Della ragione di stato (Settala)/Libro I/Cap. VIII.

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Cap. VIII.

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Capitolo VIII

Che cosa sia ragion di stato, secondo il nostro parere.

Ben ci insegnò Aristotele dalle operazioni conoscersi la natura delle cose. Vediamo adunque che cosa sia operar per ragion di stato. Questo parmi non altro significare, che operare [p. 65 modifica] conforme all’essenza o forma di quello stato, che l’uomo si ha proposto di conservare o formare. Ma perché le forme de’ domíni sono varie, e alcune buone e alcune male, e quelle ancora tra di loro sono varie, e differenti, come ancora le ree: i mezzi d’introdurre o conservar le buone e le male non possono esser i medesimi, né simili; anzi li mezzi di conservar le buone republiche, essendo esse di natura diversa tra di loro, saranno ancora diversi, come ancora i mezzi delle ree. Cosí vediamo che gli ateniesi per mantenimento della democrazia inventarono l’ostracismo. Tarquinio Superbo, mentre, lasciato di communicare i publici negozi col senato, come era il solito degli altri re, si mise a governare i suoi popoli con propri consigli, s’incaminò alla tirannide. Cosí Ottavio finite le guerre civili, disarmato il popolo, e allettatolo coll’abondanza e con i giuochi teatrali alla commoditá e ozio, fondò quella tirannide, pure tolerabile, finché da Tiberio con la legge della maestá praticata con interpretazioni troppo sottili e cautelose e altri modi pieni di sceleratezze fu compiuta. Il Turco, che nell’ingresso del suo dominare uccida i suoi fratelli e nipoti; che nel suo dominio non ammetta nobiltá o feudatari; che tutta la sua potenza appoggi al numero e valore de’ suoi schiavi, non è altro che usar la propria ragion di stato: cioè che la forma del suo dominare richiede tali mezzi per conservarsi. Che alcuni, aspirando a farsi tiranni, si siano fatti capi della plebe, con titolo di volerla liberare dall’oppressione de’ nobili, ciò si fa per ragion di stato. Tutti questi mezzi in tutto tra loro differenti, caminando tutti ad un fine, che è o d’introdurre, o di conservare quella particolar forma di republica, la quale si è proposta per iscopo, dimostrano che la ragion di stato tutta sia posta nel conoscere quei mezzi, e nel valersene, li quali siano atti per istituire o per conservare il regno o dominio, sia egli o buono o cattivo. I fini adunque di tutte le ragioni di stato sono li medesimi, che sono il conservare quella forma di republica nella quale sono posti; ma i mezzi sono diversi: perché secondo che la forma della republica è buona o rea, i mezzi sono o buoni o mali; sempre buoni saranno rispetto al [p. 66 modifica] fine al quale servono, cioè opportuni e atti a conservare quella forma di dominio, e insieme il dominante: ma servendo a conservar il male, saranno mali semplicemente; e perfettamente solo saranno buoni quelli, che servono a’ buoni prencipi e buone forme di republiche: e questo fa che non cosí facilmente si possa diffinire la ragion di stato.

Ma quello che apporta in ciò maggior difficoltá, è il ritrovare il genere. Giá universalmente abbiamo stabilito esser un abito dell’intelletto; ma qual si sia, e se si possa trovare un genere commune alle buone e alle ree, questo è quello che apporta difficoltá. Perché le cose, che si possono diffinire, devono avere un genere comune, sotto il quale si comprendano tutte le cose sotto di quello contenute; ma qual genere potrassi trovare nelle ragioni di stato, che sia comune alle buone e alle male? Qui non ha dubbio, che nelle buone la ragion di stato non è altro che la prudenza, che consulta e delibera intorno a que’ mezzi e modi, con li quali possiamo o fondare o conservare noi in quello stato e forma di dominio, nel quale siamo posti. E nelle male, qual diremo sia il genere, e sotto quale abito lo ridurremo? non sotto la prudenza, perch’ella è sempre congiunta coll’onesto e colla virtú, e in consequenza sempre si mostra con faccia onesta e pia; e questo altro abito, che serve alle ree in ritrovar questi mezzi, che per lo piú sono mali, se bene opportuni e atti ad ottener il fine, è pieno d’inganni, e con sembiante di utilitá ci si mostra con apparenza malvagia ed empia. Adunque o non si potrá diffinire con perfetta definizione, o con separata diffinizione e le buone e le ree spiegheremo. Ma meglio sará che proposto e dichiarato il genere della ragion di stato rea, si vegga se possiamo e l’una e l’altra sotto una definizione comprendere, ancor che con qualche difetto. L’abito dunque, che serve alle ree, sará una tale avvedutezza acquistata, e per natura, e per longa sperienza, e per lettura d’istorie con gli esempi e de’ libri politici, la quale con essi loro ha quella proporzione, che la prudenza ha con le buone. Ma, come molto bene osservò il signor Lodovico Zuccolo nelle sue dottissime considerazioni politiche, sí come quella poca ombra [p. 67 modifica] di giustizia, che è tra corsari e altri ladroni, pur suole ancor nominarsi giustizia: forsi anco non sarebbe disdicevole chiamar prudenza la ragion di stato del tiranno e de’ pochi potenti, per la somiglianza che tengono con quella prudenza, la quale è nelle buone republiche della forma introduttrice e conservatrice; che cosí verrebbesi a diffinire per un genere piú prossimo, e piú proprio.

Sará dunque la ragion di stato un abito dell’intelletto pratico, detto prudenza o avvedutezza, per lo quale gli uomini dopo la consultazione deliberano circa i mezzi e modi, con li quali possano introdurre o conservare quella forma di dominio, nella quale sono posti. Veggo però esser almeno questa definizione in quella parte ripresa, nella quale pongo la ragion di stato ancora nella fondazione o introduzione: perché si come ad ogni artefice è necessario, che sia apparecchiata la materia conveniente, intorno a cui si affatica; cosí dovendosi esercitare la ragion di stato, è necessario che siano giá in essere e lo stato e il prencipe come propria materia da lei presuposta, in cui si ferma e intorno a cui s’affatica: ma chi fonda uno stato, non si può dire assolutamente che lo possieda. Mi riprenderanno forsi di piú, che abbia tralasciato l’ampliazione, che però presso d’alcuni ha bisogno della ragion di stato, e questa a quella ancora pare indrizzata. Ma se bene considerammo le cose, conosceremo cotali esser in grave errore; perché quantunque non possa la ragion di stato porsi in uso, quando manchi o l’operante o lo stato, intorno al quale egli faccia le sue operazioni: può nondimeno, per esempio, la ragion di stato regia porsi in opera, prima che altro sia re, o che sia in essere il regno; e cosí la tirannica, e tutte le altre. Perché Dionisio, Pisistrato e Cesare, innanzi che introducessero le tirannidi in Siracusa in Atene in Roma, si valsero di quei mezzi e di quei modi di ragion tirannica, che gli potevano sublimare all’imperio della patria. L’accrescimento poi del dominio non pare che troppo bene si accomodi con la ragion di stato: perché essendo questa principalmente indrizzata alla conservazione della forma del dominio, non si potrá se non [p. 68 modifica]' impropriamente dire accrescer la forma: e se pure in qualche parte pare che entri ancora nell’ampiiazione, o nuovi acquisti, parmi potersi dire, che tali acquisti e tali modi di acquistare e ampliare siano li medesimi mezzi, che servono alla fondazione. Ma perché il fondare nuovi regni, tirannidi o domini occorre di raro, e conservar sé e la forma del suo dominio è cosa ordinaria, perciò da tutti sará sempre concesso, la ragion di stato principalmente impiegarsi nella conservazione; e, per conservazione della forma del dominio, non intendo solo Io stato o dominio, ma ancora insieme il dominante, come poco da basso mostreremo.