Decameron/Giornata sesta/Conclusione

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../Novella decima ../../Giornata settima IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Novelle

Giornata sesta - Novella decima Giornata settima

[p. 32 modifica]Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di fra Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle reliquie cosí da lui vedute come recate; la quale la reina sentendo esser finita, [p. 33 modifica]e similmente la sua signoria, levata in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a Dioneo, e disse: — Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l’aver donne a reggere ed a guidare: sii adunque re, e s fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.

Dioneo, presa la corona, ridendo rispose: — Assai volte giá ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo piú cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubidiste come vero re si dèe ubidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò. — E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, ciò che a fare avesse quanto durasse la sua signoria ordinatamente gl’impose; ed appresso disse:

— Valorose donne, in diverse maniere ci s’è dell’umana industria e de’ casi vari ragionato tanto, che, se donna Licisca non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue parole m’ha trovata materia a’ futuri ragionamenti di domane, io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tèma da ragionare. Ella, come voi udiste, disse che vicina non aveva che pulcella ne fosse andata a marito, e soggiunse che ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero a’ mariti. Ma lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca, reputo che la seconda debba esser piacevole a ragionarne, e per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca data ce n’ha cagione, delle beffe le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno giá fatte a’ lor mariti, senza essersene essi avveduti o no. — Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male a lor si convenisse, e pregavanlo che mutasse la proposta giá detta; alle quali il re rispose: — Donne, io conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi, e da imporlo non mi potè istórre quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale, che, guardandosi e gli uomini e le donne d’operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la perversitá di questa stagione, li giudici hanno lasciati i tribunali, le leggi, [p. 34 modifica]cosí le divine come l’umane, tacciono, ed ampia licenza per conservar la vita è conceduta a ciascuno? Per che, se alquanto s’allarga la vostra onestá nel favellare, non per dovere con l’opere mai alcuna cosa sconcia seguire, ma per dar diletto a voi e ad altrui, non veggio con che argomento da concedere vi possa nell’avvenire riprendere alcuno. Oltre a questo, la nostra brigata, dal primo di infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia non mi pare che in atto alcuno si sia maculata né si maculerá con l’aiuto di Dio. Appresso, chi è colui che non conosca la vostra onestá? La quale, non che i ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non credo che potesse smagare. Ed a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò foste colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che, voi mi fareste un bello onore, essendo io stato obediente a tutti, ed ora, avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge porre in mano e di quello non dire che io avessi imposto. Lasciate adunque questa suspizione piú atta a’ cattivi animi che a’ nostri, e con la buona ventura pensi ciascuna di dirla bella. — Quando le donne ebbero udito questo, dissero che cosí fosse come gli piacesse; per che il re per infino ad ora di cena di fare il suo piacere diede licenza a ciascuno.

Era ancora il sole molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l’altre donne da una parte, disse: — Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che mai alcuna fosse di voi, e chiamavisi la Valle delle donne: né ancora vidi tempo da potervi quivi menare se non oggi, si è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate contentissime d’esservi state. — Le donne risposono che erano apparecchiate, e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire a’ giovani, si misero in via: né guari piú d’un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero, dentro dalla quale [p. 35 modifica]per una via assai stretta, dall’una delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto piú si potesse divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella valle era, cosí era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse: ed era di giro poco piú che un mezzo miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, ed in su la sommitá di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d’un bel castelletto. Le piagge delle quali montagnette cosí digradando giuso verso il pian discendevano, come ne’ teatri veggiamo dalla lor sommitá i gradi infino all’infimo venire successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro. Ed erano queste piagge, quante alla piaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d’ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d’altre maniere assai d’alberi fruttiferi piene senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d’altri alberi verdissimi e ritti quanto piú esser poteano. Il piano appresso, senza aver piú entrate che quella donde le donne venute v’erano, era pieno d’abeti, di cipressi, d’allori e d’alcuni pini sí ben composti e sí bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore artefice gli avesse piantati: e tra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale era tutto un prato d’erba minutissima e piena di fiori porporini e d’altri. Ed oltre a questo, quel che non meno di diletto che altro porgeva, era un fiumicello il quale, d’una delle valli che due di quelle montagnette dividea, cadeva giú per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d’alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giú al piccol pian pervenia, cosí quivi in un bel canaletto raccolto infino al mezzo del piano velocissimo discorreva, ed ivi faceva un piccol laghetto, quale talvolta per modo di vivaio fanno ne’ lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. Ed era questo laghetto non piú profondo che sia una statura d’uomo [p. 36 modifica]infino al petto lunga; e senza avere in sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser d’una minutissima ghiaia la quale tutta, chi altro non avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare: né solamente nell’acqua vi si vedeva il fondo riguardando, ma tanto pesce in qua ed in lá andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Né da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto dintorno a quel piú bello quanto piú dell’umido sentiva di quello. L’acqua la quale alla sua capacitá soprabbondava uno altro canaletto ricevea, per lo qual fuori del valloncello uscendo, alle parti piú basse se ne correva. In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e veggendosi il pelaghetto davanti e senza alcun sospetto d’esser vedute, diliberaron di volersi bagnare: e comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s’entrava, dimorasse, e guardasse se alcun venisse e loro il facesse sentire, tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altramenti li lor corpi candidi nascondeva che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né perciò alcuna turbazion d’acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua ed in lá di dietro a’ pesci, i quali male avevan dove nascondersi, ed a volerne con esso le mani pigliare. E poi che in cosí fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono e senza poter piú commendare il luogo che commendato l’avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero: ed al palagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano; alli quali Pampinea ridendo disse: — Oggi vi pure abbiam noi ingannati. — E come? — disse Dioneo — cominciate voi prima a far de’ fatti che a dir delle parole? — Disse Pampinea: — Signor nostro, sí — e distesamente gli narrò donde venivano e come era fatto il luogo e quanto di quivi distante e ciò che fatto avevano. Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai [p. 37 modifica]piacer di tutti fu fornita, li tre giovani con li lor famigliari, lasciate le donne, se n’andarono a questa valle, ed ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai piú, quella per una delle belle cose del mondo lodarono; e poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano, una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero. Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina lá facesse che fosse apparecchiato, e portatovi alcun letto se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto venir de’ lumi e vino e confetti ed alquanto riconfortatisi, comandò che ogni uomo fosse in sul ballare; ed avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re, rivoltatosi verso Elissa, le disse piacevolemente: — Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, ed io il voglio questa sera a te fare della canzone: e per ciò una fa’ che ne dichi qual piú ti piace. — A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce incominciò in cotal guisa:

     Amor, s’io posso uscir de’ tuoi artigli,
appena creder posso
che alcuno altro uncin mai piú mi pigli.
     Io entrai giovanetta en la tua guerra,
quella credendo somma e dolce pace,
e ciascuna mia arme posi in terra,
come sicuro chi si fida face;
tu, disleal tiranno aspro e rapace,
tosto mi fosti addosso
con le tue armi e co’ crudel roncigli.
     Poi, circondata delle tue catene,
a quel che nacque per la morte mia,
piena d’amare lagrime e di pene
presa mi desti, ed hammi in sua balia;
ed è sí cruda la sua signoria,
che giá mai non l’ha mosso
sospir né pianto alcun che m’assottigli.

[p. 38 modifica]

     Li prieghi miei tutti glien porta il vento:
nullo n’ascolta né ne vuole udire;
per che ognora cresce il mio tormento,
onde ’l viver m’è nòi né so morire;
deh! dolgati, signor, del mio languire;
fa’ tu quel ch’io non posso:
dálmi legato dentro a’ tuoi vincigli.
     Se questo far non vuogli, almeno sciogli
i legami annodati da speranza;
deh! io ti priego, signor, che tu vogli:
ché, se tu ’l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
ed il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.


Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole, niuno per ciò ve n’ebbe che potesse avvisare che di cosí cantare le fosse cagione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuori traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte danze: ma essendo giá molta parte di notte passata, a ciascun disse che andasse a dormire.