Cuore infermo/Parte Seconda/III

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Parte Seconda - III.

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III.


Un giorno di febbraio, mentre Beatrice si faceva vestire per andare al Bosco, Fanny Aldemoresco entrò improvvisamente nella camera senza farsi annunziare, senza bussare, come una folata impetuosa di vento. Saltò al collo di Beatrice e la baciò sulle due guancie, prima che costei potesse dirle una parola di benvenuto.

— Sono giunta appena ieri, cara Beatrice. Ho mantenuto la promessa. Ma ce n’è voluto sai! Sandro non si sbrigava più!

E si buttò sopra una poltrona, senza badare allo scricchiolìo del suo abito stretto come un fodero, un abito che, come tutti gli altri, si sgualciva subito su quel corpo ribelle ed irregolare di zingarella.

— Ti aspettavo — disse Beatrice, sorridendole sopra la spalla della cameriera, che finiva di abbottonarle il corpo del vestito. — Hai tardato un poco. Qui abbiamo avuto cinque grandi balli.

— Peccato! Figurati che mi rodevo, leggendo i giornali francesi, coi resoconti delle vostre feste. Ero di un [p. 68 modifica]nervoso, di un nervoso! Capisci, Sandro ha dovuto andare prima nei nostri feudi; che cosa inutile i feudi! Infine, eccomi qua. J’y suis et j’y reste, cherie.

— Hai almeno fatto buon viaggio?

— Delizioso, bella mia. Un freddo da lupi, il che è bellissimo quando si hanno delle pelliccie. Quando Sandro scendeva dal vagone, tornava su col naso rosso: ci siamo divertiti un mondo su questo. Poi una infinità di accidenti, noie, guai, seccature, proprio un viaggio delizioso. E poi, tu devi saperlo — aggiunse Fanny, con la languidezza dei suoi occhi voluttuosi — ci si ama tanto più in viaggio.

— E perchè? — chiese Beatrice, licenziando mutamente la cameriera che le aveva deposto sopra un tavolo il cappello ed i guanti, e venendosi a sedere presso la Fanny.

— Bah! se non lo intendi da te sola, io non te lo spiego.

— E che mi dici di Napoli?

— Oh Dio! ho una valigiona di cose da dirti, una valigiona disordinata e sossopra come tutte le mie valigie. Saluti, auguri, ricordi, ambasciate, storielle ed altro ed altro ancora. Ne avremo sino a domani. Se non mi domandi qualche cosa tu, non mi ci raccapezzo.

— Mio padre sta bene?

— Benissimo; l’ho visto mercoledì sera. Mi disse di averti scritto il giorno prima e che quindi si contentava di mandarti a salutare e che ti divertissi bene, questo era il suo desiderio. Anch’egli, del resto, si diverte. Sandro lo vede spesso al circolo del Whist, a San Carlo, un po’ dappertutto. È sempre bello tuo padre, Beatrice.

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— Tu dove l’hai visto?

— Dalla Monsardo: ci va sempre... — E si morsecchiò le labbra, pentendosi subito della imprudenza commessa.

— Ah! — fece Beatrice semplicemente, senza rilevare l’osservazione.

— Non mi chiedi di Amalia Cantelmo? — domandò tosto Fanny, per cambiare il discorso.

— Infatti: dimmene qualche cosa.

— Mi è venuta a trovare prima che partissi. Ti abbraccia cento volte. La cara bambina è ora in una delle sue pose malinconiche; fa delle grandi toilettes di velluto nero con pizzi bianchi, si regge la testa con una mano, pare che si annoi molto e di tutto. Gli amici sperano che questo periodo passi presto. In casa sua sono sempre alle stesse: si amano, a quanto pare, ed intanto Roberto Giordano fa una corte strettissima ad Amalia e Giulio Cantelmo va dietro ad una certa Titina...

— Le solite storie — mormorò Beatrice.

— Le solite: Napoli non è molto divertente. Non succede quasi mai un grosso e bello scandalo che ci occupi per un mese. Infine, Parigi est la ville des villes. M’immagino che cosa han dovuto essere questi tre mesi per te, carina. Sposi, innamorati ed a Parigi! Raccontami, raccontami, Beatrice.

— Ora. Si è ballato da voi?

— Sì, un poco. L’ultimo dell’anno in casa dei Della Mercede. Sai che rigore di etichetta c’è da mia zia. Io mi c’infastidisco. Vedi, trovò perfino da ridire sulla corazza del mio abito! Capirai, la corazza era abbastanza semplificata...

— Qui se ne vedono delle semplicissime — disse sorridendo Beatrice.

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— Naturalmente, ma la duchessa è beghina. È tanto rigorosa che non ha neppure invitato Lalla.

— Chi è Lalla?

— Lalla d’Aragona. Come, non la conosci? Possibile?

— Possibilissimo. È napolltana?

— No. Non ti ricordi di Luigino d’Aragona, quel biondino magro che era amico di Alessandro e che sposò a Nizza una signorina romana, della borghesia?

— Sì, sì; ora me ne ricordo: che morì dopo due anni di matrimonio, mi sembra.

— Lalla è la sua vedova. Povero Gigino! Era tanto innamorato di lei, che non ritornò più a Napoli. Pare che si amassero troppo quei due, ed uno ne è morto.

— Strana questa qui, di morirsene per troppo amore. Ma perchè la Della Mercede non riceve Lalla d’Aragona?

— Te l’ho detto, la zia è rigida, stecchita nell’anima come nel suo busto. Lalla, prima del matrimonio, non era nobile; poi questo suo matrimonio e la morte di Gigino sono stati sempre avvolti in una penombra misteriosa....

— Ahi! ecco il romanzo che fa capolino: tu sei incorreggibile come Amalia Cantelmo.

— No, no, è cosa certa. Pare che Lalla abbia un singolare carattere, un cuore bizzarramente appassionato, abitudini stranissime. Ella adorava Gigino, è certo; lo faceva vivere in un ambiente artificiale di amore, di gelosia, di scene violente, di profumi forti. Troppo fuoco nei suoi occhi, troppi fiori nella sua camera. Gigino, delicato come una donna, è morto di sfinimento, di languore. Ora anch’ella è ammalata, tisica, dicono. Paolo Collemagno ne va matto. Ahimè! Napoli diventa una città pericolosa pei mariti...

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— Tu credi?

— Tanto ci credo, bella mia, che ho portato via Alessandro. Non si sa mai! Noi altre mogli siamo senz’armi contro certe seduzioni...

— Ma questa D’Aragona si diletta d’innamorare uomini? Sandro ci va?

— No; pare che ella non sia civetta e che non prenda gusto ad essere corteggiata. Con tutto questo, Sandro non ci va: comprende che me ne dorrebbe. Sappiti così serbare Marcello tuo.

— Oh! questo è altro — rispose Beatrice, corrugando lievemente le sopracciglia.

— Lo sappiamo, lo sappiamo, carina. Siete una coppia stupenda per bellezza, per nobiltà, per ricchezza, ma sovratutto per amore. A Napoli non si dice altro. Molte fanciulle e molte spose t’invidiano.

— Me ne duole per esse.

— Sì, cara: perchè al postutto, malgrado i nostri fumi aristocratici, la boria, il lusso, la vita sfrenata, anche noi altre siamo costrette a confessare, come la più piccola borghese, che nella vita c’è una cosa sola....

— Ed è?

— L’amore, cara. Il vero, il buono.

— Infatti — rispose Beatrice, raggiustando una piega dell’abito.

— Ed ora che te ne ho dette parecchie di Napoli — riprese Fanny, che non poteva stare un minuto in silenzio — tocca a te a parlare.

— Di che cosa?

— Come, di che cosa? Ma di te, ma di Marcello, della tua luna di miele, della tua felicità, dei tuoi divertimenti! Sono qui tutta orecchi, cara, e tra noi altre — mi metto anch’io fra le sposine — ci si può dire tutto: so di che si tratta.

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— Ma che vuoi ch’io ti dica?

— Tutto.

— Tutto?

— Già; forsechè non ti adora Marcello?

— Sì, sì, mi adora — rispose Beatrice con voce placida.

— E tu non adori lui?

— Io adoro lui.

— Il vostro viaggio non è stato meraviglioso?

— Meraviglioso — ripeteva l’altra come un’eco fedele.

— E questa permanenza a Parigi non vi è graditissima? Non andate voi, innamorati e felici, ai teatri, alle feste, ai balli? Non ritornate alla solitudine quieta e raccolta della vostra casa, più innamorati e più felici ancora?

— Tal quale.

— Ebbene, era questo che mi dovevi narrare. Mi usi poca confidenza, nevvero?

— No, te lo assicuro.

— La mia testa è un po’ originale, sono troppo espansiva forse; ma il mio cuore è buono. Godo della felicità altrui: godo specialmente della tua.

— Ed io te ne ringrazio. Ed il tuo Sandro?

— Ci siamo divisi in anticamera; abbiamo saputo che vi vestivate pel Bosco, egli è entrato da Marcello ed io sono venuta da te. Ci aspettano forse, ma sanno che dobbiamo chiacchierare a lungo.

— Andiamo insieme al Bosco?

— Perchè no? Ma, anzitutto, sono io decente? — esclamò Fanny, andandosi a porre davanti alla psiche. — Via, via, non c’è maluccio. Qui, al solito un merletto scucito: ho sempre qualche cosa di scucito, io! Questa basquina potrebbe starmi attillata meglio. Worth ti disegna benissimo, Beatrice.

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— Sì, non me ne lagno.

— Beatrice? — disse Fanny, annodandosi le sciarpe del cappello, mentre l’altra faceva lo stesso davanti all’altro specchio.

— Fanny?

— Non si dice nulla ancora?

La risposta si fece attendere un momentino; pure Beatrice doveva avere compreso.

— Null’ancora — disse poi, con tono distratto.

Fanny si voltò, la guardò un poco. Beatrice appuntava la veletta sotto il cappello. Si vedeva bene che l’interrogazione o non le era piaciuta, o le era tornata molto indifferente. In ogni caso, Fanny si pentì di essere andata troppo oltre. Eppure, ad un’amica, ad una sposa, da un’altra sposa, nel segreto della sua camera, nella confidenza dell’affetto, si può fare la cara domanda che rappresenta tutto l’avvenire dell’amore.


— Qui vi divertite moltissimo, nevvero, Marcello? — chiese Alessandro Aldemoresco.

— Moltissimo — rispose Marcello, dandogli un sigaro. — Possiamo fumare in questo salottino, mentre le signore chiacchierano.

— Avranno un mondo di cose da dirsi. Fanny in viaggio non faceva altro che passare a rassegna il catalogo delle notizie che portava alla tua signora, perdendone sempre il filo. M’immagino che la tua signora ne avrà anch’essa una grande quantità.

— ....La mia signora è un po’ pigra — rispose Marcello, con un lieve sorriso — ascolta molto più volentieri che non narri.

— Sarà molto bene; ma trovandosi con un’amica, che viene dal suo paese, della sua età, nelle medesime [p. 74 modifica]condizioni, la conversazione sarà vivissima. Vorrei poter udire dalla serratura. Scommetti, Marcello, che parlano di noi due?

— Ti pare?

— Ne son certo. Di chi vuoi che parlino due sposine? Già per Fanny ci hanno fatto su la statistica — soggiunse Aldemoresco con una fatuità d’innamorato: — dopo ogni quattro parole vien sempre il nome di Alessandro.

— E tu?

— Capisci bene, io son uomo e so trattenere la lingua. Già dicono che Fanny fa di me quello che vuole; ed io penso a serbare le apparenze.

— Ma è vero quello che dicono?

— Vero, così così. Il segreto, caro Sangiorgio, è di volere ambedue la stessa cosa.

— Hai ragione — rispose Marcello, morsecchiando la punta del suo sigaro.

Tacquero. Aldemoresco non trovava un appicco per ricominciare la frivola conversazione, che era l’eco di quella tenuta in camera di Beatrice.

— Vi tratterrete molto ancora qui? — chiese infine.

— Tutto il febbraio.

— Tu preferisci Napoli, mi sembra.

— Forse, sì — rispose Marcello a voce bassa.

— E perchè?

— Non lo so. Comprendi tu, Sandro, perchè questa Parigi che mi è sempre piaciuta, oggi m’irrita?

— Sarai mal disposto forse.

— Dev’essere così. Non vi è maggior chiasso, maggior festa clamorosa, maggiore stordimento dei sensi delle altre volte che ci sono venuto. La città non ne ha colpa.

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— La duchessa che ne dice?

— La duchessa? Nulla. Le riesce indifferente.

— È curiosa. Per lo più le signore amano molto Parigi. Dicono che Argentina Toraldo abbia sposato Massimo Spinosa, solo per venirci.

— Bel matrimonio!

— Bah! caro amico, i matrimoni di convenienza seguono le stesse probabilità dei matrimoni di amore. Sono felici e infelici come gli altri. In ultimo ci si consola di ambedue.

— Che ne fai tu delle tue teorie?

— Io? Niente. Rimangono teorie. La pratica è un altro affare.

— Tanto meglio.

E dopo una pausa, quasi esprimesse una aspirazione molto lontana, ma molto viva, Marcello riprese:

— Sì, è vero, tornerei molto volentieri a Napoli.

Aldemoresco lo guardò un poco e scosse il capo. Ora si accorgeva che Marcello Sangiorgio era cangiato in volto. Dal giorno del matrimonio aveva serbato un sorriso vagante, distratto, che gli piegava in una ruga sottile l’angolo delle labbra; l’incertezza dello sguardo, ora vivido di luce, ora vitreo, era cresciuta. Parlava brevemente, a scatti.

— Marcello ha qualche cosa — pensò Alessandro, che sicuramente non era un profondo osservatore. Ma col buonsenso che suppliva in lui alla mancanza della finezza, aggiunse a se stesso:

— Ha qualche cosa, ma non me lo dirà. Meglio distrarlo.

— Infatti — disse ad alta voce, come se non avesse dato gran peso alle parole di Marcello — laggiù non si sta male.

— Vedi, non me ne spiego il perchè, ma penso che ci starei meglio di qui.

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— Sarà presentimento — soggiunse, ridendo, Alessandro: — si annunzia una bella stagione di primavera. Le corse saranno splendide; ci saranno quattro o cinque balli ancora. Giungono forestieri da ogni parte. Russi, inglesi, americani, olandesi; bellezzine nordiche che vengono a dighiacciarsi tra noi. Intanto, ci occupiamo di Lalla d’Aragona.

— Ah!

— Una donnina seducente, caro Sangiorgio. Se vogliamo, è brutta. Ha un par d’occhi troppo neri, che si compiace d’ingrandire, tirando una linea col lapis nero sotto le palpebre: una vera follia. Una bocca dalle labbra così sottili e vivide, che sembra una cicatrice sanguinante. Ti dico, seducentissima.

— Non è la vedova di Gigino d’Aragona? — chiese Marcello, cercando distrarsi.

— Appunto.

— Una storia interessante.

— Molto. Ma Lalla è più interessante della storia.

— ....E dicevi che se ne occupano laggiù?

— Sai, la curiosità. Poi è ammalata. Si arriva persino a stabilire il tempo che può vivere ancora. Tu la conoscerai; me ne saprai dire qualche cosa.

Marcello si strinse un poco nelle spalle. Tutto questo gli era indifferente, assorbito nel suo pensiero dominante. Sandro cominciava ad annoiarsi ed a desiderare che venisse Fanny per andar via. Marcello se ne avvide.

— Voi rimarrete molto tempo a Parigi, Alessandro?

— Poco. Fanny vuol andare in Olanda a prendere un’aria di Van-Dyck; vuol vedere se Amsterdam è veramente la contraffazione di Venezia.

— Sicuro — esclamò Fanny, entrando seguìta da Beatrice — la contraffazione di Venezia. Buon giorno, caro Sangiorgio. Ci si ritrova una volta ogni tanto, noi [p. 77 modifica]altri della vecchia Napoli! Volete domandarmi come sto: è inutile. Grazie, benissimo. Sono giunta appositamente per disturbarvi; oggi, al Bosco insieme, all’Opéra insieme. Non ho portato brillanti, ma non importa. Ho una collana di lucertoline verdi, che s’inseguono sopra un filuccio d’oro: collana originale. Vi prevengo che sarò noiosa, che porterò sempre via Beatrice, che mi maledirete cento volte al giorno.

— Beatrice vi attendeva — rispose semplicemente, inchinandosi, Marcello: — abbiamo spesso parlato di voi.

In un angolo la duchessa Revertera discorreva sottovoce con Alessandro Aldemoresco, sorridendo finemente. Era incantevole sotto il suo cappellino di castoro color polvere, dai nastri di raso più oscuro.

— Che cosa complottate laggiù, signori? — esclamò Fanny. — Alessandro, debbo essere io a rapire Beatrice e non tu!

— Non sono io il tuo procuratore, mia cara?

— Lo sentite, Sangiorgio, che maritino spiritoso?

Marcello non fece che sorridere.

— Ma che si fa? — domandò Fanny — dobbiamo permettere che quei due continuino il loro colloquio? Non usciamo noi?

Marcello Sangiorgio le offrì il braccio con quella serietà cortese che lo faceva rassomigliare tanto ad un inglese. Innanzi si erano già avviati Beatrice e Alessandro.

Nelle scale Fanny sostò un momento e con grave disse:

— Marcello, ecco una delle poche volte che ho il piacere di appoggiarmi al braccio di uno sposo felice.

— Contessa, voi eccettuate le volte in cui vi appoggiate al braccio di Alessandro.

[p. 78 modifica]Fanny s’immergeva profondamente nella contemplazione della sua tazza di thè, seduta di fronte a suo marito, presso un piccolo tavolino. Gli Aldemoresco erano stati al Bosco, a pranzo in casa Revertera, poi all’Opéra, dove avevano intesa la Favorita con la signora Richard e visto il ballo Yedda con la Sangalli. Avevano riso, scherzato, chiacchierato, ritrovato delle conoscenze dappertutto; si erano spassati con la facilità bonaria dei napolitani. Fanny era stata espressiva, Alessandro aveva spifferato ogni tanto le sue teorie che badava a non porre in pratica. Eran ritornati a casa molto stanchi e molto contenti della loro giornata. Ora la contessa fantasticava sul fumo del thè — ed il conte fantasticava su che cosa fantasticasse la sua signora moglie.

— .... In conclusione — disse Fanny, quasi completasse un lungo ragionamento tenuto in se stessa — quella coppia non mi piace, Sandro.

— Quella coppia non mi piace, Fanny — rispose Sandro, trovandosi evidentemente, e come al solito, di accordo con sua moglie.