Del principe e delle lettere (Alfieri, 1927)/Libro terzo/Capitolo VIII

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Capitolo VIII

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Capitolo Ottavo

Come, e da chi, si possano coltivare le vere lettere nel principato.

Dalla ignoranza totale dei propri diritti e facoltá, nasce indubitabilmente la durabile servitú d’ogni popolo: ed è piú o meno grave il servaggio, secondo che maggiore o minore persiste questa ignoranza. Dunque, la conoscenza intera dei propri diritti e facoltá, cagionando nell’uomo l’effetto contrario alla ignoranza di essi, dée pur necessariamente divenire la cagione e la base di una durevole libertá.

Fra i popoli liberi, si ardisce pensare, dire e scrivere ogni cosa, purché non sia contra i savi costumi; fra i popoli servi, nessuna altra cosa si può forse impunemente offendere fuorché i savi costumi. Se le lettere altro non debbono essere che un incentivo alla veritá e alla virtú, vien dunque dimostrata dai precedenti assiomi, che elle saranno o effetto di libertá stabilita, o prossima cagione di essa, ove però non tradiscano il loro sacro dovere. Le lettere dunque potendo nelle vere repubbliche interamente essere ciò ch’elle esser debbono, pare che quegli uomini tutti, come liberi (ove abbiano pure l’ingegno a ciò richiesto) possano tutti por mano alle lettere senza avvilirle né deviarle. Ma nei principati, dove le vere lettere debbono essere e farsi cagione di libertá e di virtú, pare che elle non abbiano ad essere maneggiate se non da coloro che son meno schiavi. Ora i meno schiavi nel principato, sí per una certa indipendenza data dalle ricchezze, che per una certa meno pessima educazione che dovrebbero aver ricevuta, e cosí anche per una certa altezza di sensi che potrebbero aver bevuta col latte, e in fine per avere col viver fra l’armi mantenuto un non so che di [p. 222 modifica] fierezza e una dose di coraggio (benché pessimamente adoperato) non picciola; i meno schiavi nel principato pare che dovrebbero essere quei nobili che non sono contaminati di corte. Ma se tali non sono, se ne abbiano il danno. Io, nel parlare a loro, e nel supporli capaci di non maculare le lettere, perché bisogno non hanno di macularle, vengo ad un tempo stesso a parlare a chiunque, benché umilmente nato, si trova pure nelle stesse loro circostanze, e pensa come il dovrebbero i nobili. Posti dunque i nobili, ovvero gl’indipendenti ed agiati, tra il popolo e il principe, di cui sono stati pur troppo finora il maggior lusso e sostegno, possono costoro nei presenti tempi, pienamente conoscendo il debole ed il nulla del principe, rivelarlo e dimostrarlo al popolo; ed avendo essi imparato a conoscere e rispettare del popolo la forza ed i sacri diritti, rivelarli possono ed insegnarli ad un tempo al principe ed al popolo stesso. Ma non lo fanno costoro, perché educati per lo piú fra le corti al servire, nessuna vera luce di sane lettere introdurre si può fra i loro immensi pregiudizi ed errori, ancorché paiano essi, o parer vogliano e cólti e saputi. Che se tali pur fossero, per quanto schiavi sian nati del loro orgoglio, preferirebbero pur sempre di gran lunga di divenire, in ben costituita repubblica, ciò che era in Roma non guasta il senato e i patrizi, o ciò che dovrebbero essere in Inghilterra i pari del regno, all’essere i ciamberlani, cacciatori, capitani, ambasciatori, siniscalchi, maggiordomi o che altro so io, di un assoluto loro padrone. Nulladimeno i nobili, o agiati indipendenti nel principato, tali ch’ei siano, hanno puranche piú assai luce che il popolo perché hanno l’ozio ed i mezzi per leggere, parlare, viaggiare, vedere, e quindi anche un pocolino pensare.

Io dunque vorrei che quella picciolissima sana parte di essi, a cui fra le universali tenebre traluce un qualche barlume di veritá, abbandonasse da prima ogni carica; perché tutte sono infami quelle che un solo può togliere e dare. E massimamente vorrei che abbandonasse il mestiere dell’armi; il quale, quanto è onorevole ed alto dove patria vi ha e si difende, altrettanto è vergognoso e risibile dove per uno, cioè contro a se stessi ed [p. 223 modifica] ai suoi, si viene a combattere. Cosí purificati costoro dal loro doppio originale peccato dell’esser nati e nobili e non cittadini, vorrei che unicamente alle lettere si consecrassero; poiché esse sole prestano all’uomo un vero ed onorevole mezzo di fare col tempo rivivere quella patria, la quale poscia (esistente allora davvero) con vera gloria ed onore difendere allor si potrebbe da essi con l’armi loro e col sangue. Un vero prode nel principato, ove non sia egli uno stupido, non può certamente dissimulare a se stesso, che assai piú coraggio si richiede ad impugnare in un tal governo la penna che non ad impugnarvi la spada. Perciò vorrei che tra questa picciolissima parte di nobili letterati, quei pochissimi che si sentono veramente mossi da quel naturale impulso divino qua sopra descritto, si destinasse ad essere come i Deci della nascitura repubblica; e che espatriandosi, per cercar libertá dove ella si trova, ogni loro propria presente cosa sacrificassero alla futura lor patria. Riacquistato cosí l’intero esercizio del loro intelletto e della lor penna, vorrei che tanta e tal guerra, e sotto cosí diversi aspetti, movessero alla assoluta ingiusta e mortifera potestá, che della loro divina fiamma venissero essi poi, quando che fosse, ad incendere le intere nazioni.

La nobiltá del loro nascere grandissima forza e peso arrecherebbe ai loro argomenti. Avendo essi la possibilitá di ottenere tutte le soprammentovate infamie di corte, lo averle spregiate, l’averne conosciuto e svelato il distributore, tutto questo fa sí che la loro ira non potrebbe mai venir tacciata di bassa invidia; cagion sempre vile, indegna sempre di operare alti effetti, indegna sempre di annunziare la veritá; e che moltissimo ognora la va guastando e minorando, ove ella l’annunzi.

Espatriati dunque e posti in sicuro questi pochissimi sommi e illibati, che dal loro spontaneo e nobile esiglio tuonano veritá, una piccola repubblica di altri letterati pensanti, leggenti e non iscriventi, potrá rimanersi sicura infra gli stessi artigli del principato; poiché la virtú sua, e l’effetto che ne dée ridondare, non sarano se non negativi. Costoro, attese le loro ricchezze, il lustro del loro nome ed i passati onori degli avi; costoro [p. 224 modifica] per se stessi abbastanza risplendono nel principato, senza mendicare appoggio veruno nel principe: onde, ancorché signore dell’opinione, il principe non li può far comparir vili perché non lo sono; né li può opprimere, né screditarli, perché sono in bastante numero da dar ombra, e da contrappesare i vili veri, che sono quei nobili che servono a lui. Questa repubblichetta nel principato, da principio modesta e discreta, legge, ragiona e pensa fra sé, rimota affatto dal volgo profano; ogniqualvolta fra essa nasce e si scuopre un vero uomo grandissimo, ella lo invia fuori del chiuso a predicar da lontano, senza riguardo nessuno, la schietta e divina veritá, per mezzo di convincenti, energici ed eleganti scritti. Rimangono gli altri frattanto quasiché liberi nella loro natía servitú. Onorati essendovi dell’odio o del finto disprezzo del principe, vengono essi necessariamente rispettati dai buoni e dal popolo; perché si mostrano e sono umanissimi, e popolari, e d’intatto costume; alcun pericolo vanno però sempre correndo; ma di alto animo sono costoro, e gli alti esempi che nei sublimi libri ritrovano, accrescono e rettificano in loro ogni giorno quel nobile e giusto ardire, i di cui semi, innati giá in essi (ma diretti male) a loro ed ai lor maggiori, per la falsa causa del principe, faceano giá esporre ogni giorno e gli averi e la vita. Ma ancorché eccessiva sia e sfrenata e terribile, ritorna pur sempre vana contr’essi la superba ira del principe; perché costoro nulla affatto vogliono da lui; e costoro di lui nulla temono, perché delle sue leggi, quai ch’elle siano, nessuna ne infrangono; legge espressa non vi potendo mai essere, che proibisca il giusto pensare, e che costringa gl’individui tutti a servire il sovrano. Né alcun principe mai avrebbe la sfacciatezza di punire chi non disurba in nulla quell’universale letargo, che principescamente si appella la pubblica quiete. Perseguitano essi bensí sordamente e chi legge e chi pensa; ma chi non ha l’imprudenza di parlare co’ satelliti suoi, securo quasi può starsi. Inibiscono per quanto possono i buoni libri, ma molti sempre ne passano, e tutti i buoni non sono inibiti. Tra questi, come ho giá osservato, il solo Tacito, ben riletto, e pesato, e ragionatovi sopra fra pochi, e [p. 225 modifica] aggiuntovi lo stare lontani sempre dal principe, (lontananza, che quanto ai lumi dei nobili viene ad essere il sommo dei libri); il solo Tacito, dico, è piú che bastante per sé a ben educare una privata societá di profondissimi e giustissimi pensatori. Una tal societá, a poco a poco propagandosi con irresistibile progresso, dev’essere a lungo andare la vera legittima e vittoriosa annullatrice d’ogni arbitraria podestá. Al continuo esempio di virtú e d’indipendenza che hanno questi nobili letterati nel principato, si va aggiungendo di tempo in tempo il possente rinforzo dei pochi, ma buoni e caldi ed incalzanti libri che gli scrittori esiliatisi dal principato v’inviano a far per loro e per tutti: e benché corra il proverbio che ogni cosa è oramai stata detta, potranno pure smentirlo quei tali scrittori che sono da giusta e nobile ira spronati contro la servitú in cui nasceano, e che incoraggiti e protetti sono dalla libertá in cui sapeano in tempo ricovrarsi. Costoro certamente o diranno piú del giá detto, o in maniere nuove affatto il diranno; e con eleganza scriveranno costoro, perché la eleganza aveano potuta imparare e gustare, come non proibita cosa, nella loro pristina servitú; ma con forza, libertá e veritá scriveranno puranche, perché di schiavi che nati erano, avuto aveano il coraggio di farsi uomini cittadini; e in somma, sublimi scrittori saranno, perché dal loro sublime e natural loro impulso sforzati erano a divenire scrittori.

Quindi allora il veramente epico poeta, che in sublimi versi una impresa veramente sublime piglierá a descrivere, sceglierá certamente piuttosto di cantare la liberazione di Roma da Bruto che quella di Gerusalemme da Goffredo. Con questa scelta, verrebbe egli a vendicare da prima l’onore dell’arte sua; perché dei sommi epici poeti, nessuno finora ha tolto argomento da popoli liberi, se non in parte Omero, a chi considera quei greci come molti popoli spontaneamente riuniti. Ma, quanto maggior grandezza ne ridonderebbe ad un tema, di cui, in vece di Agamennone re, fosse anima e capo un Scipion cittadino? Sarebbe, ad egual eccellenza, di tanto superiore un tale poema, di quanto ad ogni altro popolo fu superiore il romano. Ma Scipione, cantato da Ennio «con ruvido carme» di lingua ancor non perfetta, [p. 226 modifica] è perito; Augusto dalla divina tromba di Virgilio ottien quella vita, che Scipione solo meritava. Si osservi tuttavia nell’Eneide, che Augusto non è, benché paghi, l’eroe di quel poema, né lo poteva pur essere. Scipione all’incontro, per la semplice forza della sua virtú, potea e può veramente accendere di sé un epico poeta, e ampiamente rimunerarlo colla semplice fama d’amendue. Che la parola «epico» parmi che debba importare alti eroi, alta impresa, alti effetti, altamente pensati e descritti; e qualunque di queste altezze vi manchi, io credo che l’epico cessi. Quindi il moderno epico e libero poeta, in vece d’intrudere nel suo tema episodiche lodi di Augusti o di altri principi meno possenti ancora e piú vili, vi inserirá le lodi dei veri eroi, degli illustri cittadini passati; sempre o poco o nulla dei viventi parlando, per rispettare ad un tempo e l’altrui modestia e la propria. Un sí fatto poema riuscirá di assai piú giovamento che nessunissima storia, appunto perché dilettando assai piú, non insegnerá niente meno; e gli uomini preferiscono sempre quell’utile che piú vien misto al diletto.

Cosí gli scrittori che la tragedia maneggiano potranno allora alla antica sua maestá ritornare il coturno: potranno di ben altre passioni discorrere e ben altre destarne, e con ben altre infiammare che col solo ed anche snervatello amoruccio.

Cosí la commedia imprenderá allora a combattere e porre nel dovuto ridicolo i veri vizi, e piú i maggiormente dannosi. Perciò si verranno a trarre i soggetti di commedia non meno dalle stolte e superbe aule dei re e dei loro scimmiotti, i potenti, che dalle case dei semplici ed oscuri privati. Non saranno queste tali tragedie e commedie recitate nel principato; che importa? introdotte pure vi saranno elle di furto, e tanto piú lette quanto piú impedite; e approvate, e per cosí dire affigliate saranno dalla repubblichetta dei nobili letterati, finché poi venga quel giorno che in pieno teatro recitar si potranno. E verrá quel tal giorno, perché tutti i giorni giá stati ritornano. E allora, tanta piú gloria ne riuscirá a quegli autori, quanta piú n’è dovuta a chi ha saputo disprezzare la falsa glorietta del subito, ed anteposto ha di scrivere per uomini veri, ancorché [p. 227 modifica] da nascere fossero, allo scrivere, degradando l’arte e se stesso, per quei mezz’uomini fra cui nato era.

Cosí le satire, non a mordere i privati vizi e laidezze, e molto meno a nominarne gli attori; (niun uomo vizioso meritando mai d’essere nominato da sublime scrittore) ma le satire il loro veleno tutto ed i loro fulmini rivolgeranno unicamente a smascherare, a trafiggere, atterrare e distruggere il pubblico vizio, da cui, come da impuro fonte, i privati tutti derivano.

Cosí gli oratori non intenderanno a laudar la potenza, ma la sola virtú; non al persuadere i principi a giustizia e a clemenza, ma al persuadere i popoli a cercare con piú stabilitá nelle sole leggi la prima, e a non abbisognar mai di quest’ultima: non al convincere e dimostrare agli uomini, con ampollositá di parole e con sottigliezza di tortuosi argomenti, che la virtú nell’adattarsi ai tempi consiste, ma al dimostrare che ella veramente consiste nel riadattare i tempi a virtú.

Cosí le storie pochissime allora saranno, e di quelle sole nazioni che di storia sian degne, e che possano servir di modello alle nostre, e d’incitamento al meritare un giorno storia elle stesse. Onde, non di vane battaglie, non di leggende di nomi di principi, (né degni pure di essere nominati) non di raggiretti di corte, non di puerili insipidi e scostumati «aneddoti» si intesseranno le storie; ma le vittoriose pugne di pochi liberi uomini contro innumerabili eserciti di schiavi, le generose ed utili contese fra la plebe ed i nobili, le atterrate tirannidi, i gastigati tiranni; gli alti esempi di ardire, d’amor patrio, di spregio di ricchezze, di severitá nei politici costumi; le focose concioni di magistrati a popoli, e di liberi capitani a liberi soldati; fian queste allora le storie, e storico veramente sará colui che le scrive.

Cosí la lirica poesia, dalle vicende di amore risalirá anche spesso a cantare altamente quelle della virtú e del coraggio. Si udiranno allora degli inni di tal forza, e una cosí divina fiamma spiranti che soli basteranno a trasfigurare gli schiavi in cittadini, ed a spingerli in battaglia per crearsi una patria e, creata, difenderla. Ed odi e canzoni si udranno di cosí alto dettato, [p. 228 modifica] che, al rendere eterni i nomi dei guerrieri estinti per la patria, varranno più assai che le statue e i bronzi; ed a premiare la vera virtú dei rimanenti liberatori della patria, le eccellenti ed eterne poesie di ben altra possanza saranno che i fragili infamanti onori e le viziose ricchezze, con cui possono i principi pagare soltanto gli oppressori di essa.

Cosí finalmente, i filosofi di qualunque genere e sètta, liberamente scrivendo, e senza nessuno timido velo, la veritá, o quello che crederanno esser tale, potranno, anche ingannandosi, giovar nondimeno moltissimo: che nessuna veritá mai, né morale né fisica, non è nata né può nascere e dimostrarsi, se ella dal grembo di cento errori non sorge. Ma niuno errore è mai stato, né esser può piú fatale a una societá d’uomini, che quello di non cercar sempre la veritá, di porre ostacoli a chi ne va in traccia, e di premiare chi la nasconde o falsifica.

Ecco dunque, quali esser potranno le lettere in questi moderni tempi, ogniqualvolta maneggiate elle vengano da liberi ingegni in terra di libertá rifugiati; e ogniqualvolta coltivate, accolte e tacitamente propagate elle vengano da ingegni liberi, ancorché costretti dal peso del principato. Il sublime fine che dalle lettere cosí maneggiate ed accolte ne ridonderebbe col tempo, facil cosa è l’antivederlo: ne risulterebbe senza dubbio, ed in breve, la intera conoscenza, e la severa pratica delle vere politiche virtú: il che chiaramente vuol dir libertá.