Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XLIII

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XLIII. Contro la vana, e mondana scienza.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XLIII. Contro la vana, e mondana scienza.
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CAPO XLIII.


Contro la vana, e mondana scienza.


1. Figliuolo, non ti muovano i belli, e sottili detti degli uomini; che non istà il regno di Dio in detti, ma sì bene in virtù. Sta intento alle mie parole, le quali accendono i cuori, danno luce alle menti, inducono a compunzione, e infondono consolazioni d’ogni maniera. Non legger sillaba mai per doverne parer più dotto e più saggio. intendi a mortificare i tuoi vizi; che ciò ti sarà più utile, che non la notizia di molte sottili questioni.

2. Come tu abbia parecchie cose lette ed apprese, ti bisogna ritornar sempre ad un solo principio. Io sono, che insegno all’uomo la scienza, e dò a’ parvoli intendimento più chiaro di quello, che da alcuno degli uomini possa esser dato. quegli a cui parlo io, in breve diverrà dotto, e molto s’avanzerà nello spirito. Guai a coloro, che procacciano di sapere dagli uomini molte cose curiose, e [p. 219 modifica]del come servano a me si danno picciol pensiero. Verrà tempo, che si faccia vedere il Maestro de’ maestri Gesù, il Signore degli Angeli, per dover sentir le lezioni di tutti, cioè per disaminar le coscienze di ciascheduno. egli allora cercherà sottilmente Gerusalemme con la lucerna, e le cose nascose saran messe a luce, e le lingue ne’ loro argomenti si ammutiranno.

3. Io sono che l’intelletto umile sollevo in un punto, e della eterna verità gli fo intendere più ragioni, che altri non farebbe dopo dieci anni studiati alla scuola. Io ammaestro altrui senza strepito di parole, senza confusion d’opinioni, senza boria d’onore, senza gare di sillogismi. io, che insegno disprezzar le cose terrene, e sentir noja delle presenti, procurare l’eterne e quelle gustare, schifare gli onori, sofferire gli ostacoli, ogni speranza riporre in me, niente desiderare fuori di me, e me ardentemente amare sopra tutte le cose.

4. Imperciocchè c’è stato un cotale, che amando me intimamente, imparò cose divine, e maravigliose parlava. egli fece più profitto lasciando [p. 220 modifica]tutto, che studiando in sottili speculazioni. Ma io ad alcuni parlo cose comuni, ad altri speciali. Ad alcuni mi manifesto per piana maniera in segni e in figure, a certi altri poi disvelo i miei misteri con molta chiarezza. La favella de’ libri è pur una, ma non tutti ammaestra ad un modo; perciocchè io sono verità, che instruisce di dentro, io ricercatore del cuore, io conoscitor de’ pensieri, io che accendo all’operare, e a ciasche duno quelle cose comparto, che io giudico lor convenire.