furono esclusi dalla presente raccolta tutti quegli scrittori (ad es. l’Ariosto e il Machiavelli) di cui dovranno ristamparsi le opere complete e quegli altri scrittori (ad es. il Cecchi e il Della Porta) la cui operosità drammatica fu cosi vasta e complessa da esigere una nuova edizione di tutto il loro teatro. La mia scelta si restringe a quei commediografi (o notissimi, come il cardinal da Bibbiena, o’del tutto ignoti, come Niccolò Secchi) che non avrebbero potuto entrare per altra via, mentre di entrarvi avevano pur essi diritto, nella grande collezione degli Scrittori d’Italia. E, in tale scelta, mi sono attenuto a un doppio ordine di criteri: storici ed estetici. Ho badato, cioè, non solo all’intima bellezza delle commedie, ma anche a certe loro speciali caratteristiche o ai loro stretti rapporti con la vita e i costumi del Cinquecento o alla varietà delle tendenze che, pur senza uscire dalla tradizione classicheggiante, si manifestano in esse. Dalla Calandria del Bibbiena, composta in sugli inizi del secolo xvi, alla Donna costante del Borghini, venuta in luce al declinar del secolo stesso, v’è gran differenza di spiriti, se non di forme: ridanciana, quella, e giocosa, spensierata e cinica; questa, invece, seria, accigliata, lugubre, quasi preannunziatrice dei molto posteriori drames larmoyants. Per ciò, a rappresentare, in qualche modo, lo svolgimento storico del nostro teatro comico cinquecentesco, ho disposto le commedie che qui si pubblicano in ordine approssimativamente cronologico: solo [p. 402 modifica]approssimativamente, pur troppo, giacché di molte fra esse ignoriamo, fin ora, il preciso anno della composizione.

La punteggiatura, quanto mai arbitraria ed irrazionale nelle stampe del Cinquecento, ho rinnovato interamente. Del sistema ortografico nulla ho da dire perché è quel medesimo che fu adottato per tutti i volumi degli Scrittori. Piuttosto è necessario che io renda conto del come mi son comportato rispetto alle parti spagnuole o dialettali che si trovano assai di frequente nelle nostre commedie. Per questo lato (mi limito a discorrere dello spagnuolo, intendendosi che tutto ciò che dico di esso valga, benché in minor proporzione, anche per i vari dialetti italici), le stampe del Cinquecento ci offrono lo spettacolo di una scapigliata anarchia. Troviamo «io» e «yo»; «estoi» e «estoy»; «ablar» e «hablar»; «che» e «que» ; «debaxo» e «debascio» e «debajo» ; «magnano,» e «mariana» ; «engannar» e «engagnar» e «engañar» ; «acer» e «hacer» e «azer» e «hazer» e «fazer» ; «vieio» e «viejo» ; «mui» e «muy» ; «nocce» e «noche» ; «alla» e «agliá» ; «a» e «á» ; «á chi» e «á qui» e «a qui» e «aqui» e «aqui» ; «por que» e «porque»; «tan bien» e «tambien»; e cosí via discorrendo. Di fronte a tale moltiplicita di espressioni grafiche che cosa dovevo fare? Dovevo ridurle, tutte ad un’espressione unica e corretta e scrivere, per es., in tutti i casi, «yo», «hablar», «que» , «mañana» , «hacer» , «muy» , «noche» , «allá»? oppure dovevo mantenere questo strano ma pur significativo disordine? Mi parve, in principio, che fosse miglior partito attenersi al primo sistema; poi, dopo avere assai dubitato e riflettuto, ho finito coll’appigliarmi al secondo. E le ragioni son queste. Innanzi tutto, le molte incertezze ortografiche possono esser proprie non tanto del tipografo quanto dello stesso autore e indicare la sua maggiore o minor conoscenza e la sua piú o meno esatta pronunzia dello spagnuolo; né è male, anzi è bene, che di questa sua conoscenza e pronunzia restino, anche nella nostra edizione, le tracce. In secondo luogo, può ben darsi che l’autore abbia inteso di usare promiscuamente parole italiane (per es. «io», «engannar») e parole spagnuole (per es. «yo», «engagnar» o «engañar»): sicché, quando si adoperasse una sola grafia, potremmo correre il rischio di allontanarci involontariamente dal suo stesso pensiero. Il Piccolomini, infatti, dichiara nelle sue Annotazioni alla Poetica d’Aristotele di avere «interposto», nell’Amor costante e nell’Alessandro, «qualche scena in lingua spagnuola italianata, accioché [p. 403 modifica]manco paresse straniera»1. Il quale italianizzamento dello spagnuolo, oltre che giovare a render piú intelligibile il discorso, era anche naturalmente suggerito dalla realtá; come possiam rilevare dalla seguente preziosa testimonianza del Bandello: «E queste parole ella disse mezze spagnuole e mezze italiane, parlando come costumano gli oltramontani quando vogliono parlar italiano»2. Ciò spiega, non pur le oscillazioni ortografiche di cui ho discorso fin ora, ma anche la presenza di scorrette forme grammaticali; che sarebbe, evidentemente, errore il voler correggere. Insomma, per questa parte, io ho creduto di dovere essere, quanto piú mi fosse possibile, conservatore: conservatore, dico, dell’anarchia.

Ciò non di meno, qualche modificazione o correzione è stata pur necessaria. Non potevano, per es., nella scena 3 dell’atto 11 degl’Ingannati rimanere un «lamas hermosas mozas» e un «ellacca ob alcatieta» che sono stati rispettivamente ridotti a «la mas hermosa moza» e «vellacca alcahueta». E cosi, nell’uso degli accenti e del «h» iniziale, se ho rispettato di regola le antiche stampe da me poste a fondamento di questa nuova edizione, e se ho scritto indifferentemente «a» e «a», «hacer» e «acer» ecc., me ne son però allontanato ogni qual volta la mancanza dell’accento o del «h» potesse ingenerare confusioni ed equivoci. Per es., un «alla» o un «alti», che sembrano preposizioni articolate italiane mentre sono avverbi spagnuoli, ho creduto bene di accentarli («alla, alti»); un «resucitare» o un «andare» o un «ire», che possono prendersi per infiniti mentre non sono che la prima persona singolare del futuro, li ho pure accentati («resucitare, andare, iré») e ho fatto precedere dal «h» un «e» che, invece d’essere la nostra congiunzione copulativa, sia la prima persona singolare del presente indicativo del verbo spagnuolo «haber» («he»); e altre simili modificazioni ho introdotte quando mi sia parso opportuno. Ma ciò non infirma punto il general criterio di conservazione al quale, come piú sopra dissi, mi sono, nel maggior numero dei casi, rigorosamente attenuto. [p. 404 modifica]

I

LA CALANDRIA

Di questa fortunatissima commedia si fecero, nel corso del secolo xvi, una ventina di edizioni. Poi, dopo la lunga dimenticanza del Seicento (durante il quale sembra che non se ne sia avuta nessuna nuova impressione), essa fu piú volte ristampata nei secoli xvm e xix: a Firenze nel 1720; a Napoli verso il 1730; a Livorno nel 1786; a Milano nel 1808; pure a Milano, per cura di Eugenio Camerini (Carlo Tèoli), nel 1863; a Roma nel 1887; e di nuovo a Firenze, nel 1888, insieme ad altre commedie raccolte dal Piccini (Jarro) nel primo volume del suo Teatro italiano antico3. Io riproduco il testo della prima stampa, rarissima, che apparve a Siena nel 1521, un anno dopo la morte dell’autore. Essa reca sul frontespizio il seguente titolo nel quale è pur compreso l’elenco dei personaggi: Commedia elegantissima | in prosa nuovamente composta per Messer Bernardo da Bibiena. | Intitulata Calandrici,. Interlocutori. Prologo: Argumento: Fessenio servo: Polynico preceptore: Lydio adulescentulo: Calandro: Samya serva: Ruffo negro- |  mante: Santylla: Fannio servo: Fulvia moglie di Calandro: Meretrice: Facchino: Sbirri di doghana [in fine, nel tergo dell’ultima carta: Finita la Commedia di Calandro. Stam- | pala in la Magnifica Cipta di Siena: per Michelangelo di Bart.° Fiorentino ad instantia di Maestro Giovanni di Alix andrò Libraro. A di xxix. d’Aprile. Nelli Anni del Signore. 1321]. Precede alla commedia una breve lettera dedicatoria in latino, che qui non occorre riferire, del «bibliopola» Giovanni d’Alessandro al signor «Bandino Bandineo senensi decano quam meritissimo patrono unico» in data «Senis ex officina nostra, xiiii. cai. martias. M.D.xxi». [p. 405 modifica]

Che il titolo della commedia sia propriamente Calandria, e non Calandra, come recano, non si sa perché, quasi tutte le stampe, è cosa indubitabile. Giá notò il Ginguené doversi preferire la prima alla seconda forma per la ragione che in essa commedia si contengono «les aventures et les hauts faits de Calandro»4 . E, ai nostri tempi, piú precisamente e piú chiaramente osservò il Gaspary che il titolo della prima stampa «è il titolo esatto (la commedia di Calandro), foggiato come Asinaria, Cistellaria, Cassarla, Cof anuria, Vaccaria, Aridosia»5. Ciò non ostante, la duplicitá dei titoli offerta dalle edizioni (nelle quali, anzi, ripeto, prevale di gran lunga la forma errata) si ripercosse, com’è naturale, anche nelle scritture dei critici e degli storici: perpetuandosi cosí una deplorevole confusione che è sperabile non abbia piú ad aver luogo dopo la presente ristampa. La quale, dunque, si fonda, come ho giá detto, su quella senese del 1521; ma non su di essa esclusivamente. A correggerne o compierne, infatti, alcuni errori e scorrezioni e omissioni mi ha giovato quest’altra edizione, di poco posteriore alla prima, che afferma, nientemeno, di derivare direttamente dall’autografo del cardinal da Bibbiena: La Calandra | Comedia nobilissima et ridicu- | losa, tratta dallo originale | del proprio autore. | MDXXVI [e innanzi a Prologo: Comedia nobilissima et ri- | diculosa intitolata Ca- | composta per | il Reverendiss. Car- | dinale di Santa | Maria importi- | co da Bibiena; e in fine: Stampata in Vinegia per Znanantonio et fratel- | i da Sabio. Ad instantia di Messer Nicolo et | Dominico fratelli del Iesu. M.D.XXVI6. E, talvolta, ho pur tenuto presente l’altra edizione curatane dal Ruscelli: Delle Comedie | elette | novamente raccolte in- | sieme, con le correttioni, & 3 annotationi di | irolamo Ruscelli, Libro primo. | Nel quale si contengono l’infrascritte Comedie. | La Calandra del Cardinal Bibiena. | La Mandragola del Machiavello, | Il Sacrificio, & gli Ingannati degl’intronati. | L’Alessandro, & l’Amor costante del [p. 406 modifica]Piccolomini. In Vene Ha. MDLIIII in fine: In Venetia per Plinio | Pie trasanta, MDLIIII’7.

Mi resta, per ultimo, da avvertire che il prologo pubblicato in tutte le stampe come del Bibbiena è invece quello che fu composto da Baldassarre Castiglione per la prima rappresentazione urbinate del 1513: essendo il vero prologo dell’autore della Calandria pervenuto troppo tardi ad Urbino ed essendo anche troppo lungo perché l’attore che doveva recitarlo si confidasse di mandarlo a memoria. Ciò fu dimostrato, con quasi assoluta certezza, da Isidoro Del Lungo; il quale fece conoscere per la prima volta, pubblicandolo da uno scartafaccio autografo e convenientemente illustrandolo, questo vero e ignoto e delizioso prologo del faceto scrittore casentinese8. Io li pubblico entrambi: rispettando cosí la tradizione secolare e ristabilendo, al tempo stesso, la veritá.

II

IL PEDANTE

Due edizioni ne registra il Mazzuchelli, entrambe fatte in Roma dai fratelli Dorico nel 1529 e nel 15389; e la diligenza del Mazzuchelli era, di solito, cosí grande che difficilmente si può negar fede alla sua testimonianza10. Ma quella del 1529 né trovò il Salza, che alla commedia del Belo dedicò uno studio speciale11, né sono riuscito a trovare io medesimo. Riproduco, dunque, la stampa del 1538 che ha questo titolo: El Pedan- | te Comedia de Fran- cesco Belo romano in fine: Stampata in Roma per Valerio Dorico & Loygi fratelli Bresciani in Campo di Fiore nel’Anno del nostro Signore. M.D.XXXVIir. Delle [p. 407 modifica]ovvie correzioni di errori tipografici non rendo conto, come non ne rendo conto per le altre commedie. Ma si noto alcuni pochi emendamenti congetturali che potrebbero anche non esser giusti e che, per ciò, devono essere sottoposti al giudizio dei lettori insieme con la lezione originale. A. il, se. 3: «voglio andar... a trovar l’oste... e fare che me dia un quinto de vino e un pezzo de trippa» (ediz.: «... un quello de vino...»). — A. iv, se. 1: «no ghe ho invidia a persona del mondo per saver fare una romanesca, una pavana» (ediz.: «... una romansecha una pauana»; e «romansecha» potrebbe anche stare per «romanza»). — A. v, se. 6: «Ho deliberato... andare sin qui a questo caupone e concernere con ocello de linceo se ivi stanziassino» (ediz.: «... se uui stantissino»). — Non ho saputo, invece, emendare queste parole di Malfatto nell’a. 11, se. 5: «Che veramente, l’ediz. ha, come altrove, «Ch’» nascio si no pelle di te quello mastro». Il «Che nascio» parrebbe richiamarci a un interrogativo «Che ne so?»; e il «di te» potrebbe essere un «dite» («dite, quello mastro»): ma le parole mediane «si no pelle» non vedo proprio come possan correggersi. Per ciò riporto tutta intera la frase cosí come si trova nell’edizione. — E anche riproduco tali quali, persino nella punteggiatura, i tre distici latini cantati da Luzio nell’a. v, se. 7. Non danno noia, in essi, gli strafalcioni perché tali strafalcioni potrebbero essere stati voluti a bella posta dall’autore per canzonare la ridicola buaggine del pedante. Nessuna difficoltá ad ammettere che il «parcere» abbia qui funzione d’imperativo; e che il «vede» sia usato invece di «redi»; e, persino, che le due parole «mi sequerere» possano fondersi in un’unica parola «misequerere», grottesca deformazione di «misererei. Ma il male è che, anche ammettendo ciò, non si riesce a cavar dal primo e dal terzo distico nessun chiaro significato. Vedano, dunque, i lettori di esercitare il loro acume critico e di risolvere per se medesimi quelle difficoltá che a me sono rimaste insolubili.

III

I TRE TIRANNI

Ecco il titolo della sola stampa che di questa commedia sia stata fatta dal Cinquecento ad oggi: Comedia di Agostino Ricchi

| da Lucca, intitolata i Tre Tiranni, Recitata in Bologna a N. Signore, et a Cesare, Il giorno de la Commemoratione de [p. 408 modifica]la | Corona di sua Maestá. Con Privilegio Apostolico, et Venitiano | M.D. XXXIII in fine: Stampata in Vinegia per Bernardino | de Vitali, A di xiiij di Settembre del MDXXXIII Precedono la commedia una lettera dedicatoria dell’autore stesso a Ippolito de’ Medici, che io qui riproduco, e un avvertimento «ai lettori» di Alessandro Vellutello, che ometto, come troppo lungo e di troppo scarso interesse. Delle correzioni da me introdotte basterá indicar le seguenti. A. i, se. 5: «ch’io caschi morta» (ediz. : «ch’io corri morta»). — A. 11, se. 1: «Non dubitar, figliuola» (ediz.: «Non dubitar loia»). — A. 11, se. 6: «men... men... mentir per la gola» (ediz.: «... morir per la gola». — A. in, se. 1. Dei molti epiteti greci, coi quali Listagiro designa il diavolo da lui invocato, cambio «dgniptos» in «dniptos» (ávtnxog), «Cantiglios » in «cantilios» (xav&VjXios) e «criau» in «criós» (xpióg); lascio immutati un «cladéutir» e un «inófliz» e un «orchózo» che non mi riescono chiari; e parimente conservo un «chielévo» nel quale non so se siano da riconoscere le due parole «chiè levo» (xaí Xeóco) o l’unica parola «chelévo» (xsXsóco). Quanto agli accenti, che nell’edizione sono a volta a volta bene o mal collocati o anche del tutto omessi, li pongo sempre su quelle sillabe ove devono effettivamente trovarsi secondo l’accentuazione greca. In fine, poiché l’invocazione di Listagiro è diretta al demone Maladies, mi è parso necessario, lá dove la stampa legge «per la gran virtú | di questi nomi suoi», cambiare «suoi» in «tuo». — A. v, se. 4: «de alti léj’os» (ediz.: «de alti llesos»); «si de un tan grande ultrage yo saco venganza» (ediz.: «... ae sacho venga?i»); «me ya mas contento saque» (ediz.: «me yu... sache»). Scrivo «saco» e «saque» invece di «sacho» e «sache» perché piú chiaro apparisca che si hanno qui due forme del verbo «sacar» e perché si eviti l’equivoco col suono palatale «ch» quale è nel «mucho» e nel «noche» di questa medesima scena. Compio il «vengan» nel modo che mi sembra piú naturale, quantunque non sia da escludere la possibilitá che si abbia qui l’infinito sostantivato «vengar». Quanto alP«ae», che non dá alcun senso ed è certamente un errore, lo muto in «yo». — A. v, se. 5: «un si felice stato | ch’io quasi par che a me istesso noi creda» (ediz.: «... mil creda»). [p. 409 modifica]

IV

GL’INGANNATI

Questa commedia ebbe nel Cinquecento, precisamente come la Calandrici, una ventina di edizioni; due altre ne ebbe sul principio del Seicento; poi non fu piú mai ristampata12, Eppure, anche nel rispetto artistico, essa può sicuramente annoverarsi fra le migliori del sec. xvi; e godè, ad ogni modo, di una cosí grande fortuna da esser conosciuta e imitata, non pure in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Inghilterra. Io pongo a fondamento della presente edizione la prima stampa veneziana del 1537: Comedia del Sacri/i- ciò de gli Intronati da Siena MDXXXVII. In Vinegia per Curtio Navo et fratelli e al termine dell’ultimo atto: II fine della Comedia de gli Inganna- ti In Vinegia Per Curtio Navo, & Fratelli. MDXXXVIII Precede un’avvertenza di «Curzio alli lettori» che incomincia cosi: «Eccovi finalmente, o lettori, la tanto aspettata e desiderata comedia de gli Intronati, che io vi porgo: degna, per la invenzione, per la puritá della lingua e per l’arte con che è tessuta, d’esser da voi apprezzata e avuta cara forte tanto quanto altra che fino a questo di ne abbiate veduta». Segue all’avvertenza il testo poetico della festa cosí detta del «Sacrificio » (donde l’erroneo titolo stampato sul frontespizio e perpetuatosi, fino ad alcuni anni addietro, nei libri di bibliografia e di storia) che gli accademici Intronati di Siena celebrarono nel carnevale del 1531; viene poi la commedia, che fu rappresentata, come apparisce dal prologo, qualche giorno dopo la festa suddetta e che sola qui si ristampa; e, in ultimo, chiude il volumetto la Canzon nella morte d’una civetta «Gentil augello che dal mondo errante»13. [p. 410 modifica]Oltre a questa edizione, mi valgo, specialmente per le parti spagnuole, di quella compresa nella giá citata raccolta ruscelliana delle Comedie elette ove essa reca il seguente titolo: Il Sacrificio | de gí’Introitati, celebrato ne i giuochi d’un carnevale in Siena. Et | GV Ingannati, comedia dei medesimi. In Venetia per Plinio Pietrasanta, MDLIIII. — La stampa del 1537 ha quasi sempre «dinanci», «innanci» ecc.; ma anche, talvolta: «da hora innanzi» (a. 1, se. 3); «entrami innanzi» (ivi); «anzi l’ho in odio» (a. 11, se. 7); «vòimiti levar dinanzi?» (a. iv, se. 1); «non vi ci fui mai dinanzi» (ivi). Io adotto, in tutti i casi, questa seconda forma. — A. 1, se. 5: «È ben vero che pregano Dio e’l diavolo» (ediz.: «È ben che pregano...» — NelPa. iv, se. 6, verso la fine, Pasquella minaccia lo spagnuolo di bagnarlo se non si decide ad andarsene; e Giglio, secondo l’edizione del 1537, risponde: «Testate l’agua, el fuogo porrò io a está puerta» precisamente cosí anche l’ediz. di Venezia, Giolito, 1560 e quella del 1538 che, all’in fuori dell’anno, è priva di ogni altra nota tipografica. L’edizione, invece, del 1554 curata dal Ruscelli legge: «Heccia de l’agua, el fuego ponerò yo a está puerta». Ma né il «testate l’agua» ’né il «heccia de l’agua» danno senso alcuno. Si avrá qui, come io penso, una forma del verbo «echar». Per ciò, sopprimo il «h» di «heccia»; e, riunendo il «de» aV«eccia», scrivo: «ecciade (italianizzamento di «echad») l’agua» = «gettate l’acqua». Per il rimanente, seguo, com’è naturale, l’edizione del 1537. — Al termine della commedia aggiungo l’indicazione «Scena Vili» sopra le parole «Stragualcia a li spettatori».




  1. Annotazioni di M. Alessandro PiccoLomini, nel Libro della Poetica d’Aristotele; con la traduttione del medesimo Libro, iti Lingua Volgare. Con privilegio. In Vinegia, presso Giovanni Guarisco, e Compagni in fine l’anno: m.d.lxxv, p. 29.
  2. Le novelle a cura di G. Brognoligo, i (Bari, Laterza, 1910), 242 (nov. 1, .16)
  3. Si vedano: Allacci, Drammaturgia accresciuta e continuata fino all’anno mdccl, Venezia, Pasquali, 1755, col. 155; Panzer, Annales tipografici, Norimberga, 1793-1803, x, 155; Brunet, Manuel du libraire, Parigi, 1860-65, li, 773-4 e Supplementi 1, 409; Graesse, Trèsor de livres rares et prècieux, Dresda, 1859-67, n, 412 (e anche 236); Salvjoli, Bibliografia universale del teatro drammatico italiano, 1 (Venezia, 1903), 599.
  4. Histoire littèraire d’Italie, vi (Milano, Giusti, 1821), 166.
  5. Storia della letteratura italiana, Torino, Loescher, 1891, li 2, 300.
  6. Che derivi dall’originale non credo, poiché giá nel titolo se ne allontana sicuramente. Ad ogni modo, per ciò che riguarda la commedia, questa edizione dovè esser condotta su una buona e corretta copia. Del prologo, invece (che è, come dico nel testo, non del Bibbiena, ma del Castiglione), l’editore ebbe certo fra mano una trascrizione infelicissima che altera e guasta stranamente la genuina forma castilionesca.
  7. La Calandria non ha un suo proprio frontespizio e tien subito dietro a quello generale della raccolta. Lo hanno, invece, le altre commedie che sono comprese nella raccolta medesima.
  8. Florentia, uomini e cose del Quattrocento, Firenze, Barbèra, 1897, p. 364 sgg. Il testo del prologo, che qui si riproduce con alcune lievi modificazioni di ortografia e di punteggiatura, è a pp. 374-8.
  9. Gli scrittori d’Italia, n 2, 714.
  10. La quale è indirettamente confermata da un errore dell’Allacci, Drammaturgia; che, alla col. 615, registra una sola edizione di Roma, Dorico, 1629: dove il 1629 sta, certo, per il 1529.
  11. Una commedia pedantesca del Cinquecento in Miscellanea di studi critici edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, Istit. ital. d’arti graf., 1903, p. 431 sgg.
  12. Vedi Allacci, Drammaturgia, col. 448; Brunet, Manuel, m, 454; Graesse, Trèsor, II, 236 e HI, 427. Dico «una ventina di edizioni» senza determinarne il numero preciso perché non sempre le indicazioni dei bibliografi sono esatte; e l’inesattezza deriva, non di rado, da una doppia data che le antiche stampe recano: com’è appunto il caso di quella da me riprodotta che ha, in principio, il 1537 e, in fine, il 1538.
  13. Dell’esistenza della stampa veneziana del Navo dubitò a torto C. Lozzi, Edizione del 1538 sconosciuta o non bene descritta d’una festa e comedia «degV ’Intronati » sanesi in La bibliofilia, a. vii, disp. 1-2, pp. 33 sgg.; e a torto, per conseguenza, suppose che possa considerarsi come prima edizione quella, da lui descritta, del 1538 senza luogo di stampa né nome di stampatore.