Della imitazione di Cristo (Cesari)/Libro III/CAPO XXX

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XXX. Del domandare l’ajuto divino, e della fiducia di ricoverare la grazia.

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Tommaso da Kempis - Della imitazione di Cristo (1815)
Traduzione dal latino di Antonio Cesari (1815)
XXX. Del domandare l’ajuto divino, e della fiducia di ricoverare la grazia.
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CAPO XXX.


Del domandare l’ajuto divino, e della fiducia

di ricoverare la grazia.


1. Figliuolo, io son il Signore, che consola nel tempo della tribolazione. e tu vieni a me, quando non ti senti aver bene. Quest’è che sommamente impedisce la consolazione celeste, che troppo tardi tu ti volgi a pregare. Imperciocchè avanti che tu intentamente mi preghi, vai frattanto procacciando molti conforti, e nelle cose esteriori prendi ricreazione. E di ciò nasce, che poco tutte queste cose ti giovino, finchè tu non senta per prova, che io solo son quegli che salvo coloro che sperano in me; [p. 190 modifica]e non esserci fuori di me potente ajuto, nè util consiglio, ma nè durevole provvedimento. Ma già ripresa omai lena dopo della tempesta, ti riconforta nella luce delle mie misericordie: poichè io son qui (dice il Signore) a ristorare tutte le cose, non pure interamente, ma e abbondevolmente, e ribocchevolmente.

2. Or ci ha alcuna cosa per avventura difficile a me? o sarò io siccome chi dice, e non fa? Dov’è or la tua fede? Sta saldo e persevera. sii paziente, e uom prode: ti verrà la consolazione a suo tempo. M’aspetta, m’aspetta: io verrò e ti guarirò. Egli è una tentazione che ti molesta, e una vana paura, che ti sgomenta. Che monta di darti pena de’ casi avvenire, se non a crescerti tristezza sopra tristezza? bastano a ciascun giorno i suoi mali. Egli è vano ed inutile il turbarsi, o rallegrarsi di ciò che è a venire, che forse non sarà mai.

3. Ma umana cosa è d’essere aggirati da sì fatte immaginazioni; ed è argomento di animo tuttavia debole, lasciarsi tirare sì di leggieri alla suggestione dell’inimico. [p. 191 modifica]Conciossiachè esso non cura, s’egli ci gabbi, e c’inganni col vero, o col falso; se ci abbatta per amor delle cose presenti, o per tema delle future. Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura. abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida. Quando tu pensi d’essermi più lontano, allora è spesse volte che io ti son più vicino. quando tu credi quasi perduto ogni cosa, allora le più volte tu hai in mano maggior materia di merito. Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente. Non dei tu giudicare secondo quello il presente tuo sentimento, nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse tolta di dovertene rilevare mai più.

4. Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata consolazione: essendo che per tal via si va al regno de’ cieli. E ciò senza dubbio torna meglio a te, e agli altri miei servi; che voi siate esercitati con avversità, che non sarebbe se a vostro [p. 192 modifica]grado vi aveste tutte le cose. Io conosco gli occulti pensieri: e so che fa troppo meglio per te l’esser alcuna volta lasciato senza dolcezza; che forse non ne montassi in superbia per lo buon successo, nè in te stesso ti compiacessi di quello che tu non sei. Quello che io ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi piaccia.

5. Quando alcuna cosa ti dò, ella è mia: quando me la riprendo, non prendo del tuo: poichè mio è ogni bene, ed ogni dono perfetto. Se io ti lasci venire gravezza alcuna, o avversità, non isdegnartene, nè cader d’animo: io posso rilevartene prestamente, e cambiarti in gaudio ogni noja. Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo questo con te.

6. Se tu giudicassi diritto, e sanamente intendessi, tu non dovresti rattristarti sì disperatamente, per sinistro che t’avvenisse, ma goderne piuttosto, e darmene ringraziamenti: anzi questo solo reputarti a ventura, che io affligendoti con travagli, non ti risparmio. Siccome il Padre ha amato me, così io amo voi, ho [p. 193 modifica]detto a miei cari discepoli: li quali in verità io non ho mandati a gaudj di mondo, anzi a gravi combattimenti; non ad onori, ma sì a disprezzi; non ad ozio, anzi a fatiche; non a riposo, ma a cogliere molto frutto in pazienza. Tienti a mente, Figliuolo mio, queste parole.