Della moneta/Libro III/Capo II

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Capo II - Della non giusta proporzione di valuta tra le monete di un metallo e quelle d'un altro, e tra le monete di uno stesso

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Capo II - Della non giusta proporzione di valuta tra le monete di un metallo e quelle d'un altro, e tra le monete di uno stesso
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CAPO SECONDO

della non giusta proporzione di valuta tra le
monete d’un metallo e quelle d’un altro
e tra le monete d’uno stesso

Divisione di parti — Della mutazione di proporzione che avviene per cause naturali — Effetti del consumo — Inutilitá della moneta di billon — Rimedi vari contro al consumo — Delle altre spezie di mutazione di proporzione — De’ danni che fanno i privati alle monete — Varie falsificazioni — Tosamento — Rimedio suo — Effetti del male — Medicine — Principi fondamentali intorno a questa materia — Primo modo di levar via la moneta cattiva — Errore del conte di Lemos — Secondo modo — Errore del Cardinal Zapatta — Altro errore del Zapatta — De’ danni che fanno alle monete i popoli non sudditi, e loro rimedi — Donde si abbia da trarre la spesa della restaurazione della moneta — Delle operazioni de' principi sulle monete — Massime fondamentali — Rimedi alla sproporzione delle monete, che fusse in un paese — Stato presente di Roma intorno alle monete, e sue cause — Considerazioni sulle operazioni fatte sulle monete nostre d’oro — Considerazioni sulle monete d’argento — Parere del Vergara esaminato.

Tutte le mutazioni, che può ricevere in qualunque modo la valuta delle monete, sono o d’una parte di essa riguardo all’altra, o di tutta la moneta riguardo al suo antico stato ed a quello de’ governi convicini. Le mutazioni d’una parte di moneta sono o di tutto un metallo rispetto all’altro, o tra due spezie d’uno stesso metallo. Fannosi queste mutazioni in sei modi: o per la natura delle cose, quando avviene escavazione di nuove miniere, mutazione di costumi o di lusso; o per naturale struggimento; o colla lega; o con diminuire il peso; o con tosarle; [p. 168 modifica]

o finalmente coll’autoritá d’una legge. Io lascerò qui di ragionare della mutazione dell intera moneta, la quale io chiamo per distinzione «alzamento», dovendone dire nel seguente capo; e mi restringerò a dire del mutarsi d’una parte. E, perché questa contiene in sé il «mutarsi la proporzione», sotto questo nome sará sempre da me dinotata; ed anderò, nel ritessere quest’orditura, disputando come essa avvenga, quale utilitá, quale danno abbia in sé, e come, quando è avvenuta, si possa medicare.

Dico, adunque, che la mutazione, che per natura accade, non può essere che tra un metallo e l’altro, né può seguire se non dove è fissa una proporzione dalle leggi; ed, essendo un’istessa cosa la mutazione, che la natura opera contro alla legge, che quella della legge contro la natura, appresso insieme di ambedue tratterò. Qui solo voglio dire essere questa mutazione lentissima e quasi insensibile, essendosi per esperienza conosciuto come essa è restata piú di mille anni in sul medesimo stato con picciolissimo variamento.

A questo, che della natura dico, convien congiungere lo struggimento, il quale, per essere naturale al metallo, è superiore ad ogni umano rimedio; e, sebbene sia vero ch’egli siegua con lenti passi e non produca spavento ne’ popoli (come quelli che guardano piú all’ingrosso, ove non hanno sospetto di frode), pure, quando cresce assai, è necessario si medichi e si corregga. A questo fine appunto molti scrittori propongono le monete d’argento e rame, e per questo molti governi le usano e le prezzano. E, poiché io ho di sopra disprezzata questa medicina, voglio qui renderne la ragione.

In primo luogo è da avvertire che le monete d’uno Stato sono tutte disegualmente consumate non solo per la varia antichitá loro, ma per la varia grandezza; e sempre le piú piccole si consumano piú, per due cause: I. perché si usano e maneggiano piú: mentre la moneta piccola esprime i prezzi piccoli e i grandi; la grossa esprime i grandi, ma non i piccoli; II. perché le monete vagliono secondo quel che pesano, consumansi secondo quella superficie che hanno. Io ho calcolato [p. 169 modifica] essere il grado del consumo, per riguardo alla soliditá, tra’ corpi simili (come sono quasi le monete) in ragion reciproca de’ lati omologi. Dunque una moneta, che abbia doppio diametro d’un’altra, perderá col consumo, in tempi uguali, la metá meno di metallo relativamente, che non ne perde la minore. Da ciò è nato che le sole monete piccole, ove il male è maggiore, si sono fatte di billon, con persuasione che questa fosse grandissima utilitá. Ma, a volere col computo, vero padre della veritá, conoscere esattamente quanto sia questo utile, io considero in prima che le monete nostre piú piccole, quali sono il carlino, le dodici e le tredici grana, sonosi consumate, dal 1636 e dal 1688 in qua, l’une d’un sette in otto per cento, ie altre d’un cinque in sei. Onde è che, chi dicesse che tutte in cinquanta anni si sieno strutte d’un cinque per cento, dice piú, non meno del vero. Il nostro Regno è piú d’ogni altro restato, per la varietá de’ principi che hanno coniato, ripieno di queste monete piccole d’argento; e pure non credo che piú di due milioni di ducati ei n’abbia al presente: dunque in queste si sono perduti centomila ducati. Poniamo che queste tre monete si fossero fatte di billon, e che cosí si fosse salvata dal consumo la metá del buono argento (il che è di sopra al vero, come mostra la sperienza): sono dunque cinquantamila ducali risparmiati. Si tolga da ciò quel che importa la spesa assai maggiore della zecca di questa moneta di tanta lega, e per la lega, e per la grossezza loro, e per lo rame che vi si perde dentro e che s’espone al consumo; e voi troverete che il Regno non guadagna altro che un quattrocento ducati l’anno sopra due milioni di moneta: guadagno ridicolo e miserabile e che, con togliere quattrocento ducati d’imposizione, è subito eguagliato. Che se a questo aggiungete il disprezzo che s’induce negli animi popolari contro una moneta che pare falsa ed adulterina, il biasimo che ne viene al governo, la facilitá del tosamento ed altro; troverete che non solo non è utile, ma perniciosa introduzione il billon ne’ paesi in cui da antico tempo non sia usato. E vedrete essere la storia nostra confírmatrice di questo, mentre ne’ principi del passato secolo i mezzi carlini e le cinquine [p. 170 modifica] d’argento e rame ci arrecarono tanto nocumento e male, che non si potette medicare se non con l’estinzione di queste, che si dicevano «zannette».

Allo struggimento, adunque, convien dar riparo, con fare le monete il meno che si può schiacciate e dar loro la maggiore doppiezza, che non noccia al maneggiarsi, imitando in questo la sapienza de’ greci e de’ romani; con proibire che le monete si trasportino per terra sopra carrette; con non farle numerare, come talora ne’ nostri banchi si usa, ma pesare, e con altre somiglianti avvertenze. Quando poi sono usate troppo, bisogna insensibilmente ritirarle e fonderle, aggiungervi il dippiú e restaurarle. Questo dippiú conviene si tragga da qualche dazio e si riguardi come una delle spese necessarie pubbliche, simile alla rifazione de’ ponti e delle strade; né, come ne’ tempi barbari si è fatto, diminuirle di peso. Se poi son tutte assai consumate e guaste, non s’hanno mai da rifare a poco a poco, perché s’induce disparitá di monete: ma tutta insieme s’ha da coniare una quantitá di moneta grandissima, con argenti fatti prender da tutt’altra parte che dalle vecchie monete; e questa s’ha in un colpo solo a cambiare colla vecchia, la quale si dee disfare e distruggere, come fu qui dal viceré conte di Santostefano, con lodevolissima condotta, non è gran tempo, eseguito.

Venendo ora a discorrere delle altre quattro sorti di mutazioni, dico come queste o le fanno i popoli o i principi. I popoli o sono cittadini o stranieri, e o lo fanno col falsare o col tosare. I principi o sono propri o nol sono, e o lo fanno con legge o senza, facendolo tacitamente e quasi con fraude.

E, volendo dir prima de’ popoli, è conforme all’ordine del tutto che le cose grandi e sublimi, quanto sono piú stimate, tanto sieno piú circondate d’ogn’intorno dalla frode e dagl’inganni degli uomini scellerati. Così nelle monete, che sono cose sacrosante e regie, è avvenuto. Tutti gli antiquari son persuasi che negli antichi tempi, essendosi usato un conio di figure assai rilevate e sporte in fuora, si dette comoditá a’ falsatori di far monete di rame simili a quelle d’argento, vestirle d’una foglia di buon argento, e darle per sincere. Queste, col correr de’ [p. 171 modifica] secoli, avendo oggi scoperto l’interiore metallo, sono, invece di perdere stima, divenute più preziose per lo certo carattere d’antichitá che hanno nella loro falsificazione, e sono dette «foderate». A tanto male, che, dalla quantitá di monete foderate che si scavano, si crede essere stato grandissimo, rimediarono gli antichi con batterne d’un conio meno rilevato; e questa nuova maniera, sebbene distrusse l’antica bellezza de’ conii, pure da tutti i popoli è stata costantemente seguita, perché al vero utile dee cedere ogni bellezza d’ornamento. Così siamo noi posti in sicuro da simil frode.

Per contrario non è meno dannosa invenzione quella d’una pasta, che, applicata sull’argento, ne stacca quasi una foglia, senza punto guastare le piú minute sculture. Con tal arte si può da un ducato d’argento portar via benissimo la decima parte del metallo. Ma questo è piú da temersi ne’ vasellami e ne’ grossi pezzi d’argento che nelle monete, nelle quali il sensibile alleggerimento scopre la frode.

Da tutto il giá detto viene che la frode piú ordinaria nelle monete è stata il tosamento degli orli, perché anche l’imitazione e la falsificazione loro si vede essere piú difficile e meno lucrosa.

Al tosamento soggiace piú d’ogni altra la moneta d’argento, poi quella di rame, ed in ultimo quella d’oro. Del che è chiara la cagione. Sul rame v’è poco guadagno; sull’oro, perché si suol pesare, non ve n’è nulla; e, quando non si pesassero le monete d’oro, pure pochi sono che s’arrischino tosarle, mentre si corre pericolo che, non essendo accettate, resti inutile in mano una cosa molto preziosa e cara. Delle monete d’argento soggiacciono al tosamento piú le piccole che le grandi, perché, dove v’è minor perdita, gli uomini usano maggiore incuria: onde si teme meno di dover esser ricusata una moneta piccola che una grossa.

Ma a questo male e a quello della falsificazione ancora, a cui tante e tante leggi e prammatiche non dettero giusto e forte riparo, lo ha dato la macchina del torchio, con cui oggi si battono le monete: conoscendosi, con nuovo esempio, sempre [p. 172 modifica] piú vero che quegli studi e quelle discipline, le quali a’ ministri del governo sembrano astratte, mentali e da ogni utilitá della vita civile distaccate, hanno piú conferito alla perfezione degli ordini civili che le leggi stesse; e che quello, che la politica non giunge ad ottenere, s’ottiene per qualche scoperta fisica o per qualche meccanica invenzione. Col torchio si dá una impressione, che è difficile a falsificare con istrumenti píccoli e maneggiati da un solo mal monetiere. S’imprime sugli orli stessi della moneta con un altro ingegnosissimo istrumento, che nelle nostre nuove monete d’argento e d’oro è stato prudentemente usato. Cosí, non restando parte non impressa, non resta luogo a tosarle, senza che sia subito manifesto. Or la facile cognizione della frode nelle monete è il miglior rimedio, perciocché l’uso della moneta è solo ne’ contratti di cambio tra roba o fatica e moneta. Quanto sia necessario ne’ contratti il consenso de’ due che contrattano, è chiaro: quanto sia difficile ad ottenerlo da quella parte che conosce la frode dell’altra, non richiede dimostrazione. Colui adunque, che tosa, trae danno grandissimo da ciò; mentre, per una decima parte di moneta, ch’egli, per esempio, ha tosata, gli resta tutta inutile in mano: né può ricorrere al giudice, senza esporsi a pagare il fio del suo delitto; né può costringere né persuadere chi si prenda le sue monete per buone. Cosi è che questo male intoppa ed ha grandissima difficoltá a sorgere; ma, quando egli fosse nato, cresciuto e divenuto grandissimo, la cosa procede diversamente.

I mali, che produce ad un paese l’aver gran quantitá di moneta tosata (de’ quali conviene dire prima che de’ rimedi), sono i seguenti:

I. Gravi e perpetue dispute tra i compratori e i venditori. Questi non vogliono cambiare le loro merci colla moneta, senza che o le monete sien giuste o se ne dian di piú, tantocché col maggior numero compensino il minor peso; laonde incariscono i prezzi. Quelli l’uno non vogliono fare, l’altro non possono; e intanto ambedue, per lo commercio interrotto, stentano, gemono e quasi si muoiono di fame. Sicché il male del [p. 173 modifica] tosamento non corrisponde all’utile de’ tosatori; ma, per poco sangue che si succhia, si lascia tutto il restante immobile e gelato.

II. Non potendosi lasciare senza corso le monete tosate, si dá comodo agli stranieri di tosar le buone, che loro vengono alla mano impunemente, e rimandarle nel paese.

III. Gli stessi sudditi, crescendo il male, restano dal numero de’ colpevoli difesi; e, perché, dove molti errano, nessuno si castiga, e le ingiurie universali si sopportano assai piú pazientemente che le particolari, perciò nella moltiplicazione de’ delitti si spera perdono.

I rimedi del tosamento sono: sradicare e distruggere i tagliatori delle monete. Innanzi a questo ogni altro è vano; e, se questo non si può, è meglio non far nulla affatto. Quanto ciò sia vero, lo conobbe per esperienza propria il nostro Regno, quando tutti i viceré, che precedettero il marchese del Carpio, non fecero altro che coniar nuove monete, per poi vederle miseramente, innanzi al termine del governo loro, tagliate. La storia ci narra con quanto poco fervore essi avessero cercato estinguere le cagioni del male. Né a ciò fa difficoltá il gran numero di buone prammatiche che pubblicarono, giacché la piú svogliata di tutte le maniere di vietare alcuna cosa è il contentarsi di avervi fatta una legge contro.

II solo espediente, che pare si potrebbe prendere quando non si ha forze bastevoli da spegnere i tosatori, sarebbe di ritirare la moneta d’argento tutta e sostituirvi bullettini. Ma questo è di difficilissima esecuzione; ed, essendo i bullettini tanto piú facili a contraffarsi quanto meno soggetti a tosarsi, potrebbe essere rimedio peggiore del male.

Non occorre dunque pensare a riparo, se quel, ch’io ho detto, non si può far precedere, e conviene aspettare pazientemente tempi migliori. Ma. posto ch’egli sia fatto, restano a cicatrizzare le ferite giá date. Ed, a farlo, sono molte maniere, delle quali per giudicare quali abbiano da prescegliersi, pongasi questa veritá per fondamento di tutto.

Quando in un paese sono due generi di monete, l'una buona e l’altra cattiva, la cattiva fa nascondere o mandar via la buona, [p. 174 modifica] sempre che tra loro v’è equilibrio di forze. Se la buona è assai piú numerosa, l’altra perde alquanto del suo corso, venendo presa con rincrescimento e, per lo piú, ricusata. Se la buona è assai poca, o va via o resta appiattata presso chiunque ne ha. Sono questi tutti tre mali grandi, e che o perturbano i commerci o dissanguano lo Stato. S’hanno da curare cosi. Il primo, che è il maggiore, con non lasciare incontrare una quantitá grande di buona moneta con quasi altrettanta cattiva. Il secondo non si può giá medicare con dar corso alla cattiva per vigore di legge, poiché si dá animo a guastar la buona o peggiorare la guasta; ma bisogna ritirar subito questa e sostituirvi nuova, che sia buona. Il terzo, con far intendere che la buona, che è in si poca quantitá, diverrá presto numerosa e comunale. Così ne scemerá l’amore e la stima, e chi spererá poterne, sempre che voglia, ammassare ogni gran somma, non curerá serbarne neppur una.

Posti questi principi, resta a dire de’ vari modi da fare la permutazione delle monete. Operazione difficile, delicata e simile assai alla mutazione di tutto il sangue d’un corpo, la quale i fisici non hanno potuto finora felicemente eseguire. Prima di farla, è utile sapere quanta ne sia la spesa; né per la sua grandezza conviene sgomentarsi, essendo ella sempre incomparabilmente minore del danno d’aver le monete ritagliate. La spesa importa tutta quella quantitá di metallo che è tagliato, tutto quello che l’uso ha consumato, e dippiú la fattura: le quali cose tutte, prese insieme, rarissime volte superano la ottava, e al piú la sesta parte del peso totale. Ciò conosciuto, si venga a considerare le forze dello Stato, le quali o sono grandi e vegete o infievolite. Nel primo caso, il consiglio migliore è coniare una quantitá di moneta d’argento, che uguagli almeno due terzi dell’antica, con prendere il metallo da tutt’altra parte che dalle vecchie monete, seppure queste non ristagnassero neghittose ne’ banchi o negli scrigni de’ ricchi uomini privati; poi distribuirla ne’ vari luoghi e farla in un istante cambiare con l’antica; a cui conviene nel tempo stesso negare ogni corso, sicché nemmeno a peso, senza scambievole consentimento, si [p. 175 modifica] possa dare. Concorreranno a gara tutti a cambiare, ma pure due terzi della massa totale non potranno in pochi giorni essere asciugati tutti. Di quell’argento intanto, che si ritrae, senza perdita alcuna di tempo si ha da battere il restante, e con eguale velocitá nettare tutta la moneta malconcia, e ritirare quelle cedole di credito, se mai alcuna n’è convenuta fare, quando in alcun luogo non vi fosse stata piú moneta nuova da commutare. Con ammirabile sapienza fu questa operazione fatta dal conte di Santostefano, successore del marchese del Carpio, fra noi, l’anno 1689; ed ella è certamente di tutte la migliore, contenendo tutti i risparmi possibili e niun patimento.

Bisogna, lo replico di nuovo, proibir tutta la vecchia, a non voler far peggio, come lo provammo nel 1609. Il come di Lemos con una prammatica ordinò che le monete grosse tosate non dovessero aver piú corso, e, mosso da una falsa apparenza di necessitá, lasciò che corressero le zannette e le cinquine, monete basse d’argento, le quali erano peggio assai ridotte che le altre. La zecca, adunque, e i banchi, a chi vi portava moneta grossa tosata, cominciarono a dare monete piccole, assai piú tosate e cattive. In quattro giorni il popolo era quasi sollevato; onde fu d’uopo che la prammatica de’ 9 giugno con un’altra de’ 12 fosse rivocata, e stabilito che tutte le monete corressero a peso. Fu questo consiglio men cattivo del primo, ma neppur buono, perché non distoglie i malvagi dal ritagliare: mentre, o hanno a dar le monete a peso, e non ci hanno perdita, restando loro in mano quel che ne scemano; o non le dánno a peso, come accade nelle piccole somme, e vi guadagnano.

Quando lo Stato non ha credito né potere bastante da sostenere spese cosí grosse subitanee, molti hanno costumato battere una gran quantitá di moneta nuova senza toglier il corso all’antica; ma, con lasciarla apprezzare a peso, hanno aspettato pazientemente e data libertá che ognuno, che lo volesse fare, andasse alla zecca a mutare l’antica con la nuova. Ma questo non si ha da tentar mai, senza una certezza grandissima d’avere spenti i tosatori; perché, sulla speranza di cambiar la guasta con la buona, si accresce il ritagliamento: si soggiace inoltre [p. 176 modifica] al rischio che la nuova sia traviata fuori, sempre che non è vietato il corso all’antica. In ultimo non bisogna lusingarsi di andar coniando con lento passo le monete; che fu uno de’ due sbagli del cardinale Zapatta, nostro viceré, nel 1622. Avea egli, per estinguere le malconce zannette, intrapreso batterne tre milioni di nuove intere. La carestia de’ viveri, che in parte procedeva dalla mala raccolta, in parte dal commercio per cagione delle zannette interrotto, facea tumultuare il popolo. Per darvi rimedio, fu immaturamente interdetta la vecchia moneta e pubblicata questa, di cui appena la sesta parte era battuta, e ne fu distribuita una trentina di zannette per ogni capo di famiglia. Mai non si vide tanto lutto; mai non si udirono tanti gemiti e tante strida quante allora; né mai fu in cosí grave pericolo la maestá del dominio e la fede de’ popoli. Senza potersi usar la vecchia moneta, senza bastare la nuova a tanto commercio, il popolo disperato si sollevò, e, dopo varie offese fatte al viceré, fu colla prigionia di trecento persone e colla morte d’alquanti frenato. Dura condizione d’un principe d’avere a punire le colpe di quei sudditi, che diventano delinquenti nella disperazione d’un’acerbitá di guai e di malanni quasi eguale a quella morte, che si dá loro per pena.

Non potette la prudenza della corte di Spagna non disapprovare questa condotta, e tosto richiamò il cardinale, sostituendogli il duca d’Alba, il quale, col coniare molta moneta di rame, riparò in parte a’ danni. Riparare a tutto non era giá superiore alla perizia e alla prudenza della nazione dominatrice, a cui anzi ben si potrebbe applicare quel che de’ romani in confronto de’ greci disse Virgilio1, che, se cedeano agli altri nella cura delle belle arti e delle meno utili applicazioni, l’arte del comandare s’apparteneva a loro; ma le angustie delle guerre no permettevano.

Dunque non bisogna nelle nuove coniate zeccar meno di due terzi della somma totale: perché, o non si vuol toglier corso [p. 177 modifica] all’antica, e non bisogna che ne resti molta, che possa col contrasto nuocere e cacciar via la nuova; o se le vuol togliere, e la nuova ha da esser tanta, che riempia le vene del commercio, per non voler che questo languisca. L’aiutarsi con polizze è buono, ma non basta a viver tranquillamente; e sempre s’ha d’avere in mente che ogni rimedio, che differisce il male, lo fa maggiore, e dal tempo, su cui tanto gli uomini infingardi e sciocchi si fidano, non è da attender altro che la cancrena.

Ora voglio avvertire l’altro errore che prese il Cardinal Zapatta, appena ch’egli entrò al governo di Napoli nel 1621. Vedendo che il ricusarsi le monete mozze incariva i prezzi, disturbava le compre e facea perir di fame col danaro alla mano la povera plebe, pensò, per far ch’esse corressero liberamente, dar mallevarla per loro, promettendo «sotto la fede e parola regia» che nella futura abolizione delle zannette il danno non sarebbe stato de’ privati. In men che non balena fu tosata alla peggio quella moneta che restava ancora tollerabile, e non potea non esser questo danno de’ privati, sempre che si dovea soddisfare con un dazio esatto sopra di loro. Perciò a ragione fu egli di cosí imprudente promessa acremente ripreso dal sovrano.

Mi pare aver detto abbastanza del tosamento. Della falsificazione, essendo e negli effetti e ne’ rimedi simile all’altro male, non istinto opportuno replicar le medesime cose, potendo fare il lettore quella mutazione di voci, che non fo io. E questo è quanto s’appartiene alle colpe de’ sudditi, che offendono la moneta.

Possono anche i popoli confinanti nuocere alle monete d’uno Stato, falsandole o ritagliandole; né v’è altro rimedio che chiederne il castigo al loro sovrano. I genovesi nel secolo passato, insieme con altre nazioni, riempirono lo Stato del gran signore di aspri piú belli e lucenti degli ordinari, e perciò piú graditi, ma quasi tutti di troppo basso metallo. L’incuria de’ turchi lasciò corrergli un pezzo senza avvertirsene: accortisene, gli vietarono, e della perdita, che a un di presso sommarono poter aver fatta lo Stato, si rifecero sequestrando ed occupando [p. 178 modifica] altrettanta quantitá di merci, che potettero avere in mano de’ mercanti di quelle nazioni che aveano fatto il commercio degli aspri. Risoluzione barbara e dura, ma che ha un fondo di ragione, e che avrebbe avuta qualche equitá, se le signorie, da cui dipendeano que’ mercanti, avessero avuta altrettanta premura per loro quanta ne avea il Turco pe’ sudditi suoi. Ma a’ mercanti cristiani non furono rifatti i danni da que’ loro concittadini, che aveano guadagnato sugli aspri.

Prima di terminare, è necessario risolvere se convenga ritrarre la spesa d’una nuova coniata dall’istessa moneta o da qualche dazio, che s’imponga in altra parte del commercio d’un paese. Questione grande ed ardua è questa. Ed, a volervi apportar qualche chiarezza ed ordine, dico come si coniano nuove monete per ritirare le antiche consumate o dall’uso o dalla forbicia. Nel primo caso, non si fa una generale coniata, ma a poco a poco: perciò è necessario ritrarre la spesa della zecca d’altronde; ed in questo errarono tutti i governi de’ secoli barbari. Dalla moneta si può trarre la spesa, o alleggerendone il peso, o il carato, o facendo un alzamento, cioè una mutazione d’idee e di voci. Tutte tre queste vie guidano a perdizione, quando si fanno d’una parte sola di moneta, inducendo quella sproporzione, che conviene tanto abborrire. Farlo a tutta la moneta non v’è necessitá; onde vi sarebbe maggior danno.

Ma, se si rifá tutta la moneta per estinguere la corrotta e tronca, si può seguir l’uno o l’altro consiglio; e il piú de’ governi hanno soluto usare unitamente tutti e due. Cosí fece fra noi il duca d’Alba nel 1622; cosí il conte di Santostefano, che pubblicò la moneta coniata dal marchese del Carpio. Ed io son persuaso questa essere la miglior via: perché i dazi corre rischio che, una volta messi, restino per sempre; e, siccome la spesa è grande ed istantanea, se tutta si ritrae da’ dazi, questi hanno da essere ben gravosi.

Quanto alle monete, non bisogna punto diminuirle di peso o di bontá, ma farne soltanto un alzamento. Nel primo caso, s’impiccoliscono, si discreditano, si schifano. Non tanto nel secondo; e, sebbene molta buona gente, che ha voluto scrivere [p. 179 modifica] di questa materia, gridi che non s’hanno ad aggravare i popoli, io non credo ch’essi pretendano che le supreme potestá quel metallo, che manca, l’abbiano a crear dal niente; e, se dee uscir dal popolo, non uscirá mai senza strida e dolore.

Ora, passando a ragionare delle operazioni de’ principi sulla moneta, dirò imprima che il diminuirne il peso o la bontá tacitamente e di soppiatto non è operazione, che possa cadere in animo d’un principe nato degno di comandare. Egli è, da supremo arbitro, divenir falsatore e tosator di monete. Perciò non è strano se sono piú secoli che cosa tale non è avvenuta; e, se ne’ tempi piú recenti s’è fatta, è stata frode degli affittatori delle zecche, e non de’ principi loro. Che ne’ secoli barbari poi siesi usata, non è meraviglia. L’ignoranza era tanto cresciuta, che le regole del giusto non erano ravvisate da quelli, cui non si paravano altri oggetti dinanzi che di tirannia e di frode, quando, a raggirare la ruota delle cose umane, la maschera dell’inganno e l’aperta violenza sottentrarono in luogo del sapere e della beneficenza perdute. Adunque non è decente oggi trattenersi a dissuaderne i sovrani.

Può anche mutarsi la proporzione palesemente e con editto; e questo, quando mai fosse cattivo consiglio, non si può dir però vituperoso. Intorno ad esso si hanno a stabilire le massime seguenti:

I. La mutazione di proporzione tra il rame e i metalli ricchi, se non è grandissima, non produce effetti, ed è simile all’alzamento totale. Si vede ciò quasi da per tutto, mentre pochi paesi vi sono, in cui non v’abbia un dieci per cento almeno di sproporzione, essendo o soverchio il peso del rame, come è in Roma, o scarso, come è qui. In Francia gli alzamenti si sono fatti de’ soli metalli preziosi, fra’ quali si è conservala una costante proporzione, poco curando se si cambiava col rame.

La ragione è che tra il rame ed i metalli superiori non v’è ugualitá di forze. Il rame è sei o otto volte almeno minore in quantitá, altrettanto maggiore in corso. Cosí nel Regno di Napoli, ove saranno da otto in dieci milioni di ducati d’argento, non ve n’è un milione e mezzo di rame. Il rame, cattivo ch’ei [p. 180 modifica] sia, sempre rimane; e, quando anche è valutato piú del giusto, mai non perviene ad aver forze da luttar coll’argento e coll’oro. Questi due metalli poi sono quasi eguali in forze: solo l’oro è piú agile ad andare e a tornare.

II. La cattiva moneta caccia via la buona; e perciò bisogna amare l’infedeltá di quella che fugge, non la fede di quella che resta; e que’ principati, ne’ quali si è corrotta la moneta con molta lega, per farne aver abbondanza e che resti, han fatto come colui che piantò frutta silvestri e amare nel suo giardino, per non vedersene rubare.

III. La sproporzione tra due sorti di monete dello stesso metallo è piú perniciosa che tra un metallo e l’altro. Questa nuoce per lo danno, che i convicini acquistano comoditá di fare; quella dá modo e agli stranieri e a’ cittadini di guadagnare nocendo.

IV. Non v’è utilitá alcuna dell’alzamento particolare, che io chiamo «sproporzione», la quale non sia maggiore nell’alzamento totale; ma i danni sono incomparabilmente piú gravi. La prima parte di questa sentenza è manifesta: rimane a provar l’altra. L’alzamento di una parte congela o fa dileguare l’altra parte e dissangua cosí lo Stato; ma il generale non fa intoppo a’ movimenti della moneta. L’alzamento generale è un guadagno fatto dal principe sui creditori, cioè sulla gente piú agiata; la sproporzione è un dono imprudentemente fatto agli stranieri o a’ sudditi accorti, maliziosi e ricchi, delle sustanze degl’innocenti, de’ semplici e de’ meschini. S’è fatto l’alzamento in molti principati e, senza medicarsi (come fu nell’antica Roma), non ha nociuto: la sproporzione, finché non s’è raggiustata, ha sempre offeso. N’è d’esempio la Fiandra austriaca, la Spagna nel secolo passato e l’Irlanda, e soprattutto la Francia nella pubblicazione de’ «quattro soldi», fatta nel 1674: di che ragionando, Giovanni Locke considera che non giovò l’accortezza del governo in aver loro dato corso nelle province interiori a quindici per scudo, e ne’ porti di mare a venti, per non ne far venire de’ contraffatti di fuori, che pure convenne screditargli subito. Né giova sperare in sulle proibizioni d’estrarre o d’introdurre; [p. 181 modifica] ché non saranno osservate. Contro i pochi s’usa bene la forza: i molti s’hanno a far guidare dall’utile e danno loro medesimo. Infine l’alzamento d’una parte di monete induce varietá di due prezzi: l’uno naturale, l’altro no, ed amendue comandati dalla legge. L’alzamento generale induce, sì, disparitá tra i prezzi antichi delle merci e quello della moneta; ma di questi l’uno è fermo per legge, l’altro no. Perciò, col cambiamento di prezzi fatto dal comune, si medica da se stesso un alzamento; la sproporzione, se la legge non la muta, non si può medicare da veruno.

Per tutte le sopraddette ragioni è meno danno l’alzamento generale che il particolare; onde è che si può dar per rimedio, lá dove è sproporzione di monete, o di prender la cattiva e rinforzarla, o di peggiorar la restante buona. Con l’uno o con l’altro si consiegue lo stesso effetto; sebbene quello sia consiglio piú generoso, questo scandalezzi la moltitudine.

E, per dire de’ rimedi piú in particolare, è strano il riguardare che di tanti, che biasimano il mutar prezzo alle monete, non ve n’è stato uno, che, dopo averlo biasimato, dicesse come s’ha da correggere, quando sia fatto; quasi la loro proibizione bastasse ad assicurarci e dagli accidenti calamitosi e da’ cattivi governi e dagli errori, compagni all’umanitá. E pure egli era importante, piú che il discorrere sopra le cause e gli effetti de’ mali. Perciò io, non volendo trapassarlo, dirò che la sproporzione tra monete d’uno stesso metallo s’ha da togliere subito ed eguagliarle. Né si può indebolire la parte buona; perché, a ritirarla, rifonderla e tornarla a dare, ci corre piú tempo che non bisogna. Quando è tra metallo e metallo, si tolga ogni coazione di legge e si lasci operare alla natura, inchinata sempre a mettersi a livello; e quel segno ove ella si posa, se cosí piace, s’autorizzi con legge. Se si ha vergogna di far ciò, almeno si esamini qual é la proporzione ne’ principati ben governati e s’imiti la loro: ma questo consiglio è men sicuro del primo. Ciò procede egualmente, o che la legge abbia fallata la natura, o che questa si sia scostata dall’antica legge; e bisogna sempre aver a mente che della stessa maniera appunto si medica una [p. 182 modifica] ferita, o sia fatta dal fortuito cader d’un sasso, o ricevuta combattendo virtuosamente per la patria, o data perfidamente da un traditore: né il castigo del reo ha che far niente colle medicine.

È costante opinione che i mali della moneta in Roma sieno nati da una sproporzione fatta nell’argento; e perciò molti s’aspetteranno che io qui ne ragioni. Ma io, oltre all’essere poco informato dello stato di quelle cose ed al credere che in Roma sieno uomini piú che altrove sapientissimi, come quelli che coll’etá e colla sofferenza hanno lungamente combattute le stranezze della fortuna e fatta rendere giustizia al merito, porto opinione che que’ mali non provengano se non in piccola parte da’ difetti intrinseci delle monete, ma che sieno una complicazione di leggieri acciacchi, quale si vede essere ne’ corpi degli uomini per lunga etá inclinati ed infiacchiti. E, siccome i vecchi contano con ragione quasi morbo grave il solo numero degli anni, cosí non è giusto (come tanti villanamente fanno) incolpare la prudenza de’ superiori, se non possono contrastare a quell’ordine di vicende, che la provvidenza ha stabilite e fermate.

Nel nostro Regno sonosi fatte mutazioni di prezzo all’oro straniero, piú per aggiustarlo al vero che per discostarsene. Vero è che le doppie di Spagna e gli ungheri, per essere stati valutati sproporzionatamente, non ci sono stati piú recati, e solo abbondiamo di zecchini. Qual ragione abbia causata tale determinazione, non può essere noto a me, che non sono stato presente a’ consigli tenutivi. Sento da molti e leggo anche scritto ciò essere avvenuto per poco avvertire; ma mi sembra cosa ardita assai voler credere inavvertenza lá dove si vede essere senno e prudenza grandissima e maturitá di consiglio. Forse si sará fatto per escludere e tener lontana tanta varietá di monete straniere. È questo ottimo desiderio: il mezzo presovi è sicuro, e non ce ne siamo trovati male; e pare che ad arte si sia voluta avere abbondanza di zecchini e di fiorini, monete sopra l’altre pregevoli e perfette.

All’argento non si è fatta mutazione dal 1691 in qua, quando con un editto quelle monete, che valeano cento grana, furono [p. 183 modifica] fatte valer centotrentadue. Pochissimi intendono ciò che si fosse fatto allora, e perché; ma tutti confidentemente ne parlano e ne decidono. Chi dice che fu alzamento; chi che fu dannosissimo; e chi ne dá un giudizio e chi un altro. Il vero è ch’ei non fu niente di ciò, ma solo una correzione d’uno sbaglio preso dal marchese del Carpio. Il marchese, nel rifondere la moneta d’argento, avea desiderato farla eguale alla romana, sicché non si avesse a studiar tanto sul cambio. Desiderio inutile e forse anche pernicioso. Non avea avvertito quanto la nostra moneta di rame fosse inferiore alla romana in quantitá di metallo. Facendo i ducatoni di cento grana, egli dava alle grana un valore estrinseco superiore al vero di quasi un cinquanta per cento. Ciò facea stravasare l’argento e restare il rame. Convenne, adunque, cambiare tal proporzione e sbassare il prezzo al rame; ed ecco quanto si fece. Se insiememente non si fosse mutata la moneta di conto, non vi sarebbe stato alzamento. Ma, avendo mutato il valor delle grana, e fattele divenire la centotrentaduesima parte di quel ducato (d’un’oncia, un trappeso e quindici acini d’argento), di cui esse erano la centesima; ed avendo, ciò non ostante, sostenuto il ducato a sole cento grana; ne seguì un alzamento, che, oltre al mutare i nomi al prezzo delle merci e de’ cambi, non fece altro nocumento, non potendone per sua natura fare: giovò sibbene a pagar gran parte delle spese del monetaggio.

Sovra di ciò ha saviamente discorso il Broggia. Non cosí Cesare Antonio Vergara, il quale, avendo in tutta la sua opera osservato virtuoso silenzio sopra consimili operazioni fatte sulla moneta, volle interromperlo sul fine appunto dell’opera, per dar giudizio della prammatica del 1691, e lo fece con infelice e vergognoso successo. Disse che


fu stimata forse da alcuni utile questa alterazione della moneta, ed avutasi anche qualche compiacenza nell’aver ritrovato tra lo spazio di una notte cresciuto il peculio...; nondimeno, secondo il giudizio di molti, e forse di tutti, è stata e sará perniciosa al Regno per l’alterazione de’ prezzi delle robe e del cambio, particolarmente colla piazza di Roma, dove si vide cresciuto, pochi [p. 184 modifica] anni sono, a ducati 152 per 100 scudi romani. Ed in effetto il Blanc, scrivendo delle monete di Luigi decimoterzo, pondera di essere non meno pernicioso che pericoloso l’aumentare piú che il diminuire il valore delle monete; e che in ciò dovrebbero essere piú avvertiti i sovrani, de’ quali l’interesse è sempre maggiore, per esser essi i piú ricchi ne’ loro regni e che hanno da riscuotere le contribuzioni da’ sudditi.


Se il dire in pochi versi cosí inettamente e male, che non si possa dir peggio, è bravura, il Vergara merita certo lode d’uomo bravo e valoroso. Quando l’alterazione fosse stata e fosse perniciosa, noi dovremmo sentirne la pena, non avendola mai ritrattata; ma il nostro felice stato, quanto alle monete, lo smentisce. L’alterazione de’ prezzi e de’ cambi è di voci, e non di cose; ed è la medicina naturale di quell’alzamento, ch’egli biasima. Dire che il cambio perciò alzò al centocinquantadue è mostrare di non intendere che sia cambio e che sia alzamento; ed infatti, senza esser mutate le monete d’altro che d’un quattro per cento, pure a di nostri s’è veduto sbassare il cambio dal centocinquantadue al centodiciotto ed anche piú giú. Tanto ha poco che fare l'una cosa coll’altra. L’autoritá del Blanc pesa poco, e quel ch’ei dice non val nulla: mentre, se, al dir suo, l’aumentare diminuisce le contribuzioni pubbliche, lo sbassar la moneta le aggraverá; e ciò, dispiacendo piú a’ popoli, ha da essere piú pericoloso e peggiore. Non ha dunque il Vergara detto niente, che non sia sciocco e falso. Tanto è gran differenza fra il saper interpretare le leggende delle monete e il giudicar sanamente degli stabilimenti dati al loro valore!

  1. [Aen., vi, 852-4.]