Decameron/Giornata terza/Conclusione

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Giornata terza - Novella decima Giornata quarta

[p. 262 modifica]Mille fiate o piú aveva la novella di Dioneo a rider mosse l'oneste donne, tali e sí fatte lor parevan le sue parole; per che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la reina che il termine della sua signoria era venuto, levatasi la laurea di capo, quella assai piacevolemente pose sopra la testa a Filostrato, e disse: — Tosto ci avvedremo se il lupo saprá meglio guidar le pecore che le pecore abbiano i lupi guidati. — Filostrato, udendo questo, disse ridendo: — Se mi fosse stato creduto, i lupi [p. 263 modifica]avrebbono alle pecore insegnato rimettere il diavolo in inferno non peggio che Rustico facesse ad Alibech; e per ciò non ne chiamate lupi, dove voi state pecore non siete: tuttavia, secondo che conceduto mi fia, io reggerò il regno commesso. — A cui Neifíle rispose: — Odi, Filostrato: voi avreste, volendo a noi insegnare, potuto apparar senno come apparò Masetto da Lamporecchio dalle monache e riaver la favella a tale ora che l’ossa senza maestro avrebbono apparato a sufolare. — Filostrato, conoscendo che falci si trovavano non meno che egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare, a darsi al governo del regno commesso cominciò: e fattosi il siniscalco chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle sentire, ed oltre a questo, secondo che avvisò che bene stesse e che dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua signoria dovea durare, discretamente ordinò; e quindi, rivolto alle donne, disse:

Amorose donne, per la mia disavventura, poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza d’alcuna di voi stato sono ad Amor suggetto, né l’essere umile né l’essere obediente né il seguirlo, in ciò che per me s’è conosciuto, alla seconda in tutti i suoi costumi m’è valuto che io prima per altro abbandonato e poi non sia sempre di male in peggio andato, e così credo che io andrò di qui alla morte: e per ciò non d’altra materia domane mi piace che si ragioni se non di quello che a’ miei fatti è piú conforme, cioè di coloro li cui amori ebbero infelice fine, per ciò che io a lungo andar l’aspetto infelicissimo, né per altro il nome per lo quale voi mi chiamate, da tale che seppe ben che si dire, mi fu imposto. — E così detto, in piè levatosi, per infino all’ora della cena licenziò ciascuno.

Era sì bello il giardino e sì dilettevole, che alcuna non vi fu che eleggesse di quello uscire per piú piacere altrove dover sentire: anzi, non faccendo il sol giá tiepido alcuna noia a seguire, i cavriuoli ed i conigli e gli altri animali che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte, per mezzo loro saltando, eran venuti a dar noia, si dierono alcune a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a cantare di messer [p. 264 modifica]Guiglielmo e della Dama del vergiú, Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi: e cosí, chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo, l’ora della cena appena aspettata sopravvenne; per che, messe le tavole dintorno alla bella fonte, quivi con grandissimo diletto cenaron la sera. Filostrato, per non uscir del cammin tenuto da quelle che reine avanti a lui erano state, come levate furon le tavole, cosí comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse una canzone; la qual disse: — Signor mio, dell’altrui canzoni io non so, né delle mie alcuna n’ho alla mente che sia assai convenevole a cosí lieta brigata; se voi di quelle che io so volete, io ne dirò volentieri. — Alla quale il re disse: — Niuna tua cosa potrebbe essere altro che bella e piacevole, e per ciò, tale quale tu l’hai, cotale la di’. — La Lauretta allora, con voce assai soave, ma con maniera alquanto pietosa, rispondendo l’altre, cominciò cosí:

     Niuna sconsolata
da dolersi ha quant’io,
ch’invan sospiro, lassa! innamorata.
     Colui che move il cielo ed ogni stella
mi fece a suo diletto
vaga, leggiadra, graziosa e bella,
per dar qua giú ad ogni alto intelletto
alcun segno di quella
biltá che sempre a lui sta nel cospetto;
ed il mortal difetto
come mal conosciuta
non mi gradisce, anzi m’ha dispregiata.
     Giá fu chi m’ebbe cara, e volentieri
giovanetta mi prese
nelle sue braccia e dentro a’ suoi pensieri,
e de’ miei occhi tututto s’accese,
e ’l tempo, che leggeri
sen vola, tutto in vagheggiarmi spese:
ed io, come cortese,
di me il feci degno;
ma or ne son, dolente a me! privata.
     Femmisi innanzi poi presuntuoso

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un giovanetto fiero,
sé nobil reputando e valoroso,
e presa tienmi e con falso pensiero
divenuto è geloso:
laond’io, lassa! quasi mi dispero,
conoscendo per vero,
per ben di molti al mondo
venuta, da uno essere occupata.
Io maladico quella mia sventura,
     quando, per mutar vesta,
sí dissi mai: sí bella nella oscura
mi vidi giá e lieta, dove in questa
io meno vita dura,
vie men che prima reputata onesta;
o dolorosa festa,
morta foss’io avanti
che io t’avessi in tal caso provata!
     O caro amante, del qual prima fui,
piú che altra contenta,
che or nel ciel se’ davanti a Colui
che ne creò, dch! pietoso diventa
di me, che per altrui
te obliar non posso; fa’ ch’io senta
che quella fiamma spenta
non sia che per me t’arse,
e costá sú m’impetra la tornata.

Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, nella quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa: ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa; altri furono di piú sublime e migliore e piú vero intelletto, del quale al presente recitar non accade. Il re, dopo questa, in su l’erba ed in sui fiori avendo fatti molti doppieri accendere, ne fece piú altre cantare infino che giá ogni stella a cader cominciò che salía; per che, ora parendogli da dormire, comandò che con la buona notte ciascuno alla sua camera si tornasse.